Mor - Economia: ANALISI CRITICA DEI PRIMI CONCETTI DELL'ECONOMIA SOCIALE

Di P. L. Taparelli d'A. S.J. In Economia politica le chiare e recise sentenze della Chiesa scarseggiano, come scarseggiano le immediate attinenze dei fatti materiali con la verità morale. Qui dunque guidati molte volte dal solo lume di ragione, noi dobbiamo al parere dei dotti quella riverenza, dalla quale ci dispensano essi medesimi, quando ribellano alla Maestra infallibile. Quanto dunque possiamo parlare alto e franco a chi abbraccia sfrontatamente l'assoluta indipendenza nel ritto, l'epicureismo nella morale, l'usura nel mutuo, l'arbitrario despotismo nelle gravezze ecc.; tanto dobbiamo procedere riguardosi e modesti nelle quistioni puramente scientifiche, quali sono gran parte queste che ai primi concetti di Economia si appartengono.



ANALISI CRITICA DEI PRIMI CONCETTI DELL'ECONOMIA SOCIALE
«La Civiltà Cattolica», 1857, a. 8, Serie III, vol. VIII, pp. 546-559, vol. IX, 17-34.

PROEMIO
L'assunto che abbiamo per le mani fu preso da noi, se ne ricorderà certo il lettore, non coll'intento di condurre innanzi un Corso di Economia sociale, ma unicamente di additare a chi di tali studii prende diletto alcuni punti fondamentali o non avvertiti o travisati da molti economisti per manco di fede, o certo di sentimento cattolico: e sotto tale aspetto sperammo risparmiare ai nostri lettori la noia di certi elementi più rudimentali, i quali, se sono richiesti assolutamente ad un Corso compiuto, ben possono presupporsi, o trasandarsi quando si scrive ad uso dei dilettanti.
Ma nel venire all'esecuzione, l'opera ci parve prendere tutt'altro aspetto. Poiché da un canto vedemmo che senza rettificare o chiarire i primi concetti, le teorie economiche riuscirebbero incompiute ed equivoche: dall'altro cotesto studio dei primi rudimenti condotto, non con la pedanteria del maestro, ma con la curiosità del critico, ci parve potere riuscire per chi piglia diletto in tali mate­rie non meno piacevole che qualsivoglia altra trattazione. Prima dunque di procedere oltre, non dispiacerà al lettore che con un cenno di analisi intorno all'idee elementari della scienza economica, lastrichiamo la via all'intelligenza di ciò che successivamente dovrà trattarsi. Tanto più che, vuolsi pur confessarlo, l'amore degli Italiani per gli studii economici s'infervorò appunto in quell'epoca, in cui la nostra letteratura s'infrancesava, secondo che la filosofia volterianeggiava. E così dovea naturalmente accadere, essendo assai naturale che si scaldi l'affetto negl'interessi terreni contemplati dall'Economia, secondo che si oscura la fede nelle speranze celesti. L'Italia ebbe dunque, dopo la metà del 1700, quei suoi Genovesi e Filangeri e Galiani e Beccaria e Verri e tanti altri di simil tempra, nei quali lo studio degli economisti gareggiò con la miscredenza degli enciclopedisti; e dal fermento di cotesto putridume brulicò una lingua tutta infranciosata anch'essa, che rese poco meno che impossibile il parlare di economia con lingua sinceramente italiana. Il che non andando a verso né a noi né ai nostri lettori, bramosi di essere Italiani di lingua, come di affetto, di pensiero e di sangue, abbiamo creduto tornare opportuno lo spiegare i termini, anche per richiamare qua e colà certe voci più schiette che ben possono dispensare gl'Italiani dal torre in prestito i barbarismi allo straniero.
Qui peraltro ci sentiamo in dovere di fare un'avvertenza, o protesta, che dir la vogliate. Voi già sapete, lettor cortese, da chi sia, scritta e con quali intendimenti la Civiltà Cattolica. Consecrati quali noi siamo unicamente alla causa di Dio e della Chiesa, noi crederemmo profanare la nostra penna, se scrivessimo sillaba, la quale o direttamente o per indiretto non tendesse a promuovere gl'interessi di Dio e della Chiesa, vale a dire, la propagazione della verità morale e della giustizia. Ma in questa nobile ed ardua impresa, noi siamo condotti, come ogni Cattolico, da due riverberi della luce in­finita; uno splendiente nell'intelletto nostro, fatto naturalmente specchio