BB GIOVANNI BATTISTA TURPIN DU CORMIER e 18 COMPAGNI (1732-1794)

Vite di Santi, Beati, Venerabili...

La maggior parte dei sacerdoti della Mayenne aveva rifiutato il giuramento alla costituzione civile del clero benché fosse stata sancita dal re Luigi XVI (1790), perché rifletteva lo spirito giansenistico e gallicano in quanto pretendeva sottrarre il clero all’ubbidienza al papa, fondando una Chiesa nazionale scismatica, soggetta al potere civile. Coloro che si opposero al giuramento furono seguiti e sostenuti dalla maggior parte del popolo. Tuttavia le autorità incaricate di applicare la legge non li tolleravano. Per sorvegliare più da vicino i refrattari, il direttorio del dipartimento aveva ingiunto loro (1792) di andare ad abitare a Laval, e di rispondere ogni giorno all’appello.

21 gennaio
Il 10-4-1955 Pio XII beatificò diciannove martiri ghigliottinati durante la rivoluzione francese nella diocesi di Laval, allora diocesi di Le Mans, nel dipartimento della Mayenne (Francia). Durante gli anni 1793 e 1794 il numero di coloro che furono uccisi a Laval in odio alla fede cattolica fu molto più grande. Tuttavia, ne furono scelti diciannove sia perché già prima del martirio godevano una grande reputazione di santità e sia perché dai processi canonici consta che non furono uccisi per motivi politici, ma solo in odio alla loro fede cattolica.
La maggior parte dei sacerdoti della Mayenne aveva rifiutato il giuramento alla costituzione civile del clero benché fosse stata sancita dal re Luigi XVI (1790), perché rifletteva lo spirito giansenistico e gallicano in quanto pretendeva sottrarre il clero all’ubbidienza al papa, fondando una Chiesa nazionale scismatica, soggetta al potere civile. Coloro che si opposero al giuramento furono seguiti e sostenuti dalla maggior parte del popolo. Tuttavia le autorità incaricate di applicare la legge non li tolleravano. Per sorvegliare più da vicino i refrattari, il direttorio del dipartimento aveva ingiunto loro (1792) di andare ad abitare a Laval, e di rispondere ogni giorno all’appello.
Dopo l’imprigionamento di Luigi XVI (+1793), l’Assemblea Legislativa Nazionale decretò l’esilio ai preti rimasti fedeli al papa, fatta eccezione dei sessagenari e degl’infermi. A Laval furono deportati 391 sacerdoti. Tra i 120 rimasti, figuravano anche i nostri Beati, i quali restarono sottomessi alla formalità dell’appello. Essa però fu ritenuta insufficiente, motivo per cui si ricorse ad una feroce repressione.
Il 12-10-1792 fu arrestato e imprigionato nell’antico convento delle Clarisse soprannominato Patience il B. Francesco Duchesne, canonico di Laval (1736-1794). Egli conduceva vita da anacoreta e digiunava tutti i giorni. Il 14 ottobre una retata di gendarmi condusse diversi preti in prigione; il B. Renato Luigi Ambroise, nato a Laval (1720-1794), da famiglia giansenista. Dopo l’ordinazione era stato destinato alla parrocchia della SS. Trinità; il B. Luigi Gastineau, nato a Loiron (1727-1794), dopo avere esercitato in vari luoghi il ministero come viceparroco, si era rifugiato a Laval presso una sorella e si era occupato con frutto dell’educazione della gioventù; il B. Francesco Migoret, nato a St-Fraimbault-de-Lassay (1728-1794): era stato vice parroco di Oisseau, rettore di un collegio locale e successivamente parroco di Rennes-en-Gronouille; si era segnalato per il grande zelo nell’educazione della gioventù; aveva prestato nel 1791 un giuramento condizionato alla costituzione civile del clero, ma dopo la condanna di Pio VI lo aveva ritrattato a costo di essere rimosso dalla parrocchia; il B. Giuliano Moulè, nato a Le Mans (1716-1794), il quale era stato prima viceparroco a Beaufray e rettore del collegio, poi parroco a Saulges; anch’egli aveva prestato un giuramento condizionato alla costituzione civile del clero e, dopo la condanna papale, lo aveva ritrattato a costo di essere rimosso dalla parrocchia; il B. Giuseppe Pellé, nato a Laval (1720-1794): era stato cappellano e confessore delle monache clarisse nei convento della Patience; benché rude era molto retto e sinceramente pio; il B. Pietro Thomas, nato a Mesnil-Rinfray (1729-1794). nel dipartimento della Manica; dopo essere stato viceparroco a Peùton, fu eletto cappellano dell’ospedale di Chàteau-Gontier.
