B. BENEDETTA CAMBIAGIO FRASSINELLO (1791-1858)


Una teste dei processi affermò: “In casa, la signora Madre sorvegliava tutte. Quando aveva tempo si sedeva accanto a noi bambine e c’insegnava a cucire, rammendare, rappezzare, a fare i camiciotti, a leggere e a scrivere. Sovente ci chiedeva: care le mie figlie, avete già detto delle giaculatorie? Avete fatto la comunione spirituale? Lei cominciava e noi proseguivamo”. In caso di ristrettezze economiche, si metteva a recitare in cappella il rosario, con le ragazze, o faceva con loro una processione nel cortile al canto delle Litanie della Madonna. L’Opera della beata prosperò perché la gente aveva posto in Benedetta una “illimitata fiducia”. Difatti, era stata l’unica donna che, a Pavia, si era tempestivamente occupata dell’istruzione e dell’educazione della gioventù povera e orfana.


La fondatrice delle Benedettine della Provvidenza di Ronco
Scrivia, nacque a Langasco (Genova) il 2-10-1791 da Giuseppe, modesto contadino
e da Francesca Ghiglione. Al fonte battesimale le fu imposto il nome di
Benedetta. Per provvedere al mantenimento dei loro cinque figli i Cambiagio nel
1809 si trasferirono a Pavia in qualità di piccoli commercianti di grano e di
verdure. Benedetta crebbe semplice di animo e con tendenze alla penitenza. Non
sappiamo quali scuole abbia frequentato al tempo della prima comunione e della
cresima.
 Fattasi grandicella, la beata da mane a sera dovette
aiutare i genitori nel governo della casa e nella gestione della bottega,
motivo per cui crebbe senza trarre molto profitto dai sacramenti che riceveva
saltuariamente. Nutrì, però, fin dalla più tenera età, un grande amore per i
poveri. Più avanti negli anni, non avendo nulla da dare loro, andrà a
raccogliere per essi nei boschi la legna secca di cui avevano bisogno per
riscaldarsi nel rigido inverno. A vent’anni cominciò a diventare più pia,
pensando all’importanza della salvezza dell’anima redenta dal sangue di Cristo
e all’impossibilità di servire contemporaneamente Dio e il mondo.
 In quel tempo, unicamente per compiacere i genitori,
contrasse il matrimonio (1816) nella parrocchia di San Michele Maggiore con
Giov. Batt. Frassinelli (+1873), contadino e falegname. Per due anni visse a
lui sottomessa. In seguito lo supplicò di permetterle di vivere accanto a lui
come sorella. Essendo stata esaudita nella richiesta “con sua infinita
consolazione”, otto anni dopo fece con il marito un pellegrinaggio a un
santuario mariano per ottenere la grazia di entrare tra le cappuccine di
Genova. Il P. Giacomo De Filippi, chierico regolare dei Somaschi, in una
lettera le raccomandò di attendere prima che sua sorella, costretta a tenere il
letto per un cancro all’intestino, fosse volata al cielo. Dopo si sarebbe
interessato di fare entrare lei in un monastero e il marito a Somasca
(Bergamo), tra i fratelli laici del suo Ordine. Frattanto, per vivere, avevano
aperto un negozio di frutta e verdura poco lontano dalla parrocchia.
 La sorella morì il 9-7-1825, ma Benedetta, invece di farsi
cappuccina, ottenne di entrare nel Conservatorio di Capriolo (Brescia) in cui
vivevano delle religiose provenienti da vari Istituti, soppressi da Napoleone
(+1821), ed erano alla ricerca di una superiora. Poiché non apparteneva a
nessuna congregazione, fu offerta a Benedetta la carica, ma ella, dopo otto
mesi, preferì ritornarsene a casa per la scarsa salute e soprattutto perché si
sentiva chiamata da Dio a prendersi cura delle fanciulle abbandonate che
gironzolavano per le strade ignoranti, sudicie ed esposte alla mala vita. Poté
soddisfare il desiderio che sentiva di essere loro maestra e madre sotto la
guida del vescovo della diocesi, Mons. Luigi Tosi (+1845). I genitori, però,
nella casa dei quali cominciò a raccogliere le prime bambine, non ne
condivisero l’ideale perché temevano che si rovinasse la salute. Il padre un
giorno giunse a minacciarla persino con un bastone. Il vescovo, al quale
Benedetta si era rivolta per consiglio, la incoraggiò a perseverare nell’opera
intrapresa, prendendo una casa in affitto. Per garantirne la libertà, richiamò
da Somasca suo marito, fece rinnovare ad entrambi il voto di castità e promise
loro che li avrebbe aiutati secondo le sue possibilità.