di quella luce per opera della virtù creatrice; l'altro ri­percosso su tutti i fedeli dall'autorità infallibile della Chiesa, de­positaria del Verbo di vita eterna. Quando in questo secondo noi leggiamo chiaramente determinate le dottrine sociali che andiamo pubblicando, faremmo ingiuria al vero, se titubassimo nel pronunziarne gli oracoli: e però parliamo come quel divino Maestro, da cui essi partono, tanquam potestatem habentes, né punto ci cale che la fermezza di nostra fede da un secolo che con la fede ha per­duto ogni altra fermezza nelle dottrine, sia condannata d'orgoglio e di burbanza. Tanto peggio per voi, scettici sventurati! se ribel­lando al lume del cielo, brancolate da ciechi talora anche nelle scienze del creato visibile e terreno, le cui prime radici sempre stanno riposte in cielo nel seno fecondo del Creatore.
Se non che in Economia politica le chiare e recise sentenze della Chiesa scarseggiano, come scarseggiano le immediate attinenze dei fatti materiali con la verità morale. Qui dunque guidati molte volte dal solo lume di ragione, noi dobbiamo al parere dei dotti quella riverenza, dalla quale ci dispensano essi medesimi, quando ribellano ­alla Maestra infallibile. Quanto dunque possiamo parlare alto e franco a chi abbraccia sfrontatamente l'assoluta indipendenza nel ritto, l'epicureismo nella morale, l'usura nel mutuo, l'arbitrario despotismo nelle gravezze ecc.; tanto dobbiamo procedere riguardosi e modesti nelle quistioni puramente scientifiche, quali sono gran parte queste che ai primi concetti di Economia si appartengono; ancorché veggiamo (e chi nol vede?) che dalla retta costituzione di questi primi veri dipende in gran parte la rettitudine an­che morale delle soluzioni, che dovremo dare poscia ai problemi sociali. Se questa connessione fosse meno necessaria, noi potremmo ­omettere interamente l'esame dei principii. Se, necessaria com'ella è, ci presentasse insieme una traccia segnata dall'autorità infallibile, procederemmo con la consueta sicurezza cattolica.
Ma costretti per una parte ad esaminare i concetti, e per altra parte destituiti di quella stella che altrove ne accertò la via, ci veggiamo ridotti ad avventurare qui talvolta le private nostre opinioni colla schiettezza bensì di scrittori leali, ma insieme con la modestia di chi conosce purtroppo la propria pochezza. Tutto ciò dunque che in tali condizioni verremo dicendo, non abbia presso di voi, lettore gentile, altro valore che quello delle ragioni, onde lo verremo confortando: e coloro, alle cui opinioni dovremo contrapporci, gradiscano qui anticipatamente !a protesta dell'ossequio, a cui verso di loro ci sentiamo per mille titoli obbligati; ma specialissimamente per la condizione, in cui versiamo, tanto meno esperta nelle pratiche dell'economia, quanto più a specolarne i principii è libera da quelle ingerenze o passioni che sogliono travolgere gl'intelletti. Se questo affrancamento può darci una qualche autorità e sicurezza nel ben discernere le formole teoretiche, ci obbliga peraltro a riverire in altrui quella perizia maggiore dei fatti, i quali ad ogni buo­na teorica debbono somministrare la conferma nell'applicazione. Premessa una tale protesta e fidati alla gentile discrezione di chi ci legge, entriamo or dunque nell'aringo, ed esaminiamo filosofica­mente i primi concetti, nei quali s'imperna tutta la scienza economica, incominciando dal ricordare con la necessaria accuratezza l'i­dea data altre volte dell'Economia filosofica veramente e cattolica.


§. I.

Prima idea della Scienza economica.
SOMMARIO


1. Discussione degli Accademici parigini. - 2. Dissentimenti degli scienziati - 3. nati dall'indole mista della scienza. - 4. Vera sua indole e definizione, - 5. coerente alle sentenze dell'universale; - 6. analoga alla definizione del Garnier. - 7. L'Economia subalterna alla politica e alla fisica. - 8. Inconvenienti del sequestrarla dalla prima. - 9. Sequestrata, è aliena dal nostro programma. - 10. Diversità dell'Economia eterodossa - 11. dalla. cattolica. - 12. Forze motrici da considerarsi.


