Mor - Economia: ANALISI CRITICA DEI PRIMI CONCETTI DELL'ECONOMIA SOCIALE.

Di P. L. Taparelli d'A. S.J., 1. Tre forze - 2. Tendenze di egoismo nel senso, - 3. di giustizia nella ragione, - 4. di generosità nella religione - 5. Come entrino nella scienza economica, - 6. reluttanti indarno gli economisti, - 7. per vizio di naturalismo. - 8. Se non si ammettono, l'assunto della scienza è impossibile, -9. e contraddittorio. - 10. È un'utopia negata dal fatto -11. Non basta la giustizia,- 12. come insegna la pratica, - 13. e lo confessano gli economisti - 14. Ragione fondamentale di questa insufficienza - 15. L'economista non è teologo, ma accetta la religione -16. Proposta di una tripartizione della scienza - 17. Chiarezza che vi spargerebbe.



ANALISI CRITICA DEI PRIMI CONCETTI DELL'ECONOMIA SOCIALE
«La Civiltà Cattolica», 1857, a. 8, Serie III, vol. IX, pp. 17-34


§. II.


Le Potenze motrici dell'uomo rispetto all'economia.
SOMMARIO

1. Tre forze - 2. Tendenze di egoismo nel senso, - 3. di giustizia nella ragione, - 4. di generosità nella religione - 5. Come entrino nella scienza economica, - 6. reluttanti indarno gli economisti, - 7. per vizio di natu­ralismo. - 8. Se non si ammettono, l'assunto della scienza è impossibile, -9. e contraddittorio. - 10. È un'utopia negata dal fatto -11. Non basta la giustizia,- 12. come insegna la pratica, - 13. e lo confessano gli economisti - 14. Ragione fondamentale di questa insufficienza - 15. L'eco­nomista non è teologo, ma accetta la religione -16. Proposta di una tripar­tizione della scienza - 17. Chiarezza che vi spargerebbe.



1. Non è chi ignori che le forze motrici nell'uomo, appetiti, passioni, volontà abbisognano d'una precedente apprensione, la quale dallo stato puramente potenziale traggale all'atto. Dall'apprensione dei sensi e della fantasia si destano gli appetiti e le passioni. La ragione desta la volontà, ma con due principii diversi; vale a dire, o coll'evidenza del vero Bene, a cui la volontà si affeziona in forza della sua natura; o coll'evidenza dell'autorità che la inclina a tendere verso un qualche bene, anche non evidentemente ravvisato per necessario. La prima tendenza è naturale e spontanea: la seconda in­clude per lo più un germe d'idea religiosa e solo dalla religione ottiene compiuta efficacia, non essendovi, fuor di Dio, sulla terra autorità che possa per sè imporre alla volontà vincoli legittimi e costantemente efficaci per indurla ad operare quel bene, al quale naturalmente essa non tende. Appetito dunque di soddisfazione, tendenza ragionevole al bene evidente, impulso religioso a perfezione soprannaturale sono i tre motori principali della volontà, dotati rispettivamente di caratteri assai diversi tra loro.

2. L'appetito di soddisfazione nasce nell'uomo senziente ed è per conseguenza essenzialmente individuale e soggettivo. Soggettivo; perché il sentire è atto proprio interamente del soggetto che sente: individuale per conseguenza; non essendovi ragione, per cui il senziente possa accomunare ad altri la propria sensazione. Se a me piace il dolce, a te può piacere l'amaro; se io abbisogno di vesti contro il freddo, tu puoi abbisognare di pane contro la fa­me. Il sentimento dunque del bisogno e la brama di soddisfarlo (la quale come motore economico suol dirsi e diremo ancor noi in­teresse) include essenzialmente una tendenza d'egoismo.


3. Ma se uscendo, dal Me senziente, io considero negli altri con la ragione l'identità di natura e l'universale dipendenza dal Creatore ed Ordinatore di essa, eccomi trasportato repente nelle regioni dell'obbiettivo; dove ravvisando alcune proporzioni necessarie ed assolute, indipendenti per conseguenza da gusti o sensazioni mie personali, mi sento legato per l'evidenza del vero ad assentipe coll'intelligenza, la quale trae dietro soavemente la volontà e la inchina all'ordine, presentandole in questo il bene della giustizia. Giustizia che, considerata genericamente nell'identità della natura umana, stabilisce fra le persone tutte un principio di naturale uguaglianza guarentito dalla volontà del Creatore. Secondo questo principio io mi ragguaglio ad ogni altro uomo; e come voglio per me il mio, voglio il suo ad altrui.


