B. FRANCESCO FAA DI BRUNO (1825-1888)

Vite di Santi, Beati, Venerabili...


Nel 1840 il giovanotto fu ammesso alla Regia Accademia Militare di Torino da cui uscì nel 1846 con il grado di Luogotenente. Anche in quel tempo il Beato si distinse non soltanto per l’impegno nello studio, soprattutto della matematica, ma per la serietà di vita e di pietà. Sovente si recava all’oratorio di Don Bosco in Valdocco, vestito da ufficiale, per servire la Messa e fare la comunione. Non gli mancarono motteggi e sarcasmi da parte dei compagni libertini, ma a tutti egli s’impose con l’aperta professione di fede e la vita intemerata. E risaputo che non beveva e non fumava, non prendeva parte a balli e a feste di società.


Questo Santo sacerdote, fondatore delle Suore Minime di
Nostra Signora del Suffragio, nacque il 29-3-1825 nel castello di Bruno, nei
pressi di Alessandria, ultimo dei 12 figli che Luigi, marchese di Carentino e
conte di Fontanile, ebbe dalla nobildonna Carolina Sappa dei Milanesi. Il
giorno stesso in cui nacque fu battezzato nella cappella del palazzo con il
nome di Francesco, e a sette anni fu cresimato dallo zio materno, Mons. Carlo
Sappa, vescovo di Acqui. Tra i fratelli del Beato sono degni di memoria Emilio,
che affondò con la sua nave ammiraglia nella battaglia di Lissa (1866), Carlo
che si fece religioso tra gli Scolopi e Giuseppe, che fece parte della Società
dell’Apostolato Cattolico, fondata a Roma da S. Vincenzo Pallotti (+1850), Tra
le sorelle si distinsero per pietà Camilla, che entrò in un monastero di
clausura a Parma ed Enrica che si fece monaca Visitandina a Torino.
 Fino ai nove anni Francesco rimase nel castello di Bruno
in compagnia del nonno, ma non dimostrò molta inclinazione allo studio perché
era alquanto gracile di salute. Il padre lo affidò allora alle cure di un
sacerdote, alla scuola del quale fece reali progressi nello studio e nella
devozione. Alla morte della moglie lo collocò per quattro anni a Novi Ligure,
nel collegio di San Giorgio, retto dai Padri Somaschi, in cui compì
lodevolmente il corso di retorica e frequentò ogni domenica i santi sacramenti.
 Nel 1840 il giovanotto fu ammesso alla Regia Accademia
Militare di Torino da cui uscì nel 1846 con il grado di Luogotenente. Anche in
quel tempo il Beato si distinse non soltanto per l’impegno nello studio,
soprattutto della matematica, ma per la serietà di vita e di pietà. Sovente si
recava all’oratorio di Don Bosco in Valdocco, vestito da ufficiale, per servire
la Messa e fare la comunione. Non gli mancarono motteggi e sarcasmi da parte
dei compagni libertini, ma a tutti egli s’impose con l’aperta professione di
fede e la vita intemerata. E risaputo che non beveva e non fumava, non prendeva
parte a balli e a feste di società.
 Quando il re Cario Alberto dichiarò la prima guerra
d’indipendenza all’Austria (1848), Francesco fu arruolato come ufficiale
d’ordinanza del principe Vittorio Emanuele. Durante la campagna si mostrò
spiacente “di non poter assistere alla Santa Messa e accostarsi sovente ai
sacramenti”. Fu diligente nel compimento dei propri doveri, disegnò una
carta topografica del Mincio e, nella sfortunata battaglia di Novara
(23-3-1849), compì tali atti di valore che meritò di essere nominato sul campo
capitano addetto allo stato maggiore. Si dice che alla vista di tanti caduti
abbia concepito l’idea di costruire una chiesa per il suffragio. Tra gli orrori
della guerra la sua principale preoccupazione rimase quella di vivere unito a
Dio. Il 18-4-1849 scrisse difatti alla sorella Maria Luisa contessa Radicati di
Passerano: “Vengo da fare la mia comunione pasquale… quanto sarei
fortunato se Iddio potesse restare con me fino a quell’istante in cui egli
avesse destinato di chiamarmi a sé!”.