***


1. Che cosa è scienza economica? Non vi sembri strano, lettore, che ancor si stia ricercando in Italia che cosa ella sia: anche in Francia, dove fin dall'epoca di Luigi XV il Quesnay iniziava i primi tentativi per dare all'Economia un carattere scientifico e stabilire una scuola di economisti, se ne sta disputando tuttavia: e nella sedu­ta dell'Accademia di Scienze morali del 26 Settembre di quest'anno il ch. Giuseppe Garnier leggeva una memoria discutendo lo scopo e i limiti dell'Economia politica. Ivi, dopo avere riferite a mo' d'e­sempio otto definizioni (1), tutte d'autori francesi o inglesi; dopo averne analizzate molte altre che dilatano più o meno i confini della scienza, conchiude dicendo, essere coteste differenze di poco momento, poiché finalmente anche gli autori, come Smith e Storch, che nella definizione dànno all'Economia ampiezza sterminata, la stringono poi nella trattazione a proporzioni più ragionevoli.
Parrà a voi forse un po' curioso che si stimi di poco momento il sapere esattamente qual sia la materia e il campo della scienza di che si vuol trattare, e che si abbia a ragionare di una cosa, senza sapere precisamente di che si ragioni. Ma curioso o no, il fatto è cotesto: e noi abbiam voluto notarvelo sperando che al vedere tanta incertezza nel determinare l'oggetto e i confini della scienza, sarete più disposti a liberarci dalla taccia di rancidi o arroganti se diciamo qualche parola sopra una materia che alcuni forse stimeranno già definita, anzi antiquata; e se presentiamo una definizio­ne conciliatrice, invece di seguitarne ciecamente una quale che sia delle molte che corrono. Al vedere tanta incoerenza nei capiscuola, sì nell'opporsi gli uni agli altri, sì nel disdire con la trattazione ciò che stabiliscono con la definizione, chi non dovrà inferire, essere veramente diverso l'oggetto che sotto un nome stesso dalle varie sentenze viene contemplato?


2. E di vero lo stesso Garnier che tenta conciliare le opinioni, mostra in sostanza essere fortissimo il loro dissentimento, anche nell'atto di ridurle a due sole classi: giacché queste, secondo lui, contemplano sotto nome di Ricchezza, la prima, tutti i prodotti e le azioni che per soddisfare i bisogni materiali, intellettuali e morali operano così su gli uomini come sulle cose: la seconda, escludendo interamente le arti che operano sopra gli uomini, riduce la ricchez­za a pura materia (2). Ora chi non vede l'immenso divario che nella trattazione deve risultare dalla contemplazione di oggetti così disparati? Chi non vede che una scienza, la quale contempla le opere impiegate intorno agli uomini e ai loro bisogni morali, deve trasfor­marsi in una scienza politica; laddove quella che contempla i puri prodotti materiali in relazione ai materiali bisogni sembra rivestire caratteri poco più che fisici o fisiologici?