4. Fin qui la mia ragione tenea fiso lo sguardo intorno a sè sulla terra, e nell'uguaglianza degli abitatori di questa, trovava la ragione di uguaglianza nelle loro attribuzioni: a ciascuno il frutto delle sue fatiche, secondo l'assioma sansimonistico: A chaque capacité selon ses oeuvres. Ma non potrebbe l'uomo ergere più alto lo sguar­do, e mirare nel sublime dei cieli il Padre di tutti i mortali e nel cuor di Lui l'amore uguale verso tutti i figli? Se questo egli miras­se, quando tratta d'Economia, sentirebbe nel proprio cuore all'uguaglianza delle leggi di rigorosa giustizia sottentrare gl'impulsi di benevolenza fraterna: e invece di commisurare a parità del la­voro la parità della mercede, verrebbe stimolato a proporzionare l'ampiezza dei sussidii alla gravità dei bisogni. Laonde, senza calcolare più che tanto l'opera donde germina la ricchezza calcolerebbe le miserie che ella dee sollevare. Disgraziatamente l'alzare così gli occhi al Padre che è nei cieli non è atto, cui sia proporzionata la sola natura, comunque ella possa ravvisare ed ammirare la sublimità del concetto, quando la degnazione misericordiosa di Dio si compiace manifestarglielo. Di che, fuori del Cristianesimo, cotesto motore ricordato appena da un languido eco di tradizione o dai suggerimenti di una coscienza vacillante, è poco meno che scono­sciuto alle menti e impraticabile alle volontà. Ma poichè, sua mercè, noi siamo nel numero, di coloro, al cui orecchio suonò propizio l'an­nunzio di salute, trasfondendoci nel cuore una vita novella; poiché investighiamo gli elementi operativi di produzione e distribu­zione della ricchezza in una società cristiana; in una società, cioè, ov'è generalmente diffusa, mercè la fede e la grazia cotesta vita novella; chi non vede che, nel rendere ragion e dello stato economico della società e del modo con cui un governante può rettamente ordinarlo, dobbiamo tener conto di questa, come delle altre due forze motrici?


5. Abbiamo dunque tre forze che possiamo dire produttrici e regolatrici della ricchezza: l'interesse che pensa al Me, la giustizia che lo pareggia agli altri, la pietà che dà agli altri una qualche preferenza. Ricercare in qual modo, un governante possa ottenere, con adoperare in varie proporzioni coteste tre forze motrici, l'ordinato andamento dei pubblici averi, è, a parer nostro, l'assunto precipuo della Economia sociale.


6. Tale non è, lo sappiamo, il parere di molti economisti, come udimmo nel precedente articolo dal Garnier. Persuasi com'essi sono che gl'interessi individuali hanno tendenza armonica e sociale, poco assegnamento essi fanno sulla fraternità e sul sacrifizio volontario: e noi non sappiamo biasimarneli, finché si tratta della fraternità e del sacrifizio dei SOCIALISTI. Le prove date da costoro dell'una e dell'altro sono tali, che giustificano pienamente la poca fiducia degli economisti. Né poteva essere altrimenti, posto che il Socialismo odierno inchiude un'espressa negazione del vero Cristianesimo che è solo nel Cattolicismo.
Ma perché il Socialismo, plagiando ipocritamente il linguaggio cattolico, pronunzia dei vocaboli che in bocca sua divengono sterili e derisorii, dobbiamo noi forse inferirne per conseguenza che l'Economia dee ricusare l'impiego serio di forze reali e feconde? Strana Economia sarebbe cotesta che rifiutasse la moneta e le banconote, perché dai falsarii vengono alterate e contraffatte. Se l'economista di Francia non conosce o non ha fede nel Cattolicismo, è naturalis­simo che non faccia assegnamento alcuno sulla fraternità e sul sacrifizio spontaneo, non ostante i numerosi e portentosi esempii che la patria sua gliene presenta. Ma noi che nella società italiana veg­giamo tutta la mole agitata da quello spirito nobilissimo (9), crederemmo fallire al debito di buon filosofo, se pretendessimo spiegare i fenomeni economici, strozzando prima nella società nostra il principalissimo dei suoi motori, quello che forma il compimento della società nell'ordine mondiale, e che solo rende possibile l'effettuazione compiuta del gran disegno.


7. Sì, lettore gentile, va proprio così questa bisogna: e in un tempo di tanta prevalenza del naturalismo razionalistico non vi dispiacerà che invochiamo sopra tale oggetto istantemente la vostra attenzione. Gli uomini civili, i Cristiani europei, e molti eziandio di coloro che si dicono e forse si credono cattolici, si sono lasciati talmente invasare dal naturalismo, talmente inebbriare dalla potenza della civiltà, che sperandone ogni gran cosa, vorrebbono sbandirne tutte le considerazioni soprannaturali e trovare una società perfetta nei puri elementi di natura. Costoro ripetono col Garnier che l'interesse conduce alla giustizia, che la tendenza degl'interessi individuali è armonica e produce da sè stessa un retto organamento sociale.


