9.c) LE DUE ECONOMIE (III)

Morale: contraccezione, dissenso...

Di PADRE LUIGI TAPARELLI D\’AZEGLIO S.I., "Civiltà Cattolica", Serie III, vol. III, 21 Agosto, 1856, pp. 611-624. §. V.  Economia cristiana. Sommario. 1. All\’economia anarchica – 2. si contrappone l\’economia dell\’ordine. 3. Vero principio d\’ordine il Voler creativo. – 4. Primo principio pratico; dipendere da Dio. – 5. Dipenderne riguardo agli uomini – 6. rispettandone i diritti – 7. e il corpo: – 8. riguardo alle cose – 9. e alla proprietà dei produttori. – 10. Dovere e diritto del lavoro – 11. più gagliardo fra cattolici che fra eterodossi. -12. Per sostentamento. – 13. Per penitenza, preservativo, religione. – 14. Antitesi fra le due economie. – 15. Antagonismo e concorrenza nell\’economia cattolica – 16. mitigati da giustizia e carità. – 17. uguaglianza e gerarchia. – 18. Pace sociale. – 19. Governante cattolico – 20. a qual fine usi la ricchezza – 21. nell\’ordine civico e nel politico. – 22. Grave dispendio sociale; – 23. ha per altro il suo termine – 21. specialmente sotto le influenze cattoliche – 215. confortate da natural nobiltà di amor patrio – 26. da ambizione, – 27. da prudenza. – 28. Economia naturale di società ordinata. – 29. Non prossima, ma sperabile. – 30. Pronosticata da altri eventi. – 31. Epilogo – 32. Conclusione.

§. V. Economia cristiana.

1. Non sarà sfuggito, lettore, alla vostra perspicacia che la società di cui abbiam delineata l\’economia altro non è che la società dell\’anarchia; poiché soltanto anarchia dee chiamarsi una società nella quale ciascuno pretendasi indipendente per diritto. Vero è che essendo pur necessario un qualche ordine materiale, affinché il piacere non venga disturbato ai gaudenti dall\’avidità degli affamati; vi si dovette creare un Potere dotato di forza, atto a comprimere gl\’impeti di codesta fame. Ma siccome la forza non è diritto, sussiste ivi tuttora in diritto l\’indipendenza di ciascuno: e però sotto il ferreo giogo di un ordine apparente e materiale, si dibatte fremente la belva dell\’anarchia.

2. Alla economia di codesta società dell\’anarchia dobbiamo ora contrapporre l\’economia dell\’ordine, ossia di una società ordinata (14). Or qual è quella società che merita nome di ordinata? Qual è il principio vero di ordine nell\’universo? Certuni chiamano ordine quella qualunque letargia prodotta dalla stanchezza di rivolture, o quell\’impotenza a tumultuare prodotta dall\’oculatezza delle spie e dalla forza delle baionette. Ma questa, già l\’abbiam detto, è piuttosto una paralisia sociale che un ordine: non potendo dirsi ordine nella società quello che non si appoggia sopra il principio morale, solo motore legittimo degli atti umani.
Altri dicono ordinata la società quando è governata secondo giustizia: e l\’asserzione sarebbe vera, ma è troppo generica; restando a definire in che consista codesta giustizia, che tutte regolar dovrebbe le relazioni sociali.

3. Volendo ridurre codesto concetto in formola più esatta ed evidente, osserveremo che ogni artificio allora può dirsi ordinato quando corrisponde all\’intento dell\’artefice. Se costui per ignoranza non abbia proporzionato gli ordigni all\’intento, o se altri per malevoglienza li abbia scompigliati e guasti, mancherà l\’ordine nella macchina, nell\’opera dell\’artefice.
Ecco dunque un primo principio che ci dà l\’idea assoluta dell\’ordine nell\’universo e per conseguenza anche nella società. Ordinata è la società quando corrisponde all\’idea prototipa che l\’Artefice supremo ne concepì nel crearla, e però diviene atta a conseguir l\’intento per cui fu creata.
Quindi vedete che il principio supremo di ordine sociale è la dipendenza dell\’uomo dal Creatore, come principio di anarchia è la sua assoluta indipendenza. Quindi pure comprenderete che il primo articolo del simbolo cristiano (credo in Dio creatore) è nella società il supremo principio speculativo dell\’ordine; come supremo principio dell\’anarchia è l\’io divinizzato nell\’assoluto, nel pensiero, nel Dio-Stato, nel Dio-popolo, nel Dio-umanità.
Ed ecco perché abbiamo appellata economia cattolica quella che risulta da codesto principio di creazione; come economia eterodossa è quella che risulta dal principio d\’indipendenza. Vi sono sì, anche fra eterodossi ed infedeli, alcune menti privilegiate che ammettono il principio della dipendenza sociale; e l\’appoggiano forse anche sulla dipendenza del creato dal Creatore. Ma poiché codesto Creatore o nol conoscono perché infedeli, o nol riconoscono perché ribelli; essi non possono avere dell\’ordine quella retta e piena idea che sarebbe necessaria a sciogliere giustamente tutti i problemi sociali. Il cattolico all\’opposto, se nella soluzione di codesti problemi venga regolato pienamente dal Dio creatore e rivelatore, è certo di espri­mere coi suoi teoremi il vero ordine, il quale non può essere altro che la piena conformità agl\’intenti di quel Dio che ha rivelato e che assicura la dottrina della Chiesa cattolica.

4. Di che vedete sgorgare come primo principio operativo di questa società la totale dipendenza da Dio nell\’operare: che è appunto quell\’amor Dei usque ad contemptum sui assegnato dal dottor d\’Ippona qual norma suprema della società (ossia città) di Dio, contrapposto al principio contrario della Babilonia anarchica amor sui usque ad contemptum Dei (15).

