Mor - Economia: I CORPI MORALI

Di p. L. Taparelli d'Azeglio S.J. -  1. La Società è composta di parti organiche: famiglia, - 2. Comune, Provincia, Stato, - 3. Confederazione. - 4. Le parti non debbono perdere il loro essere specifico. - 5. Rispetto del Governo Pontificio verso la libertà municipale. - 6. Caratteri della Provincia. - 7. Diritto delle società inferiori al fine e ai mezzi. - 8. Questo diritto è vantaggioso allo Stato 1° perché gli fornisce mezzi di buon governo. - 9. Osservazioni intorno al Dupont White. - 10. 2° Perché ne conserva le parti integranti. -11. Lo stesso può dirsi a proporzione rispetto alle Società volontarie. - 12. Specialmente poi rispetto alle religiose.



I CORPI MORALI SOTTO L'INFLUENZA DEL TEOREMA DELLA LIBERTA' ECONOMICA
«La Civiltà Cattolica», 1860, a. 11, Serie IV, vol. VIII, pp. 699-711


§. I. Dei corpi morali.


SOMMARIO

1. La Società è composta di parti organiche: famiglia, - 2. Comune, Provincia, Stato, - 3. Confederazione. - 4. Le parti non debbono perdere il loro essere specifico. - 5. Rispetto del Governo Pontificio verso la libertà municipale. - 6. Caratteri della Provincia. - 7. Diritto delle società inferiori al fine e ai mezzi. - 8. Questo diritto è vantaggioso allo Stato 1° perché gli fornisce mezzi di buon governo. - 9. Osservazioni intorno al Dupont White. - 10. 2° Perché ne conserva le parti integranti. -11. Lo stesso può dirsi a proporzione rispetto alle Società volontarie. - 12. Specialmente poi rispetto alle religiose.


1. Le ultime parole dell'articolo precedente potrebbero sembrare un'asserzione gratuita, se con alcuni schiarimenti non mostrassimo in qual maniera l'argomento da noi recato in favore della libertà personale concluda con tutta la sua forza anche per la libertà delle corporazioni ossia corpi morali. La legittimità di questa conclusione riuscirà evidente a chiunque consideri il naturale organismo della società, mal conosciuto da molti pubblicisti perché pur troppo alterato e guasto dal principio d'indipendenza eterodossa come dimostrammo lungamente altra volta (1).
La società non è un aggregato di atomi sconnessi e sgranellati: la Provvidenza creatrice ordinò la parte animalesca dell'uomo e l'universo materiale in cui egli vive, con tali proporzioni, che non potesse formarsi una gran moltitudine di popolo se non per via d'incrementi successivi ed ordinati organicamente (2). Per dare la vita a nuove persone umane è richiesto il coniugio; nel quale l'uomo, più robusto, più procacciante, più naturalmente valoroso, ottiene naturalmente il primato: e la donna che gli si accoppia e i figliuoletti che nascono e i servi che al desco domestico si alimentano formano naturalmente con lui una unità morale di pensiero, di affetto, di interesse.