8. Ora, dopo il poco che abbiamo detto intorno allo scopo dell'Economia pubblica, non ci vuole gran valentia di logica per dimostrare l'assurdità di cotesto loro teorema. Qual è secondo il già detto lo scopo di cotesta scienza? Stabilire le leggi, mediante le quali l'operare di una società produce e ripartisce rettamente la ricchezza in modo che, salvo a ciascuno il libero impiego di sue forze e il frutto delle forze impiegate, non vi sia cui manchi il convenevole sostentamento. Cotesto scopo include, non è chi nol veda, due termini, che nel sistema dell'interesse sono essenzialmente opposti; vale a dire, lavorare per interesse e lavorare per altrui. Essendo l'Interesse essenzialmente personale e soggettivo, tende necessariamente a lavorare per sè solo. Per altra parte, essendo la società un immenso aggregato di personali disuguaglianze, ella somministra in ogni ordine di potenze il contrapposto della forza e della debolezza; contrapposto, nel quale il più debole non può sussistere e usare liberamente le forze, se non in quanto riceve in varie proporzioni un qualche aiuto dal forte. Qualunque sia il ramo in cui si esercita cotesta forza, il bisogno opposto si distende in gradi svariatissimi dalla mediocrità all'estremo della privazione, e quando è giunto a quest'ultimo termine, nulla o quasi nulla può con le proprie forze; tutto o quasi tutto deve aspettare dalle altrui: l'infermo agonizzante abbisogna del sano e robusto, il mendico affamato del ricco, lo stupido cretino dell'assennato e via discorrendo. Ponete questo estremo di debolezza in una società ove l'interesse sia il motore universale, e diteci se è più possibile una giusta proporzione tra le forze impiegate, il frutto raccolto, i bisogni sentiti?


9. L' interesse, siccome quello che nasce dalla brama di sentire gradevolmente, esclude necessariamente ogni lavoro penoso, suggerendo per conseguenza a chi può ottenerle, di adoperare in suo pro le fatiche altrui: per l'opposto include la brama indefinita di godimenti, rendendo impossibile che un ricco abbia mai il super­fluo. La tendenza, dunque degl'interessi conduce inevitabilmente in una società i ricchi a volere in loro pro l'opera dei poveri col minimo dispendio. Stabilito universalmente un tale intento fra i potenti di una società, è facile il vedere se sia giammai sperabile quella equa ripartizione, per cui il libero uso delle forze produce a ciascu­no il congruo sostentamento. Effetto senza causa ripugna. Ora do­ve troverete voi una causa perché il ricco doni il proprio ad altrui, quando avete stabilito motore universale quell'interesse che tende a trarre l'altrui, verso di sè (10)? Mi direte che l'uomo sente gradevolmente anche senza interesse di danaro, quando è ricompensato dalle lodi, dalla gratitudine, dall'amore, dalla coscienza d'aver fatto il bene; stimoli tutti a sacrificare in pro d'altrui qualche parte del proprio (il che, in sostanza è un dirci che universal motore non è l'interesse). Mi aggiungerete che se i ricchi non sacrificheranno una parte, correranno pericolo di vedersi involato il tutto. Che per con­seguenza anche sotto l'universale influenza dell'interesse la ricchezza può venire ripartita equamente o per amore o per timore.


10. Ma questa è una di quelle risposte, con cui l'immaginazione s'ingegna di acquetare la ragione, svolazzando al fioco barlume delle possibilità, invece di piantare saldi i passi nelle vie del mon­do reale. Ella ricorda le commozioni filantropiche di qualche cuor romanzesco, i timori momentanei di qualche tumulto demagogico: ­e scorgendo in cotesti trepidi momenti il ricco epicureo svegliarsi dal sonno, aprire la borsa e gittare qualche scudo in bocca ad una compassione teatrale o ad un Cerbero latrante, ella crede che la so­cietà possa vivere continuamente o tra le sdolcinature della filantropia o tra gli spaventi delle sedizioni. Ma ci vuol altro che coteste subite paure o mostre di tenerezza per istabilire un'ordine sacia­le! Questo dee risultare da quella ferma e costante risoluzione della Ragione legislatrice che, scevra da timore o da affetto, mira a com­piere l'effettuazione dell'ordine in tutta la macchina sociale. Se cotesta ragione medesima, invece di muoversi per amore dell'ordine, è strascinata dall'universal Motore, l'Interesse; sapete che co­sa sarà il Governo? Sarà un'accorta combinazione aristocratica, un calcolo studiato per determinare con quali arti e fino a qual segno la cospirazione dei ricchi, dei forti, degli astuti potrà comprimere il tumultuare dei poveri, dei deboli, degli stolidi, inanimito dal numero e guidato da qualche Masaniello. Calcolato accortamente il valore dell'argine che si vuole opporre a cotesta moltitudine, si blandirà parte di essache somministra i materiali necessarii per co­struire quell'argine, e il rimanente sarà destinato al proletariato, alla carcere, alla schiavitù, al macello, ad essere insomma o iloto a Sparta, o paria tra i Bramini, o negro agli Stati Uniti, o indo a Calcutta, o irlandese a Londra. I fatti sono notorii e dimostrano più assai che la nostra tesi non chiede: perocché tutte coteste spietate e vergognose oppressioni, l'Interesse le esercita in società, ove i principii di umanità ancor suonano come eco di tradizione antica, o come rimbombo della cattolica armonia, al suono della quale il sozzo epicureismo ancor sente un qualche rossore e corre con le mani, se gli riesce, a coprirsi la faccia. Or che sarebbe una socie­tà, ove coscienza, onoratezza, pietà, religione e per dir tutto in una parola, sentimento cattolico più non serbasse una qualche influenza o come legislatore antico, o come rivale presente?
E fatto storico e ragione filosofica sono dunque concordi nel dimostrarci che una società governata dall'universale motore Interesse, non può senza contraddizione sperare un'equa ripartizione degli averi per modo, che ciascuno sia libero nel lavoro, sicuro nel raccoglierne il frutto, soddisfatto in ogni urgente bisogno.


