BB. GIOACCHINO FIRAYAMA, LUIGI FLOREZ, PIETRO DE ZÙNIGA e COMPAGNI (+1622)

Vite di Santi, Beati, Venerabili...

In Giappone molti cristiani subirono il martirio dal 1617 al 1632 in diversi modi e in varie città. Tra essi figurano quelli di cui si parla qui di seguito e che non erano soltanto missionari e sacerdoti.

In Giappone molti cristiani subirono il martirio dal 1617 al 1632 in diversi modi e in varie città. Tra essi figurano quelli di cui trattiamo.
Il B. Gioacchino Firayama, capitano di mare, nacque in Giappone e fu convertito alla religione cristiana dal missionario gesuita B. Baldassarre Torres (+20-6-1626). In seguito egli si era trasferito a Manila, nelle Isole Filippine, si era sposato e aveva preso il nome spagnuolo di Diaz. Un giorno fu assalito dal desiderio di rivedere la patria. Mentre nell'estate del 1620 faceva vela sulla propria fregata verso il Giappone, in compagnia di una dozzina di marinai e di quattro passeggeri cristiani, al largo di Formosa fu assalito da una nave corsara inglese, l'Elisabetta. I pirati protestanti, avendo trovato le lettere d'ubbidienza di due religiosi, furono invogliati a impadronirsi della nave. Dopo la spartizione del bottino, essi condussero i quattro europei e l'equipaggio giapponese al porto di Firando, dove giunsero il 4-8-1620.
Il B. Bartolomeo Gutierrez, agostiniano (+3-9-1632), cercò di liberare i suoi confratelli nel sacerdozio dalla prigionia, ma quando arrivò essi erano già stati sbarcati e consegnati all'agente olandese. Costui aveva subito sottoposto i due missionari a interrogatorio ma, nonostante le minacciate torture e l'oscura prigione in cui furono rinchiusi, essi continuarono a negare di essere dei religiosi nell'intento di salvare la vita all'equipaggio giapponese che li aveva accolti sul bastimento.
I due religiosi catturati dai corsari protestanti erano il B. Luigi Florez, domenicano, e il B. Pietro de Zùniga, agostiniano. Il primo era nato ad Anversa (Paesi Bassi), verso il 1568. I suoi genitori erano emigrati in Spagna, poi nella città di Messico, dove egli vestì l'abito dei Frati Predicatori nel convento di S. Giacinto. Per andare nelle Isole Filippine, dove arrivò nel 1602, dovette cambiare il suo cognome fiammingo Fraryn in Florez. Benché avesse oltrepassato i cinquant'anni, acceso di zelo per la conversione degl'infedeli e desideroso di patire e morire per Cristo, chiese di essere inviato in Giappone.
P. Luigi s'imbarcò il 6-6-1620 sulla fregata del capitano Firayama insieme con il B. Pietro de Zùniga. Costui era figlio di don Alvaro, marchese di Villamarina, sesto viceré della Nuova Spagna (Messico). Nato a Siviglia verso il 1585, ancora in tenera età aveva dato l'addio al mondo e aveva preso l'abito religioso nel convento degli agostiniani della città. Dopo essere stato un ottimo religioso e un buon predicatore, ottenne dai superiori il permesso di recarsi con altri confratelli alle Isole Filippine (1610). Quando apprese la notizia del martirio del B. Ferdinando di S. Giuseppe (+1-6-1617), pure lui agostiniano, e lesse le lettere con cui questi chiedeva operai per quell'ardua missione, fece domanda ai superiori di essere inviato ad evangelizzare i giapponesi (1618). Ebbe così modo di vedere con i propri occhi le persecuzioni alle quali venivano sottoposti i cristiani che non volevano apostatare. Egli stesso dovette vivere nascosto e, dopo un anno, fare ritorno a Manila per ordine dei superiori. Nel capitolo provinciale perorò la causa di quella cristianità, ottenne per essa considerevoli sussidi e di potervi ritornare a predicare il Vangelo.
Il 2 ottobre del 1620 gli olandesi sottoposero i due religiosi a interrogatorio allo scopo di fare confessare ad essi la propria identità. Il governatore di Nagasaki, Gonrocu, non ci teneva affatto a condannarli a morte. Egli conosceva il P. Pietro perché l'anno precedente gli aveva prescritto di andare in esilio. Avrebbe voluto rimandarlo ancora una volta al paese dal quale proveniva, ma egli non poteva compromettersi trasgredendo gli ordini dell'imperatore. Non era perciò spiacente di costatare che i religiosi tenevano celata la loro identità. Tuttavia il 25 novembre dovette presiedere un'udienza alla presenza del signore di Firando e di due apostati; il B. Carlo Spinola, gesuita (+10-9-1622) e diversi altri confessori della fede vi furono chiamati come testimoni. Il P. Spinola dichiarò di non conoscere nessuno dei due imputati, affermò che se uno doveva sempre dichiararsi cristiano, non era obbligato a dichiararsi prete, e ricusò di prestare giuramento perché non ne aveva l'autorizzazione da parte dei superiori. Purtroppo numerosi testimoni giapponesi riconobbero il P. Pietro. Costui, cinque giorni dopo, confessò liberamente di essere sacerdote e dichiarò di avere occultato la sua prerogativa per salvare la vita dei marinai giapponesi innocenti in quella faccenda.
Il missionario fu rimandato in prigione e, alcune settimane dopo, rinchiuso in una gabbia. Anche il capitano Firayama ed i suoi marinai furono arrestati e sottoposti a interrogatori. Il B. Antonio Ircida, gesuita giapponese (13-9-1632), riuscì a introdursi travestito nelle carceri in cui si trovavano e a confessarli. Egli rimase meravigliato dell'allegrezza di cui dava segni il Firayama specialmente, nell'attesa del martirio.