2. Cresce smisuratamente la famiglia? Questa stimolata dalle angustie della casa, dall'insufficienza dei frutti di piccolo campo, dalla difficoltà di conciliare molti interessi e molte teste in convivenza continua, dovrà suddividersi in molte, capi delle quali saranno i figli del primo patriarca. Queste collegate fra di loro dagli affetti del sangue e dell'amicizia, dalle relazioni d'interesse, dalla vicinanza delle abitazioni, dal bisogno di aiuto e difesa scambievole, costituiranno fra di loro un'altra specie di unità, meno intima certamente della domestica, ma, per la gagliardia degli aiuti che somministra e per l'ampiezza dei bisogni a cui soddisfa, non meno importante.
Come si moltiplica la famiglia nei comuni, così si moltiplicano naturalmente i Comuni medesimi per costituire ciò che noi appelliamo una provincia, ma che nella civiltà esordiente costituiva uno Stato, il quale formavasi coi materiali e morali aumenti una esistenza autonoma e si arricchiva a poco a poco di tradizioni, d'intendimenti, . di mezzi, di soddisfacimenti suoi proprii, onde acquistava un carattere e quasi una fisonomia personale e diveniva centro di tutto quell'organismo onde erasi formata. In tal guisa ogni gran città col suo territorio e i casali circonvicini formavano uno Stato. (Cinque Re governavano le cinque città in un angolo della Giudea ove oggi è l'Asfaltite: la Grecia che oggi è un piccolissimo regno formava circa una dozzina di Stati indipendenti). Cotesti Stati autonomi duravano nella loro indipendenza finché l'accorgimento di un qualche politico, o la violenza di un conquistatore, o le attrattive di un principe più potente o benefico non inducevano molte di quelle genti autonome a formare unico Stato, sotto il quale prendevano esse nome di provincie.

3. Ecco come si formano generalmente con mille accidentali varietà quelle grandi aggregazioni politiche, le cui leggi economiche studiansi dall'economia sociale. Ognuno vede che esse sono veramente organiche, giacché il fine della pacifica convivenza domestica a cui provvede l'autorità paterna è tutt'altro che il fine di sussidio reciproco e di comoda comunicazione fra le famiglie al quale provvede immediatamente l'autorità municipale: e questo provvedimento immediato pei bisogni che ogni famiglia deve quotidianamente soddisfare colle arti più triviali, colle grascie, colle proporzioni edilizie ecc. ha tutt'altro aspetto che il fine proposto ad una amministrazione provinciale la quale ben aiuta anche il Comune al suo fine speciale, ma lo innalza insieme ad una potenza di braccio, ad un'ampiezza di vedute, ad uno svolgimento di istituzioni che mal si otterrebbero nel Comune. Queste poi se vogliono estendere vieppiù il braccio di loro potenza, l'utilità dei commercii, la propagazione delle loro idee, o se a tali incrementi vengano promosse dalla varietà degli eventi e dalle relazioni geografiche, costituiscono grandi confederazioni, o leghe, o alleanze ecc. nelle quali la personalità dei singoli Stati si incentra nell'autorità federale, ma non si perde.
Tal è il naturale organismo della famiglia umana: naturale, diciamo, in quanto la natura contribuisce a produrlo mediante la propagazione materiale dell'uomo, le sue inclinazioni morali, le condizioni del globo che abitiamo: dai quali elementi combinati pel libero arbitrio delle umane volontà sgorgano i cinque gradi di aggregazione sociale, la famiglia, il Comune, la Provincia, lo Stato, la Confederazione o società delle genti.

4. Non è chi non veda, in ciascuno dei gradi superiori contenersi molte associazioni del grado inferiore che ne sono come le parti organiche, e conservano l'essere loro proprio, benché vincolato in qualche modo per formare una unità superiore. La famiglia che si unisce al Comune non cessa di occuparsi di assicurare la sussistenza quotidiana, l'educazione ed istruzione degli adolescenti, la concordia fra i domestici, la cooperazione di tutti nei comuni interessi. Il Comune facendo parte di una Provincia non rompe quelle speciali attinenze tra le famiglie più strettamente unite in tal società, e bisognose per conseguenza di commercio più frequente e per relazioni di sangue e d'amicizia e per provvedere più agevolmente a tutti i materiali e morali bisogni domestici. Far sì che non manchi nel Comune il sufficiente alimento e le arti più necessarie: aiutarsi scambievolmente per provvedimenti igienici, per le opportune comunicazioni di strade e ponti, per la sicurezza delle case e dei frutti dei terreni ecc. queste ed altre simili urgenze mantengono fra le famiglie di un comune medesimo un legame che non potrebbe estendersi ugualmente urgente e sentito ad associazioni più vaste, sotto gl'indirizzi d'una autorità meno immediata.