11. Eppure questa equità di ripartizione debb'essere l'assunto dell'Economia sociale; questa è ciò che realmente si propongono, più o meno esplicitamente, gli economisti. Dunque un'Economia che presenti i fenomeni della produzione e ripartizione di ricchezza soltanto sotto gl'impulsi dell'interesse, è una scienza che si propone un problema cui ella non può risolvere. Né troverà mai la forza necessaria per giungere al risultamento che pretende, se non ammette oltre l'Interesse, le altre due potenze. motrici, giustizia e pietà. Tutte e due, diciamo; giacché la stessa giustizia rigorosa ed esatta basterebbe bensì ad introdurre nella società la riverenza al diritto, ma giungerebb'ella ad ottenere soccorso al bisogno? In altri termini, colui che dice: «io non rapisco l' altrui» è egli disposto perciò a donare il suo? Non è chi non veda il gran divario che ancora passa tra giustizia e benevolenza. Eppure se la società non giunge a dare anche a questa la sua giusta influenza, se non giunge a dire: «diamo a chi di nulla ci ricambia», il problema economico non giungerà alla soluzione.


12. E potete vederlo praticamente in tutte le speciali applicazioni di cotesto problema, le quali formano oggi il rovello degli economisti, come salarii, pauperismo, lusso, macchine ecc.: in ciascuno dei quali anche l'elemento di giustizia, se vi s'introduca solo e nell'inflessibile sua rigidezza, difficilmente potrà mitigare le spietatezze dell'interesse ed assicurare alla natura la soddisfazione di sue domande. Infatti manca egli alla giustizia rigorosa quell'impresario che accetta dal manuale a minimo prezzo l'opera giornaliera? E il ricco è egli strettamente obbligato per giustizia al sovvenimento di questo o di quel misero? Se il lusso toglie il pane ai poveri, saprà la giustizia fissare quei limiti, oltre i quali il lusso è colpevole? Se una macchina nuovamente inventata gitta allo sciopero una popolazione, correrà la giustizia ad incendiare quell'opificio per assicurare all'artiere la sussistenza? In tutte coteste collisioni l'economista ravvisa una classe di danneggiati, la compatisce, ma non può far di meglio, e l'unica speranza di cui ci consola, è quella «Cotesto è male necessario; passerà con danno dei presenti e lascerà abbondanza pei futuri». Or credete voi che i presenti, cotesti poveri presenti che stan morendo di fame, non sieno compresi anch'essi in quella legge di equa ripartizione, secondo la quale la ricchezza materiale dee procacciare ad ogni membro della società, mediante lavoro corrispondente, il congruo sostentamento? A noi pare che una retta Economia pubblica debba anzi tutto assicurare la vita a chi già vive, e non già sacrificare i vivi all'agiatezza dei nascituri. E se nei soli impulsi dell'interesse ella non trova una forza sufficiente per risolvere il suo problema, ella dee ri­conoscere che parte essenziale della scienza debbono dirsi anche gl'impulsi superiori all'interesse, giustizia e religione. Lo riconosce, autorità non sospetta, lo stesso Blanqui nell'atto appunto che sta vituperando come ignorante, oscurante, lentigrado, il clero cattolico. La religione, dice, è la sola che possa ben risolvere le quistioni economiche da lei medesima proposte: Il ya des questions d'économie politique qui demeureront insolubles tant qui elle (la religio») n' y mettra pas la main. L'instruction populaire, LA RÉPAR­TITION ÉQUITABLE DES PROFITS DU TRAVAIL, la réforme des prisons, les progrès de l'agriculture et bien d'autres problèmes encore ecc. (11). Vedete potenza della verità! Un economista incredulo e socialista riconosce non esservi, fuori della religione, una giusta soluzione di molti e gravissimi problemi economici; e un economista cattolico pretenderebbe scrivere Economia sociale senza dipendenza dalla religione? Scrivere Economia, escludendo quell'elemento che è necessario, a parer del Blanqui, per risolverne le più gravi quistioni?