L'identità del P. Luigi Florez era rimasta ancora sconosciuta. Il P. Collado cercò di liberarlo dalla prigione di Firando con l'aiuto di un bravo cristiano giapponese, il B. Luigi Yakisci. Il 4-3-1622 il P. Luigi, fingendo di andare a vuotare nel mare dell'acqua sporca, salì sull'imbarcazione che furtivamente il Yakisci era riuscito ad accostare alla riva. I guardiani diedero tosto l'allarme ed i fuggitivi furono ben presto raggiunti. Il giorno dopo, essendo cominciato l'interrogatorio del Yakisci e dei quattro giapponesi che lo avevano aiutato nell'impresa, il P. Florez confessò di essere prete per abbreviare ad essi le torture. Fu allora inviato alla prigione in cui si trovava rinchiuso il P. Pietro.
Gonrocu dovette informare l'imperatore di quanto era accaduto. Costui, istigato dai protestanti olandesi, che gli dipinsero il P. Pietro come fosse un conquistatore spagnuolo, montò su tutte le furie e diede ordine che i due religiosi ed il capitano Firayama fossero bruciati vivi, e decapitati i dodici marinai che avevano prestato servizio sulla fregata di lui. Anche Luigi Yakisci e i quattro giapponesi che con lui avevano cercato di fare evadere dal carcere il P. Luigi Florez furono in seguito condannati alla decapitazione (2-10-1622).
La sentenza di morte contro i nostri beati fu pronunciata a Nagasaki, dove erano stati trasferiti per ordine del governatore. A lui il capitano Firayama aveva chiesto: "Perché l'imperatore del Giappone ci fa mettere a morte senza che siamo colpevoli di qualche crimine?". Gli rispose Gonrocu: "Perché è proibito in Giappone di predicare la legge di Cristo e a tutti i giapponesi di praticarla". Prima che i condannati a morte fossero avviati al luogo del supplizio fuori città, un domenicano, il P. Pietro Vasquez, era riuscito a penetrare nella prigione in cui si trovavano e a confessarli. Dopo di lui un prete apostata, Araki, cercò d'indurli a rinnegare la propria fede per avere salva la vita, ma non ottenne alcun risultato.
Mentre i dodici marinai ed i due religiosi, vestiti con l'abito del loro Ordine, il 19-8-1622 venivano condotti al supplizio tra due fitte ali di popolo, il capitano Firayama continuava a predicare a gran voce quello che lo Spirito Santo gli suggeriva di dire. I due religiosi, che non sapevano ancora esprimersi bene in giapponese, ogni tanto gli si avvicinavano all'orecchio e gli proponevano argomenti appropriati alla circostanza. Le guardie rimasero annoiate dell'insistenza con cui esortava il popolo ad abbandonare il culto degli idoli, motivo per cui gli ordinarono di tacere. Il martire chinò umilmente la testa, ma dopo un po' di tempo le supplicò con dolcezza di permettergli di usare come meglio credeva dei suoi ultimi istanti di vita. Fu accontentato. Egli allora continuò a parlare di Cristo Gesù e della religione cristiana con grande ardore finché non fu legato al palo che gli era stato assegnato. Essendo esso mal conficcato nel suolo, stando in piedi, lo rese stabile pestando ben bene tutt'intorno la terra.
Tra la folla che si era ammassata per assistere al martirio degli intrepidi confessori della fede, c'erano tre domenicani, in abiti civili, tra cui il B. Domenico Castellet (+8-9-1628). Con i numerosi cristiani presenti, anch'essi cantarono il Magnificat e il Laudate Dominum. Per primi furono decapitati i dodici marinai senza che fosse concesso loro il minimo spazio di tempo per fare orazione. Subito dopo i carnefici diedero fuoco alle cataste di legna erette davanti ad ogni condannato a morte. Il fuoco veniva da essi moderato a bello studio per allungare il più possibile il terribile supplizio ai tre martiri, ma costoro resistettero eroicamente ai tormenti per quasi due ore benché fossero legati ai pali con deboli corde nella speranza di vederli fuggire in seguito all'eccessivo dolore.
Il primo a morire bruciando e pregando con gli occhi rivolti al cielo fu il P. Luigi Florez. Lo seguì Firayama che aveva voluto prepararsi alla morte facendo per otto giorni gli esercizi spirituali secondo il metodo di S. Ignazio di Loyola. Fino a che le forze glielo permisero egli continuò a predicare con una voce così potente da essere udito anche da coloro che erano accorsi ad assistere al supplizio in barca e si trovavano in riva al mare.
Quando tutti spirarono, i cristiani presenti intonarono il Te Deum. I corpi dei giustiziati furono vigilati per cinque giorni dai soldati. Poi il governatore di Nagasaki, contro ogni aspettativa, permise che i cristiani dessero loro onorevole sepoltura. Le reliquie del B. Pietro de Zùniga furono portate a Macao e collocate nella chiesa dei gesuiti; quelle del B. Luigi Florez furono deposte nella casa di una vedova, dove i domenicani solevano radunarsi per celebrare i divini misteri e predicare. Pio IX beatificò il 7-5-1867 205 martiri giapponesi. Tra essi figurano anche i sopraindicati.
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Sac. Guido Pettinati SSP,
I Santi canonizzati del giorno, vol. 8, Udine: ed. Segno, 1991, pp.195-198
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