19) Esistenza di Dio (III)

Filosofia: logica, gnoseologia...

Alla ragione e alla natura si unisce la testimonianza del genere umano, che con plebiscito solenne da’ testimonianza a favore della divinita’

LEZIONE XIX


L’ESISTENZA DI DIO


(III: PROVA MORALE)


 


Alla voce della ragione, che proclama l’esistenza di Dio, al concerto armonico della natura, che canta la gloria del suo Creatore, si unisce la testimonianza del genere umano, che con plebiscito solenne dà testimonianza a favore della divinità. Analizziamo il fatto, poi ne vedremo il valore probante.


1. Il fatto. Tutti i popoli della terra hanno sempre ammesso l’esistenza di Dio.


1) I popoli antichi.


a) Lo attestano le esplicite affermazioni degli antichi scrittori. Cicerone: «Nessuna nazione è così grossolana e così selvaggia che non creda all’esistenza degli Dei, anche quando si inganni sulla loro natura». E Plutarco: «Percorrendo la terra voi potrete trovare città prive di mura, di palazzi, di scuole, di teatri, di leggi, di arti e di monete (…) ma una città priva di templi, una nazione senza Dei, un popolo che non preghi (…) nessuno l’ha veduto mai».
b) Così attestano anche i numerosi monumenti religiosi che sono giunti fino a noi. Le antiche e gloriose civiltà degli Assiro-Babilonesi, degli Egiziani e dei Greci sono sparite per sempre, travolte nel vortice del tempo, ma ancora rimangono i segni eloquenti della loro religiosità: edifici religiosi, statue, inni alle divinità.
c) E’ vero che l’idea razionale dell’ente supremo è spesso alterata per i miti che l’immaginazione vi ha aggiunto, ma sotto questa veste talora stravagante del sentimento e della fantasia, vi è un substrato costante, razionale, universale, che testimonia a favore della divinità, anzi di una Divinità suprema e unica. Questa si chiama Ammon-Ra nell’Egitto, Brahma in India, Assur a Ninive, Mardouk in Babilonia, Baal in Francia, Ormuzd in Persia, Zeus in Grecia, Jupiter a Roma, ecc.
d) Il fatto si estende anche agli uomini preistorici. Alcuni moderni scienziati (G. de Mortillet e figlio, ecc.) hanno affermato che l’uomo del periodo paleolitico (periodo umano remotissimo, della selce solo scheggiata, che precede il periodo neolitico o della pietra levigata) era completamente areligioso. Ma le recenti scoperte di scheletri di uomini del periodo paleolitico, sepolti con riti religiosi, attesta con certezza storica che anche l’uomo di quell’epoca era religioso, benché i dati non siano sufficienti per dire quale fosse la sua religione, se monoteista o no. Tali dati ci sono forniti dallo studio dei popoli primitivi tuttora esistenti dei quali tra poco parleremo.


2) I popoli moderni.


Noi conosciamo ora tutti i popoli della terra, sappiamo con certezza che dappertutto si adora, si prega, si invoca l’Altissimo. Il Quatrefages, nell’opera La specie umana, scrive: «Obbligato dal mio insegnamento a passare in rassegna tutte le razze umane, io cercai l’ateismo presso i popoli più rozzi come presso i popoli più colti. Io non lo trovai in nessun luogo se non in qualche individuo – come dice altrove – allo stato erratico». Dovunque sempre la massa delle popolazioni è sfuggita all’ateismo, anche là dove con la violenza si tentò di imporlo. La propaganda atea, accompagnata dall’incentivo dell’immoralità e dalla proibizione di ogni manifestazione religiosa, possono in una nazione aumentare il numero degli atei, dare anche l’impressione esterna di un popolo ateo; ma appena la violenza cessa, le rifiorenti manifestazioni religiose dimostrano come la massa sia sfuggita all’ateismo.
Non meno viva e profonda è la credenza in Dio presso i popoli primitivi, cioè quei popoli che sono rimasti al livello culturale di quelli antichissimi, che hanno conservato il modo di lavorare, gli utensili, il genere di vita, ecc., simile a quello dei primi uomini: non hanno né agricoltura, né allevamento di bestiame, ma vivono della raccolta di ciò che dà la natura.
Popoli primitivi sono, per es., i Pigmei e i Boscimani dell’Africa, gli Andamanesi dell’Asia e i Negritos delle Filippine, alcune tribù della Terra del Fuoco di America e alcune tribù sud‑orientali dell’Australia.
Orbene, lo studio oggettivo della religione di questi popoli primitivi ha portato alle seguenti conclusioni: «In tutti i gruppi etnici della cultura primitiva esiste la credenza in un Essere supremo, se non dappertutto nella stessa forma e potenza, certo dappertutto con forza sufficiente da escludere ogni dubbio intorno alla sua nozione predominante» [SCHMIDT, Manuale di Storia comparata delle religioni, Brescia, Morcelliana, p. 421].
La credenza in un Essere supremo è chiarissima presso tutte le tribù di Pigmei dell’Africa e dell’Asia: anzi è notevole il fatto che l’idea di questo Essere supremo sia tanto più pura e meno offuscata da idee di altre divinità minori, quanto più la tribù presenta caratteri primitivi. I nomi con cui l’Essere viene chiamato esprimono o la paternità (Padre) o l’opera creatrice (Fattore, Creatore della terra, Costruttore dei mondi) o la sua dimora in cielo o qualche suo attributo (Colui che abita in cielo, l’Onnipotente, l’Eterno, ecc.).
Il concetto elevato di Dio e della morale dei popoli primitivi dimostra che primitivo non è sinonimo di barbaro e che la loro inferiore cultura materiale e semplicità di vita non è effetto di degenerazione o decadenza; essi sono la vivente confutazione della teoria evoluzionistica nei riguardi dell’uomo.