Della potenza del quale elemento oh quanti ammirabili esempi potremmo recare in mezzo, se la brevità d'un articolo ce lo permettesse! Ma, a costo di fare strillare il tipografo, vogliam, recare almeno quello attualissimo che troviamo nella Regeneracion di Madrid (29 Ottobre 1857), non solo perché i fatti. correnti allettano maggiormente; ma anche perché e la materia e gli attori lo rendono poco meno che miracoloso.
Dei quattro punti che poc'anzi abbiamo accennati non crediamo che ve ne abbia uno o più funesto all'equa ripartizione, o più ritroso ad ogni medicina dei politici economisti che il lusso piaga desolatrice della società moderna. Quante ne hanno studiate gli economisti per medicarla! Ma l'ultima conclusione è sempre quella: e leggi suntuarie nulla valgono, nulla giovano.
Orbene, sapete voi la nuova? In Bajona uno scelto numero di dame più illustri hanno formata un'associazione con l'intento... (lettor mio, aprite tanto d'occhi e fatevi le croci) con l'intento di combattere il lusso negli abbigliamenti! Or dite su, lettore, non è egli cotesto proprio un miracolo a cui non valse tutta la potenza romana? Noi non sappiamo se la società otterrà appieno il suo intendimento, come l'ottenne in altro genere di vizio, in altra classe di persone, in altri popoli la società di temperanza; la quale potrebbe confermare essa pure la nostra asserzione; ma, riesca o no, il solo mostrarci nel sesso gentile in materia per lui sì gelosa la risolu­zione di combattere il lusso, non prova egli quanta sia la forza del sentimento religioso in favore degl'interessi economici? E se, come sogliono coteste intraprese in Francia, la società attecchisse e propaginasse; se, come augura l'egregio e cattolico giornale spagnuolo, valicando i Pirenei si trapiantasse in Castiglia; se tra gl'Italiani, imitatori purtroppo, e sì pazzi dei figurini e delle mode francesi, si trovassero imitatrici savie delle dame, di Bajona; se a poco a poco crollasse cotesto idolo della Moda che ingoia, come un Moloch, tante famiglie dei suoi adoratori; chi non vede l'immensa rivoluzione economica che verrebbe quietamente operata in tutto il mondo incivilito? E una causa capace di produrre effetti sì estesi, sì meravigliosi, sì vantaggiosi, nell'obbietto della scienza economi­ca, si verrà a raccontarci non far parte di cotesta scienza? Sarebbe proprio come dirci che il maneggio dell'artiglieria o delle mine non deve far parte di un corso di arte militare.
Lo vedete, lettore; o l'Economia è una scienza incapace di risolvere il problema fondamentale che ella stessa ha proposto; o un trattato compiuto d'Economia sociale dee mettere tra le mani del pubblico ordinatore, oltre la forza dell'interesse, altre potenze capaci d'introdurre nella società quell'ordine che per solo interesse riuscirebbe impossibile. Ora quest'ordine non può ottenersi senza il sentimento di giustizia e d'amore, il quale nella società cristiana è carità. Dunque un buon trattato d'economia dee ricorrere a coteste tre potenze motrici e additare al governante in qual modo egli debba adoperarle per giungere allo scopo di veder soddisfatto ragionevolmente ogni bisogno, libero ogni braccio, fruttifero ogni lavoro. Ciò non vuol dire che ella debba costituire il pubblico amministratore arbitro della giustizia o capo della religione; come non lo costituisce negoziante o artefice, quando gl'insegna qual partito abbia a trarre dalle tendenze del commercio e dell'industria. Vuol dire soltanto che, assumendo come lemmi o come fatti il sentimento giuridico e il religioso, la scienza dee considerarne e misurarne le influenze economiche.


