Mor - Economia: ANALISI DEI PRIMI CONCETTI DI ECONOMIA: PRODUZIONE

P. L. Taparelli d'Azeglio S.J.,  1. Significato della voce - 2. presso gli economisti - 3. Triplice suo termine - 4. Difficoltà opposte - 5. Produzione immateriale - 6. Indecenza di tale appellazione - 7. esemplificata - 8. Sue conseguenze pratiche - 9. Importanza pratica della diversità di produzione - 10. L'agricoltura vien preferita - 11. Principii della produzione intrinseci ed estrinseci - 12. Confusione presso molti economisti - 13. specialmente nel vocabolo Capitale - 14. Rettificazione dei primi concetti spettanti alla produzione.



ANALISI DEI PRIMI CONCETTI DI ECONOMIA
«La Civiltà Cattolica», 1859, a. 10, Serie IV, vol. II, pp. 641-654.

PRODUZIONE


SOMMARIO
1. Significato della voce - 2. presso gli economisti - 3. Triplice suo termine - 4. Difficoltà opposte - 5. Produzione immateriale - 6. Inde­cenza di tale appellazione - 7. esemplificata - 8. Sue conseguenze pratiche - 9. Importanza pratica della diversità di produzione - 10. L'agricoltura vien preferita - 11. Principii della produzione intrinseci ed estrinseci - 12. Confusione presso molti economisti - 13. special­mente nel vocabolo Capitale - 14. Rettificazione dei primi concetti spettanti alla produzione.


1. Vedeste altrove (1), lettore, come la ricchezza è una somma di cose possedute e di valore permutabile, almeno potenzialmente. co­testo possedimento è un fallo, e il valore è un effetto anch'esso di qualche causa anteriore. Il fatto, per cui un uomo giunge ad otte­nere nelle cose nuovo valore ossia ricchezze, suole dagli economisti appellarsi PRODUZIONE: Vocabolo, come vedete, che prendesi da loro in un senso alquanto diverso dal significato volgare. E chi mai nella conversazione famigliare, tornandosene dalla montagna, ove ha rac­colte delle fragole, o dalla nave con cui ha trasportato lo zucchero, direbbe con proprietà. «Io sono il produttore di queste fragole, di questo zucchero»?


2. Non per questo abbiamo a garrire con piglio da Aristarco gli economisti, quasi sgrammaticassero: non essendo la loro locuzione in tal caso se non una pura ellissi, a cui dovete sottintendere ciò che forma la base d'ogni ricchezza, l'utilità appropriata. Quando dunque l'economista annovera fra i produttori la villanella che raccolse le fragole fra le siepi della via o per la selva, e il nocchiero che trasportò lo zucchero non pone loro sul labbro una locuzione falsa, ma solo ellittica, la quale equivale a quest'altra: «Io mi sono appropria­ta l'utilità di queste fragole, e così ho fatto che divenissero ricchezza: io ho fatto sì che questo zucchero americano si trovasse a por­tata degli Europei, e così vi ho aggiunto rispetto a loro, un grado di utilità, e per conseguenza di valore». Il produrre dunque del volgo si riferisce alla cosa prodotta, il produrre degli economisti alla sua utilità: la quale, come ognuno vede, può dipendere e dalla sostan­za della cosa dotata delle sue proprietà naturali, e dalle forme artificiali che l'uomo v'introduce, e dall'agevolezza con cui e sostanza e forme obbediscono alla volontà e alla mano dell'uomo che le maneggia. Queste forme poi o rendono la cosa immediatamente utile alla soddisfazione dei bisogni umani (come il lavoro del fornaio rende utile il fromento), o rendono la materia atta a sollevare l'artefice da una parte della fatica (come la forma di sega rende quel ferro utile al falegname). Nell'un caso e nell'altro è stata aggiunta alla sostanza un'utilità reale ed a lei inerente, sebbene la sostanza per sè non sia mutata. Se poi il nocchiero o il vetturale trasporta cotesta sostanza trasformata, dall'America, per cagione d'esempio, in Euro­pa, ben le aggiunge l'utilità estrinseca rispetto all'Europeo, mettendogliela così sotto la mano affinché l'adoperi, ma senza nulla aggiungere d'intrinseco e d'inerente alla sostanza già trasformata.


