B. GIUSEPPE ALLAMANO (1851-1926)

Vite di Santi, Beati, Venerabili...

Dopo l’ordinazione Don Allamano cominciò a frequentare come esterno il Convitto Ecclesiastico, eretto a Torino presso la chiesa di S. Francesco d’Assisi, dal teol. Luigi Guata (+1848), e da lui lasciato in eredità a S. Giuseppe Cafasso perché lo dirigesse e vi insegnasse la morale cristiana secondo i principi di S. Alfonso M. de’ Liguori. Nell’ottobre del 1876 Mons. Gastaldi nominò il beato direttore spirituale del seminario diocesano. Il regolamento auspicava per i formatori degli aspiranti al sacerdozio la laurea in teologia e l’aggregazione al collegio dei dottori. Per conseguirla l’Allamano fece tali sforzi che cadde gravemente malato con emottisi. Gli furono amministrati gli ultimi sacramenti, e furono fatte speciali preghiere per lui nel santuario della Consolata per la durata di tre giorni. Con grande sorpresa dei medici, in breve tempo il beato guarì. Non aveva ancora portato a termine il compito che Dio gli aveva assegnato da tutta l’eternità.

È il nipote di S. Giuseppe Cafasso (+1860). chiamato “la perla del clero piemontese” e “il prete della forca”, di cui Dio si servì per la fondazione dell’Istituto Missioni Consolata di Torino e delle Missionarie della Consolata.
         Egli nacque il 21-1-1851 a Castelnuovo d’Asti, oggi Castelnuovo Don Bosco, quarto dei cinque figli che Giuseppe, modesto agricoltore, ebbe da Maria Anna Cafasso, donna molto ammirata per la sua spiccata carità verso i poveri. Al fonte battesimale gli fu imposto il nome di Giuseppe Ottavio. Il beato fino alla morte ne ricorderà l’anniversario, rileggendo le cerimonie e le preghiere rituali, e facendo una visita a Gesù sacramentato, nell’ora esatta in cui era stato battezzato.
         A tre anni l’Allamano rimase orfano di padre. Con un grande spirito di fede si prese cura di lui la madre (+1870), coadiuvata dal santo fratello maggiore e dal cognato, Don Giovanni Allamano, parroco di Passerano e da Benedetta Savio, direttrice dell’asilo e fervente discepola del Cafasso. Al termine delle elementari che frequentò “con ottima riuscita”, per interessamento soprattutto dello zio prete, il beato entrò, nell’autunno del 1862, nell’Oratorio Salesiano di Valdocco a Torino. Aveva già ricevuto la cresima nel 1860 a Moriondo Torinese, e aveva già vestito in parrocchia l’abito chiericale. Vi rimase quattro anni sotto la guida di S. Giovanni Bosco (+1888). Non accolse l’invito di lui di farsi salesiano, perché “non si sentiva chiamato per quella via troppo movimentata e rumorosa”. Al termine del ginnasio lasciò, quindi, l’oratorio (1866) per entrare in seminario, nonostante l’opposizione dei fratelli, con l’aiuto dello zio sacerdote. Un giorno, mentre studiava, aveva sentito come una ispirazione improvvisa. Gli sembrò di udire una voce interna che gli diceva: “Oggi Dio ti chiama, chissà se fra tre anni ti chiamerà ancora?”
          L’Allamano trascorse nel seminario di Torino sette anni nello studio della filosofia e della teologia, con il proposito di non perdere un solo minuto di tempo, di mantenere in tutto un certa gravità, e di non lasciarsi turbare da nulla, eccetto che dal peccato. Negli ultimi anni di vita, rifacendosi al tempo degli studi in seminario, confiderà a un suo missionario: “Vedi, il SS. Sacramento, la Madonna e la castità sono stati sempre i miei amori”.