13. Dall'avere escluso questi elementi necessarii è nata l'impotenza degli economisti nell'attenere le loro promesse ed appagare le nostre speranze; e (sia detto a lode di loro sincerità) essi stessi molte volte lo riconoscono, confessando che la sola Economia non può sciogliere il gran problema sociale. Ci occorreranno molti casi, in cui dovremo dagli economisti stessi udire di queste confessioni. Per ora contentiamoci di recarne due sole di uomini tali, che hanno tra gli economisti meritata autorità di maestri e seggio onorevole.
Il primo è il Rossi nella seconda lezione del primo tomo, ove con mirabile candore e chiarezza comincia dal confessare che l'Economia politica è una scienza sui generis (12): che si occupa solo dell'arricchire e, considerata secondo l'oggetto, dee distinguersi dalla scien­za della felicità e da quella del perfezionamento morale. Volete godere? Volete perfezionarvi? In tal caso dovrete adoperare dei mezzi molto superiori a quelli che v'insegna l'Economia politica; la quale altro non è che la scienza di acquistar ricchezze: Qui veut seulement acquérir (13). Voi vedete qui dunque una schietta confessione, che coi mezzi suggeriti dall'Economia pubblica non si ottiene né felicità, né perfezione morale: che anzi (lo confessa altrove l'Autore) il bene morale, il bene politico esigono molte volte delle eccezioni a quelle leggi che egli insegna di politica Economia. Ma se ella non procura il bene della società, perché chiamarla politica? E se volete chiamarla politica, cioè conducente al bene sociale, perché non somministrarle quei mezzi che a tal uopo confessate necessarii voi medesimi? Voi annoverate tra i fatti fondamentali di questa scienza gl'istinti di proprietà, l'inclinazione all'associazione, l'antiveggenza del risparmio (14) e simili: perché non annoverare eziandio e il sentimento di giustizia, senza cui l'associazione sarebbe impossibile, e i sentimenti di pietà e di religione che tanto influiscono in tutto l'operare sociale? Qualcuno risponderebbe forse che cotesti fatti appartengono ad altre scienze: ma così certo non risponderebbe il Rossi, il quale riconosce che anche i precedenti Economia li riceve in compagnia di altre scienze (15) né però cessano d'essere proprii anche di lei. E in vero, se un fatto è necessario per ispiegare l'obbietto della scienza, è chiaro che dee formarne parte. Quello che il Rossi risponde è che, non è ancora giunto il momento di riunire in una sola tutte le scienze morali e politiche colla potenza della sintesi (16). Ma non è questo ciò che noi domandiamo: noi non chiediamo al presente l'unità di tutte le scienze morali, ma sì il compimento dell'Economia politica. Se questa ricerca la natura, le cause, il tramutarsi della ricchezza, appoggiandosi su i fatti generali e costanti della natura umana (17); se fatti generali e costanti di questa natura sono l'amore di giustizia, la pietà, la religione, non meno che il risparmio o la socialità; se i primi fatti al pari dei secondi influiscono alla produzione e al girare della ricchezza; perché ammettere i secondi e ricusare i primi, mentre riconoscete voi medesimo che senza questi non può ottenersi la felicità politica, scopo essenziale delle scienze sociali? E ciò in quel momento appunto, in cui, come voi dite, tutta la società è commossa per le influenze e per gl'incrementi della scienza economica (18)?
Ma tant'è! l'Economia politica ha da essere scienza unicamente dell'acquistare ricchezza: a costo di non potere né spiegare il trasferirsi d'uno in altro della ricchezza, né suggerire i mezzi d'un'equa ripartizione. La confessione medesima potete udirla da un altro luminare, autore di molti articoli nel Dictionnaire d'Économie politique, il Cherbuliez; il quale nell'articolo Pauperisme riconosce francamente che in questa tremenda questione del pauperismo, l'Economia non ha suggerimenti, se non negativi (19). Ella ricusa l'intervenimento dello Stato, non vuolsi sentire parlare d'organizzazione del lavoro e d'altre simili utopie: ma coteste negazioni non sciolgono il problema, solo c'insegnano che ancor non è sciolto (20).
- Ma dunque?..... Dunque il rimedio del pauperismo dee forse cercarsi nelle influenze morali e in un cotal modo speciale di esercitare la carità verso i poveri: questo modo peraltro non appartenendo alla scienza economica, a noi non tocca indicarlo.
A voi non tocca indicarlo? Ma non insegnate voi Economia politica? E questa scienza non ha ella per iscopo di studiare il tramutarsi della ricchezza e le leggi per ripartirla equamente? Ora qual cosa più contraria all'equità che il condannare intere Classi di popolazione allo strazio costante dell'oppressione, della fame, dell'abbrutimento? A questo voi scorgereste un rimedio nella morale e nella carità cattolica: ma per non introdurre cotesti elementi nella scienza, condannate questa all'obbrobrio dell'incapacità e ne confessate voi stesso l'impotenza!
Torneremo forse altra volta sopra questo tema gravissimo: per ora bastino queste due confessioni a confermare la nostra asserzione, essere la scienza economica monca ed impotente a sciogliere quei problemi, se pretende mutilar l'uomo, sottoponendolo tutto al supremo motore INTERESSE.
Ma se ella si vede impotente a sciogliere quei problemi, perché proporli? Perché assumere a suo compito l'equa ripartizione della ricchezza?
Sebbene, Dio volesse che fosse sola impotenza! ma il peggio è che gli economisti dalla falsità del principio furono strascinati a poco a poco non solo a trascurare le forze più vive e vitali di giustizia e di carità cristiana, ma a considerarle positivamente come nemiche agl'incrementi, della ricchezza e del pubblico bene. Se pure non vogliamo dire per l'opposto che, essendo stati i primi cultori di questa scienza preoccupati dall'avversione alla religione ed alla Chiesa, la loro teofobia gli abbia indotti a mutilare più presto la loro scienza prediletta, che accettare ed introdurvi quello che vedeano pur necessario per compierne il disegno, quando era mestieri mutuare sussidii dal Cattolicismo. Checché sia della vera causa di tale mutilazione, il certo è che la libera produzione e l'equa ripartizione della ricchezza richiede il concorso di coteste tre forze: ed è tale l'evidenza di cotesto vero, che udremo più volte gli econo­misti medesimi arrestarsi a mezzo delle loro teorie, riconoscendosi incapaci di proseguirne lo svolgimento coi soli principii da loro abbracciati: simili a quei materialisti, dei quali parlava il De Maistre, che all'imbattersi in un problema, cui la sola materia non può risolvere, s'inchinano, con ipocrita modestia confessandosi ignoranti per non divenire spiritualisti. Ma qual razza di filosofia è cotesta che finge non vedere le cause per non essere costretta ad ammetterle?
Lo stesso diremo ancor noi all'Economia. Se il libero uso delle forze e l'equa ripartizione della ricchezza è il tuo problema fondamentale; se per risolverlo è necessario, oltre l'interesse, il sentimento di giustizia e il sacrifizio dell'eroismo religioso; perché non investigare anche la forza di questi sentimenti rispetto alla produzione e ripartizione, invece di arrestarti nell'impotenza dell'interesse? Perché cancellare per metà il disegno divino, e dimezzare la natura umana, riducendola a puro animale?


