B. MARIA di S. IGNAZIO THEVENET (1774-1837).

Vite di Santi, Beati, Venerabili...

Dopo l’approvazione della sua famiglia religiosa la fondatrice dedicò con preferenza le sue cure alle orfane della “Provvidenza”. Con tenerezza materna le chiamava le sue “piccole” mentre le lavava, le pettinava, le vestiva o mentre le correggeva. Difficilmente si rifiutava di accettarle anche quando le risorse erano scarse o non disponeva più di un letto. Si limitava allora ad esclamare: “Dio provvederà”. Ed effettivamente, nei momenti di maggiori ristrettezze economiche, giunsero alla porta di casa provvista di generi alimentari che non aveva ordinato. Di quelle ragazze diceva alle suore: “Anzitutto facciamone delle donne laboriose che sappiano fare economia e che siano la benedizione delle famiglie che formeranno più tardi”. Ogni mattina le visitava nei reparti in cui lavoravano e a contatto della loro irrequietezza si sentiva ringiovanire.

La fondatrice della congregazione delle
Religiose di Gesù-Maria è nata a Lione (Francia), sotto il regno di Luigi XVI,
il 30-3-1774, secondogenita dei sette figli che Filiberto, agiato commerciante
di seta, ebbe da Maria Antonietta Guyot de Pravieux. Fu battezzata il giorno
dopo nella parrocchia di S. Nazzario con il nome di Claudina e allevata
accuratamente dai genitori nell’amore di Dio e dei poveri. Da tutti in
famiglia, di mano in mano che cresceva, era “molto amata perché molto
buona e molto umile. A nove anni Claudina fu affidata dai genitori alle cure
delle benedettine, chiamate Dame Canonichesse di S. Pietro le quali la
prepararono alla prima comunione e alla cresima e le impartirono una buona
formazione religiosa e letteraria. Nel 1789 però fu costretta a ritornare in
famiglia perché era scoppiato in Francia l’uragano della rivoluzione. Dopo la
condanna a morte del re Luigi XVI (21-1-1793) da parte specialmente dei
Montagnardi, l’ala più radicale della Convenzione nazionale (1792-93) e
l’accentuazione della lotta contro la religione, l’Europa si era coalizzata
contro la Francia, la Vandea si era sollevata e nelle più ricche città di
provincia erano scoppiati sempre più vasti e più gravi i moti rivoluzionari.
Anche Lione, la patria della seta, mal sopportando il marasma industriale e la
contrazione dei commerci a causa delle guerre, insorse contro l’oppressione del
governo parigino. Fu naturalmente condannata dalla Convenzione come città
ribelle e, dopo due mesi d’assedio, fu costretta ad arrendersi. Interi suoi
quartieri furono demoliti e più di duemila cittadini, in seguito a delazioni,
furono condannati a morte con giudizi sommari. La famiglia Thévenet non sfuggì
a quell’ondata di vendetta perché due dei suoi figli, Luigi Antonio e Francesco
Maria, avevano preso parte all’insurrezione. Mentre attendevano di essere
condannati alla fucilazione, Claudina fu il loro angelo consolatore. Riuscì
difatti a portare loro in carcere provviste e indumenti e ad accompagnarli al
luogo dell’esecuzione capitale (5-1-1794). Lungo il tragitto i due fratelli le
fecero avere una lettera di addio ai propri familiari sussurrando:
“Claudina, perdona come noi perdoniamo!” Alla vista dei loro corpi
straziati dalle sciabole dei gendarmi fu tanto sconcertata che si sentì
assalire da un tremito nervoso al capo, da una quasi continua emicrania e da
una penosa oppressione. Per tutta la vita chiamerà questi disturbi
irreversibili “il mio terrore” e li sopporterà, in conformità alla
permissione di Dio, senza un lamento.
 Con il concordato stipulato da
Napoleone Bonaparte con Pio VII il 17-7-1801, la pace religiosa tornò a fiorire
in Francia. Suonò quindi l’ora propizia per tutte le buone iniziative. Claudina
si preparò a quella che sarebbe stata la sua missione nel nascondimento, nella
preghiera e nel servizio familiare, specialmente dopo la morte del padre
avvenuta nel 1815. Aiutò i fratelli e le sorelle a sistemarsi e dedicò il tempo
che ebbe a sua disposizione alle opere parrocchiali di S. Bruno, dove con la
mamma aveva stabilito la propria dimora.