          Un suo condiscepolo, Mons. G B. Ressia, vescovo di Mondovì, nel discorso che terrà su di lui, in occasione del funerale di trigesima, dirà: “Era il nostro modello per il fervore della preghiera, le comunioni frequenti, l’attenzione ai professori, l’applicazione allo studio, la pazienza e l’amabilità con noi, l’obbedienza, lo splendore dell’angelica virtù. Non lo vidi mai turbato o inquieto; sempre in pace, amato da tutti. Anche quando, ogni quindici giorni, era assalito da una emicrania così forte che non gli lasciava fare nulla. Durante il secondo anno di teologia aveva maturato l’idea di farsi missionario, ma ne era stato dissuaso dai superiori a motivo della malferma salute. Fu ordinato sacerdote nel duomo di Torino il 20-9-1873 dall’arcivescovo Mons. Lorenzo Castaldi (+1883). Il 16-7-1872 aveva già emesso in onore della Madonna del Carmine il voto privato di castità con una sua propria formula.
         Dopo l’ordinazione Don Allamano cominciò a frequentare come esterno il Convitto Ecclesiastico, eretto a Torino presso la chiesa di S. Francesco d’Assisi, dal teol. Luigi Guata (+1848), e da lui lasciato in eredità a S. Giuseppe Cafasso perché lo dirigesse e vi insegnasse la morale cristiana secondo i principi di S. Alfonso M. de’ Liguori. Nell’ottobre del 1876 Mons. Gastaldi nominò il beato direttore spirituale del seminario diocesano. Il regolamento auspicava per i formatori degli aspiranti al sacerdozio la laurea in teologia e l’aggregazione al collegio dei dottori. Per conseguirla l’Allamano fece tali sforzi che cadde gravemente malato con emottisi. Gli furono amministrati gli ultimi sacramenti, e furono fatte speciali preghiere per lui nel santuario della Consolata per la durata di tre giorni. Con grande sorpresa dei medici, in breve tempo il beato guarì. Non aveva ancora portato a termine il compito che Dio gli aveva assegnato da tutta l’eternità.
          Nell’estate del 1880 Mons. Gastaldi nominò l’Allamano Rettore del Santuario della Consolata. Ne prese possesso “solo per obbedienza”, alla chetichella, e “con la febbre addosso”. Il compito si presentava particolarmente difficile, perché il santuario era officiato da quattro anziani francescani ed era male amministrato. Il Convitto Ecclesiastico, che nel 1870 gli era stato eretto accanto, serviva come ricovero a sacerdoti vecchi, senza mezzi di sussistenza. Era stato chiuso, perché l’insegnamento che vi si impartiva, era accusato senza fondamento di lassismo. Presso il santuario sorgeva pure un pensionato per chierici e giovani preti universitari, appartenenti a diverse congregazioni religiose, in cui conducevano vita comunitaria, ma tra loro regnava un “sordo malumore”.
          Per rimediare a tanti mali l’Allamano chiese e ottenne dall’arcivescovo di potersi scegliere come collaboratore il teol. Giacomo Camisassa (+1922), di cui era stato direttore spirituale in seminario. Fino alla morte, e cioè per 42 anni, ne divenne il braccio destro in tutte le iniziative di bene. Per quanto fossero di temperamento molto diversi, essi si contemplarono a meraviglia. Ai suoi discepoli il beato ogni tanto dirà: “Senza di me potete fare, senza di lui no”. Il Camisassa da parte sua affermerà: “Fate come dice il Padre, perché è un santo”. E ne parlava sempre a capo scoperto e, alle volte, commosso fino alle lacrime.
           Don Allamano iniziò l’attività nel santuario della Consolata esigendo in belle maniere l’osservanza dell’orario da parte dei pensionati universitari, facendo attribuire ai quattro religiosi molto anziani una pensione vitalizia, e ponendo fine al ricovero dei sacerdoti anziani. Nel 1883 provvide a restaurare la parte esterna del santuario, e nel 1889, con il beneplacito del nuovo arcivescovo di Torino, il Card. Gaetano Alimonda, si impegnò ad ampliarlo e ad abbellirlo all’interno perché con il rifiorire del culto verso la Madonna e l’estendersi della città era risultato angusto e malagevole. All’architetto Conte Ceppi, che gli faceva notare come per i lavori non sarebbe bastata la somma di un milione, il beato rispose: “Ne metteremo, due, tre, perché Torino abbia un santuario degno della sua Patrona”.
