B. ANGELA DELLA CROCE GUERRERO GONZALEZ (1846-1932)

Vite di Santi, Beati, Venerabili...

Per compiere più facilmente la missione che il cielo le aveva affidato, la B. Angela camminava sempre alla presenza di Dio e si dedicava ogni giorno in modo eccezionale alla preghiera. Per rispetto a Gesù sacramentato, in chiesa restava sempre in ginocchio. Negli ultimi anni di vita le consorelle fecero costruire per lei un piccolo sgabello di legno perché potesse appoggiarvisi, specialmente durante l’adorazione al SS. Sacramento, che ogni domenica sera veniva esposto solennemente nella cappella di casa madre. Celebrava la solennità del Corpus Domini con entusiasmo. Per tutto il tempo in cui il SS. Sacramento veniva portato in processione per le strade di Siviglia, ella se ne stava con le consorelle prostrata in adorazione davanti all’altare.

Colei che i contemporanei chiamavano "la madre dei
poveri" è nata a Siviglia, nell’Andalusia (Spagna), il 30-1-1846 da
Francesco Guerrero, cardatore di lana, e da Giuseppa Gonzàlez, cucitrice di
stoffe. Costoro ebbero quattordici figli, di cui soltanto sei raggiunsero la
maggior età. Quando nacque la beata, il padre faceva il cuoco nel convento
della Trinità, e la madre lavava e rammendava il vestiario dei religiosi. Al
fonte battesimale alla figlia imposero il nome di Maria degli Angeli e di
Martina della SS. Trinità e impartirono una educazione satura di fede. Il padre
amava frequentare le prediche e i rosari nella parrocchia di S. Lucia in
compagnia della figlia da tutti chiamata Angelita.
 Fin dall’infanzia la beata fu straordinaria nella sua
pietà. In chiesa gioiva molto nel sentire i canti del popolo e nel pregare
davanti all’immagine della Vergine della Salute, ora conservata nella cappella
delle Suore della Croce. A otto anni fece la prima comunione "con
raccoglimento", come annoterà in uno dei suoi taccuini inediti, e a nove
ricevette la cresima. Frequentò la scuola comunale soltanto per un po’ di tempo
perché le ristrettezze familiari la costrinsero ad aiutare la mamma e la
sorella maggiore nelle faccende domestiche, motivo per cui non imparò mai a scrivere
senza errori di ortografia. Quando ebbe l’età per imparare un mestiere si
impiegò come cucitrice di tomaie in un calzaturificio diretto da maestri molto
pii, i quali la misero a contatto di Don Giuseppe Torres Padilla, abile
direttore di spirito.
 In quel tempo
Angelita dava ogni venerdì la sua refezione ai poveri ed elemosinava dalle
compagne il vitto di cui aveva bisogno, nonché il denaro occorrente per i
malati poveri; digiunava ogni sabato; faceva uso di cilici; portava ogni tanto
una corona di spine sotto i capelli; a metà pomeriggio recitava con la maestra
il rosario in una specie di oratorio colà esistente; e di notte dormiva sopra
una tavola con una croce tra le braccia e la testa appoggiata a un sasso. Più
tardi porterà legata alla cintura una catenella che la tormenterà fino alla
morte. Don Torres, che l’aveva presa sotto la sua direzione, molte volte frenò
in lei l’insaziabile desiderio di mortificazione, ma la lasciò libera di
dedicarsi a tutte le opere di carità che voleva. Un giorno seppe che una sua
vicina di casa si lamentava a causa degli atroci dolori che provava al seno.
Andò a trovarla, e avendo costatato che aveva i seni ripieni di pus, nonostante
la ripugnanza che provava, glielo estrasse tutto succhiandolo con la bocca.
 In Angelita, ben
diretta spiritualmente, apparvero presto i sintomi di vocazione religiosa. Nel
1865, spinta dall’amore per la mortificazione, chiese di essere ammessa come
conversa nel convento delle Carmelitane Scalze di Siviglia, ma per la sua gracile
costituzione fu rimandata in famiglia. Nel 1869 entrò tra le Figlie della
Carità dell’Ospedale Centrale, vi cominciò persino il noviziato, ma non lo
terminò a causa del vomito che prese a tormentarla. Ritornata nel mondo e al
solito lavoro guarì senza ricette mediche. In quel tempo Angela cominciò, dopo
il lavoro, a dedicarsi con altre giovani all’assistenza dei poveri, per i quali
non si vergognava di andare a chiedere l’elemosina. Ai benefattori esprimeva la
sua gratitudine in maniera franca e semplice, senza adulazione. La madre,
poiché non comprendeva l’amore della figlia per i poveri, diceva che era pazza.
