B. TITO BRANDSMA (1881-1942)

Vite di Santi, Beati, Venerabili...

Nasce a Bolsward, nei Paesi Bassi. Entrato nell'Ordine Carmelitano, è deportato nel campo di concentramento di Dachau, dove viene ucciso con un'iniezione da un medico del campo il 26 luglio 1942. Fu uno dei primi avversari della dittatura nazista e per essersi espresso a chiare lettere contro la persecuzione degli ebrei, la Gestapo lo arresta il 19 gennaio 1942 nel suo monastero di Nijmwegen. Per quanto gravemente ammalato, viene deportato a Dachau. In un rapporto della Gestapo si legge: «Il professor Brandsma deve essere considerato un nemico della causa nazionalsocialista. Si tratta di un uomo molto pericoloso». Il 3 novembre 1985 Giovanni Paolo II lo proclama beato.

Questo sacerdote, religioso carmelitano olandese, giornalista e professore universitario, nacque il 23-2-1881 nella fattoria di Ugokioster, a 2 chilometri da Bolsward (Frisia), quinto dei 6 figli che Tito, benestante allevatore di bestiame, ebbe da Tjitse Postma, donna di gracile costituzione, ma molto pia. Il giorno stesso in cui nacque fu battezzato in San Martino con il nome di Anno Sjoerd. I Brandsma ebbero pochi amici nella regione, popolata com'era soprattutto da protestanti, ma tanto in famiglia quanto in parrocchia trovarono gli aiuti necessari per vivere coerentemente la loro fede. Ogni sera dopo la cena recitavano il rosario. Papà Tito nelle lunghe sere invernali leggeva ai figli anche la Bibbia e insegnava, seduto al pianoforte, i più lieti canti. Alla sua scuola 3 delle 4 figlio si fecero suore, e i 2 figli si fecero religiosi.
Anno cominciò a frequentare la scuola cattolica di Bolsward appena giunse all'uso di ragione. Ali anni fece la prima comunione, poi entrò nel collegio dei Francescani di Megen, sulla Mosa, dove l'anno successivo fu raggiunto dal fratello Enrico. Vi rimase per 6 anni, cioè fino al completamento degli studi superiori. Essendo piccolo di statura, i compagni lo chiamavano il punto, ma egli tollerò pazientemente il nomignolo perché la natura lo aveva fatto tollerante. Egli si sarebbe fatto volentieri francescano con il fratello, ma essendone stato dissuaso a motivo della scarsa salute, il 17-9-1898 entrò nel convento carmelitano di Boxmeer, poco lontano da Megen, per restare giorno e notte davanti al volto di Dio in compagnia di S. Teresa d'Avila e di S. Giovanni della Croce. Più tardi confesserà: "La spiritualità del Carmelo, la vita di preghiera e soprattutto la particolare devozione di Maria mi hanno guidato nella mia scelta".
Il 22-9-1898 entrò in noviziato. Assunse il nome di suo padre, Tito, e cercò di compiere i suoi doveri, anche i più ordinari, con molta semplicità e soltanto per piacere a Dio.
Dopo la professione religiosa il Beato iniziò lo studio della filosofia e approfondì quello sulla mistica carmelitana. Ne rimase talmente conquiso che suggerì ai confratelli di tradurre dal francese un'antologia degli scritti di Santa Teresa d'Avila. Nel frattempo Dio lo perfezionava nella virtù permettendo che un'ulcera gastrica lo tormentasse fino a sbocchi di sangue. Egli sentì il peso dell'inattività a cui ogni tanto era costretto, ma finì col porre tutta la sua fiducia solamente nel Signore. Fece il primo anno di teologia a Zenderen e i rimanenti a Oss, nel Brabante. Passerà in questa città circa vent'anni, intento alla soluzione dei vari problemi della chiesa locale e della sua stampa. Poiché gli piaceva scrivere, benché non possedesse uno stile molto brillante, col permesso dei superiori divenne giornalista. Concepì persino e diede vita, con alcuni compagni, alla rivista "Dal Carmelo d'Olanda", più frutto di giovanile entusiasmo che di vera efficienza.
