B. RAFFAELLA YBARRA de VILALLONGA (1843-1900)

Vite di Santi, Beati, Venerabili...

Raffaella fu veramente eroica nella conformità al volere di Dio anche in mezzo alle prove più dolorose della vita. Nel 1875 improvvisamente le morì la sorella Maria del Rosario. Non aveva che 28 anni. Avendo lasciati orfani cinque figli, la beata li adottò incondizionatamente, e li amò come se fossero frutto delle proprie viscere, tanto si sentiva portata ad aiutare e confortare sventurati e malati. Convinta ormai che non abbiamo quaggiù dimora fissa, tutti i giorni cominciò a prendere parte alla Messa e a fare sovente la comunione. Sulla via della perfezione farà dei progressi più rapidi di mano in mano che i lutti si moltiplicheranno nella sua vita e scorgerà nuove luci soprannaturali alla lettura delle opere di spiritualità da lei intrapresa in seguito al suggerimento del suo primo direttore spirituale, Don Leonardo Zabala.

 Colei che è stata considerata “una martire della carità” per i soccorsi prestati ai bisognosi, ai malati, ai carcerati, alle giovani abbandonate o in pericolo di perdizione, nacque il 16-1-1843 a Bilbao, capoluogo della provincia di Biscaglia (Spagna). da nobili genitori, Gabriele Maria Ybarra e Maria del Rosario de Aràmbarri, i quali possedevano grandi stabilimenti metallurgici. Al fonte battesimale le fu imposto il nome di Raffaella, che in ebraico significa “Dio guarisce”. Sintetizzava bene quindi la sua futura missione.
 Sotto la guida dei genitori, molto teneri verso i loro sei figli, la beata attesta, nei suoi appunti, che crebbe “naturalmente pia”. A undici anni fece la prima Comunione “con molto fervore e consolazione”. Pensando alla Passione del Signore sovente non riusciva a trattenere le lacrime. Frequentò la scuola in un collegio di Bilbao dove si distinse per la mansuetudine, l’obbedienza e la devozione. Nella recita del rosario non saltava mai qualche Ave, Maria, come spesso e volentieri facevano le altre allievo per andare a ricrearsi quanto prima in cortile. Perché si perfezionasse nella lingua francese, i genitori l’affidarono alle sorelle Julien, che a Baiona dirigevano, con metodi piuttosto severi, un collegio privato. Raffaella vi fu colpita dal tifo. Appena guarì, la mamma la ricondusse in famiglia dove fino ai quindici anni condusse una vita molto ritirata.
 In seguito, in conformità alle esigenze sociali, la beata, per almeno tre anni, frequentò due volte la settimana balli e teatri limitandosi ad accostarsi ai sacramenti una volta al mese, in modo speciale nelle festività mariane. La devozione alla Madonna era tradizionale nella sua famiglia. Poté così conservare intatta la sua innocenza battesimale. A diciotto anni, benché si sentisse incline alla vita religiosa, per compiacere il padre andò sposa a Giuseppe Vilallonga, di ventun anni più anziano di lei. Costui, nella vicina località di Dernius de Figueras, dirigeva uno stabilimento metallurgico e frequentava la casa degli Ybarra a motivo di affari fin da quando Raffaella aveva soltanto tre anni. Nonostante la differenza di età la loro unione fu ideale sotto tutti gli aspetti. Dio diede loro sette figli che educarono con cura nell’autentica fede cattolica, e per i quali nella zona della città chiamata “La Cava” fecero costruire due case gemelle quasi giustapposte. Due dei loro figli morirono ancora in tenera età. Da quel momento, la madre, disingannata dei piaceri del mondo, si sentì chiamata da Dio a una vita più ritirata.
 Raffaella fu veramente eroica nella conformità al volere di Dio anche in mezzo alle prove più dolorose della vita. Nel 1875 improvvisamente le morì la sorella Maria del Rosario. Non aveva che 28 anni. Avendo lasciati orfani cinque figli, la beata li adottò incondizionatamente, e li amò come se fossero frutto delle proprie viscere tanto si sentiva portata ad aiutare e confortare sventurati e malati. Convinta ormai che non abbiamo quaggiù dimora fissa, tutti i giorni cominciò a prendere parte alla Messa e a fare sovente la comunione. Sulla via della perfezione farà dei progressi più rapidi di mano in mano che i lutti si moltiplicheranno nella sua vita e scorgerà nuove luci soprannaturali alla lettura delle opere di spiritualità da lei intrapresa in seguito al suggerimento del suo primo direttore spirituale, Don Leonardo Zabala.
