B. BERNARDO DA OFFIDA (1604-1694)

Vite di Santi, Beati, Venerabili...

Domenico Peroni nacque il 7 novembre 1604 a Villa d'Appignano nei dintorni di Offida. A ventidue anni indossò l'abito Cappuccino. Nel 1650, dopo essere passato per vari conventi, venne mandato a Offida dove rimase per tutta la vita. La vita di Bernardo fu semplice e nascosta nell'umiltà dei servizi ordinari di un fratello laico cappuccino: fu cuoco, infermiere, questuante, ortolano, portinaio. Innamorato dell'Eucaristia, aveva un rispetto profondo verso i sacerdoti. Muore all'età di 90 anni il 22 agosto 1694. Fu beatificato da papa Pio VI il 25 maggio 1795.

Questo umile frate laico cappuccino, piccolo di statura, nacque il 7-11-1604 a La Lama, frazione di Offìda, nella diocesi di Ascoli Piceno (Marche), da Domenico Puccio ed Elisabetta Perani, poveri contadini. Al fonte battesimale gli fu imposto il nome di Francesco. Sotto la guida dei genitori, del rettore della chiesa di San Lazzaro in Campagna, che sorgeva poco lontano da casa sua, e dei Padri Cappuccini di Offìda, il piccolo imparò a crescere ben presto pio e obbediente.
Più che allo studio il beato fin dall'infanzia si diede al lavoro e alla preghiera specialmente dopo la prima comunione. Di mano in mano che cresceva in età imparò a condurre le pecore al pascolo, a fare il bifolco e a maneggiare la zappa. Oltre che in chiesa, anche durante le occupazioni quotidiane egli si sentiva molto attratto alla preghiera. Il padre cominciò a comprendere che quel suo figlio non era fatto per il mondo il giorno in cui lo sorprese inginocchiato in preghiera tra le pecore. Mentre esse pascolavano, egli faceva di solito la sua orazione rivolto a una Madonna dipinta sopra il muro della casa presso la quale sostava con il gregge. Nei giorni di festa saliva a Offida per prendere parte non a una, ma a due o a tre Messe nella chiesa dei Cappuccini; fare sovente la comunione e istruirsi nella dottrina cristiana per insegnarla ai pastorelli con i quali si sarebbe incontrato durante la settimana.
All'inizio del 1626, a 22 anni, Francesco chiese di essere ammesso nell'Ordine dei Frati Minori dei Cappuccini. La sua richiesta fu subito accolta essendo ben noto in convento per la sua devozione, la santità di vita e la laboriosità. A Corinaldo (Ancona), dove fu mandato, vestì il saio francescano con il nome di Fra Bernardo, e fece il noviziato durante il quale si distinse per l'austera osservanza della regola e lo spirito di povertà. Dopo la professione religiosa, che emise al termine del noviziato, il P. Provinciale lo destinò al convento di Fermo (Ascoli Piceno) con due importanti compiti da svolgere: fare il cuoco e occuparsi dell'infermeria. È superfluo dire che li adempì entrambi per oltre quarant'anni con grande soddisfazione tanto dei confratelli sani, quanto dei confratelli malati.
Il B. Bernardo da Offìda possedeva in grado eminente tutte le virtù, ma in modo particolare quella della pazienza e della carità. Il suo confessore, P. Carlo da Monte Granaro, attestò che non lo vide mai mancare a queste virtù, e i suoi confratelli nei processi canonici deposero di non averlo mai visto triste in volto. Detestava la mormorazione, difetto tanto diffuso un po' in tutte le comunità religiose di questo mondo. Era quindi temuto dai detrattori della fama altrui. Difatti costoro, appena lo vedevano arrivare, si dicevano l'un l'altro: "Zitti, ecco Fra Bernardo".
Il beato fu nemico capitale dell'ozio. Quando le occupazioni gli lasciavano libero un po' di tempo, egli ne approfittava per aiutare i confratelli nel disbrigo dei loro lavori, oppure si recava a pregare in chiesa o nel bosco adiacente al convento. Era solito iniziare la giornata prendendo parte a tutte le messe celebrate in chiesa, e facendo per due ore la meditazione sulla Passione del Signore. Più volte la settimana faceva la comunione con sentimenti di grande umiltà perché si riteneva un miserabile peccatore. Sovente fu visto piangere mentre si accostava alla mensa eucaristica a piedi scalzi, dopo che vi si era preparato con la confessione e la disciplina. Non usciva e non rientrava in convento senza fare prima una visita, sia pure breve, al SS. Sacramento. Quando gli capitava di passare davanti all'altare si prostrava con la faccia fino a terra e la baciava. Di notte dormiva poche ore con la testa reclinata sopra un tronco di legno ricoperto da uno straccio bianco. Dopo la recita del Mattutino restava ancora a lungo in chiesa a pregare genuflesso.
Fra Bernardo per la fede sarebbe morto volentieri martire. Non avendo la possibilità di andare in missione pregava per la conversione degli infedeli e dei peccatori e, poiché temeva della propria salvezza eterna, dava soddisfazione a Dio per le mancanze commesse nel mondo portando un cilicio intessuto di peli di cavallo, digiunando a pane ed acqua il venerdì e il sabato, nonché nelle vigilie delle feste della Madonna. In tali occasioni agli occhi dei confratelli egli appariva più diligente nei suoi doveri e più lieto in volto. Glielo facevano talora notare dicendo per celia: "Fra Bernardo si è già vestito a festa". Il beato, sempre di poche parole, anziché aversela a male si limitava a dire con voce sommessa e cortese: "Voglio che andiamo tutti in paradiso. Oh, paradiso! paradiso!".