Tito si preparò al sacerdozio con una certa libertà di pensiero che destò preoccupazioni nei superiori. Non cadde nelle insidie del modernismo, ma con il suo fare e il suo dire alquanto arroganti finì con l'infastidire i confratelli. Il 17-6-1905 fu ordinato sacerdote alla presenza dei familiari al completo nella cattedrale di s'Hertogenbosch. I suoi compagni ritenevano che i superiori lo avrebbero mandato a Roma a proseguire gli studi presso qualche università, invece, per aiutarlo a vincere il suo temperamento presuntuoso e testardo, lo nominarono sacrista della chiesa annessa al convento. Il Beato ne fece tesoro dicendo: "I superiori sanno quello che Tito non sa". P. Uberto Driessen, procuratore generale dell'Ordine, che conosceva i talenti di P. Tito perché gli aveva fatto scuola di filosofia, rimosse i dubbi che circolavano sul suo conto, e ottenne di condurlo con sé a Roma per la laurea in filosofia presso la Pontificia Università Gregoriana. Riuscì a conseguirla nel 1909 a prezzo di durissimi sforzi. Più volte cadde malato a lungo, motivo per cui il suo protettore, il P. Uberto, nell'estate del 1907 lo condusse con sé in Austria e in Baviera per un periodo di riposo.
A Oss, dove ritornò, il P.Tito fu incaricato di insegnare filosofia ai giovani chierici. Ai vecchi testi ne sostituì dei nuovi che si ispiravano alla scuola del Card. Desiderato Mercier (+1926), e per conferire serietà agli studi e alla vita religiosa collaborò con il P. Uberto, nominato provinciale dell'Olanda, ai progetti di rinnovamento da lui escogitati. Gli alunni lo amarono come un fratello benché possedesse una voce monotona e sgradevole e l'accompagnasse con gesti maldestri.
Per l'attuazione dei loro progetti, i Carmelitani più aperti alle necessità del popolo di Dio, diedero origine a una rivista intitolata "Rose del Carmelo" che in due anni raggiunse la tiratura di 13.000 copie. Il P. Tito ne fu l'anima con la redazione e la collaborazione. Era intimamente persuaso della straordinaria importanza della stampa cattolica per la diffusione dei principi evangelici. La varietà degli impegni quotidiani non gli impedì di attendere pure allo studio dei mistici dell'Ordine Carmelitano. Potè così a poco a poco maturare nella radicale conformità al volere di Dio. Nel 1917 iniziò la traduzione dallo spagnuolo delle Opere di S. Teresa di Gesù. Furono programmati sette volumi. Il primo, tutto opera di P. Tito, vide la luce l'anno successivo e fu un successo. Nel 1919, in seguito al suggerimento del P. Uberto, accettò di dirigere il giornale "Città di Oss", che navigava in cattive acque e lo salvò da morte sicura.
Pur vivendo fuori della Frigia, sua terra di origine e roccaforte del protestantesimo, il P. Tito si adoperò per acquistare a Dokkum il terreno su cui, secondo la tradizione, era stato martirizzato S. Bonifacio (+754), e organizzare un pellegrinaggio nazionale che fu guidato nel 1926 dall'arcivescovo di Utrecht. In quell'occasione fu posta la prima pietra di un santuario con soddisfazione anche dei protestanti. Per favorirne l'avvicinamento alla comune cultura cristiana tradusse in frisone l'Imitazione di Cristo con l'aiuto di un protestante, e fin dal momento in cui divenne professore universitario lottò a lungo e strenuamente perché nelle università olandesi fosse istituito un corso di lingua e cultura frisoni.
Dal 1909 al 1923 il P. Tito trascorse a Oss i migliori anni della sua esistenza. A contatto della spiritualità carmelitana diventò più padrone di sé, convinto di dovere "fare le cose ordinarie con cuore grande", di "guardare agli uomini con gli occhi di Dio" e di "amarli come lui li ama". Stare con lui era una festa tanto sapeva mettere tutti a proprio agio. Per aiutare i poveri che ricorrevano alla sua generosità commise persino qualche imprudenza, motivo per cui il Provinciale non lo nominò più priore del convento alla prima scadenza del suo mandato. Tuttavia rimase convinto che "senza povertà il religioso è un fariseo, un borghese, anche se vestito da povero".
Nel 1923 a Nimega fu fondata l'Università Cattolica. Il P. Tito ne fu nominato professore il 27 giugno anche se in filosofia non si era distinto per particolari ricerche. Di lui un alunno attestò: "Egli mi ha sempre impressionato come professore di mistica. Conosceva per esperienza personale cosa significa essere in unione con Dio e ascoltare la sua voce".
Dovendo insegnare anche storia della mistica medioevale olandese fece di tutto perché fosse eretto un Istituto con una sua rivista specializzata e un suo archivio di microfilms e di diapositive. E quando nel 1929 gli fu dato di aprire a Nimega un convento di Carmelitani, pensò subito a un congresso di mistica a cui ne seguirono altri tre. Era persuaso che l'attività di Carmelitani doveva "essere sempre radicata nella contemplazione, essendo essa solo la fonte dell'apostolato e garanzia di risultati".
