...IL DOVERE DELLA CARITÀ. IL GRANDE COMANDAMENTO. NATURA DELLA CARITÀ. Le varie forme di amore. Virtù infusa. Oggetto, soggetto e causa efficiente della carità. Ordine nella carità. Necessità e caratteristiche della carità. Eccellenza e fecondità dell'amore. L'esercizio della carità. L'aumento della carità. I PECCATI CONTRO LA CARITÀ'. PECCATI CONTRO LA CARITÀ IN GENERE. PECCATI SPECIFICI CONTRO LA CARITÀ....
Trattato di Teologia morale
PARTE I.
L'UOMO DI FRONTE A DIO
L'AMORE DI CARITÀ
IL DOVERE DELLA CARITÀ
I. IL GRANDE COMANDAMENTO.
L'amore di Dio non era sconosciuto nell'Antico Testamento (129); ma esso costituisce il distintivo del Nuovo. Prima, insieme con l'amore, regnava anche la Legge, e quindi il timore: l'amore era concepito come uno dei comandamenti, il primo. Ora, invece, domina la carità: allo Scriba che Gli chiede quale sia il primo precetto, Gesù risponde oltrepassando i limiti della domanda: l'amore non è solo il primo, è il sommo comandamento, da cui dipendono la Legge ed i profeti (130).
Quegli muoveva solo una questione di precedenza, di gerarchia, Gesù invece propone un principio di vita: fa ciò, vale a dire ama, e vivrai (131).
La predicazione degli Apostoli è sulla stessa linea. Per Paolo elemento centrale e vivificatore della morale è la carità: eterna, superiore alla fede ed alla speranza (132), essa è la radice ed il fondamento della vita cristiana; mentre la scienza gonfia, la carità edifica (133) e impreziosisce di sé tutte le opere, cancellando le colpe (134). Tutto il resto, ove manchi la carità, non vale nulla (135).
I seguaci di Cristo compresero subito il valore della nuova dottrina, e non seppero trovare, per esprimerla, forma più efficace del paradosso: ama. e fa ciò che vuoi (ama et fac quod vis) (136).
Ma quale il contenuto della carità, e quali le sue leggi?
II. NATURA DELLA CARITÀ.
1. Le varie forme di amore.
La carità è amore; ma non ogni forma di amore è carità. L'amore, in genere, è l'inclinazione dell'appetito verso un bene. Ma vi ha, anzitutto, un amore fatto più di attrazione che di slancio; è l'amore sensitivo, l'amore-passione. Questo la carità può anche farlo suo, incanalando verso il suo oggetto; ma in esso non si risolve. La carità è amore dello spirito, della volontà.
Però anche nella volontà può esserci un duplice movimento verso il bene; uno che si ferma in esso (amore di benevolenza), l'altro che ritorna su di sé, riferendo l'oggetto al soggetto (amore di concupiscenza). Il primo, essendo a base altruistica, può avere come termine solo una persona; mentre il secondo, essendo a base egoistica, può riferirsi anche alle cose. II primo si trova anche in Dio; il secondo, invece, si trova solo nella creatura e costituisce il segno della sua indigenza. Per questo la creatura non può farne a meno. In lei i due movimenti si condizionano a vicenda, alternandosi. Primo di ogni altro, l'amore di benevolenza del soggetto verso se stesso; quindi l'amore di concupiscenza per le persone da cui egli spera il suo completamento; ed infine l'amore di benevolenza per le medesime. Che a noi non è possibile amare un bene, che non sia in qualche modo il nostro bene; mancherebbe il punto di contatto, l'unione.
In fondo ogni amore è unione: solo che, mentre l'amore di concupiscenza è causa dell'unione affettiva e tende a quella effettiva, l'amore di benevolenza suppone l'unione e la esprime (137).
Per questo la forma più alta e più completa dell'amore è l'amicizia: unione bilaterale, amore riamato, che o trova o pone sullo stesso piano i due amanti.
E ciò tanto nell'ordine naturale come in quello soprannaturale.
2. Virtù infusa.
La carità è per l'appunto l'amore di amicizia tra l'uomo e Dio nel piano soprannaturale (138).