La beata gioiva degli insulti perché si riteneva una grande peccatrice. Se Don
Torres glielo avesse permesso sarebbe entrata volentieri tra le "Penitenti"
per essere ritenuta da tutti una donna perduta, degna soltanto di disprezzo, o
avrebbe fatto finta di essere stupida.
 Quando la beata fu dimessa dalle Figlio della Carità, Don
Torres si trovava a Roma come consulente del Concilio Vaticano I. Ebbe allora
inizio per lei la terribile prova interiore della notte oscura. Per cinque anni
fu assalita da spaventose aridità, violenti moti di ira, tentazioni di
disperazione e di ribellione a Dio. Di ritorno da Roma il suo direttore
spirituale ebbe la prova che nell’anima di Angela persisteva la vocazione alla
vita religiosa. Non riuscendo a realizzarla, le fece mettere per iscritto
quello che pensava riguardo a un eventuale nuovo Istituto Religioso. Nello
steso tempo la esortava ad "avere più fede di Abramo".
 Don Torres, appena fu a conoscenza dei progetti della sua
diretta, le ordinò di lasciare il laboratorio e di dedicarsi dal 2-8-1875 con
le prime tre compagne, esclusivamente alla fondazione delle Suore della Croce
con lo scopo di assistere a domicilio gli infermi, di accogliere le fanciulle
povere e le orfane abbandonate per educarle e istruirle. All’inizio l’Istituto,
posto sotto la protezione di S. Giuseppe, crebbe lentamente a motivo della vita
austera che in esso si conduceva, e la defezione di molte religiose desiderose
più di modificare le regole che di osservarle. Confidando sempre e soltanto
nell’aiuto della divina Provvidenza, la beata consolidò la sua opera
trasferendola in case di affitto sempre più ampie, di mano in mano che
aumentavano le giovani desiderose di servire Dio nei fratelli poveri e
sofferenti.
 Quando si sentiva inquieta per la lotta che doveva
sostenere contro le avversità e il proprio temperamento veemente, il suo
direttore le diceva: "Rimani nel tuo nulla. Dio farà ogni cosa". Ella
per proprio conto pregava: "Signore, che io sia santa, ma che non lo
sappia mai". Il 22-3-1873 confidò a Don Torres che durante una speciale
preghiera aveva visto sul Calvario Cristo inchiodato sopra una croce sollevata
da terra. Di fronte ad essa ne aveva vista un’altra molto vicina e vuota. La
beata capì che suo compito era quello di stabilire la sua dimora sul Calvario.
Questa vocazione le fu confermata anche da Maria SS. Mentre camminava un giorno
per una via di Siviglia, le apparve tenendo in una mano la croce e nell’altra
la corona. Perché la croce fosse venerata ne fece fare una di monumentali
proporzioni e collocare sulla facciata di Casa Madre, e perché le sue Figlie
meditassero sovente la Passione del Signore, dispose che ogni giorno facessero
la Via Crucis.
 Il 3-4-1876 l’arcivescovo di Siviglia, il Card. de La
Lastra, approvò la nuova famiglia religiosa, dopo che Don Torres lo aveva
rassicurato scrivendogli che per fondare le Suore della Croce di Dio aveva scelto
"un’anima povera, umile e piena di carità". La fondatrice poté così
pronunciare i voti temporanei con le prime compagne il 2-8-1877 con il nome di
Madre Angela della Croce, e quelli perpetui l’8-12-1878. L’Istituto riceverà il
decreto di Lode il 10-11-1898 da Leone XIII e l’approvazione pontificia il
25-6-1904 da S. Pio X. Il 2-8-1925, in occasione del cinquantenario di
fondazione delle Suore della Croce, la Beata farà proclamare la Vergine SS.
superiora generale dell’Istituto con la lettura di un atto di consacrazione da
lei composto e farà distribuire ai poveri elemosine straordinarie.