5. Sotto tal principio di piena dipendenza dell\’uomo e della società da Dio, il primo problema della pubblica economia interroga qual sia l\’intento con cui il Creatore formò nel mondo gli uomini e le cose.
Udiamo in tal proposito alcune gravi parole di una dotta dissertazione intorno all\’Economia politica del ch. sig. Giovanni Intrigila (16), nella quale con gran piacere ahhiamo osservate delle belle considerazioni intorno alla pubblica economia cattolica. Or egli dopo aver recato in mezzo molte opinioni degli economisti intorno alla definizione dell\’economia politica, e ai suoi confini; volendo scontrare la difficoltà che nasce dalle attinenze di questa colle altre scienze affini, dice appunto così, «L\’Economia politica, ha relazione con la morale per il lato dei desiderii onde regolarsi debitamente senza violare le prescrizioni di Dio… Sul proposito dico col Vidal; «perché Dio ci ha creati e messi al mondo? Ecco la prima questione del catechismo, come pure la prima questione della filosofia, la questione per eccellenza che domina tutte le altre. Religione o filosofia, morale, economia sociale, politica, tutto dipenderà dalla risposta che darete a tal problema. Se l\’uomo, se l\’umanità hanno un destino qualunque a compiere, il bene non potrà essere se non ciò che è conforme a siffatto destino, ciò che ne favorisce il compimento; il male sarà l\’opposto o la negazione del bene, vale a dire quant\’è di ostacolo a cotal destino, quanto ne contraria il compimento. Dunque se non si conosce il destino umano, non si può conoscere ciò che è bene, ciò che è male, ciò che è mezzo, ciò che è ostacolo; non si può distinguere il vero dal falso, il giusto dall\’ingiusto, l\’utile dal nocevole; o in altri termini non può esservi né morale, né religione, né filosofia, né economia razionale, né politica». E veramente quando si trascura l\’idea di Dio e di un avvenire ultramondano, la conservazione e il perfezionamento, posti come principii di partenza delle investigazioni dei sapienti, divengono due termini vaghi ed equivochi o conducenti solo ad un raffinamento di piaceri terrestri. Il perfezionamento ristretto alla carriera mortale, a rigore di logica non può concepirsi che quale un mezzo di aver diletti e beni finiti; onde s\’invilisce la missione delle lettere e delle scienze ad un frivolo passatempo, ad un calcolato tornaconto; si toglie la sanzione al vizio e quindi rendonsi vani e assurdi i concetti di sacrifizio e di virtù. E la conservazione assume aspetto più grossolano, e si curerà la vita sinché gioconda, e ad assicurare un tale intento si terrà lecita ogni via e la più detestabile, o, com\’altri energicamente si espresse, regneranno le massime: «sovranità dello scopo, indifferenza dei mezzi» (17).
Così il valente economista siciliano, di cui recammo le parole sì per far comprendere il raro merito dell\’Autore nell\’introdurre l\’idea cattolica qual prima base della sua scienza; sì perché, non sapremmo come meglio esprimere l\’importanza economica di codesto, primo concetto. Posto poi che tutte le teorie debban nascere dal fine con cui furon creati gli uomini e le cose; ecco tosto nell\’economia cattolica separata con un abisso intermedio l\’idea dei primi da quella delle seconde: poiché gli uomini sono creati per Dio, le cose per gli uomini: Ed ecco tosto tornata la libertà nel mondo, in quel mondo, ove l\’egoismo dell\’uomo indipendente riduce tutti gli altri uomini a stromenti d\’utilità per l\’io, amandoli solo per sé medesimo, vale a dire in quanto poteva avergli schiavi ligi ad ogni suo capriccio. Fra cattolici gli uomini sono tutti da Dio, di Dio e per Dio: e questa perfetta uniformità d\’origine, di sudditanza e di destino obbliga ciascuno, a proporzione della cognizione che ha, a volere efficacemente per altrui l\’adempimento di codesto divino intento, come lo vuole per sé stesso.

6. Ricordino per altro che codesta vera libertà, codesta piena indipendenza dell\’uomo dall\’uomo, lascia sussistere la piena dipendenza da Dio, e per conseguenza da tutti i diritti stabiliti dal volere e dalla Sapienza divina nelle naturali relazioni fra uomo e uomo, e manifestati a noi per mezzo della Sapienza umana ossia della nostra ragione. Quindi la libertà cattolica produce la dipendenza dell\’uomo dal diritto, come l\’indipendenza eterodossa produce la necessità d\’incatenarlo con la forza: ed ogni persona si trova obbligata dal principio cattolico a contribuire con ciò di che abbonda al bene altrui, come dall\’indipendenza eterodossa è autorizzata e quasi dissi obbligata a trarre tutti i beni altrui in vantaggio suo proprio.

7. Tal è l\’idea che delle persone e delle loro relazioni ci dà il cattolicismo. Il quale, notatelo di grazia, sebbene distingue nell\’uomo il corpo dall\’anima, sebbene soggioga all\’anima il corpo come servo al padrone; lo nobilita però ad un tempo e lo solleva ad altissima dignità, in quanto egli è stromento anzi compagno dell\’anima in quelle operazioni con cui l\’uomo coopera ai sublimi disegni della Provvidenza. Di che egli ottiene dignità inestimabile per la stretta congiunzione coll\’anima ond\’è informato, e per l\’indispensabile necessità che ha questa di usare liberamente lo stromento del corpo. Tutto l\’uomo dunque anima e corpo, tutto nella dottrina cattolica è oggetto sacro e venerabile: specialmente se si miri a quello stato di soprannaturale beatitudine a cui con l\’anima anche il corpo è chiamato. Per lo che la brutalità con cui il Revere destina le sue ossa a fabbricar lustro per gli stivali (18), ben può essere proprissima di un\’economia miscredente; ma fa orrore al sentimento cattolico.