 Il nuovo re Vittorio Emanuele II, succeduto al padre
abdicatario, promise a Francesco Faà di Bruno che lo avrebbe fatto istitutore
dei suoi figli, Umberto e Amedeo, appena avesse terminato gli studi di
matematica. Per questo lo inviò a Parigi in missione speciale con il grado di
capitano onorario e con relativo stipendio. Durante la sua permanenza nella
capitale francese (1849-1851) il Beato fece molti progressi sia nello studio
che nella vita spirituale. Cercò difatti un alloggio che fosse vicino a una
chiesa in cui potere ogni giorno ascoltare la Messa e fare sovente la
comunione. Si iscrisse alla Conferenza di San Vincenzo Ozanam (+1853), e
compose per suo uso un esame di coscienza ripieno di encomiabili propositi. Tra
l’altro scrisse; “Severa riservatezza nel trattare con le donne, sia in
vettura che in salone. Se gli occhi si posano sopra un’immagine indecente,
rivolgere il pensiero a Gesù crocifisso, alla Santissima Vergine: pensare alla
resurrezione finale e pregare per l’artista che ne è stato l’autore. Se provi
sentimenti di ammirazione per una donna, purifica i tuoi pensieri rivolgendo il
tuo spirito a Dio e mira in essa l’immagine del creatore. Prega affinchè ella
abbia un’anima più bella del suo corpo”.
 Per intrighi di corte e spirito anticlericale a Faà di
Bruno fu prospettato che non sarebbe stato incaricato della educazione dei
figli del re. Per questo probabilmente l’8-10-1850 scrisse alla sorella Maria
Luisa: “Forse è un avvertimento che Dio ha voluto darmi. Certo se prima
avevo qualche fiducia nelle creature, adesso non ne ho assolutamente più. Io
sono ricondotto perfettamente a Dio, che sarà ormai la mia sola e unica
risorsa”. Ritornato da Parigi con la licenza in scienze esatte, volle
emulare l’Ozanam fondando in Alessandria la Conferenza di San Vincenzo di cui
fu primo presidente. Il 23-3-1853 si congedò dalla vita militare per la quale
non sentiva attrattiva e si diede esclusivamente allo studio, alla preghiera e
alle opere buone.
 Nel mese di maggio 1854 il cavalier Francesco ritornò alla
Sorbona dove, alla scuola del celebre Agostino Cauchy (+1857), conseguì la
laurea in scienze matematiche. Allo scopo presentò 2 tesi: una di analisi
superiore e l’altra di astronomia (1856). Dalle sue lettere risulta che in quel
tempo si perfezionò pure nella musica e nel suono del piano, si iscrisse
all’Associazione dell’Adorazione Notturna e riprese i suoi rapporti con la
Conferenza di San Vincenzo. Alla sorella scrisse candidamente che aveva un solo
desiderio: quello di farsi santo perché “tutto il resto non è che un gioco
da bambini”.
 Ritornato in patria all’inizio del 1857, il Beato accettò
di presentarsi come deputato al parlamento italiano nel secondo collegio di
Felizzano, ma non essendo stato eletto, si stabilì a Torino a due passi dalla
chiesa delle Sacramentine perché gli offriva la possibilità di prendere parte
all’ora di adorazione, e il 27 febbraio dello stesso anno tenne la prolusione
all’apertura del corso di analisi e di astronomia nell’Università di Torino.
Continuò così fino alla morte il suo insegnamento nell’Università pur essendone
solo incaricato per l’opposizione dei liberi pensatori tra i quali figuravano
il poeta razionalista Arturo Graf (+1913) e il fisiologo materialista Giacobbe
Moleschott (+1893). Nel 1861 fu aggregato alla facoltà di scienze fisiche e
matematiche per acclamazione, e in tale occasione tenne un discorso sui
vantaggi delle scienze. A Torino fu pure incaricato dell’insegnamento della
geodesia nella R. Scuola di Applicazione dello stato maggiore (1867). Tra i
vari strumenti scientifici da lui ideati figurano un apparecchio dimostrativo
del movimento dei nodi e del perigeo della luna, un barometro differenziale, un
ellipsigrafo, un fasiscopio, uno scrittoio per i ciechi e una suoneria
elettrica. Nell’ottobre del 1871 divenne insegnante ufficiale della Regia
Università di Torino. Tenne prima l’incarico dell’analisi e geometria superiore
fino all’ottobre del 1876; costituitasi la geometria superiore in cattedra
autonoma, egli conservò l’insegnamento dell’analisi in qualità di professore
straordinario fino alla morte. Oltre che buon matematico, il Beato era pure un
esperto conoscitore di lingue. Difatti parlava correntemente il latino, il
francese, l’inglese, il tedesco e lo spagnolo.