Anche in questo caso l'iniziativa è di Dio. Egli, nell'associarci alla sua vita, ha posto le basi di una vera amicizia, essenzialmente diversa da quella che poteva esserci nell'ordine della natura, la più alta che possa immaginarsi, Non solo; perduta l'amicizia col peccato, Egli ce l'ha restituita nel Cristo (139), innestandoci a Lui (140), accomunandoci a Lui in un vincolo di fraternità (141), tanto più alta in quanto ci deriva non per le vie del sangue, ma per quelle dello spirito (142) e richiamandoci così, con un titolo di più, nell'ambito della famiglia divina (143). Non poteva manifestarci un amore maggiore e più disinteressato: " In questo si è manifestata la carità di Dio verso di noi, che Dio mandò il suo Figlio Unigenito nel mondo, affinché per mezzo di Lui abbiamo la vita. In questo è la carità, che senza aver noi amato Dio, Egli per primo ci ha amati ed ha mandato il suo Figliolo come propiziazione per i nostri peccati (144).
Né con il disinteresse di siffatto amore contrasta comunque il necessario riferimento da parte di Dio di ogni cosa a sé come ad ultimo fine: che proprio in ciò l'uomo trova il suo massimo bene e quindi è proprio in ciò la massima benevolenza da parte di Dio.
Per questo l'amore di Dio postula necessariamente come suo termine il nostro amore; e questo, oltre ad essere il nostro sommo precetto, è anche la nostra suprema esigenza, e costituisce altresì il più alto dono che Dio poteva farci: la carità non è una virtù acquisita, ma una virtù infusa, immessa nel nostro cuore, per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato donato (145).
Di qui è facile capire come la carità sia, da parte dell'uomo, l'adesione suprema della sua volontà a Dio, considerato come Sommo Bene: movimento dell'anima, che non ritorna su di sé, ma si ferma in Lui, anche quando parte dalla considerazione dei benefici ricevuti; che anche in questo caso Iddio è amato, non per il bene che a noi da Lui deriva, ma a motivo di questo bene, come Bontà assoluta.
La carità, anche nel suo grado minore, ci muove ad amare Dio più di noi medesimi e dei suoi doni con un amore di stima efficace, giacché Dio è infinitamente migliore di noi e di qualunque dono creato. Tuttavia quest'amore di stima non sempre viene sentito e al suo inizio non ha evidentemente lo slancio che possiede negli uomini più perfetti e soprattutto nei beati del cielo.
Si suole quindi distinguere tra amore apprezzativo e amore intensivo; quest'ultimo è in genere più grande verso le persone amate che vediamo, anziché per quelle lontane.
3. Oggetto, soggetto e causa efficiente della carità.
Oggetto materiale della carità è Dio e il prossimo; Dio, oggetto primario, oggetto secondario l'uomo, ossia noi stessi e il prossimo da amarsi come noi stessi per amore di Dio (146). Nell'amore di Dio principalmente ci compiaciamo delle sue infinite perfezioni e secondariamente ne desideriamo e procuriamo la glorificazione esterna: nell'amore di noi e del prossimo vogliamo per noi e per esso come oggetto principale la carità stessa e quindi la grazia santificante e la beatitudine, come oggetto secondario i beni soprannaturali ed anche i naturali in quanto conducono alla beatitudine.
Oggetto formale, ossia motivo prossimo della carità, è la bontà di Dio in se stessa; in quanto è sommamente amabile per sé ed in sé, come oggetto della beatitudine soprannaturale, ossia in quanto con il lume della fede Dio è conosciuto quale ultimo fine dell'ordine sia naturale che soprannaturale. Quindi anche della carità verso il prossimo e verso noi stessi oggetto formale è la bontà di Dio in se stessa, sia pure considerata come a noi comunicabile in modo soprannaturale; giacché noi fondiamo il nostro amore immediatamente nella amabilità essenziale di Dio e non nella nostra beatitudine. Quest'ultima è considerata non come premessa, ma come conseguenza o al più come condizione soggettiva, non oggettiva, nel senso che noi nulla possiamo amare che non sia amabile per noi, ossia nostro bene.