3. Quindi vedete tre gradi di utilità e per conseguenza tre forme nella produzione di ricchezza, vale a dire produzione di sostanza, sua trasformazione, sua traslocazione; ossia produzione sostanziale, trasformatrice, traslocatrice. Siccome poi nelle sostanze materiali null'altro possiamo considerare se non o la sostanza con le naturali sue proprietà, o la sua forma accidentale ed esterna, o le sue relazioni di luogo, di tempo ecc.; così è chiaro che nelle suddette tre forme di utilità resta compresa e classificata ogni specie possibile di ricchezza.


4. Ed in una tale classificazione sembrano convenire assai comunemente gli economisti, ravvisandone la giustezza quasi per istinto; anche quando una certa confusione d'idee fa loro titubare la ragione ed impedisce che riposino in cotesta partizione, benché giustissima. Le ragioni di questi censori ci vengono accennate dal Dunoyer nell'articolo Production del Dictionnaire d'Économie politique (p. 440). Ivi biasimando la partizione ordinaria dei produttori in agricoltori, artefici e trafficanti (che risponderebbe, benché imperfettamente, alla sopraccennata) l'accagiona d'inesattezza;
1° perché nell'agricoltu­ra gli economisti comprendono ogni maniera di estrarre la materia dal grembo di natura (come metallurgia, taglio di legno, caccia e pesca ecc.). Vede il lettore che questa difficoltà è evitata, allorché la divisione si ripete dal termine a cui conduce, e non dalla maniera con cui vi conduce. E dal termine veramente è giusto scientifica­mente che si ripeta il carattere proprio della produzione; essendo il fine quello che principalmente dà il proprio carattere a tutte le facoltà e a tutti gli atti umani. Come la vista ha per suo termine proprio il colore, come l'udito ha i suoni; e dai varii colori, dai varii suoni si specificano quelle sensazioni; così la produzione ha per termine l'utilità delle cose, e secondo le varie utilità deve specificarsi. Or queste utilità non possono essere se non o di materie prime gittate in commercio, o di forme novelle aggiunte a queste materie, o di commodo relativo ottenuto nel trasportarle. Dunque cotesta divisione è scientificamente compiuta: né perché il minatore strappa alla natura il metallo con picconi e crogiuoli, il bifolco con aratro e vanga, debbono costituire due classi diverse; come non apparten­gono a diverse classi chi fa calze al telaio o chi le lavora a mano.
2° La seconda difficoltà del Dunoyer sta nell'appellare la terza produzione traffico o commercio, voci che esprimono qualunque compra per rivendere. Questa difficoltà è evitata, come ognuno vede, nella addotta nomenclatura; poiché la traslocazione o mutazione di relazioni, abbraccia ugualmente o il trasferimento di dominio, ossia compravendita, o il trasferimento locale per mezzo di trasporto.
3° La terza difficoltà finalmente dedotta dall'ordine di dignità che egli vorrebbe attribuire all'agricoltura, come più prossima alle arti liberali, ci sembra di sì poco rilievo, che crediamo inutile l'inter­tenervici: tanto più che la precellenza di cotesta arte ci sembra evi­dente, non per la ragione addotta dell'essere liberale, ma per altre che accenneremo negli articoli seguenti.
Queste peraltro sono discussioni di poco momento riguardo alla semplice classificazione. Più grave soggetto di esame fornisce l'aggiunta che fanno molti economisti della produzione, come dicono, immateriale; cui tanto più volentieri discuteremo, quanto ci sembra importante lo sbandeggiare dall'Economia quel vergognoso mercato di verità, di giustizia, di amore, introdottovi dai profanatori del tempio, che hanno trasformato quei sacri tesori in materia da negozio: ai quali diremmo volentieri con le voci del Vangelo, alterando una sola lettera: Auferte ista hinc; et nolite facere donum Patris mei donum negotiationis (2).