3) I grandi uomini


Il fatto cresce di importanza se si considera il consenso degli uomini più grandi e delle menti più elevate di tutti i tempi. Essi formano la parte eletta della società ed hanno il diritto di rappresentare l’umanità stessa. Ricordiamo alcuni nomi. Nell’antichità, per es., Socrate, Platone, Aristotele e Cicerone, che hanno scritto pagine immortali sopra la divinità. Nell’epoca cristiana, oltre tutti i Padri, tutti i Dottori, tutti i Filosofi e Teologi cristiani, geni sublimi dalla vita intemerata e dagli studi profondi, bisognerebbe ricordare i nomi di quasi tutti gli scienziati dal XVI al XIX secolo, che credettero in Dio: Copernico, Galileo, Bacone, Keplero, Newton, Leibnitz, Réaumur, Buffon, Linneo, Jussieu, Eulero, Herschel, Cauchy, Faye, Laplace, Ampère, Oerstedt, Fresnel, Faraday, Liebig, Biot, Becquerel, Gay-Lussac, Secchi, Hermite, Cuvier, Agassiz, Pasteur, Marconi, ecc. Si veda l’opera del Farges L’idea di Dio, e specialmente quella, bellissima, del Kneller: Il cristianesimo e i naturalisti moderni.


2. L’argomento.


Abbiamo esaminato il fatto: ora consideriamone alcune circostanze. Tutti i popoli di tutti i tempi e di tutte le civiltà credono nell’esistenza di Dio. Questa credenza non è qualcosa di puramente speculativo: al contrario, essa pervade intimamente tutte le manifestazioni della vita umana. Infatti la religione, specialmente presso i popoli antichi, è il centro della vita domestica e sociale: le guerre e le alleanze, i matrimoni e i funerali, i giuochi e le feste sono resi sacri dall’invocazione della divinità, i cui disprezzatori sono severamente puniti.
Infine, questa idea di Dio come garante della morale e che punisce le colpe, è in contrasto con le inclinazioni dell’uomo, con le sue passioni, per le quali sarebbe molto più comodo che Dio non esistesse. Invece si contano a centinaia di migliaia coloro che in ogni tempo hanno affrontato per Dio i più gravi pericoli e combattuto le più belle battaglie, respingendo le lusinghe del piacere e dell’interesse, vincendo la violenza delle passioni, e immolando sull’altare del sacrificio ogni bene: bellezza, gioventù, ricchezze, onori, perfino la vita stessa.
Orbene, questo fatto così universale e costante non ha sufficiente e adeguata spiegazione se non nella facilità e quasi spontaneità che ha l’uomo di risalire a Dio partendo dalla considerazione dell’universo, e nella forza persuasiva degli argomenti che provano l’esistenza di Dio.
In questo senso i SS. Padri dicevano talora innata l’idea di Dio, come spiega S. Tommaso: «Si dice che l’idea di Dio sia innata perché mediante i princìpi (facoltà) a noi innati, facilmente possiamo percepire l’esistenza di Dio»; e altrove: «La conoscenza di Dio è innata, in quanto tutti hanno innato qualche cosa con cui possono pervenire all’idea di Dio» [S. Tommaso, In Boet. de Trinit., q. I, a. 3, ad 6; De Verit., q. 10, a. 12, ad 1].
E’ la natura stessa che ci conduce a Dio. Omnes natura duce eo vehimur, Deos esse, ha detto Cicerone, il quale prosegue dicendo che ciò a cui la natura spinge tutti gli uomini non può non essere vero, altrimenti dovremmo dire che la nostra natura ci conduce inesorabilmente all’errore, e non potremmo più fidarci della nostra ragione: l’esito ultimo sarebbe lo scetticismo universale.


3. Obiezioni.


1) Vi sono molti atei: non è quindi universale il consenso degli uomini circa l’esistenza di Dio.