 Alla morte di Don Torres, avvenuta il 23-4-1878, Madre
Angela si sentì più che mai sola. Tutti credevano che, senza il sostegno
spirituale e materiale del direttore defunto, la sua opera si sarebbe dissolta,
invece lei, benché piccola di statura e insignificante di aspetto, si alzò
animosa, riunì le Figlie della Croce e le esortò a seguire il cammino iniziato
fidando solamente in Dio. Prima di morire riuscirà a fondare oltre venti case e
a lasciare inediti 42 volumi di scritti pieni di sapienti consigli sull’amore
alla Croce, a Gesù sacramentato, alla Madonna, ai poveri, al lavoro.
 Alla morte di Don Rodriguez Soto (+1907), suo ultimo
direttore di spirito per 25 anni, la beata aveva dovuto assumere personalmente
il governo dell’Istituto. In tale compito fu confermata nei capitoli generali
del 1908, 1916 e 1922. Ella ne approfittò per intensificare con l’esempio, la
parola e le lettere personali e circolari la formazione spirituale delle sue
Figlie, di cui avevano bisogno per non cadere in un eccessivo attivismo.
 Per compiere più facilmente la missione che il cielo le
aveva affidato, la B. Angela camminava sempre alla presenza di Dio e si
dedicava ogni giorno in modo eccezionale alla preghiera. Per rispetto a Gesù
sacramentato, in chiesa restava sempre in ginocchio. Negli ultimi anni di vita
le consorelle fecero costruire per lei un piccolo sgabello di legno perché
potesse appoggiarvisi, specialmente durante l’adorazione al SS. Sacramento, che
ogni domenica sera veniva esposto solennemente nella cappella di casa madre.
Celebrava la solennità del Corpus Domini con entusiasmo. Per tutto il tempo in
cui il SS. Sacramento veniva portato in processione per le strade di Siviglia,
ella se ne stava con le consorelle prostrata in adorazione davanti all’altare.
 Don Torres un giorno parlando alle Suore della Croce
della loro fondatrice ebbe a dire: "Quando parla, ascoltatela. Lo Spirito
Santo parla per suo mezzo". Il suggerimento non era fuori posto perché
Madre Angela, nel suo orrore al peccato, non lasciava passare senza riprensioni
e castighi neanche le più piccole mancanze durante le esortazioni settimanali
chiamate "Ripetizioni" che faceva alla comunità. Era però giusta con
tutti e sommamente madre. Non si lasciava trasportare da affetti, né da
preferenze di persone. Quando sbagliava non si vergognava di inginocchiarsi
davanti alle sue suddite e chiedere loro perdono. Nemica dell’inganno e della menzogna,
si sottometteva con piacere al giudizio degli altri in quello che non era in
contrasto con i suoi doveri di superiora.
 Alla beata stava sommamente a cuore che le Suore della
Croce osservassero alla perfezione specialmente il voto e la virtù della
povertà che costituivano secondo lei "il muro della religione".
Esigeva che la povertà rifulgesse nelle case, nelle suppellettili, nelle vesti,
nel cibo, nel letto. Ella viaggiava solo per necessità, e nella maniera più
economica possibile, vale a dire in terza classe. Suo motto preferito era:
"Per i poveri e come i poveri" Esortava perciò le sue consorelle
"a farsi povere con i poveri per guadagnare le loro anime e attrarli a
Gesù Cristo’". Sovente diceva loro: "I poveri sono i nostri signori e
padroni; dobbiamo quindi trattarli con amore e rispetto". Quando qualche
suora manifestava contentezza perché si trovava in case ben ordinate, ella non
poteva fare a meno di sospirare: "Quando avrò la fortuna di vedervi felici
e contente nelle privazioni?".
 Un’altra virtù che stava sommamente a cuore alla beata
era l’umiltà. Se sentiva qualche suora lodare la sua opera diceva: "Io
sono nulla; è Dio che si compiace di scegliere degli strumenti inutili per
realizzare le sue opere". Oppure annotava nei suoi taccuini: "Vedo la
misericordia di Dio su questa casa e mi domando: come si è fatto questo? Dio e
solo Dio… Non mi sfiora il minimo pensiero di avere potuto contribuire in
qualche cosa a quest’opera. Io sono sempre la solita negretta, la piccola calzolaia
e la sciocchina". Soltanto perché era profondamente convinta di essere un
nulla, nel 1894 poté annotare: "Alla presenza di Dio io sono un’anima
dozzinale".