14. A questa misera mutilazione ed impotenza sarà sempre ri­dotta ogni scienza umana, quando assumerà l'empio e stolido proponimento di spiegare la macchina senza ammettere il disegno dell'artefice, di rendere ragione dell'universo negando quel fine supre­mo, per cui esso dal Creatore fu prodotto. Questo Artefice supremo non diede alla natura umana quella perfezione compiuta che avrebbe prodotto il suo riposo assoluto sulla terra, perché, divisava somministrarle nuove forze seprannaturali, con le quali giungesse a perfezionarsi in una esistenza ultramondiale. Se tale fu il disegno del Creatore, è chiaro che le forze puramente naturali (molto meno poi gli appetiti puramente animaleschi) mai non formeranno degli uomini una società compiutamente ordinata. Ogni scienza, dunque che non si rannodi con qualche suo anello al principio religioso, sarà necessariamente imperfetta; ogni scienza che positivamente lo nieghi o lo impugni sarà falsa in teoria, funesta,nella pratica.


15. Qual sarà dunque il dovere di un economista cattolico? Dovrà egli divenire teologo e condurre la società con l'ascetica? Non mancherà certo chi questa opinione vorrà imputarci: ma voi, lettore amorevole, cui la teofobia non travaglia, capirete benissimo potersi scrivere un'Economia che non nieghi la religione, e ne accetti le istituzioni, anche da chi non è teologo; come si può insegnare un'architettura che non nieghi la geometria, anche da chi non è geometra; come una matematica che non nieghi la metafisica, anche da chi non è metafisico. Capirete anzi che, se un architetto insegna le vere leggi d'architettura, è impossibile che nieghi la matematica; se un matematico scrive un vero corso di geometria, è impossibile che nieghi la metafisica: che per conseguenza è impos­sibile che una vera Economia discordi dalla religione e dalla morale. Capirete che, siccome i principii supremi dell'architettura ricevono dalla matematica e dalla fisica la dimostrazione, le leggi e i prin­cipii supremi di matematica la ricevono, per quanto ne abbisogna­no, dalla metafisica; così dalla morale e dalla religione dovrà ri­cevere i suoi l'Economia ed accettarne la dimostrazione e le leggi.


16. Qual sarebbe dunque, praticamente parlando, la contestura di un corso compiuto d'Economia pubblica, se i divisamenti fin qui spiegati ricevessero il suffragio dei dotti? Chiarita ed assicurata l'idea di ricchezza, dovrebbe prima considerarsi come questa producasi e si ripartisca spontaneamente sotto gl'impulsi dell'interesse, ed è questo il compito, in cui generalmente si sono circoscritti finora i maestri di cotesta scienza. Questa prima parte presenterà necessariamente quegl'inconvenienti e quelle lacune che fin da principio abbiamo esposti: ed a questi dovrà cercarsi il rimedio nei naturali impulsi or di giustizia, or di benevolenza: questa più propria della famiglia, quella della pubblica società. Investigare adunque quale influenza eserciti sulla produzione e sulla ripartizione dei beni l'or­dine pubblico della proprietà, dei tribunali, dell'amministrazione; quale lo spirito domestico nelle varie condizioni della famiglia; con quali istituzioni sociali possano coteste influenze volgersi a vantaggio del libero produrre, del possedere tranquillo e dell'equo ripar­tirsi della ricchezza; ecco una seconda parte, ove l'interesse dell'io vien corretto dalla ragione naturale.
Siccome nondimeno anche in questo secondo stadio le voci dell'interesse temperato sì, ma insieme sostenuto dalla giustizia naturale, molto ancora lasceranno a desiderare per l'equa ripartizione degli averi nella pubblica società; così la sapienza economica dovrà indagare in terzo luogo quali sieno i sentimenti e le istituzioni religiose che potranno correggere l'imperfezione, della giustizia e l'angustia degli affetti naturali, e in qual modo un amministratore cattolico possa dare a cotesti sentimenti ed istituzioni la pienezza di svolgimento nell'ordine civile, e la pratica efficacia con cui pos­sono perfezionare e la libertà del produrre e l'equità nel ripartire la ricchezza. E qui ognuno vede il vasto campo che si apre innanzi al trattatore di Economia, e gl'inestimabili vantaggi economici che dal gratuito, spontaneo, devoto operare del sentimento religioso trasse in ogni tempo, ma oggi trae specialmente, la pubblica società! Se non che cotesti vantaggi niuno pensò finora, ch'io sappia, ad introdurli metodicamente nel corso pratico di Economia; e molti per l'opposto si sforzarono di sbandeggiarneli e screditarli come piante parassite, in quella appunto che lo spirito cristiano faceva in pro della società e dell'Economia prove meravigliose. Ridurre coteste prove all'evidenza dei fatti e delle cifre statistiche, sarebbe, come ognun vede, un lavoro ugualmente nuovo per la scienza, utile per l'Economia, onorevole per la religione, logico per la coerenza scientifica.