Nel 1932 il P. Tito per un anno fu eletto Rettore Magnifico dell'Università di Nimega per la capacità che aveva di tessere con semplicità e schiettezza rapporti di amicizia con tutti. In questa veste, in viaggi ufficiali, s'incontrò a Milano con il P. Agostino Gemelli (+1959), fondatore dell'Università Cattolica del S. Cuore, e a Roma con Pio XI (+1939). Per motivi di studio e di ricerca visitò in seguito pure la Spagna, la Germania, l'Irlanda e gli Stati Uniti tenendo conferenze sulla mistica e occupandosi dell'organizzazione della stampa in qualità di assistente nazionale dei giornalisti cattolici, carica che gli fu conferita nel 1935 da Mons. De Jong, arcivescovo di Utrecht e metropolita dell'Olanda. Divenuto con tessera membro della federazione internazionale dei giornalisti, si adoperò non soltanto perché fossero spiritualmente bene assistiti, ma anche convenientemente retribuiti dalla direzione dei vari giornali.
Ogni tanto i dolori di stomaco costringevano il Beato alla inattività. Anziché lamentarsene ne faceva una scala per salire al cielo. Nei momenti più tristi meditava la frase di S. Teresa: "Niente ti turbi, niente di sgomenti. Tutto passa, Dio non muta. La pazienza vince ogni cosa. A chi ha Dio nulla manca. Dio solo basta!". In un ritiro spirituale ebbe a dire quasi parlando a se stesso: "Non servire il Signore con sospiri… Tieni il sorriso sul tuo volto, e guarda la sofferenza in una luce più sublime in cui essa appare un gesto di amore di Dio per tè e un motivo di contentezza. La gioia non è una virtù, ma un effetto dell'amore". Sul finire del 1939 la sua salute peggiorò di colpo. In una clinica di Amsterdam gli fu riscontrata una malattia del tutto nuova causata da colibacilli nella vescica.
In quel tempo in Olanda stavano per spuntare giorni molto duri dopo che Hitler, all'alba del 10-5-1940, ne aveva ordinata l'invasione da parte delle sue truppe. Il nazionalsocialismo da lui ideato trovò una netta opposizione da parte dei vescovi.
Anche P. Tito comprese la gravità della situazione. Pur non avendo la stoffa dell'eroe, nelle lezioni all'Università soleva dire: "In questo momento è necessario che ci siano uomini pronti a portare sulle proprie spalle la sofferenza del mondo", ignorando ancora che sarebbe toccato a lui fare da Cireneo. Tanto lui quanto i suoi colleghi vennero definiti dai nazisti "simpatizzanti del comunismo", perché dimostravano quanto fossero filosoficamente errati i loro principi sulla nazione, lo stato e la razza germanica. Per volere della S. Sede, fin dal 1938 tutti gli studiosi cattolici erano stati esortati a confutare su basi scientifiche le teorie nazionalsocialiste.
A poco a poco la propaganda nazista cercò di impossessarsi di tutti i mezzi di comunicazione sociale. Ai religiosi che insegnavano nelle scuole fu decurtato del 40% lo stipendio e fu proibito di essere direttori di istituti scolastici. P. Tito, che era allora anche preside della Federazione delle direzioni delle scuole cattoliche, F8-3-1941 scrisse alla sorella: "Se non prendiamo posizione verremo calpestati. In ogni caso devono sapere che cosa consideriamo come nostro diritto. Comunque vadano a finire le cose, cercheremo di rimanere calmi e rassegnarci all'inevitabile. Dio avrà l'ultima parola. Nelle sue mani siamo sicuri. Al suo ordinamento nessuno può resistere". Il Dipartimento dell'Educazione diede ordine a ogni genere di scuola di non accogliere i figli degli ebrei. P. Tito reagì immediatamente facendo giungere ai direttori scolastici una lettera circolare in cui diceva: "Noi non possiamo rifiutare loro l'ammissione alle nostre scuole".
Le associazioni cattoliche per ordine dei nazisti furono poste al servizio del Movimento Nazionale Olandese. I vescovi proibirono ai cattolici di aderirvi, preoccupati com'erano di conservare intatta la loro fede. Alla stampa cattolica, forte di 25 quotidiani, non fu permesso di rifiutare, per motivi di principio, la pubblicazione di annunci presentati dal Movimento Nazionalsocialista Olandese. Mons. De Jong, arciv. di Utrecht, il 20-12-1941 convocò P. Tito, e gli parlò a lungo della necessità di avvicinare
personalmente i direttori dei vari giornali per esortarli a rifiutare annunci e articoli dei nazionalsocialisti, ostinati propagatori di principi contrari ai dogmi della Chiesa. P. Tito condensò in una lettera i motivi per cui i vescovi avevano preso quella grave decisione e, all'inizio del 1942, la portò personalmente ai direttori dei giornali spostandosi in treno da un capo all'altro dell'Olanda. Qualche delatore ne informò Janke, il capo dell'ufficio stampa nazista, il quale scrisse al suo superiore: "Propongo che il P. Tito Brandsma sia arrestato subito e messo in campo di concentramento".