Il 2-11-1792 fu rinchiuso nell’ex-convento della Patience il B. Agostino Emmanuele Philippot, nato a Parigi (1716-1794). Per cinquant’anni era stato parroco a Bazouge-des-Alleux. Gli si faceva soltanto il rimprovero di essere poco avveduto nella distribuzione delle elemosine ai poveri. Il 17 dicembre fu arrestato il B. Giuliano Francesco Morin de la Girardière, nato a St-Fraimbault-de-Prières (1733-1794). Egli aveva studiato teologia all’università di Angers. Dopo qualche anno di ministero si era ritirato presso il fratello e si occupava dell’educazione dei suoi nipoti, Di carattere mite, faceva molte elemosine ai poveri. Il 18 dicembre fu arrestato il B. Giovanni Maria Gallot, nato a Laval (1747-1794). Era stato viceparroco a Bazougers e quindi cappellano delle monache benedettine di Laval. Infermo, conduceva una vita ritirata, sostenuta dalla carità dei fedeli.
Il 5-1-1793 venne arrestato il B. Giacomo André nato a Origné (1743-1794). Era stato prima viceparroco a Rouez-en-Chanipagne e quindi parroco di Rouessé-Vassé. Si era ritirato a Lavai dopo che i rivoluzionari gli avevano invaso il presbiterio. Lo stesso giorno fu pure arrestato il B. Giovambattista Triquerie, nato a Laval (1737-1794). Ancora giovane era entrato tra i Frati Minori Conventuali di Olonne, di cui fu pure superiore. In seguito, essendo un religioso di singolare pietà e di stretta osservanza, fu eletto cappellano e confessore delle clarisse di diversi monasteri. Dopo la soppressione del convento di Buron presso il quale esercitava il ministero, si era ritirato a Lavai presso un cugino. Due altri preti anteriormente arrestati furono trasferiti alla Patience: il B. Andrea Buliou, nato a St- Laurent-des-Mortiers (1727-1794), il quale era molto stimato per la pietà, lo zelo e il distacco dai beni terreni dimostrato nei paesi in cui era stato cooperatore parrocchiale e a St-Fort, dove era stato parroco, e il B. Giovambattista Turpin de Cormier, nato a Laval (1732-1794). Costui “era uomo veramente buono, un pastore pieno di zelo. Dedito completamente alle cure pastorali, consacrava tutto il tempo all’adempimento dei suoi doveri, all’istruzione dei fedeli, alla riconciliazione dei peccatori con Dio, al sollievo dei poveri, alla visita degli ammalati. Il suo cuore era pieno di bontà, il suo tratto dolce ed affabile, la sua condotta regolare ed edificante, tutta la vita un modello di ogni virtù sacerdotale”. Come parroco della chiesa della SS. Trinità, l’attuale cattedrale di Laval, mise alla Patience il prestigio di cui godeva al servizio dei confratelli che lo considerarono loro capo.
I mesi per i prigionieri trascorsero lunghi e monotoni. Gl’insorti della Vandea nell’ottobre del 1793 erano riusciti ad occupare Laval ed a rimetterli in libertà, ma essendo stati ricacciati quasi subito dall’esercito repubblicano, essi dovettero fare ritorno nell’ex-convento trasformato in prigione. Il 21-1-1794 ricorreva l’anniversario della decapitazione di Luigi XVI. Per la commissione rivoluzionaria, istituita nel dipartimento della Mayenne con l’incarico di punire il fanatismo vandeano, l’anniversario costituiva una data assai propizia per vendicarsi degli scacchi subiti. La mattina perciò del 21 gennaio i suddetti 14 sacerdoti furono condotti al palazzo di giustizia per essere giudicati.
Il presidente Clément chiese al B. Turpin du Cormier: “Perché non hai prestato il giuramento prescritto dalla legge?” – “Perché attaccava la mia religione ed era contrario alla mia coscienza”, – “Dunque, tu sei un fanatico. Credi ancora in Dio e non ti accontenterai di adorare “L’Essere Supremo”? Hai esercitato il tuo ministero dopo il rifiuto del giuramento ed hai detto Messa?” – “Si”. – “Hai consigliato ai tuoi preti, nelle conversazioni o nella confessione di non prestare giuramento?” – “Cittadino, quando ci hanno chiesto il giuramento, noi ci siamo riuniti e dopo avere conferito vicendevolmente, tutti abbiamo ammesso che la nostra coscienza non ci permetteva di prestarlo”. – “Vuoi fare almeno il giuramento del 1792, quello di Libertà e Uguaglianza?” – “No, perché è contro la legge di Dio”.