8. Posto dunque tutto l\’uomo in sicuro sotto la tutela della Provvidenza divina e dell\’umana carità, colla certezza che mai non diverrà cosa; domandiamo ora qual sia il destino di tutto il Creato materiale. Questo mondo corporeo e materiale al primo sguardo già si presenta per sé medesimo come utile solo alla parte corporea dell\’uomo, la quale è la sola che sia per sé a contatto col materiale universo. Ma poiché l\’uomo non trae dal ventre materno la sua parte di averi materiali, come la lumaca o l\’ostrica traggonsi dietro la chiocciola; con qual legge determina il Creatore la quantità degli averi che a ciascun uomo appartengono? La generale necessità che tutti abbiamo e le forze con cui possiamo migliorarli appropriandoli all\’uso nostro, ci dicono abbastanza che usarli a proporzione del bisogno, e possederli a proporzione delle fatiche impiegatevi, è diritto conceduto a ciascheduno dal volere della Sapienza creatrice. E poiché la diuturnità della vita esige sussidii durevoli, e l\’industria umana riesce a produrre tale durevolezza d\’utilità nelle creature materiali, la proprietà di prodotti che ciascuno ha formati è dottrina fondamentale dell\’economia cattolica.

9. E poiché domma fondamentale del cattolicismo è la mutua libertà fra gli uomini, né sarebbe libero l\’uomo che fosse obbligato per natura a lavorar per altrui; a niuno sarà lecito incatenare in altrui la facoltà di produrre, a niuno sarà lecito invadere gli altrui prodotti.

10. Non ci diffonderemo nel dichiarare codeste idee fondamentali della Proprietà, come quelle che appartengono piuttosto alla filosofia del diritto che alla economia; e vennero accennate da noi solamente in quanto servono a rannodar questa al supremo principio morale. Deduciamo adesso da queste idee teoriche una prima conseguenza pratica, ed è il vero senso di quel diritto al lavoro che nei baccani del socialismo mena tanto fracasso. A codesto grido del socialismo fremente v\’ebbe chi rispose: «dite piuttosto dovere di lavorare e non diritto al lavoro» e la risposta era sommamente ragionevole. Crediamo per altro che le idee cattoliche per noi accennate mostrano come si congiungono sotto certo aspetto l\’una con l\’altro: il lavorare è un dovere; ma il poter lavorando ottenere il sostentamento, è un vero diritto di ciascuno nell\’economia cattolica.

11. Havvi per altro gran differenza tra il lavoro di cui parla l\’economista eterodosso e quello ch\’è raccomandato dalla ragione e rivelazione cattolica. Conciossiachè l\’operaio, a cui il primo s\’impone non può mirar nel lavoro se non un peso a cui l\’uomo si sobbarca per necessità di sostentamento o di soddisfazione d\’alcuna passione; se pur non fosse di quei lavori a cui la persona inclina per genio. Il principio cattolico all\’opposto avendo assegnato all\’uomo il debito di compiere quella missione a cui l\’indirizza la Provvidenza; mille diverse ragioni addita all\’uomo che lo inducono al lavoro e ne determinano la materia e la qualità, secondo le varie congiunture in cui l\’uomo è posto dalla Provvidenza medesima.

12. Tra le quali occupa certamente un grandissimo luogo ed ha gagliardissima forza il bisogno di sostentamento; essendovi l\’uomo obbligato per la conservazione della vita e di tutti i beni morali che alla vita si accoppiano. Ma chi a questo primo dovere abbia soddisfatto, godrà egli il diritto di starsene ozioso? Lo godrebbe certamente nell\’economia eterodossa; ed è questo un gran capo d\’accusa in bocca dei socialisti contro l\’odierna società; accusa a cui risponde il Bastiat contro il Proudhon chiamando in soccorso la morale, la quale Dio sa quanto può sopra l\’animo dei miscredenti. Ma fra cattolici chi potrebbe vantare il diritto all\’ozio? Abbia egli pur soddisfatto al bisogno di sostentamento, quanti altri motivi ed occasioni non ha egli nel mondo che, quasi chiamate della Provvidenza, lo incitano al lavoro! Questi come capo di casa è incitato dall\’amor coniugale e paterno; quegli è scapolo, ma s\’imbatte in una famigliuola derelitta; uno ha debiti di gratitudine da soddisfare, un altro primeggia fra i concittadini e dee guidarli nei dubbii, salvarli nei pericoli per patria carità. V\’ha chi è compreso da forte compassione per una classe di sventurati e vuol recarle sollievo; v\’ha chi apprende i danni di una rea dottrina e vuole ravvivar gli erranti; v\’ha chi prevede pericoli d\’invasione ostile e vuol preparare armi ed armati; v\’ha chi prevede sedizioni e tumulti, spogliamenti o infermità e vuol provvedere al futuro. Mille sono le combinazioni con cui la Sapienza governatrice del mondo indirizza l\’uomo ragionevole a scegliere la materia del lavoro, e gliene impone più o meno stretto il dovere colle leggi di giustizia, di amore, di gratitudine, di prudenza che rimarrebbero violate dall\’ozio.

13. Ma a queste speciali combinazioni, comprese tutte in quel debito di compiere i divini intenti sulla terra, altri universali motivi aggiunge la dottrina cattolica, dedotti e dalla primitiva caduta dell\’uomo che gli cangiò il lavoro in gastigo, e dalla corruzione ereditatane dell\’umana natura, a cui la fatica serve di rimedio e di preservativo contro il male morale; e dall\’esempio del Redentore che nobilitò le più umili professioni e lo stato che le accompagna. Queste ed altre ragioni consimili che ogni cattolico ben conosce, ebbero in ogni tempo tanta efficacia da condurre a migliaia solitarii e cenobiti al lavoro or delle braccia or della mente: ed erano non che uomini agiati e ricchi, anche talora ministri di stato e monarchi che scendeano dalla reggia alla zolla cangiando in marra lo scettro; erano e sono giovanetti e donzelle nel fior degli anni che abbandonate le agiatezze e il lusso si chiudono in uno spedale, in un carcere a mondar le anime e servire i corpi dei più infelici fra i mortali. E quanti sono che ritenendo il possesso di amplissimi patrimonii se ne fanno più amministratori in pro dei miseri, che padroni per proprio vantaggio? Non è anzi codesta la vera idea del ricco cattolico estratta dal Vangelo e promulgata alla corte del Gran Re dai Bossuet, dai Bourdaloue, dai Massillon?