5. L'obbiezione con la quale il Dunoyer difende in economia i prodotti immateriali, così viene compendiata dal Coquelin nel Dictionnaire d'Économie al vocabolo Industrie (VIII Classification des industries) dopo avere proposta in termini diversi la triplice ca­tegoria precedente. «Quante industrie ne restano escluse! dice il di­zionario. In quale delle tre collocheremo noi i lavori degli scienziati, dei medici, degli avvocati, degli artisti, dei professori, dei pubbli­ci ufficiali ecc., qui exercent pourtant chacun une industrie souvent fort active? (3) E non sapendo a qual classe annoverarli, propone di cangiare interamente la divisione o classificazione fondamentale, ripartendo prima le industrie in due classi supreme, vale a dire una che lavora sulle cose, l'altra che sugli uomini. E data della prima categoria una quadripartizione che poco importa, divide poi la seconda in industria perfezionatrice 1° del fisico; 2° dell'immagina­zione e sentimento; 3° dell'intelletto; 4° dell'uomo morale.


6. Questa classificazione, soggiunge l'articolo, più singolare forse e certo più compiuta e scientifica, ha il terribile inconveniente di non es­sere usitata nell'universale. Ma dal canto nostro, se c'è permesso il dirlo, troviamo questa volta l'universale assai più savio nella sua clas­sificazione volgare che l'economista nella scientifica: e speriamo l'as­senso dei nostri lettori, sol che essi ricordino ciò che abbiamo detto altrove intorno alla ricchezza economica: nella quale notammo, non doversi comprendere se non o le cose sostanzialmente materiali, o le forze in quanto a crescerne l'utilità vengono adoperate. All'opposto l'uomo, e tutto ciò che forma parte di lui, e il morale adempimento dei suoi doveri ben puossi figuratamente appellare ricchezza, ma so­lo per una certa analogia, la quale non toglie per nulla l'incommensurabile diversità che passa tra spirito e materia, tra virtù e lavoro, tra verità e lucro.


7. Per rispondere poi categoricamente a chi ci domanda in quale classe di produttori vogliamo noi annoverare dotti, medici, avvocati, artisti, professori, magistrati ecc.; chiederemo prima in grazia che ci diano gli elementi per valutarne economicamente i valori, fissati, come dice il Dunoyer, nelle persone, intorno a cui si eser­citò il lavoro produttivo (4). E poiché nei problemi economici le applicazioni concrete riescono sempre più chiare che i problemi in astratto; pregheremo il signor Coquelin... (ma di grazia, non si prenda questa nostra domanda per offesa di persona che noi stimia­mo altamente: si prenda solo come un'applicazione che vuole ren­dere evidente la falsità del principio) pregheremo il signor Coquelin di dirci, poco più, poco meno, in franchi e centesimi
1° quanto dovea calcolarsi su i mercati europei il valore del signor Dunoyer, quando giunse all'Università per farvi i suoi studii sano e robusto, ma allora assai ignorante rispetto alla dottrina sua presente?
2° Quante centinaia di franchi debbono aggiungersi per comprarlo tal quale egli è oggidì economista compiuto ed accademico; vale a dire con la giunta di quel cumulo di valori che produssero in lui le lezioni dei suoi professori? E poiché nel corso dei suoi studii si sarà ammalato qualche volta pel soverchio del meditare, ed un medico l'avrà guarito, dicasi
3° Quanti franchi potrebbe vendersi un Dunoyer dotto e guarito, più del Dunoyer ignorante e infermo? Quando il signor Coquelin avrà risposto a queste tre interrogazioni, non ci sarà difficile rispondere al suo problema.
Ma poiché le nostre interrogazioni (proposte da noi, ripetiamolo, solo perché il lettore tocchi con mano l'assurdità delle dottrine nella ridevolezza delle applicazioni) probabilmente rimarranno senza risposta; metteremo da parte le celie, ed al problema del Coquelin risponderemo, che i lavori degli artisti, i quali vanno a terminare in un prodotto materiale (p. e. disegni, pitture, sculture ecc. ) apparten­gono alla produzione trasformatrice. E alla medesima appartener possono in qualche maniera certi lavori di persone abili e dotto, in quanto vengono talora fissati nella materia, come sarebbero i manoscritti e i libri, nei quali vengono perpetuati gl'insegnamenti dei dot­ti. Tutto poi il rimanente di quei lavori; pei quali ci si chiede una casella ove collocarli; risponderemo non trovarla noi nella nostra economia, la quale non annovera quei prodotti fra le ricchezze materiali: e però negheremo la causale addotta (che da costoro si esercita un'industria molto attiva) . Esercitano essi certamente l'attività (che non diremmo industria, se non per metafora): ma l'esercitano in un ordine di soggetti così diversi dalla materia venale, che non possono avere un valore con essa paragonabile. La sola maniera di dare un qualche valore materiale a coteste forze, è il considerarle relativamente a ciò che potrebbero e dovrebbero produrre, secondo il primo intento, a cui può indirizzarsi la produzione materiale. E considerando che il dotto, il magistrato, il professore ecc., se non ricevessero compenso mentre rendono altrui servigi morali, dovrebbero impiegare le loro forze al sostentamento dell'uomo animalesco; diremo essere giusto che i cittadini o la società, pei quali cotesti nobili intelletti impiegano il loro tempo abbandonando la cura dei proprii interessi materiali, compensino loro e il tempo e la fatica impiegata in servigio comune: il che si fa appunto con quegli onorarii che a simili funzioni si attribuiscono (5).