 In tutti questi compiti, Francesco, non venne meno ai
principi religiosi da cui era animato. All’inizio delle lezioni senza alcun
rispetto umano faceva il segno di croce e pregava. Un giorno, mentre teneva la
sua lezione, udì il suono di un campanello che annunciava il passaggio del
sacerdote che portava il viatico a un morente. Si alzò subito in piedi e si
mise in ginocchio tra la generale ammirazione degli studenti. Con la sua
religiosità e con la sua altezza morale che non scendeva a compromessi in un
clima ostile alla religione e in ambiente anticlericale, egli s’impose al
rispetto di tutti.
 Faà di Bruno dai contemporanei fu considerato uno dei
cultori più insigni delle scienze matematiche, fisiche e astronomiche del
secolo. Per essere ancora utile alla società dopo la morte, egli nel suo
testamento dispose che la preziosa collezione dei principali periodici
nazionali e stranieri, e le altre numerose opere matematiche di cui era
possessore, fossero donate all’Università. A testimonianza delle sue
benemerenze i posteri intitolarono al suo nome l’Istituto di Fisica e
Matematica. Il Beato diede alle stampe 3 trattati: 1) Théorie generale de
l’élimination
, Paris, 1859; 2) Cenni elementari sopra il calcolo degli
errori
, Torino, 1867, tradotto in francese nel 1869; 3) Théorie des
formes binaires
, Torino, 1876, tradotto in tedesco nel 1881; e pubblicò 30
note scientifiche su periodici italiani e stranieri.
 Oltre che attendere allo studio, all’insegnamento e alla
preghiera, il cavaliere Francesco si diede pure a opere d’indole sociale. La
prima sua istituzione fu la “scuola di canto” che formò con un gruppo
di ragazze nella parrocchia di San Massimo per rendere più solenni le funzioni
religiose. Nel 1857 mise in azione i cosiddetti “fornelli economici”
per la distribuzione delle minestre ai poveri; nel 1859 istituì in Borgo San
Donato la Pia Opera di Santa Zita per assistere le persone di servizio in cerca
di lavoro; nel 1861 fondò le Clarine alle quali diede la possibilità di
guadagnarsi da vivere lavando la biancheria di istituti ed enti cittadini con
un macchinario a vapore, e istituì un convitto per donne di civile condizione;
nel 1862 istituì un convitto per le povere donne anziane e un’infermeria per le
malate e le convalescenti; nel 1864 istituì il convitto per le ragazze interne
(oggi educande) alle quali faceva impartire un’istruzione elementare e lezioni
di taglio, cucito e ricamo; nel 1869 diede inizio ai lavori per la costruzione
della chiesa dedicata a Nostra Signora del Suffragio con i mezzi forniti da
privata sottoscrizione; nel 1872 aprì un convitto per i sacerdoti e un
“emporio cattolico” nell’Istituto di S. Zita, in cui i parroci
potevano fare acquisto a prezzo modico delle sacre suppellettili di cui avevano
bisogno; nel 1877 fondò la “classe delle Istitutrici o Allieve
maestre”, che oggi si chiama “Istituto Faà di Bruno”; nel 1877
aprì in via Consolata una casa di Preservazione per le ragazze cadute; nel 1881
acquistò il castello di Benevello (Cuneo) per raccogliervi ragazze dai 7 ai 12
anni e installò una tipografia nell’Istituto di S. Zita per la stampa del
bollettino mensile “Cuore di Maria” e di altri fogli di propaganda.
 Per mantenere in vita tanta varietà di opere che dirigeva
e amministrava personalmente con l’aiuto di pie signorine, il Beato profuse
tutto il suo patrimonio con grande sdegno dei parenti i quali si sentivano
umiliati di vedere il loro nobile congiunto occuparsi delle classi più
diseredate della società. Molte volte venne a trovarsi in serie difficoltà
economiche, ma non perse per questo la sua abituale fiducia nella Provvidenza.
Per non contrarre debiti superiori alle sue risorse, sospese più volte la
costruzione della chiesa a costo di derisioni e ingiurie, e sollecitò con molta
umiltà l’aiuto dei torinesi i quali avevano cominciato a chiamarlo “il
certosino laico”. Sovente lo vedevano passare a piedi, silenzioso e
dimesso per le vie della città, benché fosse di statura alta e aristocratica, e
lo udivano dire senza amarezza: “I miei parenti vanno per Torino in
carrozza tirata da 2 cavalli, con il cocchiere in livrea, io invece vado con la
vettura di S. Francesco d’Assisi”.