 Nel 1877 la B. Raffaella assistette alla morte di un’altra sorella, Amalia. Sopportò la prova senza un lamento. Alla lettura dell’Introduzione alla Vita Devota di S. Francesco di Sales da lei iniziata a Barcellona, nel 1878, durante una malattia contratta nell’assistere un fratello di suo marito, era stata tanta la luce soprannaturale che aveva invaso l’anima sua, che aveva deciso di darsi definitivamente a una nuova e santa vita. Continuò, è vero, a prendersi somma cura del marito e della casa, dei figli e dei nipotini, ma sempre con il pensiero all’eternità beata che era decisa a conseguire a prezzo di qualsiasi sacrificio.
 Nel 1880 gli Ybarra ebbero ancora un figlio, il settimo, il quale però fu presto colpito da paralisi infantile. C’era di che disperarsi. La madre, con la morte nell’anima, andò a chiedere alla Madonna la guarigione del figlio nei santuari più celebri d’Europa, e si recò a Parigi e a Bordeaux per consultare nelle cliniche i migliori specialisti. Nell’albergo in cui prese dimora la quarta volta che si recò a Parigi, cadde in una grave e misteriosa malattia. Quando i genitori giunsero dalla Spagna per assisterla stava già fortunatamente fuori pericolo. Aveva bevuto con grande fede un po’ dell’acqua miracolosa di Lourdes e aveva cominciato a sentirsi meglio. Il 15-10-1883, mentre Raffaella e i suoi genitori aspettavano il treno nella stazione parigina di Austerlitz per fare ritorno a Bilbao, Maria del Rosario Ybarra si accasciò tra le braccia della figlia e morì. Tra tante lacrime versate ella trovò sollievo soltanto alla considerazione di Gesù morto in croce tra due ladri, e dell’Addolorata sua Madre ritta con Giovanni ai piedi di lui.
 Sentendosi chiamata a vivere unita più strettamente a Dio, la beata, con il permesso del marito, emise segretamente i voti di castità, povertà e obbedienza. Alla lettura della vita di S. Elisabetta di Ungheria, innamorata di Gesù crocifisso e dei poveri, scoprì la grandezza e la bellezza della Croce. Al direttore spirituale manifestò il desiderio che sentiva di darsi a umiliazioni esterne, ma questi ne rimase talmente turbato che consigliò Raffaella di ricorrere ai consigli del P. Francesco Muruzàbal S.J., rettore della Università di Bilbao. L’esperto direttore di anime le richiese subito maggiore moderazione nelle penitenze esteriori, in seguito la consigliò di darsi decisamente all’apostolato sociale tanto più che l’ultimo figlio, dopo una lunga e difficile operazione, andava migliorando sensibilmente. Il marito autorizzerà e finanzierà tutti i progetti della sua adorata sposa. Il P. Muruzàbal la preparò all’apostolato sociale con un corso di esercizi spirituali di trenta giorni, la comunione quotidiana e la licenza da parte del vescovo di conservare il SS. Sacramento nel suo oratorio privato.
 Alla vista di tante povere ragazze che si aggiravano per le strade della città senza fare nulla, con il pericolo di cadere nella prostituzione, la B. Raffaella diede subito inizio all’Associazione delle Opere di Zelo onde prevenire le giovani dalla corruzione con la generosa collaborazione delle più influenti signore di Bilbao. Le associate, in compagnia di persone fidate, sotto la guida della beata visitavano ospedali, carceri e ricoveri, avvicinavano le ragazze più inesperte e più esposte alla corruzione, e davano loro gli aiuti di cui avevano bisogno. Per soccorrere più facilmente le inferme e le abbandonate, Raffaella fece costruire in fondo al proprio castello una casetta con l’intenzione, d’accordo con le autorità civili, di affidarla alla direzione di una congregazione religiosa. La fama della generosità con cui aiutava le giovani traviate o esposte ai pericoli si diffuse come un baleno per tutta la Spagna. Furono molti i vescovi, i sacerdoti, le religiose, che le scrissero chiedendo aiuti, ed ella accontentò un po’ tutti secondo le sue possibilità. Ebbe delle preferenze soltanto per le monache di clausura e per i bisognosi che riceveva personalmente tutti i sabati nella propria abitazione di “La Cava”.