17. Così potrebbe forse evitarsi lo sconcio; di che certi scrittori si lagnano, allorché prendono a trattare questa scienza sotto quei tre rispetti consueti di produzione, distribuzione, consumazione: i quali, essendo una pura distinzione logica, lasciano continue incertezze e s'intrecciano perpetuamente passando dall'un rispetto all'altro. E la ragione è chiara, essendo per lo più la consumazione di un pro­dotto produzione di un altro e ad un tempo ripartizione d'un guadagno. Così, per cagione d'esempio, l'agricoltore che mangia il suo pane, consuma l'opera del fornaio, produce nel capitale delle pro­prie forze un aumento, e partecipa alla sua quota nel frutto di quel campo che egli fecondò coi suoi sudori. In qual categoria dovrà dunque collocarsi il pane dell'agricoltore? Nella produzione, nella ripartizione o nella consumazione? E queste tre parti sono el­leno veramente oggetto dell'Economia? E daremo noi torto al Rossi che sopprime la terza o a chi riduce la seconda alla prima? Come vedete, vi è grande oscillazione in tale partizione teorica. Se all'op­posto si consideri l'Economia in ragione delle potenze operatrici, si avrà la distinzione ben chiara di ciò che può ottenersi dall'interesse personale, di ciò che dalla giustizia pubblica e dagli affetti domesti­ci, di ciò che dal sentimento religioso e dall'eroismo soprannaturale: e tutti e tre cotesti motori riceveranno diploma di cittadinanza nel­le regioni degli economisti, e verranno raccomandati alle crescenti generazioni della studiosa gioventù; e le nobili influenze di giusti­zia e religione non compariranno qui (come sogliono anche talora presso i trattatisti cattolici) quasi moneta straniera, quasi un cor­rettivo importuno delle tendenze agl'incrementi economici della società; ma qual mezzo indispensabile per secondare il filantropico intendimento di universaleggiare quanto è possibile nella realtà del mondo presente, una tranquilla agiatezza, anche nelle infime classi. Così l'Economia che finora, col mutilare il suo assunto, e mentire i fatti, parve osteggiare l'ordine e i sentimenti religiosi, restituita all'uomo la sua natura e ai fatti la loro pienezza, troverebbesi immedesimata con l'uomo e ragionevole e soprannaturale, e condurrebbe i suoi allievi a comprendere la grande verità asserita dal Montesquieu, che il Cattolicismo, destinato primariamente al supremo bene dell'eternità, forma la base della felicità e dell'ordi­ne anche nel tempo presente, anche per rispetto ai beni materiali.

NOTE

9 Mens agitat molem et magno se corpore miscet. VIRGILIO.

10 Troviamo nell'ARMONIA dei 5 Novembre 1857 un curioso catechismo attribuito agli anglo-americani, ma che crediamo proprissimo di quella ignobile. parte di qualunque società, che prende per guida l'utilismo. Eccone il con­testo:
- Che cosa è la vita?
- Un tempo per guadagnar denari.
- Che cosa è il denaro?
- Lo scopo della vita.
- Che cosa é l'uomo?
- Una macchina per guadagnar denari
- Che cosa è la donna?
- Una macchina per ispendere denari eccetera.

11 BLANQUI. Histoire de l'Économie politique. Parigi 1832, t. 1, pag. 152.

12 Seconda edizione, tomo I, pag. 31

13 Ivi pag. 28.

14 L'économie politique part essentiellement de ces données: notre puissance sur les choses au moyen du travail, notre penchant à l'épargne si un interet suffisant nous y pousse; notre penchant à mettre en commun notre, activité et nos forces; nos instincts de propriété et d'échange. ( L. c. pag. 31 ).

15 Bien que... ces faits lui soient... communs avec d'autres sciences (l. c.)

16 Le moment est il arrivé de reunir, par une puissante synthèse toutes les sciences morales et politiques en une seule?... Nous en doutons. (L. c, pag. 36).

17. L'économie politique rationelle, c'est la science qui recherche la nature, les causes et le mouvement de la richesse en se fondant sur les faits généraux et constants de la nature humaine et du monde extérieur (Rossi, Cours d'Économie politique.Deuxième leçon pag. 35).

18. Tout rend témoignage aujourd'hui du haut rang que la science économique doit occuper dans l'ordre des sciences sociales... Les voies nouvelles ou il entraine les sociétés... les souffrances qu'il occasionne. (L. c. Introduction).

19. L'économie politique ne fournit guère, sur la question du pauperisme, que des enseignements négatifs (Pauperisme pag. 338).

20. Elles nous apprenncnt seulement qu'il n'est pas resolu (Ivi).

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