14. DEBITO dunque UNIVERSALE DI LAVORARE imposto al supremo come all\’infimo degli uomini, e riverenza al diritto di trarne sostentamento e di disporne a talento in pro d\’altrui, senza che altri possa violarne la proprietà; ecco i primi principii d\’economia originati dal domma cattolico del Dio creatore; principii diametralmente opposti al turpe aforismo eterodosso e formola di felicità epicurea, faticare il meno possibile, e arricchire potendo colle fatiche altrui.

15. All\’antagonismo dunque ed alla concorrenza per cui l\’indipendenza eterodossa determina i valori, l\’ordine cattolico aggiunge i superiori principii di amore scambievole e di giusta retribuzione, destinati a primeggiare nella società e a guidare gl\’istinti inferiori dell\’uomo. Al che vi preghiamo di porre grande attenzione affin di non prendere abbaglio, immaginando forse che la dottrina cattolica abbia a negare ed annullare interamente tutte quelle leggi economiche che dall\’antagonismo e dalla concorrenza sogliono dedursi. No, il cattolicismo non sopprime nell\’uomo le passioni, ma le guida e molte volte le padroneggia. Le guida con quelle dottrine morali che ogni cattolico abbraccia e crede almeno specolativamente, e che inseriscono nella coscienza dettami e rimorsi anche in coloro che non hanno la forza di praticarli; le padroneggia in quei tanti che sentono il pregio della cristiana probità, e nel praticarla perfettamente sentono serena la coscienza e pago il sentimento d\’onore.

16. Sotto l\’influenza di codesti sentimenti ancor vive più o meno gagliarda la passione dell\’interesse; e per conseguenza domandar più e offerir meno, e gareggiare onestamente coi socii della professione, non è, dentro i termini di giustizia, disdetto anche ad operai e negozianti cattolici. Ma non essendo codesto interesse motore dell\’operare nelle relazioni civili, se non infimo e subordinato; aspetta poi sempre l\’ultima ratifica dei suoi impulsi dai principii superiori di giustizia e benevolenza. L\’aspetto dunque economico di una società cattolica lungi dal presentarcela come campo di battaglia ove due partiti tenzonino per istrapparsi di mano il bottino; ce la presenta piuttosto come una sterminata officina ove migliaia di artefici lavorano di conserva concordemente per condurre a termine una sola e medesima opera: maneggiando ciascuno quello stromento che in mano gli pose l\’universal direttore dell\’intrapresa; ma pronto insieme a porgere una mano soccorrevole ai colleghi dell\’opera, ove a taluno venisse meno o il lume dell\’intendere o la rettitudine del volere o la gagliardia del braccio.

17. E questa concorde collaborazione in una medesima impresa congiunge nella società cattolica col sentimento di civile uguaglianza il rispetto della gerarchica subordinazione, che riesce sì naturale fra i servi di un padrone medesimo: i quali sebbene comprendano da un canto esservi gran divario fra la scopa maneggiata dagl\’infimi e la penna maneggiata dai supremi ufficiali; sentono per altro ad un tempo che all\’infimo come al supremo è aperto l\’accesso per chiedere giustizia ove alcun prepotente abusasse di sua potenza a sopruso. Così il sentimento cattolico produce naturalmente un giudizio fìlosofìco intorno a ciò che la passione appella grandezza o bassezza, che rende assai meno acuto il pungolo dell\’ambizione che tutti sprona oggidì in cerca di più alto stato. Che cosa è finalmente, dice a sé stesso il cattolico, tutto lo splendore di una reggia, di un trono, se non oro che tanto pesa quanto risplende; che cosa è la potenza se non un contante confidato a negoziare, di cui quanto è maggiore il frutto, tanto dovrà rendersene più stretto il conto?

18. Tali sono i principii cattolici in materia di ricchezza e di governo. Presentandosi essi agl\’intelletti come verità indubitate, e rallentando se non frenando interamente gl\’impeti dell\’ambizione; producono nella società la quiete d\’animo pago del proprio stato, che in altri tempi venne rinfacciata qual viltà al cattolicismo e che oggi si rimpiange perduta all\’aspetto minaccioso dello spettro socialistico, che per invadere le alture sociali brandisce ferocemente dagli antri di sue congiure fiaccole e stiletti gridando: «A tutti impieghi, a tutti ricchezze: uguaglianza per tutti».

19. La società e l\’autorità sotto gl\’indirizzi di tal dottrina non abbisognano per nascere di patto speciale fra uomini indipendenti. Quella Provvidenza che tutti ordina gli andamenti di ciascuno conduce gli uomini alla società e i principi al governo: e ciascuno sa che qualunque parte egli abbia nell\’organismo sociale, egli compie un dovere piuttosto che usare un diritto: anzi non conosce quasi diritto se non in quanto è mezzo ad adempiere un dovere. Tale è principalmente il sentimento che dovrebbe ingenerarsi nell\’animo del governante cattolico; e che se non prende sempre tutti quegli incrementi pratici in cui dovrebbe svolgersi, raro è che non formi almeno la base dell\’ordinaria sua condotta. Or qual diverrà sotto l\’influsso di tali sentimenti l\’amministrazione della pubblica ricchezza?

