B. GIACOMO BERTHIEU (1838-1896)

Vite di Santi, Beati, Venerabili...

Nacque a Monlogis, nella parrocchia di Polminhac (diocesi di Saint-Flour), il 26 novembre 1838 e morì per la fede ad Ambiatibé (Madagascar) l\’8 giugno 1896. Fu ordinato sacerdote nel 1864. Sacerdote della Compagnia di Gesù fu mandato  missionario nel Madagascar. Scoppiata nel 1894 la seconda guerra dei malgasci contro la Francia, il Berthieu fu catturato dagli insorti. Invitato varie volte ad abbandonare la fede, egli si rifiutò sempre e i feticisti, irritati dalle sue ripulse, lo sottoposero a morte crudele e gettarono il suo cadavere nel fiume Mananara.

Quest\’umile martire gesuita nacque, secondo di sette fratelli, il 27-11-1838, nella fattoria di Monlogis, del comune di Polminhac, nel dipartimento del Cantal (Francia). A quindici anni, Giacomo entrò nel seminario minore di Pleaux e, benché non avesse mai avuto la gioia di essere annoverato tra i primi della classe, in condotta riportò sempre "ottimo". Al termine degli studi di retorica passò al seminario maggiore di Saint-Flour (1859) per compiere gli studi di teologia e prepararsi al sacerdozio che gli fu conferito nel 1864.
I primi tre anni di ministero, Berthieu li trascorse a Roannes-Saint-Mary, ma gli furono resi poco facili e felici dal parroco vecchio, malato e melanconico. Dopo altri sei anni trascorsi sotto un nuovo parroco più comprensivo e caritatevole, tra trepidazioni ed esitazioni, il beato sentì il bisogno di entrare a Pau nel noviziato della Compagnia di Gesù (1873). Più tardi così ne scrisse alla famiglia: "Avevo sempre avuto una profonda venerazione per la vita religiosa e soprattutto per quella del missionario; tuttavia non avevo mai osato pensare che nostro Signore mi avrebbe un giorno chiamato ad essa. Me ne riconosco del tutto incapace sotto ogni aspetto; e questo fino al momento in cui la Provvidenza è venuta a prendermi per quella vita, proprio nel bei mezzo della mia carriera sacerdotale".
Il P. Berthieu fu destinato alle missioni del Madagascar, dipendenti dalla provincia gesuitica di Tolosa. Iniziò il suo lavoro nell\’isola di Santa Maria, tra stenti e fatiche di ogni genere. Sei mesi dopo il suo arrivo scrisse al fratello: "A mia grande confusione, non ho proprio nulla da dirti perché qui non ho ancora fatto nulla. Studiare il malgascio, catechizzare i bambini della scuola,… ascoltare a volte qualche confessione, osservare un po\’ e acclimatarmi, ecco tutto il mio lavoro, fino a oggi. Con questo ho naturalmente di che occuparmi senza per nulla avere il tempo o tanto meno l\’idea di annoiarmi. La mia inutilità e la mia miseria spirituale servono ad umiliarmi senza però scoraggiarmi, in attesa dell\’ora in cui potrò fare qualche cosa, con la grazia di Dio".
Appena s\’impratichì della lingua malgascia, il beato fu assorbito completamente dall\’insegnamento del catechismo, le visite ai poveri e ai lebbrosi, i battesimi, la preparazione alle prime comunioni, la celebrazione e regolarizzazione dei matrimoni e l\’assistenza agl\’indigeni addetti ad una coltivazione agricola razionale, dalla quale la missione traeva i mezzi necessari per sostenere la scuola dei bambini.