 L’abitazione presa a pigione da Benedetta diventò presto
insufficiente per ospitare tutte le ragazze che chiedevano aiuto e protezione.
Un giorno la beata pregò: “Signore, tu vedi lo stato in cui mi trovo; se è
tua volontà che quest’opera sussista, aiutami”, E il Signore, “che
quando vuole una cosa non manca di accordare i mezzi” le venne in aiuto
nella persona di Angelo Domenico Pozzi (+1829), uomo sommamente benefico, il
quale, prima affittò per Benedetta una casa più vasta il 29-9-1828, poi gliene
comperò una nelle vicinanze del nobile collegio Borromeo e, prima di morire, le
lasciò un legato che le assicurasse un minimo per vivere. In essa fu possibile
sistemare tanto le ragazze di Benedetta quanto quelle di una donna rimasta
sconosciuta. L’istituzione, fondata sulla povertà e sul sacrificio, rimase alle
esclusive dipendenze del vescovo e del parroco di San Michele. Benedetta faceva
da direttrice e madre, le volontarie, debitamente patentate, che vivevano con
lei, fungevano da maestre. Per la loro formazione e il mantenimento della
disciplina compose un regolamento. A tutte le ospiti raccomandava di continuo
di agire solo e sempre per amor di Dio, non per interessi umani. Lei stessa,
quando scriveva qualche lettera, si firmava “Benedetta Cambiagio che vivo
per Gesù”, oppure “Benedetta di Gesù”.
 Una teste dei processi affermò: “In casa, la signora
Madre sorvegliava tutte. Quando aveva tempo si sedeva accanto a noi bambine e
c’insegnava a cucire, rammendare, rappezzare, a fare i camiciotti, a leggere e
a scrivere. Sovente ci chiedeva: care le mie figlie, avete già detto delle
giaculatorie? Avete fatto la comunione spirituale? Lei cominciava e noi
proseguivamo”. In caso di ristrettezze economiche, si metteva a recitare
in cappella il rosario, con le ragazze, o faceva con loro una processione nel
cortile al canto delle Litanie della Madonna.
 L’Opera della beata prosperò perché la gente aveva posto
in Benedetta una “illimitata fiducia”. Difatti, era stata l’unica
donna che, a Pavia, si era tempestivamente occupata dell’istruzione e
dell’educazione della gioventù povera e orfana. Il governo austriaco del lombardo-veneto
ne riconobbe l’attività, perché le ragazze accolte nella sua casa venivano
istruite secondo il vigente metodo elementare, e avviate a lavori femminili
eseguiti su commissione per conto di terzi. Veniva così raggiunto lo scopo che
Benedetta si era prefisso: “formare delle buone cristiane che apprendendo
le virtù del proprio stato, le esercitino; ed istruite in ogni utile e
domestico lavoro, riescano un giorno vere madri di famiglia e siano, ad un
tempo, di vantaggio a se stesse e agli altri”.
 L’Opera di Benedetta si sviluppò maggiormente dopo che il
governo la autorizzò a ricevere lasciti. Le rendite fisse, però, continuarono
ad essere scarse, non proporzionate alle esigenze di ogni giorno. Ciò
nonostante, la beata, sempre fidente nella Provvidenza, acquistò ancora una
casa, adiacente alla precedente e la riempì di ragazze abbandonate. Il vescovo
non condivise l’ampliamento. Egli considerava le giovani raccolte in numero di
150 superiore alle possibilità economiche, la beata, invece, pensava alla necessità
di toglierne dai pericoli della strada il maggior numero possibile. A causa
delle ristrettezze economiche, tra le ricoverate e gli stessi cittadini
circolarono delle lagnanze riguardanti la fondatrice. Fu necessario ricorrere a
una pubblica sottoscrizione straordinaria per liberare la beata dai fastidi dei
debiti. Essa fruttò 1600 fiorini. Poiché la Provvidenza ricambiava con
interventi imprevisti la fiducia che Benedetta riponeva in essa, questa pensò
di rendere più solide le basi della benefica istituzione richiedendo
l’approvazione da parte del governo.