 La beata aveva troppo sofferto nella
giovinezza perché potesse cercare fuori di Dio la sua consolazione. Quando in
parrocchia fu istituita la Confraternita del S. Cuore di Gesù fu una delle
prime persone che vi aderirono. Fu felice di darsi all’adorazione del SS.
Sacramento e alla riparazione dei peccati degli uomini, ma d’accordo con le sue
amiche pensava anche alla maniera di soccorrere i poveri e istruire le ragazze
orfane e abbandonate. L’occasione gliela offerse il P. Andrea Coindre
(1787-1826), missionario dei Certosini e nuovo viceparroco di S. Bruno, in
seguito fondatore dell’Istituto dei Fratelli del S. Cuore per
l’istruzione e l’educazione della gioventù. Una sera di inverno del 1815,
passando davanti alla chiesa di S. Nazario, scorse due bambine con gli abiti a
brandelli e strettamente abbracciate. Erano state abbandonate dai propri
genitori. Impietositesene, le condusse dal parroco di S. Bruno. Don Gagneur, il
quale gli suggerì di affidarle alla signorina Thévenet, animatrice di tutte le
opere parrocchiali. Claudina le accolse come un dono inviatele dal ciclo e ne
ebbe cura come una madre. Non potendo però ospitarle in casa perché già occupata
da militari ottenne dall’amica Maria Chirat che mettesse a loro disposizione un
piano della propria abitazione. Alle due bambine se ne aggiunsero in breve
altre cinque. Sorse così una delle tante “Provvidenze” che si
proponevano di accogliere le fanciulle povere e di prepararle convenientemente
alla vita. Claudina ne fu eletta direttrice sotto la guida del P. Andrea il
quale non aveva tardato a scorgere in lei fede viva, energia di carattere e
grande spirito di sacrificio. Nel 1817 la “Provvidenza” fu trasferita
in un locale del chiostro dei Certosini, e affidata alla direzione delle Suore
di S. Giuseppe, perché le associate non erano ancora in grado di dedicarsi
interamente alla loro formazione.
 Con l’aiuto di Claudina e delle sue
prime otto compagne il P. Andrea pensò di dare vita il 31-7-1816 alla Pia
Unione del S. Cuore di Gesù nella cappella dei Ritiri della parrocchia per la
santificazione dei membri e l’esercizio delle opere di misericordia. Lo stesso
giorno diede loro da osservare un primo regolamento. Responsabile della Pia
Unione era la beata. A due anni dalla fondazione chiesero di fare parte
dell’Associazione altre dodici giovani, tra cui la Ven. Paolina M. Jaricot
(1799-1862), fondatrice in seguito dell’Opera della Propagazione della Fede e
del Rosario Vivente. Della sua Direttrice un giorno attesterà che
“bruciava di zelo per il suo Dio”.
 Il 31-7-1818 il P. Andrea nella
seconda assemblea generale della Pia Unione esortò le associate a unirsi senza
esitazioni e senza ritardi in comunità. Sorgeva così la congregazione delle
Religiose di Gesù-Maria, basata sulla regola di S. Agostino e la spiritualità
di S. Ignazio di Lojola per l’istruzione e l’educazione delle giovinette di
qualsiasi condizione sociale. Claudina avrebbe fatto volentieri a meno del
gravoso compito di superiora che le era stato imposto, ma il direttore
spirituale le disse risoluto: “Il cielo vi ha scelta, rispondete alla sua
chiamata”. Per accogliere bambine orfane, povere e abbandonate, educarle e
avviarle alla fabbricazione della seta come si faceva nella
“Provvidenza”, occorreva affittare una casa, comperare un telaio e
stipendiare una operaia. Per il progetto concepito Claudina dovette subire
frizzi in famiglia e insulti umilianti nel quartiere, ma ella tenne duro
ancorata com’era nella fiducia in Dio. Il 6-10-1818, festa di S. Bruno, riunì
in una umile casetta di via Pierres-Plantées undici bambine che vagavano senza
assistenza nel quartiere. Più tardi dirà: “Mi sembrava di essermi
impegnata in un’impresa folle e presuntuosa, senza garanzia di successo, anzi
destinata a finire nel nulla”. E invece l’iniziativa non crollò perché era
voluta da Dio. A poco a poco le si unirono cinque giovani che aspiravano alla
vita religiosa, le orfanelle crebbero di numero e impararono a tessere la seta,
ma anche a pregare, a leggere e a scrivere. Quando andavano per strada la gente
le scherniva, i monelli tiravano loro dei sassi, ma il P. Andrea ripeteva:
“Buon segno, figlie mie, buon segno”.