20. Per rispondere a tal quesito siamo obbligati a ricercare che cosa sia la pubblica ricchezza nell\’intento del creatore della società: ossia in qual modo e fino a qual segno concorre la ricchezza all\’onestà della sociale convivenza?
Se dovessimo rispondere cogli economisti epicurei, dovremmo qui intessere un panegirico al danaro dicendolo sangue del corpo sociale che porta la vita ove diffondesi, ove manchi vi lascia la morte. Anzi potremmo alzarci più alto ancora col bancocratico Baron Siciliano annunziandovi colla istituzione di nuovi crediti bancarii il ristoramento della religione e della morale, e poco meno che ria­perto il cancello del Paradiso terrestre.

21. Noi per altro meno accessibili a codeste poesie della borsa, sotto due aspetti principalmente troviamo nella ricchezza un mezzo efficace diretto all\’ordinamento sociale.
1° In quanto fa che alla moltitudine dei cittadini non manchi il convenevole; 2° in quanto procaccia al governante i mezzi necessarii e reali e personali per condurre innanzi le opere propriamente sociali.
Fra i quali due oggetti scorgerà tosto il lettore correre grandissimo divario rispetto al modo con cui debbono dal governante procacciarsi. Conciossiachè rispetto al sostentamento dei sudditi la funzione del governo è propriamente, come funzione di causa prima, un operare largo ed universale, ordinato solo a far sì che la materia non manchi, assicurando poscia ad ogni suddito con opportuna tutela la facoltà di appropriarsene la porzione convenevole; a un dipresso come la Provvidenza conserva nel mondo mille specie di alimenti diversi, lasciando ad ogni uomo l\’incarico e somministrando le forze per provvedersene a proporzion del bisogno, Laddove l\’operare immediatamente e direttamente pel mantenimento del corpo sociale considerato nella sua unità ed organismo procacciandone i mezzi e personali e reali e provvedendo a ciascuno di questi in particolare, è funzione proprissima di colui che governa, la quale da niun altro fuorché da lui potrebbe adempiersi convenevolmente. Anzi questa seconda è tale che bene adempiuta conduce all\’adempimento ancor della prima. Giacché chi non vede come l\’ottenere che nulla manchi di ciò che può abbisognare agli amministrati dipende in sostanza da un buon sistema di amministrazione , e dall\’essere questa ben provveduta e delle persone e delle cose necessarie?

22. Ecco dunque in sostanza a che si riduce il vero bisogno di ricchezza pubblica; ottimo sarà quel governo a cui le ricchezze materiali basteranno per mantenere mediante l\’organismo personale di ufficiali e di stromenti materiali l\’ordinato movimento di tutto il gran corpo sociale. Quando le finanze dello Stato sono tali che bastino ad ottenere un giusto numero e di consiglieri (chiamateli deputati, consultori, senatori ecc. ciò poco monta) per far buone leggi, e di agenti esecutivi per applicarle, e di giusdicenti per risolvere autorevolmente le liti, e di militi per costringere colla forza gl\’interni ed esterni a rispettare il diritto; quello Stato può dirsi ben fornito di ricchezza: e se per compiere queste funzioni lo Stato avrà tolto ai sudditi il minimum di averi e di libertà riducendone al minimum le gravezze e i costringimenti legali, e con questo minimo di esazioni avrà fornita all\’erario una scorta che basti a provvederlo pei casi straordinarii; allora potrà dirsi che l\’amministrazione di questo Stato avrà raggiunto l\’ideale della sua perfezione. La quale consiste nel compiere col minor dispendio possibile le f­unzioni necessarie per rendere sicuro ed agiato l\’onesto convivere dei cittadini. Ora chi non vede quanto sia assurdo il cominciare l\’opera del renderli agiati collo smugnerne il maximum dell\’imponibile; sia pure che gran parte se ne impieghi in quelle vistose intraprese che formano il lustro d\’uno Stato, di una Capitale: e che allora fanno onore all\’amministratore, quando sgorgano da ricchezza sovrabbondante e non dal digiuno del povero e dal sudore del bracciante.
E\’ inutile il farvi avvertire che a codesti provvedimenti personali, con cui lo Stato procaccia uffiziali, si accoppiano necessariamente i provvedimenti reali. Imperciocchè non possono i consiglieri far buone leggi senza una esatta cognizione del popolo a cui le danno; né può conseguirsi una tal cognizione senza mezzi di comunicazione frequente e sicura, non potendo gli agenti applicar le leggi senza porsi a contatto con coloro cui devono applicarle raccogliendoli nei pubblici ritrovi e trasmettendo gli ordini con messi e dispacci; non possono i giudici ben sentenziar nelle cause, senza il largo dispendio di testimonii, di documenti, di custodi, d\’apparitori; non può soprattutto la milizia acquistare quella prevalenza di forza materiale insuperabile, senza l\’immenso apparato di tutte le salmerie di guerra e fortificazioni territoriali.
Gravissimo dunque è senza meno il dispendio richiesto a mantenere quell\’ordine di onestà, del quale andiam favellando; né noi abbiam la menoma intenzione di dissimulare o sminuir punto l\’importanza a tal uopo dei mezzi materiali. Ogni governo che agisce sopra gli uomini dee ricordarsi, che nel composto umano la materia ha non piccola parte: e da questo principio appunto inferimmo altra volta, quanto sieno stolti coloro che alla Chiesa, perché diretta ad un fine spirituale, vorrebbero sottrarre la proprietà e l\’uso di materiali ricchezze; quasi non fosser composti ancor essi di materia gli uomini che si consacrano a funzioni spirituali e i luoghi e le cose che a tali funzioni si adoprano. Or se questo è proprio della società anco spirituale, quanto più sarà di quella le cui funzioni sono dirette a mantenere e perfezionare l\’ordine visibile ed esterno!