5. A questa naturale esistenza del Comune, germe di doveri e diritti tutti suoi proprii, vuole attribuirsi prima l'universalità dell'istituzione ovunque le famiglie si dilatarono, poi la gelosia con cui i governi ordinati e giusti rispettarono cotesti diritti (come oggi dicono) storici. Al qual proposito è notabile il detto del Tournon (3) intorno al Governo Romano nel quale egli ammirò il vigore di questa istituzione municipale, che farà certo meraviglia, dice egli, a coloro pei quali è un domma che tutto negli Stati della Chiesa cammina ad arbitrio del potente; mentre all'opposto la legge è qui favorevolissima alla libertà (4). Solo noteremo di qualche censura quella frase che attribuisce ad imitazione della Francia il fiorire che fanno negli Stati Pontificii lo istituzioni municipali. Dopo quanto abbiamo detto sulla naturalezza di tali istituzioni non è chi non comprenda la vera cagione di loro perennità sotto un Governo sacro. Ci volle il randello dei livellatori repubblicani perché Bologna richiamasse da Roma l'ultimo suo ambasciatore: ma fino a quel giorno ella trattò col Governo pontificio quasi come una repubblica svizzera col suo Vorort o come uno Stato americano col congresso di Washington. La Francia dunque insegnò a Roma l'abolizione, ma non l'istituzione dei Comuni che fu e sarà sempre carissima ad ogni savio Governo, specialmente quando cessata la vertigine di ribellione, sarà possibile lasciare liberi nelle loro faccende i municipii senza che trovisi tosto un Cola da Rienzo, un tribuno, un commissario pronto ad assassinare gli onesti, a zimbellare gli stolidi e soprattutto a ghermire i denari. Senza tali pericoli il Comune sarà sempre nello Stato pontificio dotato di una libertà cui potranno invidiare ma non uguagliare gli Stati laici essenzialmente appoggiati per la massima parte all'incentramento delle forze.

6. La personalità delle Province presenta caratteri diversi in forza di loro origini. L'esistenza compiuta e indipendente in cui durarono anni e secoli nei loro primordii, diede loro, come testè ricordammo, un carattere proprio, risultante dal complesso dell'indole nazionale, dei diritti che si riserbarono nell'unirsi, delle tradizioni storiche, della posizione geografica ecc. ecc.: caratteri che incar­nati in ciascun individuo di quel popolo speciale, non possono se non per violenza cancellarsi. Questa violenza fu tentata dovunque penetrò lo scompiglio eterodosso; ma con qual risultato! La Francia sperò cancellare la divisione geografica di tutte le sue province (5) sfracellandole in ispartimenti: ma è ella riuscita a togliere le differenze e le gelosie fra il Guascone, il Normanno, il Bretone, il Provenzale, il Limosino, il Lorenese ecc.? I trattati del 1815, rimestarono la mappa geografica dell'Europa congiungendo protestanti e cattolici, Savoini e Svizzeri, repubblicani e monarchici ed urtando in tal modo mille affezioni ed interessi. Un tale intreccio è egli stato molto giovevole per la pace europea, per la felicità dei popoli, per la solidità degli imperii? L'Austria volle cancellare prematuramente le troppe differenze nazionali fra le tante genti onde l'impero è composto: ed eccola alle prese colle nazionalità stesse che non vogliono confondersi, e travagliata ugualmente sia che voglia tornare all'antica distinzione dei popoli, o compierne l'unificazione. Ciò che sia per accadere all'Italia lo dirà il secolo venturo. Vedranno i nostri figli se Milano, Venezia, Firenze, Bologna, Napoli, Palermo ecc. sapranno dimenticare le antiche loro tradizioni ed affezioni per la consolazione un po' problematica di essere unico popolo. Noi per ora riguardando anche solo il Piemonte che tanto fece, ancor piccolo, per introdurre l'unità di lingua, di codice, di usanze, di amministrazione ecc., fra le antiche province della monarchia, le veggiamo coteste province plaudire allo smembramento che in altri tempi sarebbe stato uno strazio. Vero è che tutti gli applausi non saranno forse sinceri. Ma chi conosce i richiami di Nizza, di Genova, di Savoia, di Valsesia quando videro tocchi i diritti delle loro antiche capitolazioni, non sarà restio ad applicare anche qui il detto dell'Arcivescovo di Ciamberì (nella circolare del 10 Ottobre 1860) «che questi abusi di autorità... hanno molto influito sulla votazione della nostra separazione dall'itala». E altrettanto possiamo dire della Svizzera carrucolata suo malgrado dalla società federativa all'unitaria. Per ogni dove la forza trionfa delle affezioni tradizionali, ma la piaga dei cuori è profonda e le antiche memorie acerbamente si rimpiangono, le antiche glorie si esaltano.