          Per diffondere più efficacemente la devozione verso la Vergine SS. e sollecitare la generosità dei fedeli, nel 1904 fu fondato, a conclusione dei lavori, il bollettino La Consolata. Don Allamano era un avveduto estimatore della stampa cattolica. Perché si presentasse agile e ben fatta, la sostenne moralmente e materialmente essendo scarse le risorse di cui disponeva, e forti gli avversari liberali e socialisti dai cui attacchi doveva difendersi.
          Sotto la direzione del beato il santuario divenne pure più accogliente spiritualmente dalle prime luci dell’alba fino alla sera. Ad ogni ora i devoti potevano prendere parte alla celebrazione della Messa, e ad ogni momento accostarsi ai santi sacramenti. Il rettore stesso passava lunghe ore al confessionale, e poiché possedeva in grado eminente il dono del consiglio, alle volte era assediato per tutto il giorno da semplici fedeli e aristocratici, da vescovi e sacerdoti, da religiosi e laici. La festa titolare del santuario della Consolata, preceduta da una solenne novena predicata e conclusa da una processione per le vie della città, alla quale partecipava pure il B. Piergiorgio Frassati (+1925), diventò più sentita dai fedeli e più imponente per la partecipazione del clero, delle autorità e del popolo. Nel 1894 nel santuario si svolse con grande solennità il Congresso Eucaristico Internazionale, e nel 1898 il Congresso Mariano Nazionale e l’Esposizione d’Arte Sacra. Tutti gli eventi di importanza ecclesiale avevano ormai risonanza in solenni celebrazioni alla Consolata. Esse favorirono il rinnovamento e la fondazione di nuove associazioni per la formazione cristiana delle operaie e della gioventù con il sostegno del Card. Agostino Richelmy (+1923). All’aprirsi del secolo XX, speciale rilievo ebbero due avvenimenti che furono celebrati con straordinario fervore: la consacrazione della gioventù a Maria SS. e l’ottavo centenario del ritrovamento dell’immagine della Consolata.
         Il beato, dopo che ebbe ricordato il servizio al santuario, pensò alla riapertura del Convitto Ecclesiastico, che era stato chiuso nel 1878 dal Card. Gagliardi, perché Mons. G. B. Bertagna si trovò in contrasto con le sue teorie morali più rigide. Il 24-6-1882 gli chiese il permesso di riaprirlo con una lunga lettera. Gli fu concesso a condizione, però, che egli fosse il capo delle conferenze di morale. L’interessato gli fece presente che non avrebbe fatto uso dei trattati da lui pubblicati. L’arcivescovo gli rispose: “Fa come credi; di te mi fido”. In seguito dichiarerà: “Sono così contento che il Teol. Allamano mi abbia fatto riaprire il Convitto, che lo faccio canonico”.
          La realizzazione del progetto è considerata il capolavoro della vita del beato, perché da essa dipese pure in gran parte la fondazione dell’Istituto per le Missioni. Senza avere nulla di straordinario, egli fu un buon professore. I convittori lo chiamavano “Don Cafasso redivivo”, perché ne faceva gustare loro lo spirito con le lezioni di morale e di ascetica, i ritiri mensili e le varie esortazioni. Quando per il moltiplicarsi delle occupazioni non fu più in grado di avere un contatto diretto con i Convittori, l’Allamano se ne riservò soltanto la direzione generale. Tuttavia, anche senza apparire, tutto dirigeva perché il direttore, responsabile della loro disciplina, lo metteva sempre al corrente di ogni più piccola cosa.
         Al Convitto Ecclesiastico della Consolata era tradizionalmente legata la direzione del santuario di S. Ignazio di Lanzo (Torino) e della casa di esercizi spirituali che gli sorgeva accanto. Anche qui l’Allamano cominciò a ristabilire “ordine e regolarità” nei locali resi più accoglienti, e si preoccupò di rimettere in vigore lo spirito di Don Cafasso, facendone conoscere gli scritti e la vita, e adoperandosi perché ne fosse iniziato il processo di canonizzazione. Riuscì così bene nei suoi intenti che gli esercizi spirituali tenuti a S. Ignazio furono frequentati anche da sacerdoti e vescovi di altre diocesi. A contatto della sua persona tutti capivano che non era l’uomo dell’ostentazione, ma del “silenzio operoso” e che “voleva farsi santo senza strepito”. Non era un oratore, ma con la sua intelligenza intuitiva, sintetica, arrivava subito all’essenza delle questioni. Parlava in maniera cortese, schietta e concisa, a voce calma, leggermente nasale, piuttosto fievole e bassa, tanto da dare la sensazione a chi s’intratteneva con lui di essere uscito da una famiglia non di contadini, ma di signori di razza.