Da quanto si è detto appare che la carità fraterna non è che l'estendersi di quella che dobbiamo avere per Dio; perciò essa è il segno migliore dell'amore di Dio in noi. " Amatevi vicendevolmente; questo sarà il segno che vi farà riconoscere per miei discepoli " (147).
Soggetto prossimo di questa virtù non può essere che la volontà, perché proprio di essa è l'amore. Ecco perché nella Sacra Scrittura ricorre spesso con la carità il cuore (volontà) e si dice che la carità è diffusa dallo Spirito Santo nel nostro cuore (Rm 5, 5).
Soggetto remoto è tutto l'uomo soprannaturalizzato con la grazia abituale: l'uomo viatore, l'uomo espiatore nel purgatorio, l'uomo comprensore nel cielo, non i dannati.
Causa efficiente della virtù della carità è Dio che la infonde nell'anima nostra con la grazia santificante. Noi possiamo contribuire con i nostri atti soprannaturali ad accrescere intensivamente questa virtù regina; ma possiamo disgraziatamente perderla con i nostri peccati; basta infatti un peccato mortale qualsiasi a perderla, perché ogni peccato mortale è deleterio per la carità, che non può sussistere senza la grazia abituale. E si riacquista ipso facto con il recupero della grazia santificante.
4. Ordine nella carità.
L'ordine è legge per la carità. La carità non è tale se non è ordinata in relazione a Dio, principio oggettivo della divina carità ed alla persona amante, che è il principio soggettivo.
L'ordine dell'amore deriva dall'essenza stessa della carità, considerata come amicizia di Dio e del fatto che si estende anche all'amore di sé e del prossimo. Dio dev'essere amato per primo ed al massimo grado, perché in Lui è l'essenza e la perfezione del Bene. Segue poi l'amore di se stesso, in quanto il Signore ne ha fatto la misura dell'amore del prossimo, ma conservando tra sé ed il prossimo l'ordine dei valori: ricercare la nostra eterna salvezza, poi quella del prossimo; il bene del nostro corpo, poi la salute corporale del prossimo; i nostri beni, poi gli altrui.
Cosi da un lato l'uomo non può e non deve considerare il suo essere con tutte le sue naturali tendenze, attitudini, compiti ed energie se non nella sfera dell'amore di Dio, e in dipendenza da lui. D'altra parte non può non attendere ad un secondo limite, conseguenza della doverosa considerazione verso le persone ed il diritto degli altri, che sono come lui immagine di Dio e chiamati alla sequela del Salvatore. Ma l'argomento dell'amore di sé e dell'amore del prossimo merita ed avrà ben più ampia trattazione a suo luogo, parlando dei doveri verso se stessi e verso il prossimo.
5. Necessità e caratteristiche della carità.
L'abito della carità è condizione necessaria per la giustificazione e per la salute eterna, è quindi necessario per necessità di mezzo anche ai bambini, perché senza di esso nessuno può essere in amicizia con Dio. L'atto di carità è necessario per necessità di precetto: " Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta l'anima tua, con tutta la tua mente, con tutta la tua forza ", questo è il 1° comandamento. E il 2° è simile ad esso: " Amerai il prossimo tuo come te stesso. Nessun altro comandamento è maggiore di questi " (148).
La carità è l'amicizia che prende coscienza di sé; è l'unione in atto. Si capisce, quindi, perché sia necessaria. La necessità della fede e della speranza è, si può dire, presuppositiva, quella della carità è essenziale, formale.
La carità è un'esigenza della grazia, ed a sua volta la postula, nel caso che questa mancasse. Chi, invece, non ama rimane nella morte (149). La stessa speranza, senza la carità, è frustrata del suo scopo: che cosa, infatti, speriamo se non la beatitudine? e questa non scaturirà, forse, dalla nostra piena adesione a Dio mediante l'amore?