Risposta: quando si parla di «consenso universale», il termine «universale» deve intendersi in senso morale, non matematico. Non è necessario, cioè, che tutti gli uomini affermino l’esistenza di Dio, ma basta che siano «tutti» moralmente (cioè la stragrande maggioranza). Orbene, una statistica del 1934 (vedi Guida delle missioni cattoliche, Roma, Prop. Fide, p. V.) mostra come il 95% degli uomini professino almeno una religione; solo il 5% sono areligiosi (e questi ultimi sono quasi tutti in Europa e in America). Dunque il consenso universale nel senso spiegato sussiste tuttora, tanto più se si considera che non tutti gli uomini areligiosi sono atei, ma solamente non professano una determinata religione, sono aconfessionali, e non necessariamente atei.
Inoltre, anche fra gli atei bisogna distinguere gli atei pratici e gli atei speculativi (negativi e positivi). Atei pratici sono coloro che direttamente non negano Dio, ma vogliono prescindere da Lui, vivendo come se Dio non esistesse solo perché è più comodo. La maggior parte degli atei sono atei pratici, i quali non fanno difficoltà al nostro argomento. Atei speculativi possono essere negativi, cioè coloro che assolutamente ignorano Dio: si discute se ce ne possano essere, ma non sembra impossibile che un uomo, almeno per un certo tempo della sua vita o a causa dell’educazione, dell’ambiente, ecc., ignori Dio; ma il loro numero, se ce ne sono, è certamente così limitato da non compromettere il nostro argomento. Neppure esso è compromesso dagli atei speculativi positivi, cioè da coloro che sostengono, argomentando esplicitamente, che Dio non esiste. Anche prescindendo dalla sincerità della loro affermazione (perché troppo spesso la negazione di Dio proviene non da motivi intellettuali, ma morali: passioni, ecc.), il loro numero è quanto mai ristretto; il motivo è sempre lo stesso: che l’uomo ha la ragione e la ragione lo fa naturalmente risalire dalla cognizione delle cose create alla cognizione di Dio Creatore e Signore dell’universo.


2) L’uomo, nei riguardi della religione, ha subìto un processo evolutivo: dallo stadio areligioso (l’uomo primitivo era troppo vicino al bruto per assurgere al concetto di vita ultraterrena) è passato allo stadio dell’animismo (dando anima a tutte le cose e moltiplicando gli spiriti), quindi al politeismo, poi al monoteismo, per ritornare con l’uomo moderno all’ateismo. Così gli evoluzionisti.


Risposta: l’etnologia ci attesta proprio il contrario. I primitivi, come abbiamo visto, hanno una religione e la loro religione è il monoteismo, che solo più tardi degenerò nel politeismo.


3) La credenza in Dio deriva dalla paura: Primus in orbe Deos timor fecit. (Lucrezio)


Rispondiamo che il timore non basta a spiegare un fatto così universale e costante, e inoltre contrasta con i sentimenti religiosi dell’anima che non solo teme Dio, ma ama, ringrazia e benedice. Anzi, nella religione dei primitivi l’attributo di Dio messo più in risalto è quello della bontà. L’Essere supremo è esclusivamente ed essenzialmente buono; da Lui non può venire che il bene e la felicità. Per questo alcuni popoli, per spiegare il male fisico e morale del mondo, ricorrono ad un altro principio, operatore del male.
4) L’ignoranza delle forze della natura ha dato origine alla credenza in Dio.


Rispondiamo che, al contrario, i più grandi conoscitori della natura hanno creduto in Dio, perché meglio hanno potuto ammirare la sapienza delle Sue opere.
5) L’infinita varietà delle religioni nel mondo, opposte fra loro, toglie ogni valore all’argomento del consenso universale.


Risposta: il disaccordo riguarda la natura di Dio, non la sua esistenza. Né questo deve meravigliare, perché se è facile affermare l’esistenza di Dio, non è altrettanto facile spiegarne la natura (essendo Essere infinito) se non è Egli stesso a rivelarcela. A noi, per ora, basta avere dimostrato il fatto dell’universale affermazione di Dio, cosa inspiegabile se Dio non esistesse.
Concludiamo ancora una volta con le parole di un pagano, Cicerone: «Se quello che la ragione dimostra lo confermano i fatti, lo proclamano i popoli civili e barbari, antichi e moderni, lo hanno creduto i filosofi e i poeti e gli uomini più sapienti che hanno governato stati e che hanno fondato città, aspettiamo forse che gli animali parlino e ci dicano che esiste Dio, non contenti del consenso universale degli uomini?»


(Continua)


Bibliografia.


Si veda la bibl. della lez. XVI. Anche C. Schmidt, L’anima dei primitivi, Roma, Studium; Boccassino, La religione dei primitivi, in Storia delle religioni ( a cura di P. Tacchi-Venturi, S. J.), Torino, Utet, Vol I.