8. In tal guisa vede il lettore che rimangono perfettamente distinte, secondo che detta anche al volgo il senso comune, le arti meccaniche, il cui lavoro è essenzialmente destinato ad incorporarsi nella materia, dalle funzioni morali destinate al perfezionamento dell'uomo. La quale distinzione, se venisse ben compresa, toglierebbe l'appiglio scientifico a quella non meno turpe che funesta mania di ma­gistratura e di salarii, che forma una piaga dell'odierna società e dei pubblici erarii, e che dalla, teoria di cotesti economisti viene scientificamente giustificata. Giacchè se tali personaggi sono pro­duttori di valori economici, qual cosa più giusta che il farseli pagare in lire, soldi e danari? E il volgo che vede che il produttore di giu­stizia nei tribunali, di sanità nei corpi, di sapienza sulle cattedre vende la sua mercanzia a sì alto prezzo, può egli essere biasimato se tenta entrare socio nel negozio e aprirne anch'egli bottega?
E qual torto avrà un medico, se ragionando col convalescente, cui restituì la vista operandogli la cataratta, o salvò la vita colla litotripsia, vorrà fargli i conti addosso chiedendogli una paga che equi­valga all'uso degli occhi, o all'incolumità della vita (6)?


9. Tali sono gli assurdi anche pratici che ci sembrano sgorgare da sì falsa maniera di contemplare la produzione: e però esclusi i così detti prodotti immateriali, torniamo alla triplice divisione già sta­bilita. Tutte e tre queste produzioni hanno una somiglianza generica relativamente all'utilità che in tutte e tre le operazioni si produce: tutte e tre peraltro sono specificamente assai diverse, come diversa è la sostanza dalle esterne sue forme, le forme dalle relazioni locali o personali.
La quale differenza specifica raccomandiamo caldamente all'attenzione del lettore, come oggetto di somma importanza nella vera economia filosofica. Finchè l'economia si riduce alla scienza di ac­cumulare ricchezze; purché si ottenga il fine che queste si accresca­no, poco monta quale sia il modo; dovendo questo regolarsi dal fine, dal quale acquista ogni suo pregio. E infatti gli economisti alla moderna fanno non di rado gagliardi sforzi per mostrare perfetta parità di merito in ogni specie di produzione. Ai quali sembraci accostarsi il ch. Marescotti, quando fìgurando la terra come un gran capitale, di cui certuni invidiano il possesso, perché lo reputano capitale diverso dagli altri; No, risponde per disingannarli; non è diverso, perché la fertilità non è, né può essere in possesso del proprietario; il quale null'altro possiede nel campo, se non una macchina che diremo agricola; SIMILE DEL TUTTO al proprietario di una macchina mobile che chiamasi macchina meccanica, quale sarebbe un telaio per tessere (Discorsi v. capo VII, pago 362).
Ci permetta l'egregio Autore di trovare molte dissomiglianze fra coteste due macchine, e di osservare la radice dell'inganno, per cui sembrano somiglianti.
E in quanto a dissomiglianza è facile il vedere che 1° Nel presente ordine di natura, finchè vi è legname sulla terra, i telai si possono moltiplicare a milioni; laddove il terreno non può crescere oltre l'attuale sua superficie. Vero è che può coltivarsi il terreno incolto, Ma questo non è moltiplicare le macchine-terra, ma solo un usarle: appunto come non è moltiplicare le macchine, quando in una filanda di mille fusi il fabbricante che ne usava solo cento per iscarsezza d'opera, passa ad usare anche gli altri novecento quando crebbe il lavoro. Inoltre la coltivazione di terre vergini molte volte dà una rendita con detrimento di un'altra. Per esempio il prosciugamento del Fucino somministrando frumento toglierà la pesca; il dibosca­mento in certi paesi non solo fece rincarare il legname, ma anche peggiorare il clima e inaridire le fontane. La coltura dunque di nuo­ve terre ben può