La stessa richiesta fu fatta al B. Gallot. Egli ammise di non avere prestato il giuramento e pregò che gliene venisse spiegato il significato. “Essere fedele alla repubblica – disse il presidente – e non professare alcuna religione, né la cattolica, né qualsiasi altra”. – “Cittadino, sulle pubbliche piazze in qualunque luogo, io mi professerò sempre cattolico, non arrossirò mai di Gesù Cristo”. Il D. Pelle rispose al giudice: “Voi mi domandate un giuramento che la religione mi proibì di fare nel 1791; ma il giuramento che oggi richiedete non è altro che una derisione; esso non sarà mai da me prestato, anche a costo della vita: la mia coscienza non me lo permette”. Poiché il presidente insisteva, il martire gli rispose con vivacità; “Mi state proprio a seccare con questo vostro giuramento. Non lo farò, non lo farò, non lo farò!”.
Con il B. Ambroise l’accusatore fu perfido: “Spero che almeno tu non sarai ribelle alla legge giacché non hai condiviso i sentimenti dei tuoi confratelli”. – “lo voglio ubbidire al governo, ma non voglio rinunciare alla mia religione”. – “Ma tu non sei giansenista?”.
“Ammetto di avere sostenuto alcune opinioni che non erano conformi alla sana dottrina, ma Dio mi ha concesso la grazia di riconoscere i miei errori, di confessarli dinanzi ai miei confratelli e di riconciliarmi con la Chiesa. Al momento di comparire davanti a Dio, sono lieto di lavare con il sangue il mio errore”.
L’interrogatorio del B. Triquerie, come già, quello del B. Gallot, manifesta noi modo più inequivocabile il motivo religioso della persecuzione e della condanna. Alla richiesta del giuramento egli rispose: “Cittadino, io sono figlio di S. Francesco; in forza del mio stato devo essere morto al mondo, ne ignoro quindi le leggi. Mio unico scopo quello di pregare Dio per la mia patria, cosa che non ho mai cessato di fare”. – “Non venire qui a farci delle prediche. Dal momento che non sei più cappellano delle monache, chi ti ha dato i mezzi per vivere, non avendo tu beni di fortuna?” – “Cittadino, la carità dei fedeli”. – “Il giuramento che noi esigiamo da te è di essere fedele alla Repubblica, di non professare alcuna religione, neppure la cattolica che è certamente la tua”. – “Io sarò fedele a Gesù Cristo fino all’ultimo respiro”.
Come i precedenti, anche gli altri sacerdoti rifiutarono categoricamente il giuramento loro richiesto perché contrario alla coscienza. Furono perciò condannati ad essere ghigliottinati. Il B. Migoret non si trattenne dal rimproverare al pubblico accusatore la sua ingratitudine dicendogli: “Come, proprio tu, Volcler, chiedi la mia morte? Non ricordi più che ti ho accolto nella mia casa, ti ho fatto sedere alla mia tavola, ti ho amato teneramente?” Siccome la commissione giudicante aveva soltanto il potere di punire quelli che avevano partecipato all’insurrezione della Vandea, nella sentenza ci tenne a mettere in evidenza che i 14 sacerdoti erano stati condannati a morte perché i principi che avevano apertamente professati erano gli stessi che avevano acceso all’interno della Repubblica la disastrosa guerra della Vandea.
Udita la sentenza i confessori esclamarono a voce intelligibile: “Deo gratias!” Poi si prepararono alla morte confessandosi vicendevolmente. L’apostata Guilbert, cancelliere del tribunale e notaio dell’esecuzione, salì sul palco per controllare l’efficienza della ghigliottina. Ne ridiscese stropicciandosi le mani e dicendo: “Tutto va bene”. Attorno al palco ferale furono schierati i soldati, mentre presso una finestra soprastante presero posto gli altri 4 membri del tribunale, pronti a brindare, con bicchieri colmi di vino, alla salute della Repubblica per ogni testa caduta. Una donna Visitandina, più tardi, riferì di aver notato che il cielo, oscurissimo, “si aprì in una vasta luminosità, solcato da alcune strisce rosse, dal palazzo di giustizia fino al palco, senza sorpassarlo”.