Di qui si capisce ancora quali siano le caratteristiche della vera carità. Essa è insieme affettiva e fattiva, tale cioè da esprimere davvero l'unione, l'adesione del nostro essere a Dio. Senza l'amore le opere sarebbero morte; ma l'amore senza le opere non sarebbe sincero. Non è possibile donare a Dio la nostra operosità senza darGli insieme la nostra volontà. D'altra parte però, come è possibile donare a Dio la nostra volontà, se questa è contraria alla volontà di Dio? Operosità ed amore non sono due elementi indipendenti tra di loro, ma interdipendenti come la via e il termine: la via è ordinata al termine, ma il termine, a sua volta, è condizionato dalla via. Per questo Gesù ha potuto dire, senza contraddirsi, che la legge dipende tutta dalla carità (150), e che, a sua volta, il rimanere nella carità dipende dall'osservanza dei comandamenti (151).
Se è così, si capisce ancora un'altra caratteristica della carità, la sua pienezza: " Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta l'anima tua, con tutta la tua mente " (152). Ciò vuol dire, innanzi tutto e come minimum nell'esigenza della carità, che essa deve dominare, nell'estimazione, su tutti gli altri affetti, anche su quelli più intimi e più sacri; " Chi ama il padre e la madre più di me, non è degno di me; e chi ama il figlio e la figlia più di me, non è degno di me "(153). E ciò fino al punto di doverli sacrificare, nel caso che essi contrastino con l'amore di Dio (154). Si tratta, del resto, di un'esigenza intrinseca ed essenziale della carità, di un dovere che scaturisce, anche questa volta, dall'essere: dall'essere di Dio e dal nostro essere; che non si da essere superiore a Dio, e non esiste necessità maggiore di quella che noi abbiamo di Lui. Sentire od agire diversamente significherebbe rovesciare la gerarchia dell'amore.
Oltre a ciò, la pienezza dell'amore esige la sua perfetta adeguazione con l'oggetto; cosa, però, impossibile ove si tratti dell'Infinito, la cui amabilità solo l'Amore Increato può adeguare. Di qui, pero, per noi il dovere di amare Dio nella misura della nostra capacità " con tutte le nostre forze " (155).
Ciò vuol dire che, per quanto sta in noi, tutto il nostro essere deve essere impegnato in questo movimento di affetto (156), anche il sentimento. Ma su di esso la volontà non esercita un dominio dispotico, e la sua intensità non è determinata solo dalla stima dell'oggetto, ma ancora e soprattutto dalla sua prossimità ai sensi; nello stesso ordine naturale non si prova, talvolta, più forte l'affetto per un amico vicino che per un congiunto lontano?
6. Eccellenza e fecondità dell'amore.
Da quanto abbiamo finora detto si comprende facilmente l'eccellenza della carità: solo essa, infatti, unisce a Dio; solo essa è eterna (157). Non solo, ma è la carità che impreziosisce di sé tutte le opere (158) ordinandole a Dio. Mentre tutti gli altri comandamenti sono ordinati alla carità come mezzi al fine, come via al termine, è essa, la carità, che da alle altre virtù il valore dell'unità ed il sigillo della perfezione.
Di qui ancora la sua inesauribile fecondità: paziente, benevola, longanime, non si adira, non imputa il male; e poi " non si vanta, non si gonfia, non fa nulla di sconveniente, non cerca il suo interesse ", non si rallegra dell'ingiustizia, ma simpatizza con la verità. Non solo, ma è essa che " spera tutto, crede tutto " (159): presuppone, è vero, la fede e la speranza, ma a sua volta le ravviva e le sostiene. Solo chi ama conosce veramente Dio, perché Dio e carità (160).
Di qui finalmente la pace e la gioia dell'anima, frutti quella dell'ordine, questa dell'unione.
7. L'esercizio della carità.
Se la carità è al centro della vita morale, si capisce subito come essa debba accompagnare continuamente l'uomo dal principio al termine della sua vita morale (161). È vero che in questa terra neanche ai più perfetti è dato di poter rendere continuo l'esercizio formale della carità; ma chi ama trova frequentemente il modo di ricordare la persona amata. Ne, d'altra parte, sarebbe conveniente e possibile definire in maniera più precisa, con metodo casuistico, il ritmo della carità: ciò è contrario alla stessa psicologia dell'amore.