dirsi produzione di nuova utilità, ma non di nuovo stromento. I telai si producono, le terre no. E la ragione di questo sta in un'altra dissomiglianza fondamentale fra coteste due macchine per cui l'uomo ben può fabbricare telai, ma non può fabbricare terre. La differenza sta in ciò che la terra moltiplica le sostanze per una sua virtù sostanziale, laddove il telaio le modifica soltanto mercè la sua modificazione artificiale. Se un proprietario ha sul suo terreno una raccolta di cotone per vestire sè solo, traendone il seme e affidandolo alla macchina-terra potrà poi vestire tutta la famiglia. All'opposto se l'affida alla macchina-telaio, questa ben riuscirà a tes­sere il cotone, ma non a moltiplicarlo. Invece del cotone, mettiamoci del frumento; e quello che mi farebbe campare per un mese, confidato alla macchina-terra mi darà da campare per un anno. Se invece lo confido alla macchina-molino o forno, per quel mese camperò più soavemente, ma passato il mese, morirò di fame. Gran differenza è dunque tra macchina produttrice di sostanze e macchina trasforma­trice: né dee recare meraviglia che la prima venga preferita alla seconda da chi preferisce campare per un anno al morire più soavemente dopo un mese. Vi ha dunque in ogni podere come in ogni macchina da tessere forze naturali e fatiche umane (pag. 363): ma in un podere l'effetto dipende dalle forze sostanziali, nella mac­china da tessere dalla configurazione artificiale. Questa può moltipli­carsi dall'artefice a talento, quella non può moltiplicarsi se non dal Creatore delle sostanze.
Saviamente dunque il cattolico Villeneuve Bargemont al Ricar­do che dice macchina la terra, aggiunge per correttivo, che cotesta macchina è dotata, a differenza delle altre artificiate dall'uomo, di una forza attiva che da noi riceve bensì la direzione, ma che le vie­ne immediatamente dalla natura (7).


10. Ecco la ragione per cui la macchina-terra sarà sempre più pregiata secondo la legge universale conosciuta ed ammessa da tutti gli economisti che, tanto più cresce il valore della merce a parità del rimanente, quanto ella è più rara e però difficile a conseguirsi. Tutte le ragioni contrarie recate da certi economisti, i quali ci mo­strano l'immensa estensione delle terre tuttora incolte, avrebbero qualche forza, se l'uomo potesse ad un tratto correrne in cerca da un polo all'altro senza spezzare mille vincoli d'affetto, di dovere, d'interesse ecc. ecc. che lo legano alla terra, alla famiglia, alla patria. Ma poste queste inevitabili condizioni dell'umana schiatta, il parlare agli Europei della sterminata Oceania, per convincerli che la terra è uno stromento pareggiabile ad ogni altro, non riuscirà probabilmente a persuaderli.
Falsa è dunque l'assimilazione dello stromento-terra agli altri stromenti. Cionondimeno intendiamo benissimo che ella possa illudere per l'equivoco, come testè dicemmo, della parola produrre. Se ogni produzione è di utilità, se ogni utilità si calcola in moneta; il valore di tutte le produzioni, e di tutti i produttori starà in proporzione del prezzo. Or tanto si paga la produzione della terra, quanto d'ogni altra industria e talora anche meno. Dunque lo stromento-terra non è punto più pregevole che lo stromento telaio. Così dice la logica degli economisti; ma, bisogna pure confessarlo, la logica del popolo non sa acconciarvisi e preferisce agli altri stromenti lo stromento produttore delle sostanze. E alla logica del popolo si acconcerà anche quella degli economisti, quando economia si dirà il retto ordinamento degli uomini associati rispetto alla ricchezza. Allora l'operazione dell'uomo, ossia il modo di produrre, essendo il vero fine della sociale economia, più importerà al bene sociale in qual modo l'uomo operi intorno alla ricchezza, che la quantità di ricchezza in tal modo accumulata.