 Nella direzione della sua Opera, sorta nel rione della
città chiamato “il borgo dei dannati”, e costituita dai più diversi
elementi femminili, il cavalier Francesco dovette imporsi una riservatezza tale
da sembrare talora all’occhio poco sperimentato delle assistite di modi rigidi
e di tratto ruvido. E vero che aveva sortito da natura un carattere impulsivo e
imperioso, ma è anche vero che, dopo un’impazienza, lo si vedeva fermarsi,
diventare pallido come un cencio e chiedere umilmente perdono. Nel suo
comportamento non mostrava preferenza per nessuna persona. Era fermo nel non
permettere tra le componenti della sua opera maldicenze o mormorazioni. Non
parlava di sé e non permetteva che se ne parlasse perché era alieno dal menar
vanto delle sue doti e della sua nobiltà. Ogni giorno faceva la meditazione,
prendeva parte alla Messa della comunità, 3 volte la settimana faceva la
comunione, tutte le domeniche spiegava il vangelo, sovente faceva il catechismo
e dava lezioni di storia della Chiesa.
 Nel 1876, e quindi a 51 anni, in seguito alle esortazioni
di tanti vescovi e sacerdoti, tra cui S. Giovanni Bosco (+1888) e il P. Felice
Carpignano, filippino, e suo confessore, Francesco Faà di Bruno decise di farsi
sacerdote per essere in grado di dirigere meglio la sua Opera e provvedere
all’ufficiatura della chiesa del Suffragio che doveva essere benedetta il 1°
novembre dello stesso anno. L’arcivescovo di Torino, Mons. Lorenzo Gastaldi
(+1883), molto zelante, ma anche molto autocrate, in principio gli si oppose
perché riteneva che sarebbe stato più utile alla Chiesa restando uomo secolare,
in seguito gliene concesse la licenza a condizione che fosse ordinato soltanto
dopo un anno, cioè nella primavera del 1877. Il Beato non accettò
quell’imposizione, avendo stabilito di essere sacerdote al momento della
benedizione della chiesa, per impedire che la sua Opera fosse affidata ad altre
mani.
 Consigliato da Don Bosco, dal P. Carpignano e da vari
vescovi del Piemonte, Faà di Bruno si decise allora a chiedere per mezzo del
fratello P. Giuseppe, a Mons. Pietro Salvai, vescovo di Alessandria, la
incardinazione in quella diocesi poiché in essa era nato e aveva i suoi beni.
 Alla fine di luglio prese la determinazione di andare a
compiere la sua immediata preparazione a Roma. Mons. Castaidi gli diede il
permesso di restarvi per un anno e di vestirvi l’abito ecclesiastico, ma non
volle rimetterlo per sempre ad altro Ordinario. Il 12-8-1876 il vescovo di
Alessandria gli permise invece non soltanto di vestire l’abito, ma anche di
ricevere tutti gli Ordini sacri nel modo e nel tempo che il Vicariato di Roma
avrebbe ritenuto opportuno. Il Beato frattanto, che non voleva scavalcare il
suo immediato superiore, inviò una supplica a Pio IX e a Mons. Gastaldi perché
il suo desiderio fosse esaudito. Il papa il 16-8-1876 gli fece riferire dal P.
Francesco Berardinelli S.J. queste precise parole: “Bene, bene, me lo
piglio io e così cessano senz’altro questi ostacoli. E poi lo rimando là a fare
il bene. Mi è stata chiesta e avrà udienza”. Mons. Gastaldi invece gli
rispose il 26-8 che, per non fare preferenze, gli avrebbe permesso di ricevere
gli ordini minori alle tempera di settembre, il diaconato alle tempera di
quaresima e la Messa alla domenica “Sitientes” del 1877.
 A sbloccare la situazione intervenne il vescovo di
Alessandria, il quale il 7-9-1876 scrisse a Mons. Giulio Lenti, vicegerente di
Roma; “Ove non appaiono difficoltà insormontabili si degni di assecondare
in ogni maniera possibile il piissimo voto del benemerito cavaliere”. Il
22-9-1876 Pio IX emanò il rescritto con cui autorizzava il cardinale Costantino
Patrizi, suo vicario, e per esso il cardinale Oreglia di S. Stefano, a
conferire a Francesco Faà di Bruno gli ordini maggiori in 3 domeniche o giorni
festivi, purché non consecutivi. Il Beato si preparò al sacerdozio, che
ricevette il 22/10 dal cardinale Oreglia di S. Stefano, nella Casa dei Cento
Preti e presso i Pallottini. Il 31 ottobre 1876 rientrò felice a Torino e si
ospitò presso la sorella Antonina Appiani. Nella stessa mattinata Mons. Gastaldi
benedisse la chiesa di N.S. del Suffragio, assistito dal canonico Agostino
Berteu il quale, da parecchio tempo, attendeva al servizio religioso nella Pia
Opera di S. Zita. Don Francesco giunse all’Istituto alle ore 20 dello stesso
giorno, accolto festosamente da tutte le figlie della casa. II 1° novembre
celebrò la Messa nella sua chiesa e nello stesso giorno si recò in curia per
invitare l’arcivescovo a prendere parte la domenica successiva alla festa di
N.S. del Suffragio. L’invito fu accolto, ma in curia il fondatore fu registrato
come un prete extradiocesano finché non ottenne l’exeat dal vescovo di
Alessandria.