 Con l’aiuto della amministrazione civile di Bilbao e dell’Associazione delle Opere di Zelo fu eretta una casa per le madri povere, e posta sotto la direzione delle Suore della Carità. Il padre fece dono a Raffaella di una casa con terreno perché fosse trasformata in pensione per le giovani che dall’interno della Spagna giungevano in città in cerca di una prima occupazione. La beata fondò per questo l’Associazione della S. Famiglia sotto la guida delle Figlie di Maria Immacolata. La sua idea fissa però rimase quella di trovare il modo di preservare le giovani dalla prostituzione e di rieducare le traviate con la costruzione di case appropriate che dessero loro la sensazione di trovarsi come nella propria famiglia. Ne parlò alle superiore generali di molte congregazioni, ma nessuna di loro accettò di farla propria o perché non corrispondeva al loro fine o perché la ritenevano superiore alle forze umane. Raffaella non desistette dal suo proposito. Per una permanente protezione delle giovani fondò una Casa, le diede alcuni statuti, la riempì di una trentina di ragazze dai 18 ai 30 anni e la soprannominò “Opera di Perseveranza”. A chi affidarne la direzione?
 Un confratello del P. Muruzàbal il 3-12-1894 presentò alla beata tre giovani, le quali si dichiararono disposte ad assecondarla nella sua iniziativa, quindi di trasformarsi in angeli tutelari delle giovani che sarebbero state affidate alle loro cure. Quattro giorni dopo la beata si consacrò al S. Cuore di Gesù con le tre volenterose collaboratrici nella sua cappella privata. Di esse per volontà del P. Muruzàbal fu superiora. Chi, infatti, come lei, che era stata esemplare figlia, scolara, fidanzata, sposa, madre e fondatrice di svariate opere, sarebbe stata in grado di capire e di formare tali giovani ai loro futuri compiti?
 A protezione della nascente congregazione delle Suore dei Santi Angeli Custodi diede come patroni tutti i santi della Compagnia di Gesù di cui aveva assimilato la spiritualità.
 L’Opera della Preservazione e della Perseveranza crebbe rapidamente con l’aiuto sempre molto generoso di Giuseppe Vilallonga, il quale non si stancava di ripetere che per lui “Raffaella era tutto”. Per trovare una congregazione disposta a prendersi cura della gioventù che aveva accolto, un giorno la beata si rivolse al vescovo della diocesi di Vitoria, alla quale apparteneva allora Bilbao, ma egli le disse perentoriamente: “Perché quest’Opera non fallisca è necessario che continui con lo spirito primitivo. Ella ha impresso il sigillo a questo Istituto, quindi deve rimanerne a capo”. E le promise che sarebbe andato a Roma per chiedere al papa l’approvazione pontificia della nuova congregazione.
 Il 16-4-1895 il F. Muruzàbal morì. Raffaella ne soffrì assai perché con lui le veniva a mancare la luce e il conforto di cui aveva continuamente bisogno. I suoi affanni crebbero quando venne a sapere che nessun Gesuita voleva assumersi il compito di dirigere spiritualmente l’Istituto fondato da lei, semplice laica, i cui membri vestivano in borghese e non erano in possesso di una approvazione pontificia. E che dire della sua umiliazione quando le fu riferito che diversi sacerdoti la facevano oggetto delle loro freddure e battute pungenti? Che fece Raffaella? Si vendicò delle Ancelle del S. Cuore di Gesù che non avevano voluto accettare la direzione della sua Opera permettendo che sua figlia, Maria Rosario, entrasse nella loro congregazione; e si vendicò dei Gesuiti a lei contrari permettendo che il suo secondo figlio, Gabriele, deputato di Biscaglia, il 7-9-1896 entrasse nella Compagnia di Gesù. Per nove anni pregherà e farà celebrare numerose Messe nei principali santuari della Spagna per la di lui perseveranza nella vocazione.
 Benché la B. Raffaella trascorresse tutto il giorno con le sue tre fedeli compagne, non cessava dal dedicarsi ai doveri familiari, coadiuvata dalla nipote Luisa de Urquijo, rimasta presto vedova e. in seguito, quarta superiora generale delle Suore dei Santi Angeli Custodi. Il vescovo vide di buon occhio l’Istituto fondato dalla beata, e allora i Gesuiti, specialmente il P. Aniceto Casado, decisero di non lasciargli mancare il loro sostegno spirituale. Ne approfittò la fondatrice la quale, dopo la morte a Siviglia nel 1898 della nuora Maria Giuseppina. moglie di Mariano, suo figlio primogenito e madre di sei figli, e un mese dopo. quella dell’adorato marito, si dedicò più intensamente alla formazione delle giovani che aspiravano a vivere il carisma del suo Istituto. Una di loro lasciò scritto: “Ci esortava a fare il possibile perché rassomigliassimo agli Angeli Custodi nel compiere le nostre azioni per la maggior gloria di Dio; perché andassimo sempre allegre dove l’obbedienza ci avrebbe mandato, come fanno gli Angeli che danno gloria a Dio accompagnando un reprobo o un predestinato. Come loro anche noi dovevamo cercare solamente la volontà di Dio”. Il metodo educativo era da lei così sintetizzato: “Dolcezza nei modi, fermezza nel fine”. Nelle costituzioni provvisorie dispose che le sue discepole ogni giorno oltre la Messa, la lettura spirituale, la recita del rosario, facessero anche mezz’ora di adorazione davanti al SS. Sacramento.