         L’idea della fondazione dell’Istituto Missioni Consolata sorse nell’animo dell’Allamano a contatto di tanti convittori da formare alla vita pastorale, e alla considerazione dei 35 anni di missione vissuti nel Vicariato Apostolico dell’Alta Etiopia dal cappuccino Guglielmo Massaia (+1889). Per la Chiesa del Piemonte era un richiamo e uno stimolo a continuarne l’opera interrotta nel 1879 per imposizione dell’imperatore abissino Joannes. Il 6-4-1891, per interposta persona, il beato fece chiedere al Card. Giovanni Simeoni (+1892), Prefetto di Propaganda Fide, se era di suo gradimento la fondazione a Torino di un Istituto missionario. Il progetto fu da lui accolto con tale entusiasmo che lo invitò a Roma per esaminarne tutti gli aspetti. Prima, però, di fare altri passi, l’Allamano interpellò il Card. Alimonda, che si era recato a Genova per sottoporsi a un’operazione, che gli riuscirà fatale (+1891). Dalla curia gli fu notificato soltanto che il progetto non era gradito con il falso pretesto che il clero diocesano era già troppo scarso. Alle sollecitazioni del Prefetto di Propaganda Fide il beato fu costretto a scrivere il 30-9-1891: “Per il buon esito di quel progetto non mi sembra conveniente che venga a Roma, fino a tanto che non mi sia assicurata l’approvazione e l’appoggio del nostro futuro arcivescovo”.
        Durante l’episcopato di Mons. Davide Riccardi (11897), tanto l’Allamano quanto il Camisassa non fecero più cenno al progetto che li aveva tanto entusiasmati. Nonostante le difficoltà che ne ostacolavano l’attuazione, il beato continuò “a coltivare nello spirito della loro vocazione quei sacerdoti che volevano dedicarsi a quest’opera”, della cui necessità egli restava evidentemente molto convinto.
           La fondazione dell’Istituto missionario andò in porto con la nomina ad arcivescovo di Torino del Card. Agostino Richelmy, grande estimatore dell’Allamano, suo compagno di studi. Nonostante la diversità di temperamento, entrambi si sentivano legati da un grande amore per la Consolata e per le missioni. Nel maggio del 1897 il beato incontrò casualmente Mons. A. V. Demichelis, proprietario e dirigente da 40 anni dell’Istituto della SS. Annunziata, convitto e scuola privata per maestre elementari. Poiché versava in difficoltà, prima di morire (+1898), egli, al corrente dei progetti missionari di Don Allamano, lo costituì erede di tutti i suoi beni. Il beato era intenzionato a rinunciare all’eredità per le molte implicazioni che comportava. Il card. Richelmy, invece, scorse nell’atto munifico del donatore la volontà di Dio che a Torino sorgesse un Istituto per le missioni, e trovava che il locale si prestava alla bisogna. Mentre sosteneva lunghe vertenze con i parenti del defunto di cui impugnarono il testamento, nell’inverno del 1900 il beato contrasse una grave forma di influenza nell’assistenza ad alcuni malati. I dottori disperarono di salvarlo per l’altissima febbre che lo assalì. Mentre in santuario si facevano specialissime preghiere per la sua guarigione, e gli venivano amministrati gli ultimi sacramenti, l’arcivescovo accorse al suo capezzale e gli chiese: “Ebbene, che facciamo?”. Il morente gli rispose: “Andiamo in Paradiso”. Ribadì l’arcivescovo: “E le missioni? Tu devi guarire per fondare le missioni perché questa è la volontà di Dio”. Più avanti negli anni, nelle conferenze ai suoi missionari, il fondatore confiderà: “A dire la verità non avevo troppa voglia di prendermi questa responsabilità… Se la Madonna non mi avesse abbrancato, spinto, non vi avrei certamente fondato… La Consolata ha fatto per questo Istituto miracoli quotidiani; ha fatto parlare le pietre… Il segreto mio fu di cercare Dio solo e la sua santa volontà, manifestatami dai miei superiori”.