11. Esamineremo fra poco il pregio relativo di quei tre gradi di produzione rispetto al savio economista. Prima peraltro tiriamo dal­l'idea di produzione finora spiegata il giusto concetto dei suoi prin­cipii. Questi possono essere, come in tutto il mondo materiale, di due specie, vale a dire intrinseci o costitutivi, estrinseci o efficien­ti. Sono estrinseci quelli, la cui efficienza preesistente mette in mo­vimento gli elementi, donde risulta la ricchezza: intrinseci all'opposto quelli che ne formano sostanzialmente il costitutivo. In quella guisa dunque che la pianta risulta, come da cause efficienti, dalla forza vegetativa del seme e della terra e dalla forza preparatrice degli altri elementi e dell'agricoltore; anche la ricchezza risulta dalle forze naturali della materia e dalle forze umane, per cui ella cre­sce di utilità. Siccome poi principii intrinseci rimangono nella pianta quella materia in lei trasfusa dal suolo e dal seme, più la virtù specifica che in lei si svolge per la vegetazione; così principii intrinseci della ricchezza sono quella materia intorno a cui lavorarono le forze naturali e le umane, perfezionata dalle forme o naturali o artificiali che esse v'introdussero.
Vede dunque il lettore doversi distinguere gli agenti di produzione dalla materia, intorno a cui lavorano, e dai principii intrinseci del prodotto che ne risulta. Il confondere nella categoria degli agenti la materia operabile, le forze lavoratrici, gl'istrumenti del lavoro, gli stipendii dei lavoranti, dee condurre necessariamente a teorie equivoche e a conseguenze fallaci e dannose.


12. Ora questo ne sembra il difetto di non pochi economisti; i quali badando più alla borsa che alla filosofia hanno confuso sotto lo stesso nome di agenti di produzione e forze naturali e forze umane e capitale; e sotto il nome di capitale le materie prime, gli attrezzi di lavoro, il fondo di cassa necessario allo stipendio degli operai. Ognuno vede che l'efficienza debb'essere negli agenti (lo dice, il vocabolo stesso) maggiore che nel capitale: in questo poi le tre categorie annoverate, se si considerino in quanto smungono lo scrigno del produttore, chi può negarlo? si rassomigliano perfettamente; come si rassomigliano tre salassi fatti nel corpo di un infermo: materie, attrezzi, operai, nessuno dei tre può aversi senza sborsare danaro. È dunque naturale che l'economista utilitario, il quale bada solo al danaro, tutti e tre riponga in una sola categoria. Ma un economista filosofo che studia le cause della produzione può egli confondere cotesti tre elementi? A noi sembra che no: e però chiediamo licenza al lettore di sbrigarci anzitratto dall'equivoco appiattato sotto il vocabolo Capitale, che noi chiameremo volentieri Fornimento produttivo o provigioni.