 Poco alla volta attorno alla
“Provvidenza” cessarono le critiche della gente del quartiere perché
vedevano che Claudina faceva sul serio. Due anni dopo la fondatrice appariva in
pubblico circondata da dodici collaboratrici e ventitré ragazze. Un giorno
Paolina Jaricot l’avvertì che suo fratello Paolo metteva in vendita una sua
proprietà, situata sulla collina di Fourvière, davanti al Santuario di Nostra
Signora. La beata, che stava cercando locali più vasti per la sua opera, andò a
vederla, la trovò adatta per la sua Associazione e il 12-7-1820 la comperò con
l’aiuto delle sue compagne e con quanto aveva ereditato dalla madre defunta
pochi mesi prima. Il numero delle orfanelle continuò a crescere. Non volendo
rifiutarne alcuna fece sopraelevare di un piano la costruzione principale. Le
fu così possibile ampliare il suo apostolato e aprire un convitto per le
fanciulle della borghesia anch’esse bisognose di una buona formazione
religiosa.
 Per separare la
“Provvidenza” dall’educandato bisognoso di un altro tipo di
insegnamento, la beata, alla fine del 1821, da saggia amministratrice progettò
la costruzione di una casa a quattro piani. Non disponeva di fondi, ma non
disperava di riuscire a finanziare i lavori, convinta com’era che “chi dà
ai poveri, impresta a Dio”. Chiese a un agente di affari un prestito di
90.000 franchi e benché la cifra fosse considerevole per i tempi che correvano,
l’ottenne con facilità perché godeva di grande fiducia.
 Alla beata e alle sue prime compagne
da quel momento fu possibile dare alla casa e alla loro vita un aspetto più
religioso. Scelsero un abito uguale per tutte, presero il nome di un patrono e
si chiamarono tutte “Madri dovendo avere cura tanto dell’anima quanto del
corpo delle fanciulle. La fondatrice si chiamò Madre Maria di S. Ignazio e, con
il P. Andrea, lavorò alla preparazione della comunità alla prima professione
religiosa e alla redazione delle costituzioni. Dalle sue figlie ella esigeva
che compissero il proprio dovere quotidiano con la massima perfezione
possibile, e soltanto per piacere a Dio. Le stava soprattutto a cuore la
pratica dell’obbedienza. Diceva loro: “Siamo ben persuase che soltanto
mediante l’obbedienza si può riuscire a fare bene quello che Dio vuole e che.
Non appena questo legame è rotto, perfino gli edifici apparentemente più solidi
crollano. Dio concede di solito più grazie alla nostra sottomissione che a
tutti i mezzi impiegati per la buona riuscita delle nostre imprese.
 Agli inizi del 1823 Madre M. di S.
Ignazio poté aprire a Monistrol, nella diocesi di Le Puy (Haute-Loire), una
casa con l’aiuto del P. Andrea Coindre che l’amministratore apostolico del
luogo, Mons. de Salamon, vi aveva chiamato perché organizzasse e dirigesse una
società di Missionari diocesani. In seguito alla richiesta del suo direttore
spirituale fatta all’amministratore, la fondatrice il 6-1-1823 ebbe la gioia di
vedere approvata la sua congregazione per la diocesi di Le Puy, di emettere
poco dopo la professione religiosa con quattro compagne e tenere il primo
capitolo. A Lione le Religiose di Gesù-Maria furono approvate soltanto il
18-7-1825, dopo cioè che la S. Sede aveva nominato amministratore
dell’arcidiocesi Mons. de Pins, vescovo di Limoges. Il card. Giuseppe Fesch
(+1839), zio di Napoleone, arcivescovo di Lione dal 1803, in quel tempo era
costretto a vivere in esilio a Roma.