Del resto non è difficile amare. Il Cristo, poi, ce ne ha reso ancor più facile l'esercizio, unendoci misticamente a sé. Il cristiano cosciente della sua dignità può e deve dire con S. Paolo: io vivo, eppure non sono io che vivo: è il Cristo che vive in me (162). Questa coscienza che trasporta nel Cristo il nostro vero centro di interessi fa sì che il legittimo e sano amore di sé debba necessariamente risolversi nell'amore di Cristo, ossia di Dio.
Solo amando Lui, noi sentiamo di amare veracemente e pienamente noi stessi.
In fondo, è la stessa esperienza del Cristo die deve ripetersi, in maniera analoga, in noi al pari di tutte le altre sue esperienze di Mediatore. Portando la sua immagine nella nostra natura elevata, noi dobbiamo logicamente ricopiarne i tratti nella nostra vita morale. Il Cristo e il Padre sono una cosa sola (163); di qui l'assoluta conformità della sua volontà a quella del Padre (164), di qui ancora il suo vivere per amore del Padre vivente(165). Lo
stesso in noi: noi non formiamo, è vero, una cosa sola col Padre, ma siamo a Lui intimamente uniti mediante la carità; il Cristo ci unisce a Lui. Dunque anche noi dobbiamo vivere nell'amore del Padre: " Io in essi, e tu in me, affinché siano perfetti nell'unità.., affinché l'amore nel quale mi hai amato sia in essi ed io in loro " (166).
8. L'aumento della carità.
La carità deve crescere in noi fino alla morte, perché il cristiano è quaggiù viandante. Non sono però gli atti meri-
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tori, che procedono dalla carità ad aumentare questa, dato che essa è una virtù infusa (nel battesimo e restituita attraverso l'assoluzione nel sacramento della riconciliazione) e non acquisita. Gli atti meritori predispongono solo e danno diritto all'aumento della carità, concesso da Dio (167). Lo stesso ci può ottenere la preghiera, mentre i Sacramenti (e principalmente la S. Comunione) producono l'aumento ex opere operato, cioè per se stessi, con l'applicarci i frutti della Passione di Gesù. Con la carità aumentano le virtù infuse ed i doni dello Spirito Santo.
La carità verso Dio (e il prossimo) è purificata poi da qualsiasi lega umana dalla cosiddetta purificazione passiva dello spirito, crogiolo a cui Dio sottopone anime privilegiate, elevate alle altezze della mistica (168). La purificazione passiva della carità dispone ad amare Dio per lui stesso, al di sopra di tutti i suoi doni. Essa spiega gli atti eroici dei martiri e le opere più grandi dei santi.
2. I PECCATI CONTRO LA CARITÀ
I. PECCATI CONTRO LA CARITÀ IN GENERE.
Qualsiasi peccato mortale, capovolgendo l'ordine dell'amore, distrugge la carità (169). II peccato veniale, invece, non essendo contrario al fine ultimo, non distrugge né diminuisce l'amore, ma solo ne ostacola il fervore, e può quindi gradualmente condurre al peccato mortale. Ma se tutti i peccati sono esiziali per la virtù della carità, non si può dire che tutti siano opposti alla carità.
II. PECCATI SPECIFICI CONTRO LA CARITÀ.
In modo speciale e gravissimo si oppone alla carità l’odio di Dio (170), inteso come deliberata avversione da Lui per un suo speciale attributo (giustizia).
Alla carità verso Dio oltre all'odio contro Dio stesso, si oppone l'accidia (171), che è fastidio e tristezza di beni spirituali ossia di mezzi necessari all'eterna salute, per la gravezza o difficoltà di procurarseli o metterli in opera.