3. Riflettendo noi a questa disparatezza d'opinioni, e investigando qual potesse esserne la causa, credemmo rinvenirla nell'indole mista della scienza economica, la quale è appunto negli ordini sociali, ciò che la fisiologia nelle scienze antropologiche. Questa studia le relazioni che passano fra l'uomo fisico e l'uomo morale, posti fra loro a contatto mediante la fantasia, gli appetiti, le passioni: l'economia studia le relazioni che passano fra l'autorità governatrice (che ben può dirsi la Ragione, ossia potenza intellettiva dello Stato), e la parte materiale degli averi ch'ella dee regolare median­te i bisogni, gl'interessi, le ragioni dei cittadini. Spiegammo questo altra volta, onde possiamo sperare che non giunga nuovo al lettore il nostro concetto. Esso vedrà che, essendo stato intento (o delibe­rato o in deliberato) degli economisti, fin dalla prima apparizione di questa scienza, somministrare a chi governa le cognizioni necessarie per ben regolare gl'interessi comuni, dovettero necessariamente studiare a fondo il meccanismo, per dir così, della ricchezza sociale: ma studiarlo in relazione dell'autorità che dee governarlo. Qual meraviglia che, in tale studio composto, certi economisti più vivamente preoccupati di ragioni politiche, sieno stati strascinati a troppo diffondersi in queste; e che altri più preoccupati dell'interesse materiale, abbiano quasi dimenticate le ragioni superiori, a cui quello dovea essere ordinato? Il primo fallo fu, al dire del Rossi, nel Quesnay e nei suoi discepoli economisti; i quali sorti in un'epoca di febbre politica che agitava la Francia, si valsero dell'Economia come di una leva per sollevare a tumulto il popolo. Il fallo opposto è accusa tanto accreditata contro gli economisti, che il citato Garnier crede necessario scriverne in quella memoria l'apologia.
Apologia di cui la prima parte, ch'egli prende in prestito dal Dunoyer, non sappiamo, a dir vero, se avrà gran valore presso i giusti estimatori; giacché si riduce a dirci, che l'Economia, accrescendo l'opulenza, somministra i mezzi di potenza, d'indipendenza, di dignità e perfino di prestare a Dio più magnifico il culto religioso (3). Se veramente l'Economia politica altro non fosse che la scienza della ricchezza materiale, non crediamo che molto sarebbe nobilitata dal sapersi che chi acquista tale ricchezza può farne buon uso. Anche l'usuraio, anche il ladro , possono spendere filantropicamente il frutto della loro industria, senza che questa acquisti alcun titolo alla stima dei sapienti. Ciò che nobilita un'arte, una scienza qualunque, non è l'accidentale possibilità di voltarla al bene, ma la naturale ed essenziale sua tendenza verso di questo.
Migliore argomento ci sembra il secondo addotto dal Garnier, il quale attribuisce all'Economia la funzione di distribuire equamente la ricchezza per bene anche morale delle popolazioni: nelle quali parole egli adombra quella parte che abbiamo detta politica della scienza economica; sebbene non la metta in quella evidenza e in quei termini precisi che ci sembrano determinare esattamente, secondo il concetto confusamente appreso dall'universale, lo scopo e i limiti dell'Economia sociale.


4. Dal discorso fin qui, speriamo che il lettore abbia concepito con qualche chiarezza e l'uno e gli altri. L'Economia sociale non è la scienza politica, ossia la scienza del governo dei popoli; benché sia un ramo di questa: non è la scienza del come si produca la ricchezza; benché senza conoscere questa materiale produzione, ella non possa dettare i suoi teoremi. La produzione e distribuzione naturale della ricchezza è, per così dire, la sua parte materiale; la funzione di ordinare a pubblico bene le opere dei cittadini rispetto a codesta produzione e distribuzione naturale, ne forma il carattere proprio, o, come direbbero i logici, la differenza specifica. Se trascurasse gli interessi materiali, non sarebbe economia; se non li guardasse in relazione con l'ordine pubblico, non sarebbe politica o sociale. Il produrre è, più propriamente e strettamente parlando, funzione individuale, dovendo ogni uomo non infermo campar col lavoro; e però la scienza del produrre è prin­cipalmente Economia individuale. La ricchezza dell'individuo si consolida e si perenna nella famiglia; e però la scienza di tale durevolezza è propriamente Economia domestica. Nel compiere queste funzioni gl'individui e le famiglie possono giovare o nuocere o ad altri individui e famiglie o al pubblico bene della società civile; e il coordinarli secondo tale intento è debito del governante: la scienza che lo dirige nell'adempiere questo ufficio è la pubblica Economia l'Economia sociale o politica. La quale potrà dunque definirsi in questo modo: Una scienza che investigando le leggi, secondo le quali le ricchezze si producono e si diffondono naturalmente nel corpo sociale, insegna al governante il modo di far sì che si distribuiscano secondo equità e bastino ad ogni bisogno.


Per meglio comprendere questa definizione avvertasi: 1° Che, come altrove è detto, il governante non è amministratore dei beni dei sudditi (i quali per natura hanno il diritto di adoperarli come giudicano, salvi i doveri morali, pel loro bene personale); ma è regolatore dei sudditi medesimi nell'uso dei loro averi, in quanto questo può contribuire o nuocere al bene comune.
2° Che in ogni società vi è un bene comune assoluto e primario, a cui ogni altro bene deve subordinarsi, e che fu in ogni tempo e in qualunque stadio di civiltà sempre formalmente il medesimo, essendo impossibile che l'assoluto si cangi. Potrà conseguirsi in varii gradi dalle varie società, ma il tipo ideale è sempre il medesimo.