7. Che vuol dire tutto questo lamento? Vuol dire che quelle persone morali sentono la brama naturale di conservarsi e il dolore di perdere quei vantaggi che dall'originaria unità ridondavano fino all'ultimo individuo. Or posto un tal fatto, vedrà per sé stesso il lettore come la legge di finalità assunta da noi come teorema fondamentale per regola della libertà economica ha pei corpi morali quel medesimo valeggio che per le singole persone private. Chi ha il debito di ottenere un fine, abbiamo noi detto, ha il diritto di regolarne i mezzi con quella ragione che è incaricata dell'ordine sociale. Se dunque la famiglia, benché aggregata con altre in un Comune, continua ad avere l'obbligazione di procacciare il sostentamento, la concordia, l'educazione ecc. ecc.; il padre di famiglia, in cui prende una realtà concreta l'autorità ordinatrice della famiglia medesima, ha il diritto di coordinare verso questo fine tutti quei mezzi che a tal uopo si somministrano dalla natura. Se il Comune continua ad abbisognare di comunicazione tra le famiglie, i mezzi necessarii a coltivarla e renderla vieppiù profittevole debbono regolarsi dall'autorità comunale. Se la Provincia sente il vantaggio e possiede il diritto di voler salvi gli antichi patti, imprudentemente e contro il debito di giustizia opererebbe lo Stato, impedendole di serbarne quei vantaggi, e di usare quei diritti. Insomma o bisogna disconoscere l'esistenza di quelle persone morali e del fine, dei mezzi, della utilità di loro esistenza; o riconosciuto il diritto ad esistere, concedere loro il libero uso di quei mezzi senza cui l'esistenza non potrebbe conservarsi.

8. Né dalla conservazione di cotesti membri inferiori può temersi mai alcun danno all'intero corpo sociale: il quale anzi perderebbe il vero e regolare essere suo se distruggesse quell'organismo secondario; come il corpo animale si troverebbe distrutto, se, macellate le sue membra organiche, venisse ridotto ad un mucchio di carne senza forze e figure diverse nelle varie membra. Il che diciamo non per modo di figura rettorica (come potrebbero sospettare i centralisti burocratici avvezzi a considerare tutti i cittadini come una massa di molecole omogenee unicamente e immediatamente soggette al potere centrale in ogni loro movimento); ma a tutto rigore filosofico come apparisce dal fin qui detto. Conciossiaché da un canto è egli possibile che il Governo centrale distenda l'immediata sua provvidenza a tutti i bisogni speciali e svariatissimi della provincia, del comune, della famiglia senza incepparla con mille ritardi, senza lasciarvi mille lacune, senza confondersi ed equivocare mille volle con tortura continua degli amministrati? Per altra parte anche quando vuol muovere i consorzii inferiori rispetto al bene universale dello Stato, non ha egli mestieri di un organo intermedio per operare sopra di essi? E questo impulso non deve egli adattarsi all'indole particolare di quelle corporazioni? E per ottenere questo può egli trovare stromento più adatto che quella speciale autorità da cui dipende immediatamente la società inferiore? L'inviolabililà dunque di questa torna a vantaggio ed agevolazione dell'intera società e del governo centrale. Il quale infatti dove ha voluto tutto assorbire è stato costretto a trasformare il capo naturale del Comune in uno strumento fattizio dello Stato (6).