NOTE
(129) Cfr. Dt 6, 5; 10, 12 ss.; 30, 6; Es 20, 6 ecc. Sull'intero argomento della carità, cfr. la bibliografia in calce al volume, oltre ai trattati classici di S. AGOSTINO (De doctrina christiana, I, cap. 22, III, cap. 10: PL 34, 27, 72; Sermo XXI, n. 2: PL 38, 143), di S. BERNARDO (Liber de diligendo Deo: PL 182, 957 ss.), di S. TOMMASO (Quaestiones disputatae de caritate, Opus de duobus praeceptis caritatis), i commenti alle Sentenze di PIETRO LOMBARDO, di S. BONAVENTURA (In IV Sent. II, d. 41, a. 1; III, d. 27-32), di DUNS SCOTO (In IV Sent. 11, d. 41; III, d, 27-32), di DIONISIO IL CERTOSINO (In III Sent., A. 27-32 e i commenti alla S. Theol.. 2-2, q, 23-45 di T. GAETANO, D. BANEZ, GIOVANNI DI S TOMMASO, SALMANTICENSES, B. GONET, V. L. GOTTI, C. R. BILLUART, F. SUAREZ, S. ALFONSO DE' LIGUORI, ecc. Sull'argomento specifico della carità nella S. Scrittura, cfr. A. ROSMINI, Storia dell'amore, cavata dalle divine Scritture, Cremona 1834; V. CATHREIN, La morale cattolica, 355 ss.; A. DESCAMPS, La charité résumé de la Loi, in Rev. diocés de Tournai, 8 (1953) 123-129; E. D'ÀGNESE, II primato della carità nella teologia morale secondo il pensiero di S. Tommaso, Napoli 1956; G. ROTUREAU, Amour de Dieu. Amour des hommes, Tournai - Paris 1958; F. CUTTAZ, Mistica e pratica della carità, Modena 196.1; I. M. PERRIN, il mistero della carità, Roma 1965; K. RAHNER, il comandamento dell'amore tra gli altri comandamenti, in Saggi di spiritualità, ed. Paoline, Roma 1966, 373-408.
(130) Mc 12, 28-31; Mt 22, 35 ss.; Lc 10, 25 ss.
(131) Lc 10, 28. Quattro verbi ha la lingua greca per esprimere l'amore; ¹erân esprime la passione erotica, sessuale; stérgein l'amore tenero, proprio dell'amico; fileîn l'affetto naturale; ¹agapân l'amore d'elezione, d'estimazione.
Nella grecità classica predomina ¹erân, mentre nei Settanta e nel Nuovo Testamento, cioè nei libri sacri, il termine stérgein, quasi ignorato dai classici, diviene il termine più usato per indicare qualunque genere d'amore e in particolare l'amore di carattere religioso, Esso contiene il significato d'amore di stima e di libera scelta, unitamente a quello scritturistico d'amore affettivo da una parte e d'amore di carattere religioso dall'altra: amore di Dio e del prossimo.
(132) 1 Cor 13, 13.
(133) Ef 3, 14-19; 1 Cor 8, 1; 13, 3; P. VOSTÉ, Commentarius in epistulam ad Ephesios, Romae 1921.
(134) 1 Pt 4, 8; Rm 5, 5; Col 3, 14; 1 Cor 16, 14.
(135) 1 Cor 13, 2-3.
(136) Poiché è impossibile amare veramente Iddio e non osservare i suoi precetti. "Chi ha e osserva i miei precetti, dice il Salvatore, quegli è che mi ama" (Gv 14, 21).
(137) L'amore completamente disinteressato di Dio è naturalmente la forma più nobile dell'amore, quello dei figli, contrapposto a quello degli schiavi che in Dio vedono e temono il padrone che punisce e a quello dei mercenari che nello stesso Dio vedono il ricco che ricompensa; ma non per questo sono da condannarsi quei sentimenti e quelle azioni dell'uomo che sono motivate dal timore e dal castigo e dal desiderio del premio, Le categorie degli schiavi e mercenari sono sì imperfette, ma non illecite, in quanto preparano l'ascesa all'amore, Perciò la dottrina della Chiesa ha sempre considerato lecito e salutare il pentimento dei peccati motivato dal solo timore del castigo eterno. Le deviazioni al riguardo (Baio, Giansenio ecc.), di cui si è parlato trattando della speranza, sono state condannate dalla Chiesa (Denz. S. 2310, 2313, 2323, 2351, 2352, 2369, 2373 [1300, 1303, 1305, 1323, 1328, 1345, 1349]).