 Il P. Carpignano interpose i suoi buoni uffici perché Mons.
Gastaldi ponesse fine al proprio risentimento nei confronti di Don Francesco.
Questi colse l’occasione per inviargli il 23-5-1877 una lettera in cui
dichiarava con tutta umiltà il suo rammarico per averlo contristato. Tra
l’altro gli scrisse: “Iddio solo, e di questo lo prego, può rendermi
scusabile agli occhi di V.E., poiché per Lui solo lavorai per tutta la mia
vita, per Lui solo, dopo tanti anni di bramosia e riflessione, mi arruolai
nella sacerdotale milizia, e, solo per i suoi evidenti incitamenti e indizi,
accettai un’ordinazione che inaspettatamente mi si offriva, appoggiata
umanamente a dimissorie del vescovo di origine già chiamatomi prima che io da
Torino mi dipartissi, lungi però dal prevedere le amare conseguenze e i
disgusti per un insigne Presule, degno di essere compiaciuto in tutto, ma non
contristato. Procurerò pertanto, con l’aiuto del cielo, di rimarginare,
mediante una filiale devozione, la piaga fatta al paterno suo cuore”.
 “Grande amante di Dio” e “serafino
dell’Eucarestia”, diventato ministro di Dio, Don Francesco fu fedele al
suo programma: “Pregare, agire, soffrire”, sempre confortato dalla
convinzione che “con Dio nel cuore tutto si soffre, nulla si teme, tutto
si spera”. Per questo prese a meditare più frequentemente la Passione del
Signore e a fare la Via Crucis con la sua comunità tutti i venerdì. Per
moltiplicare i suffragi fece celebrare il mese di Novembre con particolare
solennità e ogni lunedì celebrò la Messa senza elemosina per tutti i defunti.
 Iscrittosi alla Pia Unione delle Missioni diocesane, il
Beato trovò il tempo per predicare al popolo anche fuori diocesi. Non avendo
però molta facilità di parola, preferì fare del bene scrivendo libretti
d’indole religiosa. Ce ne sono giunti 18. Tuttavia la sua preoccupazione
principale fu la direzione della sua Opera che il 1-11-1876 aveva unificato
sotto il nome di “Conservatorio di N.S. del Suffragio e di S. Zita”.
Per impedirne la dissoluzione dopo la sua morte l’offerse a diverse famiglie
religiose, ma nessuna l’accettò. Confidando in Dio il 16-7-1881 egli diede vita
alle Suore Minime di N.S. del Suffragio, coadiuvato da Suor Maria Ferrero che,
in unione alla damigella Agostina Gonella (+1911), succedutale nel governo,
molto contribuì al consolidamento della congregazione. Le suore emisero i primi
voti soltanto il 16-7-1891.
 Il fondatore morì
il 27-3-1888 in seguito al freddo sofferto durante la visita nel mese di
febbraio alla casa di Benevello, assistito dal suo confessore, il canonico
Luigi Nasi, e dal suo erede, il canonico Agostino Berteu, al quale diede ordine
di pagare ogni debito da lui lasciato e di fare celebrare 200 messe a favore di
coloro che avesse scandalizzato, disgustato o leso nei loro interessi. Quando
la notizia della sua morte si sparse per Torino molti esclamarono: “Oh,
quel padre era davvero un santo!”. I funerali, veramente imponenti, si
svolsero nella chiesa del Suffragio il venerdì santo. La salma fu tumulata nel
cimitero di Torino, ma in occasione del centenario della nascita del Beato
(1925), fu traslata nella chiesa che, con tanti sacrifici, era stata eretta per
il suffragio dei caduti di tutte le guerre. Paolo VI riconobbe l’eroicità delle
virtù di Francesco Faà di Bruno il 14-6-1971, e Giovanni Paolo II lo beatificò
il 25/9/1988.
 ___________________
Sac. Guido Pettinati SSP,

I Santi canonizzati del
giorno
, vol. 3, Udine: ed. Segno,
1991, pp. 281-288.

http://www.edizionisegno.it/