 Il vescovo, davanti a quella prospettiva, consigliato da
alcuni sacerdoti giansenisti e giuseppinisti, cambiò radicalmente idea nei
confronti di quanto Benedetta stava operando. Contro di lei ci fu una levata di
scudi anche da parte di famiglie aristocratiche, le quali, in compenso delle
loro elargizioni, esigevano prestazioni di servizio da parte delle ragazze
dell’istituto. La risoluta opposizione della beata a questo tipo di sfruttamento,
occasione prossima di corruzione, diventò fonte di calunnie contro di lei, di
dolori e di non lievi maltrattamenti. Tra tante sofferenze si umiliava
profondamente e si domandava: “Che cosa vuole Dio da me? Io desideravo
coltivarmi questo giardino, di cui egli stesso mi volle fondatrice e custode;
forse e, senza forse, per i miei peccati gravi me ne sono resa indegna”.
 A Benedetta venne definitivamente meno ogni sostegno
umano. Il vescovo stesso, ormai alquanto svanito di mente, le proibì di fare la
comunione per un mese. La beata ne rimase talmente stordita che non riusciva
più né a dormire, né a mangiare. Un giorno non aveva ella detto al vescovo
“che sarebbe andata a fare la comunione a costo di dover passare sui
carboni accesi o sulla punta delle spade?”
 In seguito le ordinò, pure, di dare le dimissioni dal suo
ufficio e di allontanarsi persino dalla città di Pavia. Benedetta aveva,
quindi, ragione di annotare nelle sue Memorie: “Quanto alle interne
afflizioni vi faccio sapere che Dio non me le ha pesate, ma senza misura me ne
fece sentire un cumulo. Nello stesso tempo, però, mi fece conoscere che queste
erano prove per conoscere la mia costanza…; per riceverne il premio dal mio
sovrano…; e con questa speranza provai maggior contentezza nelle afflizioni
che nelle consolazioni”. Benedetta, per salvare l’Opera, il 1-4-1837
cedette a Caterina Benino, in qualità di direttrice, tutto quanto aveva
acquistato, possedeva e amministrava, e il 16-6-1838 cedette al vescovo
direzione, beni immobili e mobili e l’usufrutto di tutto ciò che aveva
acquistato o ricevuto, senza distinzione fra ciò che era del Pozzi e ciò che
era di sua proprietà personale. Il vitalizio, concesso ai coniugi Frassinelli,
gravava sugli immobili comprati dal Pozzi e da lui lasciati alla “Casa
della Benedetta”, oramai trasformata in un’Opera Pia di pubblico
interesse, e riconosciuta nel 1840 dall’imperatore Francesco Giuseppe (+1916)
sotto il titolo di Pia Casa delle Figlio Derelitte.
 La beata non rinunciò alla sua missione. Scrisse nelle
Memorie: “Sperando sempre nella bontà di Dio e persuasa che vale di più un
Benedetto Dio che la forza di cento demoni, mi adoperai con maggior coraggio a
stare forte nell’impresa e a fare fronte a qualunque difficoltà”. Lasciò
Pavia con il marito nel mese di luglio del 1838 e si diresse a Rivarolo Ligure
(Genova) per aprirvi una scuola con l’aiuto di due sacerdoti. Una sosta a Ronco
Scrivia (Genova), paese natale del marito, mutò tutte le sue prospettive. Gli
abitanti del luogo erano tanto poveri da non riuscire neppure a stipendiare un
maestro per l’istruzione dei loro figli. Benedetta, commossa di tanta
indigenza, mandò a Rivarolo una sua discepola e aprì a Ronco, prima una scuola
privata e poi una scuola comune per tutte le fanciulle bisognose di istruzione,
in una casa che comperò e ingrandì a pezzi e a bocconi con la pensione che le
veniva regolarmente pagata in anticipo da Pavia, e l’aiuto di alcune volontarie
che non avevano voluto abbandonarla. Nascevano così le Suore Benedettine della
Provvidenza di Ronco.
 Anche gli inizi della nuova famiglia religiosa furono
molto duri se si pensa che le prime maestre furono retribuite dal comune
soltanto a cominciare dal 1855. I testi del processo affermano: “In quel convento
si viveva in grande povertà, lavorando e pregando, ma vi era la pace,
l’allegria nonché il vicendevole amore e compatimento”. La fondatrice non
appariva mai turbata nelle difficoltà, dando così prova di grande equilibrio e
di una illimitata fiducia nella Provvidenza di Dio. Alle suore che temevano del
futuro diceva con dolcezza: “Siate buone e non temete: foste anche cento,
io confido di provvedere a tutte”.