         L’Istituto ebbe l’avvio sotto l’autorità dell’arcivescovo il quale, il 29-1-1901, lo eresse canonicamente. L’anno precedente, in settembre, ne aveva parlato alla Conferenza dei vescovi del Piemonte radunata alla Consolata. La loro approvazione fu unanime. I primi due missionari, Filippo Perlo e Tommaso Gays, il 3-5-1902 ricevettero il crocifisso con due fratelli laici. Prima di partire per il loro campo di apostolato, il Kenia, il card. Richelmy li volle ricevere e, prima di impartire loro la sua benedizione, volle prostrarsi ai loro piedi e baciarglieli.
         Alla partenza dei primi missionari la casa madre dell’Istituto rimase vuota. Scoraggiati forse dall’incertezza del futuro e dagli inevitabili sacrifici che bisognava compiere, i sei o sette membri che vi erano rimasti l’abbandonarono. Don Allamano, senza perdersi di animo, chiuse la casa, si mise la chiave in tasca, si portò davanti al quadro della Consolata e le disse: “L’Istituto delle missioni è proprietà tua. Pensa tu al suo avvenire”. A poco a poco l’Istituto prosperò, e richiese anno dopo anno una sempre maggiore disponibilità di denaro per la costruzione della casa centrale e le necessità dei missionari. Anche in quei frangenti il fondatore non perdeva mai la sua fiducia nella divina Provvidenza. Un giorno confidò ai suoi discepoli: “Senza questa fiducia ci sarebbe da perdere la testa, ma vi assicuro che non ho mai lasciato di dormire un sonno grosso per fastidio di denaro”. Cercava prima di tutto il regno di Dio e la sua giustizia. Pur non essendo religioso viveva alla perfezione i consigli evangelici. Difatti, finché visse non accettò mai inviti a pranzo, non fumò, non frequentò teatri, non fece gite di piacere, non si abbandonò a sollievi non necessari alla salute. A Torino, durante tutto l’anno non conosceva che un tragitto: Consolata-Duomo, Consolata-Istituto. Le sue passeggiate consistevano soltanto nell’andare a visitare e confortare i malati.
          Con le prime costituzioni approvate il 23-9-1909 da parte del Card. Richelmy, l’Istituto cessò di essere regionale e diventò congregazione religiosa di voti semplici. Ottenne il decreto di lode da parte della S. Sede il 28-13-1909. Don Allamano ne fu molto soddisfatto. Umilmente dichiarò che era stato il Signore a modificare il suo progetto definitivo, e che egli non avrebbe mai osato pensare a fondare una congregazione.
          Durante la sua vita il beato effettuò 42 spedizioni di religiosi e di fratelli lai ci per le Missioni del Kenia, del Kaffa (Etiopia), dell’Iringa (Tanganika), di Banadir (Somalia). Siccome nel suo progetto non aveva previsto le suore, i missionari, che ne sentivano l’estrema necessità, per un po’ di tempo si avvalsero della collaborazione delle religiose fondate da S. Giuseppe Cottolengo (+1842), ma quando venne a cessare, il fondatore si recò a Roma con Mons. Filippo Perlo, Vicario Apostolico del Kenya, e manifestò a Pio X (+1914) la necessità che l’Istituto fosse affiancato da una congregazione di missionarie che ne condividesse lo spirito e l’apostolato. Il papa gli disse: “Bisogna farla”. Don Allamano, sempre molto timido, gli dichiarò che riteneva di non averne la vocazione. Tagliò corto il santo pontefice: ” Se non ce l’hai , te la do io”. Con l’aiuto di due Suore di S. Giuseppe, tra cui sua nipote Dorotea Marchisio, il 29-1-1910, diede inizio alle Missionarie della Consolata. Il Card. Richelmy il 28-10-1913 ne approvò le costituzioni cosicché il 3-11-1913 le prime quindici sodali dell’Istituto erano già in grado di partire per la missione del Kenya.