9. Al qual proposito non vogliamo tralasciare una osservazione. Il Journal des Économistes (7) loda l'idea fondamentale del Dupont-White che dà l'opinione pubblica per contrappeso al potere, biasimandola peraltro che questa opinione egli voglia collocarla esclusivamente nella Capitale (8).
I nostri lettori vedranno qui quel curioso intreccio di che sempre s'impastano le teorie liberali spinte dal cuore a libertà, dalla logica al dispotismo, e da cotesta contraddizione ridotta all'impotenza.
Perché vuole l'opinione pubblica freno al potere, il quale è costituito appunto per formare quell'unità che l'opinione di una moltitudine non può avere? Il vero freno del Governo non è se non o la giustizia per un Governo savio o la ribellione per un tirannico. L'opinione pubblica altro non è che una pitonessa ad uso o dei Filippi o dei Demosteni che le fanno dire ciò che vogliono. Ma i liberali perduta l'idea di giustizia vera ed eterna, vi s'acconciano alla meglio o piuttosto alla peggio.
Il Dupont sostenitore del Centralismo, perché senza unità vede la società impossibile, centralizza nella Capitale l'opinione perché sia meno impossibile l'indovinarla. Ragionevolmente gli si oppone il giornale, rimostrando contro l'ingiustizia di concentrare in quello tutti quanti i Comuni.
E l'autore e il giornalista si dibattono in queste angustie per la falsità delle loro teorie e l'impossibilità di effettuarle. Se invece di introdurre l'opinione del popolo ad insegnar politica nel gabinetto e scaraventare il gabinetto a governare le famiglie e i Comuni, si lasciasse ai politici gl'interessi che riguardano l'unità dello Stato e ai Comuni la minuta amministrazione degli affari che riguardano gli interessi tra famiglia e famiglia, non apparirebbe per sé medesima ridicola l'influenza che qui si vuol dare alla capitale? E che potrebbe l'opinione di Parigi, per regolare gl'interessi di Tarbes, di Vals e di S. Etienne? Vero è che, come saviamente riflette il Remusat nella Revue, la distinzione tra affari politici e comunali è più facile il bramarsi che ad eseguirsi. Questa difficoltà peraltro in parte è necessità e conviene superarla; nel che sta appunto la gran scienza del Governo: in parte è apprensione, la quale dipende l'avere i Comuni perduto l'abito di fare da sé: in parte finalmente è vizio dell'epoca in cui tanto si è indebolita l'antica probità per irreligione, il vero amor patrio per l'utopie di nazionalità.
Spieghiamo questa ultima parola, giacché quando si nomina amor patria ai dì nostri, la confusione delle idee e il cozzo degli affetti fanno annottare in un attimo: eripiunt subito nubes coelumque diemque (9).
Che vuol dire amare? Vuol dire volere il bene. Quando trattasi di beni limitati possiamo noi volerli ugualmente a tutti gli uomini? È, chiaro che no, giacché l'infinitesimo di bene che toccherebbe ai singoli tornerebbe a un nulla. Dovendo Questi beni limitati volerli a qualcuno in particolare, chi dovrà da noi preferirsi? È chiaro che la preferenza tocca a chi ne ha maggior capacità e maggior diritto.