Si presentò per primo per essere giustiziato il B. Turpin du Cormier ma fu respinto in coda agli altri dal Volcler perché era considerato il maggior colpevole. Quando cadde la prima testa, egli disse ai confratelli: “È già in cielo”. Il comandante dei gendarmi scattò: “Tacete, imbroglioni, vi proibisco di parlare tra voi; scostatevi gli uni dagli altri”. Quando il B. Pelle salì sul palco, ruppe il silenzio dicendo coraggiosamente alla folla presente: “Avete avuto fiducia in noi, vi abbiamo insegnato a vivere, ora imparate da noi anche a morire”. Il B. Gallot fu portato alla ghigliottina seduto sopra una sedia mentre gli altri cantavano la Salve Regina. Quando venne la volta del B. André, l’ignobile Guilbert lo apostrofò alzando il bicchiere pieno di vino rosso: “Alla tua salute: lo bevo come se fosse il tuo sangue”. Gli rispose il sacerdote: – “E io pregherò per voi”.
Salì per ultimo sul palco il B. Turpin du Cormier recitando il Te Deum. Prima di essere legato, volle baciare con venerazione il tavolato bagnato dal sangue dei suoi confratelli. A mezzogiorno del 31-1-1794 tutto era finito. I corpi dei giustiziati furono seppelliti nelle lande di Croix-Bataille. Nel 1816, con la restaurazione dell’antico regime, i loro resti furono esumati e traslati nella chiesa d’Avesnières. Anche durante la Rivoluzione i fedeli non avevano cessato di recarsi a pregare, di nascosto, sulle loro tombe. Tra i martiri di Laval è compresa anche una donna, la B. Francesca Mésiéres, nata a Mézangers (1745-1794), ed educata dalle Suore di Nostra Signora della Carità di Evron. Nel 1768 si era consacrata all’opera delle scuole parrocchiali a St-Léger, nel distretto di Laval. Quando le fu richiesto di giurare la costituzione repubblicana come maestra, preferì smettere di fare la scuola e di vivere dei piccoli proventi che ricavava dalla assistenza ai malati. Il 5-2-1794 fu ghigliottinata a Lavai per avere ospitato e curato due soldati vandeani, per non avere voluto rivelare un nascondiglio in cui ce n’erano nascosti altri sette e avere rifiutato il giuramento di “libertà e uguaglianza” nuovamente impostole. Prima di salire sul patibolo ringraziò i giudici per il beneficio che le recavano di potersi unire subito a Dio.
Nel gruppo dei martiri di Laval sono incluse anche 2 suore di Nostra Signora della Carità di Evron; la B. Francesca Tréhet, nata a St-Mars-sur-la-Futaie (1756-1794), e addetta alla scuola parrocchiale di St-Pierre-des-Landes fin dal 1783, e la B. Giovanna Véron, nata a Quélaines (1776-1794), anche lei addetta alla scuola parrocchiale di St-Pierre-des-Landes, ghigliottinate entrambe a Erné il 13-3-1794 per avere rifiutato i giuramenti prescritti e nascosto i preti refrattari al giuramento. La B. Tréhet, che spiccava per il suo coraggio, salì sul patibolo cantando la Salve Regina, la B. Véron, che spiccava per la dolcezza verso il prossimo, vi fu portata in barella perché idropica. I loro corpi dal 1814 sono venerati nella chiesa di St-Pierre-des-Landes.
Ritornata a Laval, la commissione rivoluzionaria continuò la sua attività. Il 25-6-1794 condannò alla ghigliottina la B. Maria Lhuilier, nata ad Arquenay (1744-1794). Rimasta presto orfana, era cresciuta analfabeta. Dopo aver prestato servizio presso una signora del luogo, andò a prestarlo presso il convento di S. Giuliano delle Suore Ospitaliere della Misericordia di Gesù, al servizio dell’ospedale di Chàteau Gontier. Dopo molte sofferenze e umiliazioni nel 1778 fu ammessa alla professione religiosa presso lo stesso istituto in qualità di suora conversa con il nome di Suor Maria di Santa Monica.