 Per ottenere le grazie, di cui aveva bisogno, Suor
Benedetta faceva frequenti visite a Gesù sacramentato davanti al quale, a
volte, si sentiva assalita da vampe di amore così ardenti, da non poter fare a
meno di esclamare; “Brucio, Signore, brucio! Non posso sostenere i troppi
vivi raggi del tuo volto. Basta così, basta così!”. Per corrispondere a
tanti favori, quando la salute corporale e il suo confessore glielo
permettevano, non indugiava a portare il cilicio, a disciplinarsi e a portare
sul petto una grossa croce di legno coperta di punte di ferro. In onore della
Madonna portava l’abitino del Carmine e lo raccomandava alle sue religiose con
il digiuno al sabato, la mortificazione a pranzo, il bacio alla sua immagine e
la benedizione prima di mettersi a letto. Tutti i giorni, in suffragio delle
anime del purgatorio, recitava il rosario intero.
 Nel 1851-52 Benedetta era ritornata a Pavia e vi aveva
aperto una casa-ricovero nell’ex-monastero di San Gregorio con l’aiuto
finanziario del nobile Giovanni Dossi, medico di professione e, senza previe
autorizzazioni da parte delle autorità civili ed ecclesiastiche. Aveva
strutturata la Casa in maniera da avere accanto al noviziato un reparto per le
fanciulle abbandonate, uno per le educande e uno per le pensionanti.
Contemporaneamente viaggiando, scrivendo, assumendo informazioni, continuava a
dirigere con mano ferma le suore di Ronco e quelle di Voghera alle quali
avevano dato origine le sue due figlie, Suor Maria e Suor Giustina
Schiapparoli, mentre assistevano nella vecchiaia il padre. Esse, in seguito, si
resero indipendenti e diedero origine a un’altra congregazione.
 Non riuscendo a svolgere liberamente il suo apostolato a
Pavia, Suor Benedetta lasciò al governo della Casa San Gregorio, una suora di
sua fiducia, e propose di trasferirsi a San Quirico in Polcevera (Genova) dove
il parroco, Don Massa, l’aveva chiamata ad aprire una scuola per le fanciulle
povere con l’approvazione di Mons. Charvaz, arcivescovo di Genova, e
l’assegnazione da parte del comune di lire 400 annue per lo stipendio di una
maestra. Messasi in viaggio in precarie condizioni di salute, strada facendo si
aggravò talmente, a causa di un nuovo grave attacco di mal di cuore, che fu
costretta a fermarsi a Ronco. Il nuovo parroco, Don Giacomo Semino, suo futuro
biografo, le amministrò subito il viatico, ma la malattia di Suor Benedetta si
protrasse ancora per cinque mesi. Benché una forte idropisia di cuore le
impedisse la respirazione, l’inferma era sempre ilare in volto, di buon umore e
spesso anche faceta. Alle sue figlie, che andavano a trovarla, dichiarava che
sarebbe rimasta in quel letto di dolore fino al giorno del giudizio, se così
fosse piaciuto a Dio. Appena le vedeva piangere diceva: “Non temete, di là
vi aiuterò più che di qua”. Quanti l’avvicinavano, avevano l’impressione
di trovarsi davanti a una persona “straordinaria e santa”. Infatti,
appena le preannunciarono prossima la morte, esclamò: “Signore, io ti
ringrazio!”
 Suor Benedetta morì il 21-3-1858, quindici anni prima del
marito, che era rimasto a Pavia, nella Casa di San Gregorio. Fu seppellita nel
cimitero comunale. In un bombardamento del 7-7-1944 la sua tomba andò
completamente distrutta. Giovanni Paolo II ne riconobbe l’eroicità delle virtù
il 6-7-1985 e la beatificò il 10-5-1987.
 La Pia Casa delle Figlie Derelitte di Pavia, nel 1956, con
decreto del Presidente della Repubblica, venne autorizzata a denominarsi
Istituto Benedetta Cambiagio. Nel 1961 il vescovo della diocesi lo affidò alla
direzione delle Suore Benedettine della Provvidenza.
___________________
Sac. Guido Pettinati SSP,

I Santi canonizzati del
giorno
, vol. 3, Udine: ed. Segno,
1991, pp. 246-252.

http://www.edizionisegno.it/