S - Santi M: S. MONICA (331-387)

Nacque a Tagaste, antica città della Numidia, nel 332. Madre di Agostino d'Ippona, fu determinante nei confronti del figlio per la sua conversione al cristianesimo. A 39 anni rimase vedova e si dovette occupare di tutta la famiglia. Nella notte di Pasqua del 387 poté vedere Agostino, ormai cristiano convinto profondamente, battezzato insieme a tutti i familiari. Poi Agostino decise di trasferirsi da Milano in Africa e dedicarsi alla vita monastica. Monica morì, a seguito di febbri molto alte (forse per malaria), a 56 anni, il 27 agosto del 387.



Monica, madre di S. Agostino vescovo d'Ippona (Africa), nacque a Tagaste da pii genitori, nel 3.31, Quello che sappiamo della sua vita lo deduciamo dalle celebri Confessioni del figlio, il quale attribuisce la sua conversione alle preghiere e alle lacrime della sua genitrice, rigidamente educata. "Mia madre, scrive egli, lodava per questa sua formazione non tanto la diligenza di sua madre, quanto quella di una vecchia serva che aveva portato suo padre da bambino allo stesso modo che le fanciulle più grandicelle usano portare i bimbi sul dorso. Sia per questo, sia per l'età avanzata e i costumi venerandi era dai padroni trattata con molti riguardi e le avevano perciò affidata la sorveglianza delle loro figliuole; essa la esercitava con cura sapendo essere energica e quando occorreva santamente severa nel tenerle a freno... Infatti, fuori delle ore in casa pranzavano molto frugalmente alla mensa dei genitori, non lasciava bere nemmeno l'acqua, anche se bruciassero dalla sete, per preservarle da una cattiva abitudine, e aggiungeva questa savia osservazione: ''Ora bevete l'acqua, perché non avete a disposizione il vino. Ma quando sarete maritate e sarete padrone della dispensa e della cantina, l'acqua più non vi piacerà e vi dominerà invece l'abitudine del vino".
Nonostante tanta severità Monica si lasciò dominare dal vizio della gola. "Ordinariamente i genitori la mandavano, fanciulla sobria com'era, ad attingere il vino dalla botte ed essa, attinta la coppa dalla parte superiore, prima di versare il vino nella bottiglia, ne sorbiva poco poco con la punta delle labbra, perché non ne sopportava di più e le ripugnava al gusto... Poiché chi trascura il poco finisce per cadere, aveva ormai fatta l'abitudine di vuotare avidamente bicchieri di vino. Ed ora, dov'era la vecchia piena di saggezza, dov'era quella severa proibizione? Chi avrebbe potuto mai estirpare quella malattia latente, se tu con la tua medicina, o Signore, non vegliassi sopra di noi?... La schiava con la quale era solita recarsi al barile, come sovente accade, si bisticciò con la padroncina; le rinfacciò da sola a sola questa colpa e, con amarissima ingiuria, la chiamò beona. Ferita da ciò, si accorse della sua sconcezza e si affrettò a ripudiarla per liberarsene" (Confessioni, IX, 8).
"Educata pertanto nella castità e nella temperanza, resa sottomessa ai genitori... quando nella pienezza della giovinezza fu da marito, andò a nozze e servi lo sposo come padrone. Cercò di guadagnarlo a te (Dio) parlandogli di Te con l'eloquenza della sua vita morale, di cui tu la rendevi bella, degna di riverente amore, e d'ammirazione ai suoi occhi. Tollerò poi le infedeltà del marito con tanta rassegnazione da non venire mai a diverbio con lui per questo... egli era oltre ciò veramente affettuosissimo, ma altrettanto iracondo. Essa era capace di non fare resistenza al marito in collera, non solo a fatti, ma anche a parole. Quando poi, calmata Pira, tornava tranquillo, faceva al momento opportuno le giustificazioni del suo operato, se mai egli si fosse a torto inquietato Molte altre matrone, pur avendo mariti più mansueti, portavano i segni delle battiture persino sulla faccia sfigurata e, chiacchierando con le amiche, si lagnavano della vita dei loro uomini. Essa riprendeva la loro lingua... Quelle si meravigliavano perché sapevano che marito feroce ella dovesse sopportare e mai s'era sentito dire o s'era scoperto da qualche segno che Patrizio avesse battuto la moglie o che ci fosse stato, anche per un sol giorno, un dissenso domestico tra lei e lui...