Benché pedinato dai servizi di sicurezza tedeschi, il Beato rifiutò di starsene nascosto. La sera del 19 gennaio fu arrestato da due poliziotti nel convento di Nimega. Nel tradurlo al carcere di Arnhen vestito da prete secolare uno di loro gli disse: "Lei non avrebbe dovuto accettare l'incarico dell'Arcivescovo". Il giorno dopo fu trasferito a Scheveningen, nei pressi dell'Aia, e rinchiuso nell'hotel Orango trasformato in carcere.
Il 21 gennaio fu interrogato da Hardegen, funzionario di polizia, in merito soprattutto alla stampa cattolica. Il Beato senza tentennamenti gli rispose che la Chiesa Cattolica non intendeva compiere un atto di sabotaggio contro i tedeschi, ma soltanto tener fede ai principi basilari del Vangelo. E dichiarò che gli esponenti di quella protesta erano l'arcivescovo e lui, e nessun altro.
L'azione del P. Tito fu giudicata pericolosa. Hardegen nel suo rapporto a Berlino tra l'altro scrisse: "Sembra opportuno un lungo arresto di protezione del Prof. Brandsma". Dal prigioniero richiese pure una risposta scritta alla sua domanda: "Come mai gli olandesi e in particolare la Chiesa Cattolica si oppongono così tenacemente al Movimento Nazionalsocialista Olandese?". In nove cartelle il P. Tito il 22 gennaio, con estrema sincerità, dichiarò che il popolo olandese rifiutava il nazionalsocialismo perché ostacolava la religione, le faceva violenza. Terminata l'inchiesta, P. Tito pensava che la sua vicenda si sarebbe chiusa in breve tempo, invece dovette rimanere in carcere fino al 12 marzo. Scrisse allora un diario intitolato: "La mia cella" da cui traspare la grande serenità che gli dava il pensiero di "trovarsi nelle mani di Dio".
Nella stanza dell'albergo costruì alla meglio un piccolo altare, e su di esso collocò un crocifisso con ai lati le immagini della Madonna del Carmino, di S. Teresa e di S. Giovanni della Croce. Nel diario scrisse: "Beata solitudine. Mi trovo in questa cella come in casa. E finora non mi sono annoiato. Anzi, è il contrario. Sono solo, è vero, ma mai il Signore mi è stato così vicino. Sento la voglia di gridare per la gioia perché Egli di nuovo nella sua pienezza si è fatto trovare da me… Egli è il mio unico rifugio e mi sento protetto e felice. Rimarrò qui sempre, se il Signore così dispone. Raramente sono stato così felice e contento". Dopo un mese circa scrisse una poesia che è rimasta famosa. Essa inizia così: "O Gesù, quando ti guardo mi sento rivivere. Ti voglio bene. Sento che anche tu mi vuoi bene e che ti sono molto amico. Volerti bene mi costa; infatti sono nella sofferenza. Ma ogni sofferenza va bene per me. Così ti rassomiglio, Gesù. Così cammino verso il ciclo con te".
Il 12 marzo 1942 P. Tito fu trasferito al campo di Amersfoort, e incaricato con altri prigionieri del taglio degli alberi. Il lavoro, sproporzionato alle sue forze, gli causò una inarrestabile dissenteria. Fu portato in infermeria. Tra i malati esercitò subito un grande apostolato. Con tutti, cattolici, protestanti ed ebrei fu tanto servizievole che i più giovani presero a chiamarlo "zio Tito". Il loro discorso cadeva sovente sopra gli inumani trattamenti che ricevevano dai gendarmi del campo, ma egli non si stancava di ripetere: "Bisogna pregare per loro". Agli inizi della settimana santa uscì dall'infermeria e fu mandato in cucina a sbucciare le patate. Il venerdì santo tenne una conferenza sul mistico olandese Gerardo Groote a una ventina di professionisti giunti da poco da Amsterdam prendendo lo spunto dalle loro inaudite sofferenze.