 Dopo l’approvazione della sua famiglia
religiosa la fondatrice dedicò con preferenza le sue cure alle orfane della
“Provvidenza”. Con tenerezza materna le chiamava le sue
“piccole” mentre le lavava, le pettinava, le correggeva e le vestiva.
Difficilmente si rifiutava di accettarle anche quando le risorse erano scarse o
non disponeva più di un letto. Si limitava allora ad esclamare: “Dio
provvederà”. Ed effettivamente, nei momenti di maggiori ristrettezze
economiche, giunsero alla porta di casa provvista di generi alimentari che non
aveva ordinato. Di quelle ragazze diceva alle suore: “Anzitutto facciamone
delle donne laboriose che sappiano fare economia e che siano la benedizione
delle famiglie che formeranno più tardi”. Ogni mattina le visitava nei
reparti in cui lavoravano e a contatto della loro irrequietezza si sentiva
ringiovanire.
 La fondatrice dovette occuparsi pure
dell’educandato che diventava sempre più fiorente e fonte di ottime vocazioni.
Per dare alle alunne una più accurata istruzione, con cinque consorelle
conseguì il diploma e insegnante richiesto dallo stato per la direzione di un
convitto. Per conto suo si sforzava di praticare quanto nelle conferenze
insegnava alle sue figlie: “Il migliore educatore non è quello che
infligge più castighi, ma quello che ha l’arte di fare evitare il maggior
numero di mancanze”. Era quella secondo lei “la via più sicura e più
vantaggiosa per mantenere l’ordine, fare il bene e rendere le fanciulle
felici”.
 Le energie migliori della beata
furono riservate alla formazione spirituale e professionale delle sue
religiose. Era esigente con tutte, specialmente con quelle che erano rivestite
di autorità. Nelle sue esortazioni ripeteva spesso: “La carità vi sia cara
come la pupilla degli occhi… Siate disposte a soffrire tutto dagli altri e a
non fare soffrire nessuno”. Le sole preferenze che permetteva loro erano
per le bambine “più povere, più misere, per quelle che hanno più difetti e
nessuna buona qualità. Oh, quelle sì, amatele con predilezione!” Per
riuscire a svolgere con maggior efficacia il loro apostolato, le esortava al
raccoglimento e alla comunione con Dio essendo obbligate a parlare anche troppo
con le creature. E le ammoniva dicendo: “Il fervore non si mantiene nelle
case religiose se non con l’osservanza del silenzio”.
 Nel governo della congregazione non
mancarono alla beata sofferenze e incomprensioni. Verso la fine di maggio 1826,
nel momento della ricreazione, improvvisamente si sentì stanca a abbattuta.
Ebbe, forse per telepatia, il presentimento che stava per succedere per lei
qualche cosa di grave. Tre giorni dopo le giunse infatti la triste notizia che
la sua guida spirituale, il P. Andrea Coindre, era morto. Ne sentì molto
vivamente la mancanza perché, in quel tempo, il canonico Simone Cattet, vicario
generale di Lione, pensava di unire le Religiose di Gesù-Maria alla Società del
S. Cuore di Gesù fondata da S. Maddalena Sofia Barat (+1865) essendo, secondo
lui, troppo numerose le nuove congregazioni.
