B. RODOLFO ACQUAVIVA e COMPAGNI (+1583)

Vite di Santi, Beati, Venerabili...

Il beato Rodolfo Acquaviva fa parte del gruppo di cinque gesuiti martiri celebrati sotto il nome di “Martiri di Salsette”, dal nome della Missione posta in detta penisola indiana. Essi sono:
Rodolfo Acquaviva, Alfonso Pacheco, Antonio Francisco, Francesco Aranha e Pietro Berno. Tutti diversi fra loro come nazionalità, nascita, formazione e personalità, ma tutti uniti intimamente nell’anelito missionario e ideale cristiano e che la sorte accomunò nel martirio. Il nobile Rodolfo Acquaviva, nato il 2 ottobre 1550 da Giangirolamo Acquaviva duca di Atri (Teramo), entrò il 2 aprile 1568 nel celebre Noviziato romano dei Gesuiti dove fu ordinato sacerdote. Partì per l’India il 24 marzo 1578, incaricato di recarsi alla corte del Gran Mogol, Akbar (1542-1605). In seguito padre Acquaviva fu nominato superiore della missione nella Penisola di Salsette dove, mentre stavano issando una croce, furono barbaramente uccisi. Il processo di beatificazione si concluse sotto papa Leone XIII, che li elevò alla gloria degli altari come Beati il 30 aprile 1893. Festa il 25 luglio per tutti.

Sono cinque i gesuiti beatificati da Leone XIII il 2-4-1893, diversi per nazionalità, formazione e cultura, ma tutti uniti dal comune ideale religioso-missionario e dalla grazia del martirio. Essi sono i sacerdoti Rodolfo Acquaviva, Alfonso Pacheco, Pietro Berno, Antonio Francisco e il fratello coadiutore Francesco Aranha.
Protagonista del glorioso manipolo di eroi fu il B. Rodolfo, nato il 2-10-1550 da Giangirolamo, duca di Atri (Teramo), e da donna Margherita Pia di Savoia dei Signori di Carpi (Modena), imparentati con le più nobili famiglie italiane, tra cui quella dei Gonzaga. Come S. Luigi (+1591), anche Rodolfo fin dalla più tenera età si sentì inclinato alla vita religiosa, e ne diede prove con lunghe orazioni, ripetute mortificazioni di gola, e uno sviscerato amore per i malati e i poveri. Il padre scambiò il desiderio che un giorno gli manifestò di farsi religioso come frutto di leggerezza d'animo e di giovanile melanconia.
Fino ai diciassette anni Rodolfo condusse una vita tanto regolata che i suoi congiunti lo chiamavano lo "stoico". Per metterne a prova la virtù una notte gli introdussero nella camera una cortigiana, ma egli vinse l'insidia cacciandola prontamente. Nel 1568 si recò a Roma con il padre.
Suo zio, Claudio, che più tardi sarebbe stato il quinto Proposito generale della Compagnia di Gesù, si era appena fatto gesuita ed egli doveva sostituirlo presso il papa S. Pio V (+1572) nella funzione di cameriere segreto, ma mentre pregava nella chiesa di Santa Maria della Strada, sentendosi invadere da un insolito ardore, determinò di farsi gesuita. S. Francesco Borgia (+1572) ne diede notizia al padre il quale volò direttamente alla corte papale per impedire tanta iattura alla famiglia. Sognava per Rodolfo il cardinalato, al quale più tardi furono elevati due altri suoi figli, Giulio e Ottavio, ma il beato tanto insistette che ebbe dal papa la licenza di seguire le ispirazioni del cielo.
Durante il noviziato romano l'Acquaviva ebbe come compagno, per quattro mesi, S. Stanislao Kostka (+1568), al quale somigliò non solo per la nobiltà d'origine e i contrasti sostenuti per seguire la vocazione, ma anche per la fervorosa pietà, la purezza, la carità, l'umiltà e l'ubbidienza.
Non avendo Rodolfo grande cultura quando si fece gesuita, chiese ai superiori di essere lasciato nell'umile grado di fratello coadiutore, ma essi dopo la professione religiosa lo inviarono a completare gli studi a Macerata (1569). Essendo il collegio molto povero, il beato non disdegnò di prendersi cura del refettorio e di uscire a questuare in città e nelle campagne rivestito di una veste logora e corta che il cuoco gli imprestava.