(138) Cfr. Sap I, 27; Sal 138, 17. Le tre condizioni dell'amicizia (amore di benevolenza, amore reciproco, comunanza di vita) vengono a verificarsi secondo S. Tommaso nella carità (S. Theol. 2-2, q. 23, a. 1),
(139) Gv 3, 16; 1 Gv 4, 9 ss.
(140) Col 3, 12.
(141) Gv 1, 12.
(142) Gv 1, 13.
(143) Gv 1, 14; 2 Pt 1, 4 ss,; 1 Gv 3, 1. Nel Vecchio Testamento l'amore di Dio verso gli uomini trova la sua realizzazione in genere nella sua longanimità e misericordia (Sal 144 [145], 9; Eccli. 18, 13), che non veniva meno neppure nell'ora del castigo (Ger 49, 11; 18, 8; Giona 4, 2; Sap 12, 8).
Nei riguardi d'Israele l'amore di Dio s'era manifestato nella scelta graziosa che Dio aveva fatto di questo popolo e nel patto sacro che con questo popolo aveva concluso. Prima Osea (Os 1-3), poi Geremia (Ger 2, 2; 3, 1.21) ed Ezechiele (Ez 16, 23) ed infine il Cantico dei Cantici paragoneranno i rapporti sorgenti da questo patto sacro ai rapporti d'amore intercorrenti fra uno sposo e la sua diletta. Lo sposo (Jahweh) ama la sua sposa (Israele) al punto da perdonarle tutte le infedeltà, purché essa ritorni sinceramente all'amor suo.
L'amore particolare di Dio per Israele verrà pure paragonato all'amore di un padre o di una madre (ls 49, 14-16) per il proprio figlio prediletto.
Questo amore di Dio poi trovava la sua concreta realizzazione nell'elargizione di benefici prevalentemente naturali. Nel Nuovo Testamento l'amore di Dio per gli uomini raggiungeva vette supreme: Dio stesso si donava agli uomini nel Verbo fattosi carne. Questo moto di amore ha come termine la comunicazione della vita divina (Gv 3, 16 ecc.).
(144) 1 Gv 4, 9 ss,
(145) Rm 5, 5.
(146) La crescente esaltazione dei diritti dell'uomo, oggi fatta da non pochi teologi, ha portato: prima ad accentuare il "valore uomo" e ad attenuare la suprema realtà; poi a capovolgere i due termini, mettendo l'uomo al posto di Dio. Cfr. J, DANIELOU, Il dialogo tra cristianesimo e mondo contemporaneo, Torino 1968.
(147) Gv 13, 35; At 4, 32. S. Leone Magno (In Jo. 4, 19, serm. 12, 1; PL 54, 169) osserva: Diligendo itaque nos Deus ad imaginem suam nos reparat et, ut in nobis formam suae bonitatis inveniat, dat unde ipsi quoque quod operatur operemur, accendens scilicet mentium nostrarum lucernas et igne nos suae charitatis inflammans, ut non solum ipsum, sed quidquid diligit diligamus.
(148) Mc 12, 30.
(149) 1 Gv 3, 14.
(150) Mt 22, 40; cfr, anche Rm 13, 10,
(151) Gv 14, 15 ss., 21, 23, Cfr. I. LAGRANGE, L'Evangile de ]ésus-Christ,
Paris 1928, 450,
(152) Mt 22, 37. Mc 12, 28-34; Lc 10, 27 ss, In molti altri luoghi è messo in rilievo il nesso strettissimo che esiste tra la comunione divina e l'agire conforme a Dio e ai suoi comandamenti (cfr. 1 Gv 2, 10.11; 3, 10.14; 4, 7.12; cfr. 2 Gv 5,6; 1 Gv 5, 1; 3, 23 ecc.).
(153) Mt 10, 37;
(154) Mt 7, 21 ss.
(155) Lc 10, 27.