E chi ha maggior capacità, il prossimo o il remoto? È più facile a me fare il bene di un Italiano, di un Romano, o il bene di un Ottentoto, di un Patagone? Quanto un uomo mi è più prossimo, tanto mi è più facile conoscerne i bisogni e sovvenirli.
Il diritto poi chi lo ha maggiore, colui che fa bene a me o colui che neppure mi conosce? Se l'avere io ricevuto un qualche bene importa l'obbligo di restituirlo; i domestici dai quali tanto bene ricevo nella convivenza quotidiana, e i conterranei ai quali quasi quotidianamente ricorro pei bisogni più triviali, hanno sopra di me molto maggiori diritti che tutto il resto della famiglia indopelasgica o della giapelica da cui gli eruditi o la sacra Bibbia mi fanno discendere. Specialmente poi quando si tratta di certi beni particolari contemplati in una determinata specie di unione e che ne costituiscono la forma specifica, giustizia vuole che io dia la preferenza a quelli coi quali mi sono espressamente legato per conseguire viribus unitis quella determinata specie di beni. Così in una società di negozio, prima che a niun'altra persona, dovrò volere quel lucro ai socii con cui mi sono collegato; in una battaglia prima dovrò difendere un commilitone con cui mi sono impegnato a mutua difesa, poi un viandante ignoto con cui non ho impegni; nel promuovere a studio d'anima e di coscienza, più cari mi dovranno essere gl'interessi spirituali di chi meco vive nella comunione cattolica o in qualche sodalizio religioso. Alla stessa maniera dunque nei beni domestici dovrò preferire agli stranieri i famigliari, nei beni civili agli altri connazionali i conterranei; eccettuati quei casi in cui il sacrifizio di qualche bene dei privati è richiesto per bene dei privati medesimi il costituire la pubblica e più vasta associazione.
Questo dovere di carità civica è quello che dicemmo poc'anzi essersi molto indebolito oggidì, grazie alle utopie di nazionalità fatte comodo pretesto ed aiuto all'egoismo. A forza di gridare contro il municipalismo, i ricchi, i maggiorenti del Comune più non pensano a beneficarlo, preferendo una fama cosmopolitica all'amore dei loro conterranei primi ed immediati loro prossimi. Perduta così l'influenza delle teste patriarcali, il Comune è impotente a provvedere a sé stesso, ed esposto alle meschine gelosie dei rozzi intriganti.
Tolti o corretti cotesti inconvenienti, la vitalità del Comune sarebbe meno dipendente: e facendo nelle relazioni ipotattiche delle due società gli studii che si sono fatti per impastoiare e incatenare i municipii, si scioglierebbe forse più agevolmente il gran problema di libertà: problema che i nostri liberali hanno ridotto ad equazione di quantità immaginaria (tutti governino tutto), ma che nella natura dell'uomo si riduce a questa formola «Ciascuno sia libero a governare i mezzi in quelle materie ove ha diritto al fine». Il quale principio concilierebbe gli amici del centralismo con quei della divisione.