13. Capitale, dicono i citati economisti, è uno degli agenti di produzione. Ma che cosa intendono essi per capitale? Le cose utili, dice lo Scialoja, i valori messi in serbo, accumulati, o prodotti per servire a novelle produzioni, furon detti ammassi, scorte, ed in generale capitali (8). Il capitale può operare in più modi. Può servire da mezzo o da strumento... come le macchine ... (CAPITALE FISSO) ... da materia su cui si opera (MATERIA PRIMA), da numerario anticipando il compenso a chi lavora (CAPITALE CIRCOLANTE). Così lo Scialoja. Il Coquelin nell'articolo CAPITAL, inserito nel Dictionnaire d'Economie politique, dà a cotesto vocabolo un'estensione anche maggiore, comprendendovi tutto l'avere, o come diremmo in buon italiano, il valsente di una persona o di una società. Ma nel riferire così l'opinione di alcuni economisti (Mac Culloch, Say ecc.) egli deplora l'equivoca significanza del vocabolo presso i varii autori: dei quali alcuni altri appellano capitale solo quella parte del valsente destinata alla riproduzione (numerario, attrezzi, materia prima ); altri finalmente il solo numerario che serve alla riproduzione; il quale prende di nome di capitale per contrapposto ai frutti che trafficandolo se ne ricavano. L'economista francese riconosce essere difettosa una tale tecnologia: e perché, dimanda, prendere un nome che già avea nel linguaggio volgare un senso determinato e trasferirlo ad un tutt'altro significato? (9) La ragione dice, fu la povertà della lingua francese che non trovò, come lodevolmente si adopera dagl'Inglesi, un termine che distinguesse tutto il valsente delle ricchezze accumulate da una persona o da una società (lo stock degl'Inglesi) da quella parte di esse che viene destinata alla riproduzione e che forma la massa o fondo o provigione economica del produttore; e in questa stessa massa il numerario o contante, che è quello finalmente, a cui la parola capitale è attribuita dal volgo
Quem penes arbitrium est, et ius et norma loquendi.

14. Gli economisti italiani vorranno eglino confessare ugualmente povera la nostra lingua? In quanto a noi, che non la crediamo incapace di gareggiare coll'inglese per copia e proprietà di vocaboli, non siamo disposti a tale umiliazione e alle conseguenze nocive che nella scienza ne ridondano. Chiederemo dunque licenza ai nostri lettor­i di dire col Manuzzi e col Vocabolario di Napoli valsente nazionale la somma della valuta a che ascendono le facoltà di una nazione o mobili o immobili; fornimento o provigioni di produzione o massa produttiva quella parte del valsente destinata alla produzione; ritenendo al nome di capitale il suo significato volgare che da tutti i nostri lettori sarà più agevolmente compreso, e che dal Vocabolario di Napoli viene definito con le parole seguenti: La sorte principale, il fondo sopra di cui si hanno gli assegnamenti o l'entrate che sono il frutto del medesimo fondo; ed è così detto, quasi che egli sia come capo e principio di esse entrate. E da cotesto significato parecchie frasi si derivano (mettervi del capitale, dare una cosa pel capitale, stare in capitale ecc.) il cui senso si perde se in quella voce viene alterato.
Ci si perdoni questa breve digressione filologica, che ci parve conducente e alla chiarezza della trattazione e alla proprietà dell'elocuzione; e concludiamo riepilogando il fin qui detto.
Vede il lettore che, secondo le dottrine fin qui chiarite, i veri agenti di produzione saranno le forze di natura, le forze umane e le forze strumentali introdotte dall'uomo nella materia: il soggetto di queste azioni saranno le materie prime: il prodotto ne sarà la materia utilmente trasformata. Tale a noi sembra il vero aspetto, sotto il quale dee considerarsi la produzione economica, se si vuole trovarne le vere ragioni, per potere dipoi utilmente applicarle all'ordine sociale. Ma affinché questo meglio si comprenda, giudichiamo necessario considerare partitamente cotesti varii elementi che possono generalmente ripartirsi in due classi, che sono forze e materia. Incomin­ciamo da questa; che quando viene estratta da tutto il valsente di un proprietario o di una società per destillarla alla riproduzione abbiamo appellata fornimento produttivo.
Il fornimento produttivo, abbraccia tre specie di materie; cioè la pura materia, soggetto del lavoro; la materia lavorata a strumento, mezzo di lavoro; la materia già ridotta in merce o trasformata in numerario, ricambio del lavoro.
È facile il vedere il gran divario che corre nella virtù produttiva fra cotesti tre elementi; la necessità per conseguenza di considerarli ciascuno a parte. Nel prossimo articolo incominceremo dalla materia.


NOTE

1) Vedi Civ. Catt. vol. IX, pag. 270 e segg.