Dopo tanti sudori, nel 1881 P. Berthieu dovette abbandonare l\’isola a motivo dei decreti di espulsione dei religiosi dai territori francesi. Negli anni che seguiranno, egli rivivrà queste dure esperienze perché sarà sovente sbalzato da una stazione missionaria all\’altra, contrariamente alle sue aspirazioni e al suo temperamento. Scrisse infatti nel 1893 ad un suo compagno di seminario: "Quanto a me, ecco le tappe del mio servizio: sei anni nell\’isoletta di Santa Maria, a poche miglia dalla costa del Madagascar, fino all\’espulsione dei religiosi decretata nel 1880. Poi due anni nel sud del Madagascar, fino a quando ne sono stato cacciato a causa della prima guerra franco-malgascia. Un anno relegato a Tamatave, dove mi sono messo a piantare legumi per i miei confratelli. Due anni a fare il cappellano volontario nel nord, ma senza ricevere stipendio, anzi pagando per avere il rancio. Avevo iniziato la stazione di Diego Suarez all\’estremo nord dell\’Isola Rossa, quando fui chiamato ad Ambositra, non appena conchiusa la pace. Vi sono rimasto quasi sei anni, dandomi da fare in mezzo a numerose difficoltà e persecuzioni. Attualmente mi trovo da un anno e mezzo a un giornata di cammino al nord di Tananarive, ed ho cura di ben diciotto piccoli centri, in una zona piuttosto estesa". Qui, come altrove, egli cercò di farsi tutto a tutti. Di lui fu detto: "Era un padre che non abbandonava i suoi figli".
Eppure, alla fine del 1891, per l\’ennesima volta i superiori lo trasferirono ad un nuovo centro missionario a nord-est della capitale, Tananarive. Il beato confidò al fratello Gabriele, gesuita pure lui: "Non è senza una stretta al cuore che ho lasciato Ambositra dopo cinque anni e mezzo di permanenza, di lavoro e di sofferenze!". Il sacrificio del distacco non gl\’impedì di donarsi con rinnovato zelo alla nuova comunità. Scriverà infatti: "Sera e mattino insegno il catechismo, e il resto del tempo lo dedico a ricevere gente, oppure a visitare tutti quelli del vicariato, amici e nemici, per guadagnarli tutti a nostro Signore". I fedeli, trattando con lui, si accorgevano di avere a che fare con un religioso onesto e sincero. Un catechista malgascio affermò di lui: "Era buono con tutti come il sole di primavera". Ai cristiani ripeteva sovente: "Non abbiate paura di coloro che uccidono il corpo, ma non possono uccidere l\’anima". Oppure: "Supponendo anche che voi foste divorati da un caimano, voi risuscitereste".
Nel 1894 scoppiò la seconda guerra dei malgasci contro la Francia. Varie tribù si ribellarono, tra cui quella dei Ménalamba, causando saccheggi e incendi. Nei missionari essi vedevano soltanto delle persone che bisognava fare sparire perché avevano fatto perdere il potere alle loro divinità pagane e ai loro amuleti. Ai cristiani, fatti da loro prigionieri, andavano ripetendo: "Finché noi adoravamo gli dèi dei nostri padri, avevamo la nostra patria, la nostra sovrana, il nostro esercito; ma voi avete destato l\’ira degli dèi, abbandonandoli per la nuova religione, pregando l\’antenato dei bianchi, Gesù Cristo, e così abbiamo perso tutto". Uno dei centri del distretto in cui si trovava il P. Berthieu, Ambatomainty, nel marzo del 1896, fu fatto evacuare dalle autorità militari perché era loro impossibile difenderlo. Una colonna di 2.000 profughi, preceduta da soldati francesi, si mise in cammino alla volta di Ambohimila. Il Padre volle rimanere in mezzo ai suoi figli per incoraggiarli e consolarli tra le inaudite loro sofferenze. Poté costatare con soddisfazione che i migliori di loro erano pronti a morire con lui "se necessario, per non tradire la propria coscienza". Il comandante più volte gli offerse la sua tenda e la sua mensa, ma il missionario, per non allontanarsi dal gregge, preferì servirsi della capanna di erbe secche che gli avevano costruito.
Con i soldati francesi e malgasci si trovavano pure truppe senegalesi, famose per le loro dissolutezze e ruberie. Il P. Berthieu, in una lettera al Vicario Apostolico, Mons. Cazet, così ne parlò: "Questi soldati neri non sono buoni che a combattere. All\’infuori di ciò, si comportano come bruti e sfacciati predoni nel nostro villaggio. Con la mia vigilanza ho potuto consentire alla nostra gente di dormire in pace e quanto mi sono riconoscenti!".
Dopo una settimana, i fuggiaschi poterono fare ritorno alle loro capanne, ma le trovarono incenerite. Le fatiche che il P. Berthieu dovette allora sostenere furono tante che cadde gravemente malato, e ci vollero parecchie settimane di cure a Tananarive prima che potesse ricuperare le forze. Nel ritornare alla residenza, confidò alla superiora delle Suore di San Giuseppe di Cluny: "Non so che cosa mi aspetta, ma qualunque cosa accada, sono pronto. Ho fatto i miei esercizi spirituali come fossero gli ultimi".