(156) La perfezione cristiana coincide in massima con la carità perché scopo della vita è Dio e la carità ci unisce a lui (1 Gv 4, 16; S. Theol. 2-2, q. 184, a. 1). I teologi si sono domandati a proposito del precetto supremo, se questo obblighi tutti i cristiani a tendere alla perfezione della carità. Nonostante qualche voce discorde (F. SUAREZ, De Statu perfectionis, c. XI, n. 15-16), comunemente i teologi, seguendo S. Agostino e S. Tommaso (S. Theol. 2-2, q. 184, a. 3 in e. e ad 2), S. Francesco di Sales (Traitè de l'amour de Dieu, 1, III, e. 1) e il Concilio Vaticano II (cost. Lumen gentium 40), insegnano che tutti in generale sono obbligati a tendere alla perfezione della carità a seconda della propria condizione. I tre consigli evangelici (obbedienza, povertà e castità) sono solo strumenti o mezzi per arrivarvi più sicuramente e più presto. La perfezione della carità poi è sottoposta al precetto supremo non come cosa da realizzarsi immediatamente (ut materia), ma come scopo al quale dobbiamo tutti tendere (ut finis). A quest'obbligo generale corrisponde nei religiosi e sacerdoti un obbligo speciale di tendere alla perfezione, i primi a motivo dei voti, i secondi a motivo della loro ordinazione.
(157) La carità durerà eternamente, mentre verranno meno nella vita beata la fede e la speranza (1 Cor 13, 8, 13).
(158) Vivifica le altre virtù con il rendere gli atti di queste meritori e con l'ordinare questi al loro ultimo fine, ossia al proprio oggetto: Dio amato al di sopra di ogni cosa (1 Cor 13, 1).
(159) 1 Cor 13, 7.
(160) 1 Gv 4, 8.
(161) I papi Innocenzo XI (1679) e Alessandro VIII (1690) hanno condannato come scandalose e praticamente dannose alcune asserzioni di moralisti del sec. XVII di tendenza molto lassa, secondo cui l'uomo non sarebbe mai tenuto nella sua vita ad ammettere atti di carità (Denz. S. 2021, 2105, 2107, 2290 [1101, 1155, 1157, 1289]). I moralisti moderni dichiarano obbligatorio l'atto esplicito o implicito di carità all'inizio della vita morale, di fronte alla morte, nelle gravi tentazioni direttamente minaccianti l'amore di Dio in se stesso e con una certa frequenza durante la vita.
(162) Gal 1, 20.
(163) Gv 10, 30.
(164) Gv 6,39, 58; 15, 10,
(165) Gv 6, 58; cfr. ancora Gv 5, 26; 10, 33: 14, 10-11,
(166) Gv 17, 21; cfr. ancora Gv 10, 15. I cristiani, essendo nel Padre e nel Figlio, costituiscono una cosa sola col Padre e col Figlio, e imitano e partecipano così a quella mirabile unità esistente tra il Padre e il Figlio. Si tratta di un'unione non puramente morale estrinseca, ma ontologica, intrinseca. Gesù infatti aveva detto: " Se uno mi ama... il Padre mio l'amerà, e noi verremo a lui, e in lui faremo dimora " (Gv 14, 23).
(167) "Dio dà il crescere" (1 Cor 3, 7).
(168) Cfr. S. GIOVANNI DELLA CROCE, Notte oscura, e Fiamma viva; S. TERESA DI GESÙ, Castello dell'anima, V-VIIa dimora.
(169) Cfr. A. I. FALANGA, Charity the form of the virtues according to Saint Thomas, Washington 1948.
(170) Cfr. S. Theol. 2-2, q. 34, a. 2 ad 1; ST. CARTON DE WIART, Tractatus de peccatis et vitiis, Mechliniae 132, 153
(171) Cfr. I. LAUMONIER, La thérapeutique des péchés captìaux, Paris 1922; St. CARTON DE WlART, Tractatus de peccatis et vitiis 166-169; F. WENZEL, The Sin of sloth: acedia in medieval thought and litterature, Chapel Hill 1967.