 Il 28-8-1928 nel quarto capitolo generale Madre Angela fu
ancora una volta eletta all’unanimità superiora della sua congregazione. La
Santa Sede, invece di confermare l’elezione, incaricò l’arciv. di Siviglia, il
Cardinal Ilundain, di prendere in esame l’assunto. Poiché la fondatrice, per la
sua avanzata età, non era più in grado di visitare le case, questi dispose che
fosse eletta un’altra Figlia della Croce. La beata, anziché adontarsene, si
prostrò davanti al sacerdote delegato dall’arcivescovo a presiedere il
capitolo, e gli baciò i piedi con gioiosa sottomissione. Promise quindi, per
prima, obbedienza a Madre Gloria, nuova superiora generale, ed esortò le altre
suore a fare altrettanto.
 Negli ultimi anni di vita che le rimasero, la B. Angela
accentuò la sua unione con Dio e intensificò il raccoglimento e la preghiera.
Alle due di notte si recava nella tribuna prospiciente la cappella e vi
rimaneva fino alle 4.30, ora in cui la comunità si destava dal sonno. Di giorno
trascorreva lunghe ore nell’ascoltare le professe e le novizie della Casa Madre
e nel rispondere alle letture di coscienza che le consorelle le mandavano dalle
altre case. Faceva vita comune come qualsiasi altra Suora della Croce,
assisteva alle riunioni della comunità e teneva due volte la settimana le
cosiddette "Ripetizioni" alle congregate. Non essendo capace di
restare in ozio, mentre parlava con coloro che la visitavano o faceva scapolari
o spezzava il pane necessario alle refezioni della comunità. Era solita dire a
coloro che ne rimanevano edificati: "Dobbiamo amare molto il lavoro,
essendo l’unica dote che abbiamo portato".
 Le forze della B. Angela della Croce andarono scemando di
mano in mano che le giungevano rattristanti notizie di incendi di chiese e di
profanazioni di immagini da parte delle orde rivoluzionarie che il 14-4-1931
proclamarono la Repubblica. Consolava tuttavia le sue consorelle dicendo:
"Tutt’al più i repubblicani ci possono togliere l’abito, ma noi, anche
senza l’abito, possiamo essere Suore della Croce".
 L’organismo della beata cedette al peso di tante emozioni.
Il 7-6-1931 soffrì il primo attacco di emiplegia da cui più non si riprese. Il
29 luglio dello stesso anno l’attacco si rinnovò, le tolse l’uso della parola,
non della ragione, e per nove mesi attese la morte guardando il crocifisso.
Aveva chiesto al Signore un anno di preparazione ad essa, ed era stata
esaudita. Poco prima di perdere l’uso della favella aveva raccomandato alle
suore la pratica dell’umiltà dicendo: "Calpestate l’io, possibilmente
sotterratelo".
 La beata morì il 2-3-1932. Nei quattro giorni in cui la
sua salma rimase esposta nella cappella di Casa Madre si calcola che 200.000
persone di ogni ceto siano passate a renderle omaggio. Colei che nel suo
testamento, scritto nell’agosto del 1875, aveva chiesto di essere messa in una
vecchia cassa e sepolta nella fossa comune dei poveri, fu deposta nella cripta
sottostante l’altare maggiore della cappella.
 La municipalità di Siviglia intitolò subito al nome di
Angela della Croce la via in cui sorgeva la sua Opera e, nel 1966, all’inizio
della stessa via, fece erigere una statua a perpetuo ricordo dell’illustre
concittadina. L’eroicità delle sue virtù fu riconosciuta il 12-2-1975 da Paolo
VI. Fu beatificata il 5-11-1982 da Giovanni Paolo II a Siviglia, durante il suo
viaggio in Spagna.
___________________
 Sac. Guido Pettinati
SSP,

I Santi canonizzati del
giorno
, vol. 3, Udine: ed. Segno,
1991, pp. 26-31.

http://www.edizionisegno.it/