Il beato aveva appena ripreso il suo posto di lavoro quando gli abitanti di Ambatomainty ed il presidio ricevettero l\’ordine di ritirarsi in fondo ad una valle stretta. Il capitano Castel avrebbe voluto che, in quella confusione, il P. Berthieu fosse rimasto nel villaggio, ma egli gli rispose: "Ah, no! Non posso accettare perché quei poveri cristiani sono nell\’angoscia ed io voglio raggiungerli". I Ménalamba, frattanto, continuavano ad incendiare i villaggi approfittando delle esitazioni delle autorità della capitale. Il Padre fece rilevare la gravita della situazione, ma non venne preso alcun provvedimento dai responsabili. Egli allora non poté fare altro che ravvivare i buoni sentimenti nei suoi fedeli e farli pregare quando si assiepavano intorno alla sua capanna.
Il 6-6-1896 il Beato fu informato dal capitano Castel che l\’esercito e la popolazione dovevano ripiegare ancora verso la capitale per sfuggire agli assalti dei Ménalamba. Il terrore s\’impossessò della povera gente incolonnata dietro ai soldati con i bambini, i malati, i vecchi ed il bestiame.
Il Padre, montato su un cavallo, correva da una estremità all\’altra dell\’interminabile colonna per consolare e animare tutti. Avendo trovato un giovane operaio accasciato a terra per una piaga al piede, lo fece salire sulla sua cavalcatura. Egli camminò in mezzo ai ritardatari, stremati dalle forze, per esortarli a raggiungere il grosso dei fuggiaschi, ma la sua preoccupazione risultò inutile perché, all\’improvviso, una cinquantina di Ménalamba, approfittando della lontananza dei soldati francesi, piombò su di loro e li spogliò del bestiame e dei viveri. Il P. Berthieu nel parapiglia affidò il giovane operaio ad alcuni cristiani, e poi fuggì a cavallo con gli altri sventurati nel vicino villaggio di Ambohibemasoandro con la speranza che i francesi, avvertiti della loro cattura, si sarebbero mossi alla loro ricerca.
All\’alba del giorno 8 giugno il Padre celebrò la Messa sopra un armonium, ed esortò i cristiani che lo avevano seguito a preparare il pasto perché non sapevano che cosa sarebbe accaduto, e a stare tranquilli recitando il rosario. I Ménalamba nel pomeriggio presero d\’assalto il villaggio. Appena il beato ne fu avvertito esclamò: "Prepariamoci, figli miei, perché forse stiamo per morire!". Quando sentì i Ménalamba gridare: "Consegnateci il bianco, altrimenti bruceremo le vostre case", egli ordinò ai fedeli di fuggire dicendo: "Se qualcuno deve morire, questo sarò io". Un giovane schiavo indicò agli assalitori prima il cavallo del missionario e poi la soffitta in cui si era nascosto.
Il P. Berthieu fu trascinato nel cortile della casa che lo ospitava e percosso con un colpo di accetta al collo e alla fronte. Egli cadde in ginocchio, poi si alzò e si terse il sangue con il fazzoletto sospirando: "Non uccidetemi, figli miei; ho da dirvi delle cose buone". Per tutta risposta gli fu assestato un altro colpo di accetta al collo. Alcuni avrebbero voluto ucciderlo subito, la maggior parte però preferì condurlo al proprio campo distante circa quindici chilometri, per presentarlo al capo. Diversi assalitori si misero alla cerca di coloro che avevano accompagnato il missionario, ma costoro riuscirono a nascondersi o a fuggire grazie all\’aiuto di amici e conoscenti.
Appena fuori del villaggio gl\’insorti spogliarono il missionario della veste talare. Vedendo che sul petto portava il crocifisso, uno dei capi glielo strappò di dosso gridando: "Ecco il tuo amuleto! È di questo che ti servi per trarre in inganno la nostra gente!". Poi gli domandò: "Pregherai ancora e farai pregare la gente, sì o no?". Rispose il martire: "Pregherò ancora di certo, fino alla morte". Sull\’orlo del fossato giaceva il suo cavallo, tagliato a pezzi. "Vuoi dunque fare la sua stessa fine?" gli dissero percuotendolo selvaggiamente. "Io non spero che voi mi lasciate la vita. Se acconsento a quanto voi dite, sarò io stesso ad uccidermi, ma se respingo le vostre parole, io vivrò". "Sì, tu vivrai, gran signore!" gli urlarono dietro, con scherno.