10. Una tale dottrina è dunque vantaggiosa al Governo centrale (come pocanzi stavamo dicendo) perché gli fornisce mezzo efficace di condurre organicamente le moltitudini. Ma è di più necessaria affinché durino le società inferiori, elementi di cui si compone la società superiore: e che, distrutti, sarebbero la distruzione anche della superiore società. Il che vi si parrà evidente se rifletterete che ogni corpo morale riceve la sua forma dal fine a cui tende e dall'autorità che ordina le forze per tendervi. Togliete a quelle società particolari l'ordinamento a soddisfare certi bisogni più speciali e l'autorità che coordina i mezzi, la società stessa verrà distrutta. Rimarrà quel mucchio di persone, quello scompartimento di territorio; ma quell'unità con cui tendevano a vantaggi speciali verrà disciolta e mancheranno quelle membra organiche. Or noi abbiamo veduto che di coteste membra è naturalmente composta ogni gran famiglia umana. Dunque lo stato che le avrà distrutte, avrà con ciò snaturato sé stesso e procacciato per conseguenza il proprio danno.

11. Tutto ciò che abbiamo detto finora rispetto alle corporazioni che nascono per naturale incremento dal germe della famiglia, può applicarsi sotto molti rispetti all'organismo meno rigorosamente naturale dei corpi collegiali di varia maniera, che in ogni società naturalmente si vanno formando per impulso di bisogni e per deliberazione di volontà. Accademie scientifiche e letterarie, corpi d'arti e d'industria, società di traffico e di commercio, associazioni assicuratrici di cose e di persone e perfino le unioni geniali di divertimento; tutte nascono dal diritto che ha l'uomo di soddisfare ai proprii bisogni, dall'efficacia dell'associazione nel contribuirvi, dal debito di carità nel vicendevole adiutorio. Certamente di tutti cotesti mezzi l'umana perversità può abusare trasformandoli in orpello di cospirazione: e pur troppo la miseranda condizione dei tempi nostri tanto li ha resi più pericolosi quanto più si è sfiatata a vantarne il diritto. Di che per naturale conseguenza è venuta la diminuzione del diritto medesimo, colliso in gran parte dal tanto più urgente diritto della pubblica sicurezza.
Ma prescindendo da questa eccezione, non può negarsi essere proprio della umana natura la tendenza ad associarsi anche nel soddisfare a quei bisogni secondarii; e le associazioni a tali fini istituite divenire organi sociali proporzionati alle varie funzioni, bisognosi, di forze e di forme particolari, e specialmente di una ragione ordinatrice che regoli i mezzi a proporzione del fine. Se l'associarsi a tal uopo è, in società ben ordinata, un diritto, diritto sarà parimenti disporre dei mezzi ; ed ecco per conseguenza applicabile il teorema fondamentale a queste come alle altre corporazioni: un'accademia avrà diritto ad usare i mezzi necessarii per l'incremento del sapere: ed un governo che gratuitamente (10) le voglia imporre dei legami commetterà allo dispotico: dispotico sarà il divietare senza ragione a molti negozianti de formare una società per agevolare il guadagno nel commercio, a molti artefici per ottenere perfezione nei lavori, a molti filarmonici per crescere il diletto di loro serate e il bello artistico di loro composizioni. Quanto più poi dovrà esser lecito a molti cristiani, vivamente penetrati dei sentimenti religiosi, associarsi per compierne con maggior perfezione i doveri!