23. Grande e necessario mezzo è dunque la copia delle materiali ricchezze. Ma pretendere che non vi sia termine al bisogno di tali ricchezze, sicché ogni mezzo indefinitamente debba usarsi, ogni borsa debba spremersi fino all\’ultima gocciola dell\’impossibile per accumularle; importa appunto quanto dare ai mezzi l\’importanza di fine e violare le proporzioni del mondo morale che ordina tendenza insaziabile verso il fine, uso dei mezzi limitato a proporzione del fine. Lungi dall\’esser debito del governante l\’indeterminato arricchimento di quell\’ente astratto che STATO si appella; se ben si rifletta a ciò che finora abbiam detto, si scorgerà che il vero bisogno del governante è propriamente di avere a suo sussidio le persone ministranti; le cose sono qui soltanto richieste in quanto stromento mcessario alle funzioni personali.
Quindi vedete che se un abile governante senza suo proprio dispendio trovasse il modo di avere a sua disposizione le persone a lui necessarie ben fornite di tutti gli stromenti di lor funzione; costui potrebb\’essere un modello di buon governo, benché scarsissimo di pecunia nell\’erario. E questo appunto, ispirati dal natural sentimento, credettero forse ottenere quei barbari che istituirono l\’embrione del governo feudale, lasciando le cose per la maggior parte in balia dei vassalli, ai quali non chiedeano per ricambio se non di venirsene ben equipaggiati, accompagnati e provveduti a prestar l\’opera loro nella guerra, la quale credevasi allora poco men che l\’unica funzione dei governanti. L\’esperienza ha fatto conoscere che tali provvedimenti molto detraevano alla necessaria unità ed energia del governo, lasciandolo a discrezione di vassalli non sempre docili e fedeli; esser necessario all\’ordine pubblico che l\’imperante supremo non dipendesse nell\’opera di assicurarlo dalle passioni e dai capricci di cento umori diversi e avvezzi più a comandare che ad obbedire. Ma se, assicurando al governo la necessaria prevalenza, si trovasse il modo di non addossare all\’erario l\’immenso dispendio con cui mantiene oggidì un esercito di ufficiali; se l\’amor di patria potesse indurre i ricchi a spendere gratuitamente nei pubblici uffici quel tempo che non è richiesto per essi a provvedersi di sostentamento; qual dubbio che si troverebbe eseguito in gran parte col fatto quell\’equo ripartimento dei beni di fortuna che il socialismo sospira, e abolito quel diritto all\’ozio che agli economisti non ingiustamente rinfaccia?

24. Or chi rifletta al natural disinteresse ispirato dal cattolicismo non potrà a meno di non comprendere quanta efficacia esso avrebbe a scemare la necessità degl\’immensi stipendii stimolando i ricchi a servigio gratuito. Servigio gratuito! oh che eresia agli orecchi di quegli economisti che udimmo gridar col Boccardo. Ma tant\’è: quella dottrina sublime che a mille a mille trae dalle pastoie dell\’interesse al volontario e totale spogliamento della povertà evangelica giovani e donzelle agiati e ricchi, non solo può ispirare, ma ispirò in ogni tempo a chi non avea il coraggio di tutto abbandonare, la nobiltà almeno di non farsi schiavo alla borsa: e trasfondendo tal concetto nel sentimento pubblico, fece sì che per alterigia almeno, se non per motivi più religiosi o più nobili, il patrizio si vergognasse non che di mercare, talora perfino di accettare stipendii. E non è chi non sappia esserci voluti due o tre secoli per riabilitare, come dicono, le professioni o commerciali o meccaniche ove direttamente si mira al lucro. E non ostante tutta la riabilitazione non mancano persone viventi che abbiano udito l\’ultimo eco di codesti accenti o generosi o orgogliosi del disinteresse patrizio, e l\’abbiano nelle magistrature veduto all\’opera. Sicché bestemmi pure e maledica a sua posta l\’economista quei servigi gratuiti; ciò non prova che abolito lo spirito trafficante che oggi ha prodotto l\’aristocrazia della pecunia, non possano rinascere i sentimenti cattolici più vigorosi nella società, e farci rivivere il prisco disinteresse e il gratuito servigio alla patria.

25. Che se taluno, men fidente nella possanza del sentimento religioso, fosse tentato di giudicare impossibile codesto ristoramento; avverta di grazia, il servigio gratuito non essere talmente privo di ricompensa, che la fralezza umana non possa trovarvi un gagliardo conforto anche nell\’atto che rinunzia allo stipendio. Conciossiaché non sarebbe già un soave sì, ma efficace incitamento la benemerenza che si acquista coi concittadini; incitamento che oggi ancora, specialmente nelle città secondarie, conforta non di rado un nobile disinteresse nel sobbarcarsi che fanno gratuitamente ai carichi municipali, e nell\’integramente amministrarli? Raro è che questo si vegga nelle grandi capitali, ove gli animi già sono disimpigliati dall\’amor di municipio, svaporato nella sterminata moltitudine di popolazione, d\’affari, di stranieri, chiamativi dal centralismo predominante: né ancor vi si è surrogato quell\’efficace amor della propria nazione, impossibile a concepirsi finché le frequenti comunicazioni e l\’intreccio degl\’interessi non abbia formato di tutte le province quasi una sola famiglia. Ma se i prodigi materiali delle comunicazioni per vapore o per elettricità conducono, come è naturale, a compiuta fusione l\’intera nazione, rendendo cospicui e legando con intrinsichezza i più capaci e più disinteressati amministratori e magistrati; il nobil sentimento di prestare opera gratuita alla patria potrebbe acquistare coll\’antica forza una maggiore estensione; e far sì che ogni abbiente miri piuttosto a meritarsi l\’amore dei concittadini che a sopraempire la borsa, ove già tanto soprabbonda non che il necessario, il convenevole.

26. A questo sentimento di nobile amor patrio s\’arroge non picciolo stimolo di gratuiti servigi, quel potere, quell\’onore, quell\’autorità che può in molti cuori troppo più che la fame dell\’oro. Anche gli economisti, renitente indarno il loro abbachismo, incominciano a scorgere, parlando della proprietà letteraria e scientifica, avervi pei dotti una ricompensa morale nel merito e nell\’influenza che acquistano compensante una parte almeno delle fatiche impiegate nel loro prodotto; e per questo titolo chiedono ad essi minor tenacità nel pretendere soverchi dall\’opera loro i vantaggi pecuniarii col monopolio. Or se questi premii morali debbono bastare agli autori, disagiati non di rado e carichi di famiglia; quanto più dovranno bastare ai ricchi ufficiali la cui famiglia nuota nell\’agiatezza e la cui potenza tanto alletta la vanità, l\’ambizione, l\’onore, l\’affetto!