          Oltre che preoccuparsi dell’organizzazione e dello sviluppo dei due Istituti, il beato dispiegò un assiduo e costante lavoro di formazione dei loro membri con i contatti personali e le conferenze spirituali. Sentiva che lo spirito dell’Istituto doveva darlo solo lui approfittando di ogni occasione. Era solito dire: “Prima santi, e poi missionari”. “Porta piccola per entrare, e portone per uscire, non è il numero che conta, ma la qualità, il buon spirito”. Sulle labbra risuonava di continuo il ritornello: “Pochi, ma di prima classe”. “Chi non ha energia è inutile che venga a farsi missionario”. ” Vi voglio virili, di una virtù maschia, soda, con una volontà di ferro”. I membri dei due Istituti ne accoglievano con rispetto le esortazioni perché vedevano che le metteva in pratica per primo in modo superlativo.
          Nel primo capitolo generale che l’Istituto Missioni Consolata celebrò a Torino nel novembre del 1922, il fondatore cercò di affidarne la direzione ad altre mani, ma non vi riuscì, nonostante le lacrime versate. Tre mesi prima era morto il canonico G. Camisassa. Il dispiacere che ne provò fu talmente grande che da quel momento cominciò a peggiorare progressivamente nella salute. La solitudine gli si accentuò con la morte del Card. Richelmy (+1923).
          Il 24-6-1924 giunse a Torino Mons. Perlo per assumere, secondo il parere dei padri capitolari, l’ufficio di Vice-Superiore generale della Congregazione con diritto di successione. Era intelligente, pieno di salute, abile negli affari, ma di una irritante durezza con i confratelli, nonostante i richiami del fondatore a non strafare, a essere paterno e paziente con tutti. Mons. Perlo, anziché dargli ascolto, preferì accentrare tutto in sé e agire senza sentire e chiedere consigli. Don Allamano ebbe molto a soffrire per lo sviluppo accelerato che l’indocile discepolo volle imprimere all’Istituto, l’eccessiva larghezza con cui accettava gli aspiranti alla vita missionaria, la preoccupazione che nutriva più per la parte amministrativa che formativa della congregazione.
           A poco a poco il beato si sentì mettere da parte, e segregare dai suoi figli e dalle suore. Egli comprendeva tutto, ne soffriva, faceva all’occorrenza notare il pericolo del nuovo metodo di governo a coloro che poteva avvicinare, ma non aveva più la forza fisica sufficiente per agire. Si limitava a ripetere ogni tanto: “Adesso non posso”. “Oh, se avessi qualche anno in meno!” “Dio solo, Dio solo!”
          Il 3-5-1925 Pio XI beatificò il Cafasso. Nel vedere coronata da successo la sua   iniziativa, Don Allamano ritenne di “aver compiuta la sua missione”.
          Durante la malattia che lo colpì il beato desiderava rimanere solo per potersi concentrare nell’unione con Dio. A chi pregava per la sua guarigione ripeteva: “Solo questo io voglio, il compimento della volontà di Dio”. Oppure: “Paradiso! Paradiso! Oh, sì, fra poco vado alle nozze!” Al suo capezzale accorse anche l’arcivescovo di Torino, Mons. Giuseppe Gamba (+1928), più tardi cardinale. Prima di benedirlo gli disse: “Caro canonico, quella Madonna che lei ha custodito così bene per 43 anni, è sulla soglia del Paradiso che l’attende”. Il morente sorrise e poi rivolse lo sguardo al quadro della Madonna che aveva accanto. Morì di polmonite il 16-2-1926. Appena la notizia si diffuse per la città tanti torinesi esclamarono: “È morto il santo della Consolata”.
         Ai funerali dell’Allamano prese parte una fiumana di gente. Fu seppellito nel cimitero di Torino. Dal 1938 le sue reliquie sono venerate nella cappella della casa madre dell’Istituto da lui fondato. Giovanni Paolo II ne riconobbe l’eroicità delle virtù il 13-5-1989 e lo beatificò il 7-10-1990.

Sac. Guido Pettinati SSP,
I Santi canonizzati del giorno, vol. 2, Udine: ed. Segno, 1991, pp. 189-198.
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