"Anche la suocera, che da principio era irritata per i pettegolezzi contro di lei di schiave cattive, fu talmente vinta dal suo perseverante rispetto, dalla sua pazienza e mansuetudine che rivelò spontaneamente al figlio le cattive lingue frapposte tra lei e la nuora per turbare la pace domestica e chiese la punizione...
"E infine ella guadagnò a Te (Dio) anche il marito al termine della sua vita temporale; quando perciò divenne credente non dovette più piangere ciò che di lui sopportava quando non era ancora cristiano. Essa era anche la serva dei tuoi servi. Chiunque di loro la conosceva, molto lodava, onorava e amava tè, poiché avvertiva la tua presenza nel suo cuore, attestata da una vita santa. Fu infatti sposa di un solo uomo; aveva reso il contraccambio ai propri genitori; aveva piamente governata la sua casa; aveva la testimonianza di opere buone. Aveva educato i suoi figli dandoli tante volte alla luce, quante ne vedeva da te deviare (IX, 9).
Quando le nacque Agostino ebbe cura di farlo iscrivere subito tra i catecumeni e di istruirlo nei primi rudimenti della fede. Assalito un giorno da fortissimi dolori di stomaco chiese con grande fede il battesimo. La madre già s'affrettava a farglielo amministrare quando si riebbe e il battesimo gli fu differito secondo l'usanza del tempo. Agostino crebbe nella fede cristiana della madre la quale lo affidò al Padre celeste e, resa forte dalla quotidiana preghiera, riuscì per un certo tempo almeno a sottrarlo all'influsso del padre pagano. Tuttavia, a sedici anni, Agostino fu sopraffatto dalla concupiscenza della carne che si destò in lui violentissima. "I rovi delle mie passioni, confessa egli stesso, sorpassarono la mia testa e non vi era mano alcuna che li potesse sradicare... E di chi erano se non tue, o Signore, quelle parole che facesti sentire alle mie orecchie per mezzo della madre mia, tua serva fedele? Desiderava, e ben ricordo come privatamente mi ammoniva al colmo della sollecitudine, che io non commettessi adulteri. Ma questi mi sembravano consigli femminili e mi vergognavo di metterli in pratica" (II, 3).
Patrizio, prima di morire (371) aveva ricevuto il battesimo, ma la grande consolazione spirituale di Monica fu presto offuscata dalla notizia che il figlio era caduto nell'eresia dei manichei durante i suoi studi a Cartagine. Pertanto allorché il giovane rientrò a Tagaste per aprirvi una scuola, ella non si sentì l'animo di ricevere in casa un eretico vivente in concubinato con una misera donna. In quel tempo ebbe un sogno che la riempì di gioia. Dio le aveva fatto capire che il suo figlio prodigo un giorno avrebbe abbracciato la fede. Lo riprese quindi con sé senza cessare dal pregare e dal piangere per colui che ancora per nove anni doveva avvoltolarsi nel fango del vizio.
Un nuovo dolore attendeva la povera vedova. Suo figlio, avvilito dell'indisciplina degli scolari che frequentavano le sue lezioni a Cartagine, aveva deciso di trasferirsi a Roma. Monica fece ogni sforzo per impedirglielo soprattutto per il timore che, lontano da lei, si ostinasse nell'errore. Quando Agostino si recò al porto, ella lo volle accompagnare e il figlio dovette ricorrere ad una bugia per potersi imbarcare. Invitandola a tornare a casa, le disse che voleva accompagnare sulla nave un amico e trattenersi con lui fino al momento della partenza. Poiché ella si rifiutava di ritornare da sola, le suggerì di attendere durante la notte in una chiesetta vicina, dedicata a S. Cipriano. Ella vi rimase a pregare e a sospirare mentre la nave, levatesi il vento favorevole, faceva vela verso l'Italia.