27. Anche i patrizi incominciano a comprendere quanta influenza potrebbono riacquistare sull\’andamento sociale, se volgessero in bene dei loro concittadini, e specialmente dei terrazzani nei loro feudi, quelle ricchezze che sprecano lussureggiando e folleggiando nei ritrovi della capitale. Ve li esortava, in quelle sue belle lettres sur l\’aristocratie et la propriété da noi altre volte citate, il Rupert, e recentissimamente ve li troviamo incitati in Francia da quella lettera del Conte di Chambord che li esorta a vivere nelle loro terre ed occuparsi nella beneficenza verso le persone di contado: tanto è vero che il servigio gratuito non è poi sempre e totalmente gratuito!
Congiungete or dunque con codesti sentimenti d\’amor patrio, d\’onore, d\’ambizione, l\’influenza non meno ragionevole che religiosa del disinteresse cattolico, e ditemi qual difficoltà scorgete nell\’ammettere che l\’economia cattolica condurrebbe a risparmii notabilissimi sugli stipendii degli ufficiali?

28. Aggiungete a questo che lo spirito di dipendenza ossia di ordine volontario rendea governabili da pochi (come a memoria d\’uomo si vedeva in certi Stati, ove tre o quattro ufficiali faceano pienamente ciò a che appena or bastano i 40, i 50) rendea, diciamo, governabili da pochi quelle moltitudini cui l\’istinto dell\’indipendenza rende necessario un esercito di ufficiali, di giudici, di spie, di gendarmi. Così comprenderete che l\’economista cattolico nel mettere un limite all\’arricchir dello Stato, nulla toglie di quei mezzi che aiutar potrebbono il retto ordinamento della società e il facile andamento degli affari; giacché sostituisce all\’interesse turpemente esclusivo dell\’economista eterodosso l\’immensa forza del sentimento morale. Per l\’opposto l\’economia eterodossa con quella specie di comunismo che introduce smungendo quanto può dai sudditi per arricchire l\’erario, è costretta a moltiplicare gli uffici governativi, i quali debbono essere piuttosto regolatori che produttori della ricchezza; moltiplicando gli uffici e gli stipendi alletta gli avidi ed ambiziosi specialmente giovani: si frodano così le arti più utili e meno vistose, che è quanto dire si scema la ricchezza e si moltiplica l\’avidità. Ognun vede qual disastro sia questo per le pubbliche finanze.

29. Ben veggiamo che una sì total mutazione nelle affezioni e nell\’opinar sociale in materia di ricchezze e d\’interesse non è opera né di un giorno né di un anno; come né di un giorno né di un anno sarà il tornare a perfezione di cattolicismo quella eterodossia di sentimento che guida anche a loro insaputa tanti che si credono veri e perfetti cattolici. Ma dobbiam noi per questo scorarci? Dobbiam lasciare di piantare le fondamenta negl\’intelletti, perché l\’edificio sarà abitato solo dai tardi nepoti? A codesto ragguaglio gli apostoli avriano potuto rannicchiarsi e tacere nel cenacolo, poiché tre secoli di sangue ci vollero perché balenasse dalla bocca delle catacombe lo splendore di quella luce che sfolgora oggi su tutte le vie della civiltà cristiana.

30. Per altra parte ci rincora assai la rapidità con cui vola oggi il pensiero, agile come il vapore, penetrante come il lampo elettrico: ci rincora l\’immenso incremento che va prendendo per ogni dove il sentimento cattolico, attestato da quei portenti della Propagazione della Fede, dei comitati cattolici, delle gerarchie, e dei Sinodi ecclesiastici in molte parti risorti, dell\’ammirabile Concordato austriaco, della emancipazione dei Rahja nella Turchia, dei rinverditi pellegrinaggi ai Luoghi Santi, e mille altri simili fenomeni inaspettati che sembrano dire alla Sposa di Cristo, iam hyems transiit. Ci rincora perfino (giacché parliamo di economia cattolica) quello stesso spettro feroce e spaventoso partorito dall\’economia eterodossa, che dagli antri del socialismo minaccia di spogliamento ogni abbiente, di sterminio a morte ogni società. A codeste minacce sanguinarie che ai 2 Decembre avean convertito a biascicar cattolicismo perfino il Débats e la Revue des deux mondes, aggiungete gli amari saggi che della eterodossa economia vanno assaporando ormai tutti gli erarii europei e più amari i più attivamente ammodernati (Spagna, Piemonte e Svizzera): e vedrete che il disinganno è ormai compiuto, né altro manca se non che si presenti ai travagliati popoli e ai retti e sinceri governanti sotto il vero suo aspetto un giusto sistema di economia cattolica, che venga a persuadere ad un tempo con eloquenza invincibile e le coscienze e le borse. Eh, lettor mio gentile, chi parla alla borsa gran forza ha sempre nel persuadere, e molti viaggiatori che giungono dal Piemonte ne vanno ripetendo aver forse in pro della religione colà perorato con più efficacia i cento cinquanta milioni d\’imposta cogli 800 di debiti, che tutti gli articoli benché gagliardissimi dell\’Armonia e del Cattolico ecc.