A 65 anni il P. Provinciale destinò il beato Bernardo al convento di Offìda con il compito di andare alla questua per i paesi e le campagne. Pur non essendo più giovane e pur provando un vero tormento a conversare con le donne, d'estate e d'inverno, con il vento, la pioggia o la neve, senza un lamento egli andò alla ricerca del cibo necessario ai suoi confratelli e ai poveri che accorrevano alla porta del convento. Strada facendo teneva la testa bassa, e tra le dita faceva scorrere la corona del rosario che portava abitualmente in mano. Quando lo vedevano comparire in strada tanti gli si stringevano attorno per baciargli la mano, ma egli non glielo permetteva. Gli afferravano allora il cordone o la tonaca rappezzata per portarseli con venerazione alle labbra. Fra Bernardo approfittava di quegli incontri per strada o nelle case per esortare tutti a fuggire il peccato, a temere Dio e ad amare la Madonna. Molti cambiarono vita in seguito ai suoi saggi avvisi o alle sue amorevoli riprensioni. Non era importuno nel chiedere, anzi rifiutava il superfluo. Ringraziava chi lo beneficava dicendo: "Dio ve ne renda merito", oppure: "Dio sia benedetto, Dio sia lodato, Dio sia ringraziato".
Fra Bernardo ebbe una vita molto longeva. Tuttavia, quando cominciò a sentire gli acciacchi della vecchiaia i superiori, invece di mandarlo alla questua, gli affidarono la custodia della portineria. A contatto di tanta gente paesana e forestiera egli fu molto paziente e prudente. Per tutti, specialmente per i poveri e i malati, ebbe parole di consolazione da dire, consigli da dare, esortazioni da fare. Diversi sacerdoti e religiosi ricorsero a lui per essere illuminati riguardo a controversie teologiche, a brani difficili della Scrittura o a loro dubbi e ansietà. Come facesse un povero fratello laico, quasi analfabeta, a dare ad essi risposte tanto precise e illuminanti, rimase un mistero. Evidentemente Dio lo aveva arricchito del dono della scienza infusa.
Al convento era continua la processione di coloro che volevano parlare con Fra Bernardo perché avevano bisogno di qualche grazia o di essere liberati da una infermità. A tutti egli diceva: "Che cosa vi posso fare io, ignorante e miserabile peccatore?". Ma, a loro sollievo, soggiungeva subito: "Andiamo dal beato Felice da Cantalice" (+1587). E li conduceva a pregare prima davanti all'altare del SS. Sacramento, e poi davanti al quadro che raffigurava la Madonna con Fra Felice da Cantalice, umile fratello laico pure lui, beatificato da Clemente XI il 1-10-1620. I malati venivano da lui unti con l'olio della lampada che ardeva davanti all'altare dedicato al beato. Un giorno si sparse la notizia che i superiori volevano trasferire Fra Bernardo da Offida a un altro convento. Il vescovo, che aveva concepito una grande stima di lui, ne rimase tanto conturbato che supplicò immediatamente il P. Provinciale a volerlo lasciare a Offìda perché faceva da solo più bene lui nella sua diocesi che 20 missionari.
Nel tempo in cui Fra Bernardo fu portinaio del suo convento gli abitanti del Piceno diverse volte furono afflitti dalla carestia e dalla fame. I poveri accorsero più numerosi del solito alla porta del convento in cerca di un piatto di minestra o di un tozzo di pane. Il beato verso di loro fu largo di aiuti nonostante i borbottamenti del cuoco, le sgridate del P. Guardiano e le rampogne del Provinciale il quale giunse a chiamarlo ipocrita, fariseo e bacchettone, e a calpestargli persino l'orticello che coltivava per sovvenire alle necessità del prossimo. Dai confratelli di poca fede era considerato il "dilapidatore" dei beni del convento. Egli invece, che possedeva la fede di Abramo, era intimamente convinto che l'elemosina era il mezzo più efficace per attirare sul convento la protezione e la benedizione della Provvidenza divina.
Da vecchio il B. Bernardo da Offìda fu assalito da tremiti, e per la grande debolezza cui andò soggetto fu costretto a fare uso di stampelle.
Non potendo più attendere come al solito alle quotidiane occupazioni moltiplicò le orazioni e le meditazioni. Muoveva a devozione anche solo vederlo starsene in ginocchio davanti all'altare del SS. Sacramento con le braccia in croce.
Il degno figlio di S. Francesco morì serenamente il 22-8-1694 dopo pochi giorni di febbre e di risipola, stringendo tra le mani il crocifisso con cui il P. Guardiano aveva voluto che benedicesse i confratelli e i benefattori del convento. Attorno al corpo del defunto fu un accorrere di devoti per tre giorni di seguito. E furono tanti coloro che vollero tornarsene a casa con una reliquia di lui che i cappuccini, per ben tre volte, dovettero cambiargli la tonaca con cui lo avevano rivestito. Il P. Carlo da Monte Granaro quando parlava del suo penitente non riusciva a trattenere le lacrime tant'era grande l'emozione da cui si sentiva assalito.
Fra Bernardo da Offìda fu beatificato da Pio VI il 19-5-1795.
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Sac. Guido Pettinati SSP,
I Santi canonizzati del giorno, vol. 8, Udine: ed. Segno, 1991, pp. 250-253
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