Questo bene assoluto è la conformità dell'operare sociale con le leggi della giustizia e dell'onestà, ossia la cooperazione dell'operare sociale all'ultimo fine dell'uomo. Ma l'uomo per giungere a cotesto ultimo fine abbisogna di mezzi materiali per suo sostentamento e per materia delle sue operazioni: e questa materia può essere più o meno copiosa, queste operazioni più o meno sicure di sortire il loro effetto, secondo il vario operare di tutti coloro che convivono in civile associazione. Regolarli esternamente in ordine al bene assoluto è opera delle leggi civili subordinate alle dottrine religiose: regolarli in ordine al bene secondario appartiene alle leggi civili sotto due aspetti, secondo i due ostacoli che i cittadini possono opporsi scambievolmente nel conseguimento di cotesto bene comune. Conciosiachè,


3° I cittadini possono nuocersi scambrevolmente a per deliberato proposito, violando patentemente gli altrui diritti certi e riconosciuti; o indeliberatamente e senza saperlo, valendosi legittimamente dei propri diritti. Nel primo caso l'offeso richiama, l'evi­denza lo difende, la giustizia lo ristora nei suoi diritti: e a questo il legislatore è guidato dalla giurisprudenza. Ma nel secondo caso il ben pubblico è difficile a ravvisarsi: anzi è frequentissimo che il danneggiato neppure si accorga del proprio danno; e forse anche s'immagini vantaggiare da ciò che gli nuoce; specialmente quando il nocumento ridonda dal comune sulle persone, mentre queste personalmente vantaggiano di quel disordine, Così, per cagione di esempio, un negoziante di derrate alimentari crederà vantaggiose certe proibizioni, per cui vende più cara la sua derrata, senza badare al rincarimento di altre merci che gli smugneranno il guada­gno da lui ottenuto nel vendere la sua. Un altro spererà grandi vantaggi da un monopolio che rincarisce il prezzo, senza por mente al contrabbando che gli scemerà lo smaltimento. Tanta essendo in questa materia la difficoltà di ben conoscere ciò che giova o ciò che nuoce alla civil comunanza, grande accortezza ci vuole nel go­vernante per bene discernere gli effetti di quelle leggi, colle quali egli provvede agl'inconvenienti.


Ora i dati scientifici per ben comprendere le cause di questi gli vengono somministrati dall'Economia sociale, indagando le cause intrinseche e spontanee, per cui si produce e si distribuisce la ricchezza. Conoscendo in quali circostanze e con quali proporzioni l'interesse spinga a produrre, l'amor domestico risparmii i prodotti, il timore delle pene freni i contrabbandieri, le relazioni col di fuori cangino il flusso o riflusso della moneta ecc. ecc. in forza delle inclinazioni e delle apprensioni naturali; il legislatore, comandando o vietando certe azioni, introduce nella legislazione dei doveri, con­formi bensì genericamente alla legge naturale, ma da lei esplicitamente e positivamente non imposti, mediante il cui adempimen­to tutti gli associati contribuiscono, e per lo più senza avvedersene, al vantaggio comune degl'interessi.
Lo vedete, lettore, l'Economia considerata sotto tale aspetto è veramente da un canto la scienza degli averi, o, come dicono, della ricchezza; ma merita ad un tempo il nome di politica, perché riguarda gli averi, non sotto il meschino aspetto di sordido guadagno, ma nelle relazioni che essi hanno con l'ordine pubblico e col bene comune.


5. La nostra definizione sembraci dunque la vera conciliatrice di tutte le sentenze e l'espressione veridica di ciò che sentirono, almeno confusamente, quasi tutti coloro che presero a trattare di questa dottrina fino dai tempi di Adamo Smith, dal quale ella riguardavasi, al dire del Garnier, comme une branche des connaissances du législateur et de l'homme d'ètat (4). Il che è precisamente ciò che si pretende colle definizioni reali, che non debhono arbitrariamente attribuire ai vocaboli il significato che torna a conto a questo o quel sistema, ma spiegare con chiarezza il concetto confusamente sentito da chi adopera quel vocabolo.