31. Parli dunque un\’economia religiosa e dimostri come nel ritorno alla pietà degli avi è finalmente riposta la gran panacea come d\’ogni altra piaga sociale, così della piaga economica. Dimostri come il sentimento cattolico, opponendo al principio d\’indipendenza il religioso umiliarsi della volontà umana al suo Creatore, viene ad innamorar l\’uomo più dell\’ordine che del piacere; e colloca in tal guisa nel primo seggio l\’operare onesto, unica vera felicità dell\’uomo viatore, disgradandone la ricchezza, la quale ben può esser mezzo, ma non fìne e felicità. Dimostri come alla voce augusta del Creatore regnando fra cattolici la giustizia e l\’amore, quell\’antagonismo, quella concorrenza che danno la legge al valore nella società eterodossa colla domanda e coll\’offerta, la ricevono da quelle virtù supreme nella società cattolica; che trasmuta così l\’universal guerra dell\’Hobbes nella universale cooperazione di uguali gerarchicamente coordinati nell\’opera sotto il Padrone supremo. Dimostri come in questa gerarchia di uguali il grande intento di ciascuno non è l\’arricchir nel presente, ma il bearsi in futuro: che nell\’espettazione di tale avvenire la ricchezza è mezzo di sostentamento, il lavoro conquisto di merito: che a sostentarsi basta un censo mediocre, e il soprappiù riesce facile a spandersi in ben sociale: che quando, la ricchezza tende a spandersi per sé medesima, meno arde il volgo a rapinare, meno stentano gli Erari a provvedere: che gli Erari non gravati del peso immenso di satisfare le cupidigie del lusso possono lasciare ai privati la giusta libertà delle opere e delle borse, e cessare quella pressura fiscale che per arricchire lo Stato riduce al verde i cittadini: che questi, se poveri, trovansi in tal guisa liberi a progredire dalla povertà alla ricchezza, mentre i ricchi all\’opposto sono incitati a profondere in sollievo della povertà: che per ultimo tutta codesta trasformazione viene operata con soavità indicibile non dal diritto inesorabile armato dei rigori della giustizia per istrappare dagli altri il dovuto, ma dall\’interno impulso della coscienza che spinge a compiere verso altrui anche soprabbondantemente il dovere: che l\’imperante supremo sgravato così dalla necessità di spremere sotto il torchio le borse dei sudditi torna naturalmente alla sua funzione sociale non già di negoziante che arricchisce lo Stato, ma di sapiente che coordina i cittadini: che questi, amanti dell\’ordine, come ad uom ragionevole s\’addice per natura, naturalmente si affezionano all\’ordinatore, e cessa il fermento di perpetui sconvolgimenti: che per conseguenza nel sistema delle verità cattoliche l\’economia è una scienza di ordine morale non già di puro materiale incremento.

32. Tutto questo complesso di verità se verrà ben meditato e spiegato potrà forse aprire molti occhi, mettendo in evidenza gli stretti vincoli che congiungono l\’economia colla religione e l\’impossibilità per conseguenza di sanare le piaghe economiche se non si ristora il principio religioso.
Noi dal canto nostro ci ingegneremo di andare applicando queste verità fondamentali alla filosofia della scienza economica; additandovi gli effetti contrarii dei due contrarii principii, come giù tentammo rispetto all\’usura. Bastici per oggi l\’aver posto in chiaro la total diversità delle due economie e la ragione universale delle opposte soluzioni che esse presentano ad ogni problema sociale; la quale è riposta nella opposizione fondamentale dei due principii CREAZIONE e INDIPENDENZA, e nella contrarietà delle tendenze all\’ordine e al piacere.

 NOTE
(14) Erano scritti e già in parte stampati questi articoli sopra le Due Economie, quando ci caddero fra le mani i recenti Discorsi sull\’economia sociale di Angelo Marescotti. Ora scorrendone le prime pagine, credemmo vedervi intenzione analoga alla nostra; poiché parte dall\’ordine creativo e intende ordinar l\’economia secondo le assolute dottrine cristiane (tom. I, pag. 29). Lietissimi di tal consonanza, avremmo tosto voluto studiarne il libro e renderne conto ai lettori. Ma impediti per ora dal leggerlo ne diamo una semplice notizia, riserbando quest\’opera importante a più matura rivista.

(15) Chiunque ben comprende questo primo principio, vede tosto quanto sia assurda nell\’idea cattolica quella dottrina che vuole nella società, come condizione regolare e ordinaria della sua esistenza, la libertà di ogni culto. Che una tal libertà si ammetta come stato transitorio e irregolare, nessuno dei savii cattolici vorrà mai negarlo, sol che legga con qualche attenzione ciò che di tal libertà scrisse nel medio evo, in quell\’epoca pienamente e gagliardamente cattolica, il S. Dottor d\’Aquino (2, 2, q. X, art. 12). Ma a voler sostenere la libertà dei culti come condizione ordinaria e regolare, conviene presupporre esser cosa regolare ed ordinaria nelle società cattoliche un partito di miscredenti talmente numeroso, che costituisca parte organica di quella società; ovvero regolare ugualmente e ordinario che una società cattolica sia indifferente a udir bestemmiare il nome del suo Dio e veder perigliare la fede dei cittadini e dei più stretti parenti. Il primo presupposto è assurdo pei cattolici, conoscendo essi quanto sia evidente la credibilità di loro dottrina e quanto diligente la cura nell\’educare, quanto stretta l\’obbligazione di professar la fede, quanto solenne la parola con cui ogni battezzato si sobbarca a tal dovere. Non è meno assurdo il secondo presupposto; il quale si oppone diametralmente al principio cattolico da noi spiegato nel testo. Se l\’unica funzione dell\’uomo sulla terra è compiere gll\’intenti del Creatore; se il Creatore non vuole altro culto che quello da Lui prescritto nella Chiesa; com\’è possibile che un governante cattolico a pochi miscredenti voglia concedere nelle profane lor cerimonie quella pubblicità che altri alletti a professare gli stessi errori, a praticare le superstizioni medesime?

(16) Saggi d\’economia politica ed educazione morale. Noto 1855.

(17) Ivi pag. 131 e 132.

(18) V. Rivista Contemporanea Genn. 1856.