2) Cotesto vitupero è giunto a tale, che pubblicamente nelle Camere piemontesi, discorrendo del pubblico insegnamento, il deputato Alfieri lo appellava una merce. Mi si perdoni l'espressione, io credo che in molte provin­ce si desidera la MERCE INSEGNANTE più abbondante, e ad un prezzo infariore a 600 franchi; pel contrario con questa legge noi, in ultima analisi, veniamo a portare il prezzo dell'istruzione a 600 franchi il minimo. (Atti ufficiali della Camera N. 128, p. 482.) Vedi l'Armonia 10 Aprile 1858. E il Crepuscolo 11 Marzo 1858 attribuisce a vecchi pregiudizii il considerare l'INDUSTRIA DELLE LETTERE come alcun che di speciale e non governabile dal­le norme ordinarie dell'industria.

3) Un'industria la magistratura! Perché non chiamarla un mestiere?

4) On ne peut pas dire que les valeurs réalisées dans les hommes, que la capacité, l'industrie, les talents qu'on leur a communiqués ne sont pas susceptibles de se vendre... ne sont pas de nature à s'accumuler. (Dictionnaire d'Economie - PRODUCTION).

5) Queste cose abbiamo noi diffusamente chiarito negli articoli intorno alla proprietà letteraria sullo scorcio della III Serie, vol. XII, pag. 147 e segg.: ma credemmo necessario riepilogarle per quegli associati, cui manca la Serie precedente.

6) Lo Stuart Mill (Principes d'Ecconomie politique traduits par Dussard eccetera. Paris 1854, pag. 46 e segg.) riconosce francamente non essere motivo economico quello che muove il padre ad educare il figlio o il malato a farsi curar dal medico: economico, sì, il motivo, per cui un artigiano in­segna al proprio figlio un mestiere, con cui si guadagni il pane. Di questo dunque, dice, l'Economia dee tener conto; e dite altrettanto della medici­na impiegata per guarire un artigiano produttore, Ce n'est pas raison d'économie sociale qu'on se fait couper un membre ou traiter de la fièvre; mais si le travailleur n'en a pas conscience, la raison n'existe pas moins (pag. 47). Confessiamo di non comprendere le sottigliezze di coteste di­stinzioni. Se il valente economista intende intromettere nei calcoli economici le intenzioni, con cui si spende nell'educazione, nell'istruzione, nella guarigione; l'introduzione di cotesto elemento economico ci sembra stravagante. Se intende che, quando tratta si di formare l'uomo e di conservarlo, non dee badarsi a spese; questo è verissimo, ma può applicarsi ugualmente all'istruzione del fanciullo. Se finalmente intende che nell'economia domestica gli alimenti e l'educazione data ai figli non debbano cal­colarsi, come né tampoco nella pubblica le spese di igiene o di pubblica sicurezza; la proposizione è dimostrata falsa da tutti i bilanci delle fami­glie e degli Stati inciviliti. Il vero a noi sembra che educazione, istruzione, guarigione, considerate come fatica dell'uomo mediante l'uso di certe parti di materia, possono, anzi debbono calcolarsi come spese necessarie da ogni amministratore e domestico e pubblico: ma, considerate come perfezionamento dell'uomo trascendono affatto l'ordine economico ed entrando nell'ordine morale dànno un risultamento sproporzionatamente maggiore della spesa, e che per conseguenza mai non potrà con essa bilanciarsi. Dunque l'infermo guarito al medico che gli chiedesse una paga uguale al valore dell'occhio o della vita, potrebbe rispondere secondo le savie teorie economiche: Vi pago (ed il giusto che vi paghi carissimo) l'uso delle forze e della singo­lare abilità vostra; ma la vita o la vista sono tal benefizio che Dio solo può rimeritarveli, come Dio solo è il vero restitutore o conservatore.

7) «Mr. Ricardo dit avec raison que la terre est aussi une machine. Ce qui la distingue de toutes les autres c'est qu'elle est très-supérieurc à celles qu'enfante le génie des arts; elle porte en elle-memè une puissance active, que nous ne faisons qu'accroitre et diriger» (VILLENEUVE pag. 117).

8) SCIALOJA Sezione prima, capit. terzo, § III, n. 306.

9) Peut-etre eut-il mieux valu, dans le principe, en imaginer un autre (mot) entièrement nouveau, qui n'eut pas dans le langage vulgaire une signification un peu differente de celle, qu'on entendait lui donner dans le langage de la science (p. 275).

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