12. Eppure nelle associazioni appunto, ossia nei sodalizii religiosi, più rigida ordinariamente si mostra la legge ad imporre l'obbligo del chiedere licenza, più restio il governo liberalesco a consentirla. Per le associazioni di teatro, di piacere, di letteratura, di commercio, appena potreste accorgervi che la licenza si esiga, tanto ella è pronta e larghissima nel condiscendere. Tutta l'importanza, tutto il rigore, si pone negli assembramenti ordinati immediatamente al servizio di Dio, alla spirituale perfezione delle anime. Qui è dove l'unirsi senza espressa licenza del governo si vuol qualificare di reato poco meno che sovversivo della sovrana autorità e della legittima giurisdizione del potere. Ma che vuol dire ciò? Vuol dire che ivi appunto si vuol vincolare la naturale e necessaria indipendenza dell'uomo dove il diritto è più forte, e il pericolo di abuso meno probabile, certo più raro. Il diritto alla indipendenza è il più forte, perché direttamente e per sé riguarda l'ultimo fine dell'uomo; l'abuso il meno temibile, perché, oltre l'assicurarcene che fa l'essenza propria di tali istituzioni che è riposta negli interessi non della vita temporale, ma dell'eterna, la esperienza e la storia ci mostran bensì le cospirazioni e le congiure uscite non di rado dalle associazioni estranee alla religione cattolica: ma dalle comunità religiose, se ne eccettuate la problematica cospirazione dei Tempieri (seppur costoro poteano dirsi religiosi), la memoria in questo momento non ce ne somministra altro esempio. Onde senza esagerazione si può ben asserire che il vincolare in questa parte l'umana libertà, è l'eccesso del dispotismo, è un ferire la natura ragionevole nella più inviolabile delle proprietà.
Raccogliamo in breve il fin qui detto intorno alla libera azione dei corpi morali. Essi non sono (e parliamo tanto dei naturali quanto dei volontarii) un'arbitraria istituzione dei governi: sono istituzioni germinanti dalla natura sociale dell'uomo operante sotto influenze più o meno immediate della natura mondiale e delle sue vicende. E formano un organismo con cui la natura ha dato alla società umana un complicatissimo strumento di sue operazioni. Cotesto grande organismo è formato di varii organi aventi ciascuno per un fine suo proprio operazione propria guidata da una ragione ordinatrice, fornita di forze proporzionate alla speciale sua funzione.
Se cotesta ragione dee giungere al fine ha per natura il diritto simile a quello dell'individuo umano di disporre liberamente i mezzi proporzionati a quel fine speciale: essendo assurdo che natura imponga l'obbligo di giungere ad un fine ed attribuisca a colpa il non procacciarlo, quando non lasciasse libero l'uso dei mezzi.
Un Governo centrale adunque che tolga agli organi sociati questa libertà rispetto al loro fine speciale, opera dispoticamente. E se la privazione di operazione organica giunga all'estremo, distrugge in sostanza l'istituzione, distrugge gli organi e per conseguenza distrugge il proprio organismo, distrugge sé stessa, trasnaturando la società maggiore in tutt'altra da ciò che natura la formò.
Tale è l'opera o diciam meglio il vizio di quel centralismo dispotico, tanto accarezzato oggidì dai libertini, e del quale, a Dio piacendo, parleremo nel secondo paragrafo.




NOTE

1 Serie 1. Vol. I, pag. 399. e Vol. VIII, pag. 258.

2 Diciamo ordinato organicamente un corpo vuoi fisico vuoi morale, quando non è composto di una massa omogenea, ma è suddiviso in parti aventi ciascuna il proprio fine speciale e per conseguenza le proporzioni, le forze, le speciali unità direttrici atte a conseguire quel fine speciale.

3 Sapranno forse i lettori ch'egli fu prefetto nel dipartimento del Tevere durante l'usurpazione di Napoleone I e scrisse con sentimenti di molta sapienza civile degli studii statistici intorno a Roma.

4 Ce mode d'administration municipale, évidemment emprunté au système français, étonnera ceux qui croient que dans les Etats du Pape tout est sou­mis à l'arbitraire et au bon plaisir. Sans doute il donne lieu à quelques abus de pouvoir; mais la loi écrite y est plus favorable à la liberté qu'on ne le croit communément (Tom. II, pag. 44)

5 Annuaire des deux Mondes 1851 e 1852. L'Autriche pag. 642.

6 Vedi la Revue des deux mondes nel citato articolo del 15 Ottobre.

7 Ottobre 1860. La centralisation pag. 63.

8 Il y a du bon dans l'idée fondamentale qui fait de l'opinion publique le contre-poids du pouvoir... On peut faire de la capitale l'organe principal de l'opinion... Mais pourquoi lui en donner le monopole exclusif? (ivi).

9 Raccomandiamo a chi vuol formarsi una giusta idea di amor patrio l'ultima delle dieci bellissime lezioni sacre recitate in Venezia dal dotto Canonico Zinelli e testè pubblicate; di cui diamo una rivista.

10 Gratuitamente diciamo, vale a dire senza giusti riguardi al bene universale: il quale, come pocanzi abbiamo detto, esige a tempi nostri il sacrifizio di molte fra le ordinarie libertà sociali per la scelleraggine con cui ne abusano i cospiratori. Ciò che in tempo di calma sarebbe una violenza manifesta contro il diritto di proprietà, come il gettare a cagion d'esempio le merci in grave tempesta, è un dovere pietoso non che necessario di umanità.

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