Il beato fece gli studi superiori di filosofia a Roma nel Collegio Romano e quelli di teologia nel Collegio Germanico. Per i progressi da lui fatti nel sapere fu incaricato di ripetere agli studenti di filosofia le lezioni di fisica e, per la maturità di giudizio da lui dimostrata, gli fu affidata la direzione della Congregazione Mariana. Aveva scelto come modello da imitare S. Francesco Saverio (+1552), e per sua intercessione sperava di essere mandato un giorno ad evangelizzare gl'indiani. Il P. Carlo Mastrilli, che per quattro anni gli fu compagno, asserì "di non avere mai notato in lui il più lieve fallo, benché per l'ammirazione che gli portava lo osservasse minutamente in ogni atto"
Quando Rodolfo era fanciullo, tre dei suoi paggi dichiararono di averlo udito asserire con semplicità "di sapere di certo, senza poter dire come, che, cresciuto in età, sarebbe andato in India e che là sarebbe morto per la fede". Per incrementare le missioni dell'oriente, il P. Everardo Mercuriano, che era succeduto nel governo dell'ordine a S. Francesco Borgia, decise d'inviare colà quaranta gesuiti in una sola volta delle province d'Italia, di Spagna e di Portogallo sotto la guida del P. Alessandro Valignano (+1606), iniziatore delle missioni dei Gesuiti in Cina prima con il P. Michele Ruggieri (+1607) e poi con il P. Matteo Ricci (+1610). Tra gli eletti figuravano oltre i due suddetti, il P. Alfonso Pacheco, nato da una delle famiglie più illustri delle Catalogna nel 1551, e "vero figlio della Compagnia" dal 1567; Rodolfo Acquaviva, al quale i superiori non volevano dare la licenza a motivo delle frequenti malattie, e Pietro Berno, da appena quattro mesi novizio in Sant'Andrea al Quirinale, nato nel 1553 da un modesto artigiano di Ascona (Canton Ticino), trasferitesi a Roma in cerca di miglior fortuna. Costui, che aveva già iniziato con successo gli studi ecclesiastici, ed era stato nominato prefetto nel Collegio Germanico a causa della sua maturità di senno, terminò il noviziato in Lisbona prima di partire per Goa (India), colonia dei portoghesi.
L'Acquaviva ricevette l'ordinazione sacerdotale nella capitale del Portogallo. Arrivò a Goa il 13-9-1578 dopo sei mesi di navigazione durante i quali fu costretto a dormire in una stanzetta così bassa da non poterci stare seduto o inginocchiato. Gli fu assegnato il compito d'insegnare filosofia agli alunni del collegio. Agli amici d'Europa non mancò di fare conoscere la propria gioia perché era stato chiamato da Cristo a faticare e a patire per Lui; a vivere distaccato da tutto per cercare soltanto il regno dei cieli; a farsi fanciullo per imparare la lingua e le consuetudini degli indigeni.
Il P. Pacheco, dopo un breve viaggio in Europa, nel 1581 fu nominato superiore della missione di Salsete, piccola penisola al sud di Goa, composta da sessantasette villaggi. In quelli di Morgàn e Coulàn già faticava con ottimi frutti il P. Berno, benché con zelo talvolta indiscreto.
Con l'aiuto dei portoghesi e d'accordo con il P. Pacheco non esitò ad abbattere i templi degli idoli con grande ira dei pagani e a distruggere un formicaio per il quale gl'infedeli avevano una somma venerazione. Il P. Berno, per impedire che i pagani continuassero a compiere davanti ad esso grandi sacrifici, un giorno lo atterrò e lo profanò con il sangue e le carni di una vacca, animale sacro per gli indiani.
In quel tempo il P. Rodolfo, per la straordinaria stima che i superiori avevano riposto in lui, fu messo a capo della piccola spedizione incaricata di recarsi alla corte del Gran Mogor, Maometto Akbar (+1605), il quale aveva manifestato il desiderio di conoscere il Vangelo. Allo zio Claudio il beato così ne scrisse: "Siamo mandati morti destinati fra mori, così poco osservanti della parola. In realtà vi andiamo con somma consolazione perché abbiamo occasione di patire per il Signore; e andiamo in parti lontane a cercare anime, conforme all'esempio che Egli ci diede; e quando per suo amore avessimo a spargere il sangue, cosa molto facile in questa missione, felici noi!… E tanta la mia consolazione, che sto fuori di me, e desidero quel giorno tanto, che non trovo riposo per me".