Arrivati al villaggio di Ambohitsara, colui che percosse il missionario per primo, gli disse: "Tu costringi a ritornare con noi le donne che non amiamo più e dalle quali abbiamo divorziato da due o anche tre anni. Ebbene, oggi ci sposeremo con te!". "Ti prego – gemette il Padre – non avere l\’ardire di oltraggiarmi per una cosa di questo genere, figlio mio".
Altri, nella speranza di beneficiare del suo misterioso potere di sacerdote, gli fecero questa proposta: "Se tu, invece di pregare, c\’insegni a usare le armi contro i bianchi, noi ti libereremo". "Non sono venuto per insegnarvi a combattere – rispose loro il beato – Finché vivrò, v\’insegnerò a pregare. La preghiera vi aiuterà a salvare le vostre anime".
Proseguendo il cammino uno dei rivoltosi si mise a parlare della inquietudine che lo tormentava dopo l\’arresto del P. Berthieu. Difatti aveva cercato due volte di sparare sul missionario, ma il colpo non era partito. Un altro, sentendo questa confessione, raccolse una grossa pietra e la scagliò con forza contro la schiena del prigioniero, dicendo: "È uno che prega, non si può condurlo al campo perché profanerebbe i feticci".
Quando i Ménalamba, con un centinaio di capi di bestiame razziati, giunsero ad Ambohitra, villaggio che il missionario aveva convertito, pioveva. "Figli miei – implorò allora P. Berthieu – volete darmi un panno? Ho tanto freddo!". Gli abitanti, terrorizzati, non ebbero l\’ardire di soccorrerlo per timore di rappresaglie. Passando davanti alla chiesa, in cui aveva esercitato tante volte il suo ministero, egli manifestò il desiderio di entrarvi, ma non gli fu permesso. Si inginocchiò allora davanti alla porta e recitò ad alta voce il Padre Nostro e l\’Ave Maria stringendo tra le mani la corona del rosario. I Ménalamba si fecero beffe di lui e dei suoi amuleti. "Non sono i miei amuleti, – rispose loro con dolcezza il beato – ma questo crocifisso rappresenta il Salvatore degli uomini". I carnefici, adirati, lo percossero con il calcio dei fucili. Il martire fu allora udito mormorare: "La mia carne trema al cospetto della morte, ma la mia anima non ha paura perché quando sarò morto andrò dal Padre mio". Tra insulti e volgarità la marcia riprese. Il padre, estenuato dal sangue perduto e dalla fatica del viaggio, era immerso in un bagno di sudore.
Alcuni uomini si erano staccati dal gruppo ed avevano fatto ritorno alle loro case perché cominciava a farsi buio. Gli altri non se la sentivano di fare la guardia al prigioniero di notte per il timore di essere inseguiti e catturati dai soldati francesi. D\’altronde, essi dicevano: "Se lo conducessimo al campo, profanerebbe i feticci, perché porta con sé degli amuleti potenti". Lo trascinarono allora a una cinquantina di metri fuori del villaggio di Ambiatibe e lo fucilarono. Prima di morire il beato aveva chiesto di potere pregare per i suoi uccisori con la faccia rivolta ad oriente. Uno dei capi gli si era avvicinato e gli aveva detto: "Rinuncia alla tua cattiva religione; non ingannare più la gente e noi ti porteremo con noi e ti faremo nostro capo e nostro consigliere, e non ti uccideremo". Il prigioniero gli aveva risposto: "Non posso assolutamente accettare una cosa simile, figlio mio! Preferisco morire!".
I sei uomini del plotone, incaricati dell\’esecuzione capitale, furono invasi da un paura misteriosa. Quattro di essi infatti fallirono il bersaglio. Il P. Berthieu cadde a terra soltanto al quinto e al sesto colpo. Con un randello gli fu fracassata al testa e poi venne gettato nel fiume vicino, infestato dai caimani, per non attirare sugli abitanti del villaggio le eventuali ire dei francesi. L\’eroico missionario fu beatificato da Paolo VI il 17-10-1965.
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Sac. Guido Pettinati SSP,
I Santi canonizzati del giorno, vol. 6, Udine: ed. Segno, 1991, pp. 94-100
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