 Poco dopo la morte del P. Andrea la
beata cadde gravemente ammalata con due delle più preziose collaboratrici. Chi
avrebbe pensato che ella sarebbe guarita e che le due giovani suore sarebbero
ritornate alla casa del Padre? Comprese allora che doveva contare di più
sull’aiuto di Dio. In realtà non le venne meno quando, nel 1832, dall’oriente
il colera giunse fino in occidente. I lionesi moltiplicarono le preghiere e i
pellegrinaggi a Nostra Signora di Fourvière, l’antico foro di Traiano, e Madre
M. di S. Ignazio non solo vi prese parte con le sue religiose, ma fece il voto
di ricevere e mantenere gratuitamente nella “Provvidenza” due
fanciulle abbandonate se il morbo avesse risparmiato la sua casa. Fu esaudita
allora come pure nel 1834 quando, a Lione, per una settimana scoppio una
sommossa e la collina di Fourvière, occupata dagli insorti, divenne bersaglio
delle truppe governative. Il ministro della guerra progetto di trasformare
quella collina in una fortezza. La “Provvidenza e l’Educandato delle
Religiose di Gesù-Maria corsero il rischio di essere espropriati. La
fondatrice, senza perdere la calma, fece pregare parenti e conoscenti perché
quel progetto fosse accantonato, e alle consorelle si limitò a ripetere: “Dio
provvederà”. I devoti della Madonna andavano dicendo: “Se distruggono
la chiesa di Fourvière. Lione e pei’Guia’ La forza della fede ebbe alla fine il
sopravvento sulla forza militare.

 La beata, che era sempre stata
delicata di salute, cominciò a sentire il peso degli anni dopo la sommossa del
1834, e soprattutto dopo la nomina nel 1836, del P. Francesco Saverio Pousset,
ex-gesuita, a cappellano del suo Istituto. Credeva di trovare in lui un
collaboratore nell’aggiornamento delle costituzioni da sottoporre
all’approvazione di Mons. de Pins, e invece trovò soltanto una pietra di
inciampo. L’amara delusione durerà fino alla morte. Il nuovo cappellano amava
atteggiarsi a superiore assoluto delle Religiose di Gesù – Maria, ma la
fondatrice, nonostante la venerazione che aveva per i sacerdoti e il rispetto
che nutriva per l’autorità, considerò suo dovere resistergli con umile fermezza
nonostante i suoi continui rimproveri. Non bisogna dimenticare che il poveretto
inconsciamente, già pativa di quello squilibrio mentale da cui sarà afflitto
negli ultimi trent’anni di vita. Nella beata il mal di testa peggiorò e lo
stomaco cominciò a rifiutare il cibo. Negli eccessi del male fu vista, a volte,
prendere la statuetta della Madonna che teneva sempre accanto a sé, porsela sul
capo con un gesto di supplica e insieme di offerta.
 Nel presentimento che fosse oramai
vicina la sua fine, Madre M. di S. Ignazio mise senza indugio in ordine la
propria amministrazione con grande sorpresa delle suore. Alla fine del 1836 non
fu più in grado di alzarsi da letto. A chi l’andava a trovare raccomandava di
ripetere: “Signore, che la tua volontà sia fatta e non la mia!”.
Mons. de Pins le fece visita e, per consolarla, le permise di ricevere la
comunione ogni settimana come viatico. La Santa Sede avrebbe approvato il suo
Istituto soltanto nel mese di dicembre 1847.
 La domenica 29 gennaio 1837, alla
presenza di tutta la comunità radunata attorno al suo letto, il P. Pousset,
anziché consolarla, ebbe l’ardire di dirle prima della santa unzione:
“Avete ricevuto da Dio grazie sufficienti a convertire un regno intero,
quale uso ne avete fatto? Siete un ostacolo al progresso della vostra
Congregazione, che cosa risponderete a Dio quando vi chiederà conto di tutto ciò?”
Al termine della cerimonia la moribonda confidò a qualche consorella che, a
quel rimprovero, per poco non era scoppiata in singhiozzi. E offrì a Dio quella
pubblica umiliazione per ottenere da Lui “un grande favore” per la
congregazione. Non è improbabile che riguardasse la sua autonomia per cui, in
vita, aveva tanto lottato e sofferto.
 Colpita da paralisi, la fondatrice
morì il 3-2-1837 dopo avere esclamato in un momento di lucidità: “Come è
buono Iddio!”. Le sue reliquie sono venerate a Lione nella cappella di
casa madre. Paolo VI ne riconobbe l’eroicità delle virtù il 6-2-1978 e Giovanni
Paolo II la beatificò il 4-10-1981.
___________________
Sac. Guido Pettinati SSP,
I Santi canonizzati del
giorno
, vol. 2, Udine: ed. Segno,
1991, pp. 70-76.

http://www.edizionisegno.it/