Nel febbraio del 1794 le religiose furono costrette ad abbandonare l’ospedale e a rifugiarsi nell’ex-convento dello Orsoline a Laval. Sotto l’accusa di aver distribuito a persone bisognose parte della biancheria già corredo delle suore presso l’ospedale, la Beata fu arrestata e condotta davanti alla commissione. Il giudice le dichiarò che sarebbe passato sopra quella infrazione se avesse prestato il giuramento di “libertà e uguaglianza”, ma la martire non ne volle sapere. Il giudice minacciò la ghigliottina a lei e a quante avessero seguito il suo esempio, ma ella rispose: “Tanto meglio per me e per esse. Se avremo la gioia di morire per la nostra fede, più presto avremo quella di vedere Dio”. Le insinuò il giudice: “Vedi bene che vogliamo salvarti e te ne offriamo il mezzo”. Gli rispose la suora: “Tutti i mezzi che mi proponete sono solo per ingannarmi: ma, grazie a Dio, voi non ci riuscirete. Io non voglio perdermi per tutta l’eternità”. All’udire la sentenza di morte, la B. Lhuilzer s’inginocchiò e disse: “Mio Dio, quale grazia mi fate annoverandomi nel numero dei vostri martiri, mentre io sono una grande peccatrice”. Poi da sé stessa si tagliò i capelli. Allora un aiutante del boia l’afferrò, e, con un colpo di sciabola le squarciò le vesti. La martire impallidì all’oltraggio e svenne. Appena riprese i sensi si limitò a dire: “La morte non mi fa paura; ma avreste potuto risparmiarmi questo dolore”. Le furono di nuovo fatte istanze perché prestasse il giuramento prescritto, ma ella sospirò: ” O Dio! Preferire una vita passeggera e caduca ad una vita gloriosa ed immortale! No, no, preferisco la morte”. Prima di salire sul palco, esclamò: “Mio Dio, io devo morire di una morte così dolce, mentre tu hai tanto sofferto per me!” Era il 25-6-1794.
Fa ancora parte del gruppo dei martiri di Lavai il B. Giacomo Burin, nato a Champfleur (1756-1794), presso Alençon (Orne), ma ordinato prete a Le Mans. Allo scoppio della rivoluzione era parroco di St-Martin-de-Connée. Il 20-2-1791 prestò il giuramento richiestogli con la clausola che fossero salvi i diritti del papa. Quando seppe che Pio VI aveva condannato la costituzione civile del clero, la riserva che aveva posta non gli sembrò più sufficiente, motivo per cui, per evitare lo scandalo, egli lesse pubblicamente in chiesa il documento pontificio. Il coraggioso gesto gli valse l’arresto. Grazie ad accorgimenti del suo avvocato difensore, riuscì ad avere la libertà. Fu tuttavia costretto a vivere per circa tre anni lontano dalla sua parrocchia e fingersi mercante ambulante per continuare ad esercitare or qua or là il suo ministero. La legge del 18-5-1793 comminava la pena di morte a tutti i sacerdoti soggetti alla deportazione e trovati sul territorio della Repubblica.
In quel tempo a Courcité viveva la famiglia Lemagre composta da tre ragazze e due giovani. Uno di essi comandava la colonna mobile di Evron, mentre due delle ragazze, patriote esaltate, odiavano i sacerdoti che non avevano giurato e vivevano nascosti. Costoro un giorno finsero di volersi convertire. Chiesero perciò alla vecchia domestica del parroco di Trans, se esistesse nella zona un sacerdote clandestino disposto a confessarle. La vecchietta ne parlò al Burin, in quel tempo nascosto a Loupmgèrcs il quale, senza nulla sospettare, si recò il 17-10-1794 in una fattoria nei pressi della parrocchia di Courcité per raggiungerla l’indomani. Il fattore cercò di dissuaderlo dall’impresa, data la presenza in quel paese della colonna mobile di Evron, ma il sacerdote gli rispose; “Lo devo, vi sono anime da salvare”. Durante la notte piombò all’improvviso sulla fattoria una squadra della colonna mobile. Era la fine. Il fattore svegliò il Burin il quale cercò di fuggire, ma fu scorto presso un pagliaio da due soldati e ucciso a colpi di fucile. Gli si precipitarono quindi sopra e lo trovarono con il calice stretto al petto. Al colmo della gioia uno di essi baciò l’arma, altri bevettero in quel calice.
L’ucciso fu poi denudato e gettato sopra un letamaio. Soltanto durante la notte seguente alcune pietose persone gli diedero onorata sepoltura.



 Sac. Guido Pettinati SSP,
I Santi canonizzati del giorno, vol. 1, Udine: ed. Segno, 1991, pp. 253-260.
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