 Le giovani nell’Istituto dovevano essere trattate come vere figlio, specialmente se inferme. Chi ne usciva poteva farvi ritorno quando voleva o per amicizia o per necessità. Attratte da sentimenti tanto materni, le giovani accorsero in così grande numero al collegio fatto costruire dalla B. Raffaella che costei ritenne necessario farne edificare un altro più ampio con i beni che il marito le aveva lasciato in eredità. Il vescovo lo visitò, approvò ufficialmente l’iniziativa della beata e concesse alle sue prime collaboratrici di vestire un abito religioso simile a quello delle Visitandine.
 La fondatrice vestirà l’abito delle Suore dei Santi Angeli Custodi o sistemerà prima nipoti e cugini? I membri della nuova famiglia religiosa senza la presenza della beata si sarebbero sentiti orfani. Prima però di entrarvi definitivamente costei consultò un medico per un dolore allo stomaco che si andava accentuando giorno dopo giorno. Le furono prescritte due settimane di riposo, ed ella andò a trascorrerle nel santuario di S. Ignazio di Loyola, dove, giovane sposa, aveva trascorso la luna di miele con il marito. L’ 8-12-1899 con cinque aspiranti alla vita religiosa inaugurò ufficialmente la casa del noviziato. Rimase a fare festa la notte di Natale con le collegiali e le sue prime figlie spirituali, poi fu costretta a mettersi a letto sfinita da un tumore allo stomaco che uno specialista le diagnosticò. A coloro che la visitavano e piangevano diceva: “Non voglio che si affliggano; tutto si accomoderà; chiediamo soltanto che si compia la volontà di Dio”.
 Di propria iniziativa, la morente chiese gli ultimi sacramenti, fece testamento e ordinò che fosse eletta tra le religiose una superiora e una maestra delle novizie, che ella avrebbe confermato nella carica prima di morire. Poi fece venire al suo capezzale i figli, i nipoti, i cugini e le suore e a ciascuno lasciò appropriati ricordi. Alla maestra delle novizie disse: “È chiaro che dal cielo vi aiuterò. Il mio cuore rimarrà con voi. Dica alle novizie che preghino molto per me, affinchè raggiunga subito il paradiso. Non mi dimenticherò mai di voi, vedrete. Staremo in corrispondenza continua perché faremo tra cielo e terra una catena viva”.
 La fondatrice morì a Bilbao tra atroci dolori il 23-2-1900, assistita dal figlio Gabriele, prossimo all’ordinazione sacerdotale, dal P. Casado al quale aveva chiesto il permesso di rinnovare i voti perpetui emessi il 2-2-1890. La madre delle giovani abbandonate ricevette l’omaggio di tutta la città. Il Preposito della Compagnia di Gesù scrisse: “Mi associo al dolore dei figli e al trionfo della madre che seppe vivere e morire come vivono e muoiono i santi”. Un operaio fu udito esclamare: “Se io potessi dare la mia vita per donna Raffaella. la darei anche subito affinchè viva. Ella assistette mia madre in una delicata operazione. Ne ebbe cura e sostenne tutte le spese della malattia”,
 Prima ancora che Raffaella Ybarra morisse molti preannunciarono la fine della sua opera. Invece, a poco a poco. si diffuse tanto nei paesi latinoamericani che il 2-7-1940 Pio XII ne approvò definitivamente le costituzioni. I resti mortali della fondatrice furono esumati e posti nel 1907 nel bei mausoleo che il conte Mariano di Vilallonga aveva fatto costruire per lei, il padre e i due fratellini. accanto al Collegio delle Suore dei Santi Angeli Custodi. Paolo VI ne riconobbe l’eroicità delle virtù il 16-3-1970 e Giovanni Paolo II la beatifico il 30-9-1984.
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Sac. Guido Pettinati SSP,
I Santi canonizzati del giorno, vol. 2, Udine: ed. Segno, 1991, pp. 251-257.
http://www.edizionisegno.it