Se a Cartagine gli studenti erano indisciplinati, a Roma defraudavano i maestri del compenso pattuito. Indispettito, Agostino decise di recarsi a Milano (384) dopo che ebbe vinto il concorso per la cattedra di retorica. S. Ambrogio lo ricevette con umanità. Sovente egli predicava nella cattedrale e Agostino, appassionato dell'eloquenza e curioso di vedere se la fama dell'uomo "noto a tutto il mondo" rispondesse alla realtà, correva volentieri ad ascoltarlo. Le preghiere e le lacrime della madre stavano per fruttificare nell'animo del figlio. Monica lo raggiunse ben presto a Milano e fu contenta di apprendere dalla bocca di lui che, pur non essendo ancora credente, si era distaccato dalla setta dei manichei in seguito alle istruzioni domenicali di Ambrogio. Monica benedisse Dio di aver trovato finalmente un alleato nel santo arcivescovo, anche se la fece desistere da una consuetudine africana, che le era cara, di portare cibarie e vino ai sepolcri dei martiri. Ambrogio, però, non tardò ad apprezzare quella cristiana così semplice, così assidua alla chiesa, così fervente nelle opere buone, e sovente, vedendo Agostino, gli faceva grandi elogi della sua santa madre (VI, 1,2).
È rimasta famosa la scena di Agostino prostrato dalla grazia alla lettura di un brano delle Letture di S. Paolo dopo che ebbe udito da una casa vicina un canto, come d'un bimbo e d'una bambina che ripetevano a modo di cantilena: "Tolle lege, tolle lege!". (Prendi e leggi), mentre stava disteso a terra sotto un fico e intensamente pregava e piangeva. Monica ne esultò e benedisse il Signore che l'aveva esaudita al di là delle sue preghiere e delle sue lacrime.
La conversione del figlio fu totale perché, oltre che a tutti gli ideali di questo mondo, rinunziò pure al matrimonio, fermo nella regola di fede in cui gliel'aveva mostrato, tanti anni prima, il sogno profetico. In quell'occasione Monica si sarà certamente ricordata anche delle parole rivoltele un giorno da un santo vescovo al quale si era raccomandata perché in colloqui privati riconducesse Agostino sulla buona via: "E' impossibile che possa perire il figlio di tante lacrime".
Durante le vacanze autunnali del 386 il figlio si ritirò con la madre nella villa dell'amico Verecondo a Cassiciaco, per riposarsi dalle fatiche, approfondire la filosofia e prepararsi al battesimo. Dopo alcuni mesi di vera pace e d'intensa preghiera Agostino fu rigenerato a Cristo, a Milano, per le mani di S. Ambrogio, la vigilia di Pasqua del 387. Avendo in mente un progetto di vita cenobitica, sul finire dell'estate egli partì per la sua Africa con la madre, l'amico Alipio, il fratello Navigio e il figlio suo Adeodato, che aveva ricevuto il battesimo con lui.
Giunta a Ostia, la comitiva sostò per rimettersi dalle fatiche del viaggio. Un giorno Monica e Agostino si trovarono soli a una finestra del loro appartamento che dava sul giardino. Dimentichi del passato ragionarono a lungo delle gioie del paradiso. "Mentre parlavamo pensando a quelle, confessa il figlio, lo raggiungemmo un poco con tutto l'impeto del cuore e sospirammo... Mia madre disse allora: "Figlio, quanto a me nessuna cosa più ha fascino in questa vita. Non so cosa faccio ancora qui, ne perché vi sia, compiute ormai le speranze di questo mondo. Unico era il motivo per cui desideravo restare ancora un poco in questa vita: vederti cristiano prima di morire. Dio me l'ha concesso con maggiore larghezza, facendomi vedere che disprezzi la felicità terrena e ti consacri al suo servizio" (IX, 10).
Dopo alcuni giorni si mise a letto con la febbre. Presagendo prossima la sua fine, disse ai due figli affranti: "Voi seppellirete qui vostra madre... Ponete questo mio corpo dove volete; non vi preoccupate di esso. Vi domando soltanto che di me vi ricordiate presso il Signore in qualsiasi parte vi troviate" (IX, 11). Morì dopo nove giorni di malattia e fu sepolta a Ostia.
Le sue presunte reliquie sono venerate a Roma nella chiesa di Sant'Agostino.
______________________
Sac. Guido Pettinati SSP,
I Santi canonizzati del giorno, vol. 8, Udine: ed. Segno, 1991, pp. 315-319
http://www.edizionisegno.it/

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