Il 28 aprile il funzionario di polizia, Hardegen, richiamò Tito Brandsma a Sheveningen. Voleva rendersi conto se la durezza di vita del campo di concentramento gli aveva fatto cambiare idea. Dovette ricredersi. Il religioso carmelitano gli disse senza mezzi termini che riteneva suo dovere difendere la fede cattolica contro le dottrine propugnate dal nazionalsocialismo. Lo fece perciò trasferire al campo di sterminio di Dachau, costruito nei pressi di Monaco. Tito ne diede notizia alla sorella dicendo che "Dio è dovunque", e che ha "la fortuna di lasciare passare tutto tranquillamente". Prima di esservi internato trascorse circa un mese nel carcere di Kleve dove poté, dopo tanti mesi, prendere parte alla Messa, fare la comunione e pregare in pace nella chiesetta del carcere. Il cappellano P. Ludwig Deimel cercò in tutti i modi di trasformare l'arresto protettivo di Tito in soggiorno coatto in un convento della Germania, ma Hardegen vi si oppose dicendo che Tito "era molto pericoloso per l'ordine pubblico".
Il 13 giugno il Beato partì incatenato come un malfattore per Dachau, il più antico dei sedici campi di sterminio fatti costruire da Hitler per gli oppositori al suo regime. Vi giunse chiuso in un carro bestiame il 19 giugno. Gli venne consegnata una maglia di cotone, un paio di pantaloni e una giacca a strisce segnata con il N. 30.492, che indossò solamente dopo una disinfezione generale. Nel blocco N. 28, riservato ai sacerdoti e ai religiosi, incontrò volti già noti. Cercò di farsi notare il meno possibile dai dirigenti, ma non riuscì a evitare le loro botte e i loro calci perché, malato com'era, rifaceva male il proprio giaciglio o inciampava negli zoccoli che non erano della sua misura. A chi lo esortava a fare un esposto al comando del campo si limitava a dire: "Preghiamo per loro".
Tito fu destinato a togliere erbacce da un campo distante due chilometri dal blocco. A contatto dei compagni di sventura divenne ben presto padre di tutti. La sera, dopo la miserabile cena, percorreva la strada che divideva il campo in due parti per recitare il rosario, confessare e confermare nella fede i dubbiosi o rianimare coloro che erano prossimi a cadere nella più nera disperazione. Nel blocco N. 26, riservato ai sacerdoti tedeschi, ogni giorno si celebrava la Messa. Con i più diversi stratagemmi P. Tito riusciva ad avere un'ostia consacrata che nascondeva entro la busta degli occhiali per cibarsene di nascosto o adorarla quando di notte, per lo sfinimento o per i piedi che gli sanguinavano, non riusciva a prendere sonno. Nell'ultima lettera che scrisse alla sorella il 12 luglio, tra l'altro le disse senza convinzione: "Sto bene. Bisogna abituarsi alle nuove situazioni, il che riesce anche qui, con l'aiuto di Dio. Nostro Signore mi aiuterà anche in seguito… Non preoccupatevi di me. In Cristo, vostro Anno".
Verso la metà di luglio il P. Tito fu dispensato dal lavoro a causa del suo stato di spossatezza. Il 18 luglio, sabato, accettò di trasferirsi al blocco-ospedale, il Rivier. Fu subito messo nella lista di quelli che dovevano morire tant'erano precarie le sue condizioni di salute. Sul suo corpo i medici fecero degli esperimenti. Il martire si limitò a esclamare: "Non la mia, ma la tua volontà sia fatta, o Padre". Un inserviente cattolico almeno due volte gli fece avere la comunione e lo tenne in comunicazione con l'esterno fino a quando non mangiò più e perdette la conoscenza. Fu allora che il medico preparò la siringa con acido fenico e l'infermiera olandese, cattolica non praticante, glielo iniettò nella vena. P. Tito morì dopo dieci minuti. Erano le 14 del 26-7-1942. Alla famiglia dissero che il decesso era avvenuto per infezioni intestinali. La sua salma fu cremata tre giorni dopo.
Giovanni Paolo II il 9-11-1984 riconobbe il martirio del P. Tito Brandsma e il 3-11-1985 lo beatificò. L'infermiera che gli procurò la morte ritornò alla pratica della fede, ma volle restare sconosciuta. A lei il martire aveva fatto dono della sua corona del rosario. Poiché gli aveva fatto osservare che non sapeva pregare, le aveva raccomandato di dire soltanto l'ultima parte dell'Ave Maria: "Prega per noi peccatori". Gli diede ascolto e ritornò alla pratica della fede.
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Sac. Guido Pettinati SSP,
I Santi canonizzati del giorno, vol. 7, Udine: ed. Segno, 1991, pp. 271-280
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