Il Beato, non ancora trentenne, fu ricevuto il 17-2-1580 dal sovrano con grande solennità alla reggia di Fallipur. Il sabato di ogni settimana gli fu concesso di trattare della religione con i sapienti maomettani. Per essere in grado di esprimere meglio dell'interprete le verità della fede, il missionario studiò il persiano, ma i dottori del corano impedirono al re, più desideroso del resto di conoscere gli usi degli europei che di convertirsi, di permettere la conversione dei maomettani al cristianesimo. P. Rodolfo ebbe molto a soffrire delle ostilità incontrate. Nel settembre del 1580 scrisse difatti al P. Rettore di Goa: "Sappia che non sono pochi quelli che qui ci desiderano la morte… Non ci mancano mille occasioni di molestie, e dentro dell'anima e di fuori, di modo che alle volte mi viene a noia la vita". Sperava la corona del martirio perché pubblicamente aveva avuto il coraggio di dire che Maometto (+632) non era profeta di Dio, ma il re, che lo proteggeva, si era limitato a farlo avvertire di non dire male del profeta almeno in pubblico.
Allo scopo di fecondare le sue fatiche, per tre anni il Beato condusse tra i maomettani una vita più mortificata e ritirata, si disciplinò fino al sangue, pregò a lungo e rifiutò sempre qualsiasi donativo regale per vivere fedelmente conforme alla povertà religiosa, tuttavia l'animo del re non si piegò e il popolo restò ostile. Il Beato scrisse il 29-7-1581 ad un confratello: "II Signore m'ispira tanti buoni desideri e mi ricolma di tanti favori che se impiegassi tutta la vita in ringraziarlo, non soddisferei alla centesima parte di quanto gli debbo… Qui siamo in odio a tutti: tutti ci colmano di vituperi e ci minacciano, per così dire, con il coltello alla gola… Il re sta guerreggiando contro un suo fratello sulle rive dell'Indo; ora mi ha chiamato a sé; forse domani partirò". Vi andò il missionario nella speranza di guadagnare il re alla fede e con lui tutto il popolo, ma appena fu ristabilita la pace, Akbar si pose in mente di istituire una nuova religione di suo gusto per tutto il regno. Al P. Rodolfo non restò che avvertirne il Provinciale il quale lo richiamò a Goa nel maggio del 1583 e lo elesse superiore della missione di Salsete al posto del P. Pacheco.
A Orlin, uno dei villaggi della penisola, era già al lavoro il P. Antonio Francisco, ordinato sacerdote a Goa nel 1583, nato a Coimbra nel 1553, e fattosi gesuita a diciassette anni dopo un periodo di studi presso la celebre università di quella città. In quei villaggi da tempo appariva pure Francesco Aranha, portoghese, che in giovanissima età si era recato a Goa con lo zio Don Gaspare quando costui vi si trasferì in qualità di primo arcivescovo della città. All'età di vent'anni era entrato nella Compagnia di Gesù come semplice coadiutore, e aveva messo a frutto le sue capacità di disegnatore e di architetto nella costruzione di edifici sacri.
Nel recarsi a Salsete il P. Rodolfo non volle prendere con sé altro che il breviario, la Bibbia e una vita manoscritta di S. Francesco Saverio. Il lavoro missionario nel territorio che gli era stato affidato aveva sempre incontrato serie difficoltà a causa dell'odio di molti Bramini e pagani che consideravano la penisola come una specie di loro terra santa. I portoghesi più volte ne avevano punito le angherie contro i missionari cattolici, ma non avevano fatto altro che aumentare la tensione. Per sormontare questa difficoltà, il P. Acquaviva l'11-7-1583 convocò i missionari nel villaggio di Cortalin. Nel corso della riunione essi stabilirono un piano d'azione, e decisero di dare inizio alla loro attività proprio a Coculin, centro della resistenza pagana. Due giorni dopo entrarono in questo villaggio, ma mentre il 25 luglio stavano facendo i preparativi per erigervi una croce, furono selvaggiamente assaliti dalla popolazione, aizzata dallo stregone Pondù, e barbaramente trucidati a colpi di scimitarra e di lance. Il primo a cadere fu il P. Rodolfo. A un indiano che gli aveva offerto un cavallo perché fuggisse, rispose: "E questo il tempo di combattere e vincere". Ai confratelli disse: "Suvvia, leviamo gli occhi e il cuore al cielo per averne aiuto nel presente cimento!".
I corpi dei martiri sono venerati dal 1863 nella cattedrale di Goa.
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Sac. Guido Pettinati SSP,
I Santi canonizzati del giorno, vol. 7, Udine: ed. Segno, 1991, pp. 251-255
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