6. A questa definizione si accosta non poco la definizione proposta dall'Accademico parigino, secondo cui l'Economia politica determina in qual modo la ricchezza sia e debba essere secondo natura (ed equità) prodotta e ripartita nel corpo sociale, a bene degli individui e della società intera (5). Parlando della ricchezza naturalmente prodotta, egli accenna alla materia: prescrivendo l'equità per bene degl'individui e del pubblico mostra che questa scienza forma un ramo della politica, dipendente con lei dalla filosofia, che è (dic'egli) il tronco dell'albero enciclopedico (6). Non diremo che l'Autore sia sempre coerente a pieno con queste idee in tutti i punti di quella sua dissertazione. Quando p. e. ci dice che, secondo l'Economia politica, l'interesse individuale dee considerarsi come motore universale e principale della società (p. 29); è chiaro che prende l'Economia politica nel senso più materiale. Quando all'opposto per giustificarla dalla taccia di materialismo le attribuisce la soddisfazione dei bisogni religiosi e morali (p. 24), egli le assegna quasi suo scopo diretto, quello a che ella non mira se non indirettamente. Ma ciò poco monta: né per queste inesattezze dobbiamo disconoscere il merito della definizione che molto sembraci approssimarsi al vero.


7. Dalla combinazione spiegata dei due elementi materiale e politico intenderà il lettore per qual motivo abbiamo detto, essere l'economia negli ordini sociali quello a un dipresso che la fisiologia nella scienza dell'uomo, vale a dire la scienza che congiunge la parte materiale con la morale e che ne considera le relazioni. Da un canto essa dee conoscere i bisogni dell'uomo sociale e l'attitudine delle cose per soddisfarli; giacché senza tale cognizione mancherebbe al legislatore la materia, intorno a cui regolare gli uomini. Dall'altro ella dee conoscere per propria evidenza o accettare da altra scienza superiore i principii di giustizia e di equità, secondo i quali debbono essere governati gli uomini. Quindi essa è scienza doppiamente subalterna: subalterna alle scienze fisiche, dalle quali riceve la cognizione scientifica dei bisogni materiali, dei mezzi di soddisfarli: subalterna alle morali e politiche, dalle quali riceve la dimostrazione delle tendenze del cuore umano e delle leggi, secondo le quali esse debbono ordinarsi per bene privato e pubblico.


8. Ma non potrebbe essa contentarsi di considerare il fatto, vale a dire la tendenza naturale degli interessi e il naturale effetto che essi producono nella formazione e nella distribuzione dei beni materiali, senza risalire a principii superiori per regolarli?
Certamente nulla vieta che un economista studii questa sola parte, come nulla vieta che vi sieno degli agrimensori, dei capimastri, degli architetti, i quali conoscano le applicazioni dei teoremi matematici, senza risalire alle loro dimostrazioni. Ma ridotta a questo infimo grado l'Economia, essa non corrisponderà al concetto, con cui fu primitivamente istituita e con cui viene generalmente coltivata: e imbattendosi ad ogni piè sospinto in problemi insolubili con quei soli principii d'interesse, ella abbandonerà nel meglio i suoi seguaci; i quali difficilmente avranno la modestia di riconoscersi incapaci a scioglierli e continueranno, come finora pur troppo hanno fatto, a ricercare nelle armonie economiche ciò che non può trovarsi se non nei principii superiori; portandone quel danno che tutti possono prevedere, quando si pretende condurre la società intera per mezzo di quegli istinti che guidano soltanto la parte più animalesca dell'uomo.


9. Ad ogni modo se taluno così intendesse i limiti della scienza economica, egli vedrà chiaro che le sue dottrine nulla hanno che fare, né col programma della Civiltà Cattolica; giacché il fatto puramente istintivo e materiale è cosa indifferente agli occhi dell'uomo civile e del cattolico; né coll'assunto delle presenti trattazioni, nelle quali abbiamo preso ad investigare le attinenze fra il Cattolicismo e l'Economia sociale per isgombrarne quegli errori che l'eterodossia vi ha sparsi a piene mani.


10. Coloro poi che seguitando il più degli autori, i quali finora ne scrissero ravvisano al par di noi nell'Economia un ramo della politica, questi capiranno che dalla varietà delle dottrine religiose e politiche dee nascere un immenso divario tra l'economia eterodossa e la cattolica. La prima, stabilito col principio d'indipendenza l'utilismo, non potrà più trovare altro motore dell'operare umano che la bramosia di sentire gradevolmente (sia poi questo senziente l'uomo corporeo, o l'intellettivo, o il morale). La produzione dunque, la distribuzione, la consumazione delle ricchezze da questa brama dovrà dipendere, e secondo questa brama dovrà regolarsi dall'uomo politico, dal governante (7). Potrà egli dunque trovare negli interessi, e privato e pubblico, delle ragioni per istabilire una qualche giustizia, come l'epicureo trova nel piacere delle ragioni per praticare una qualche virtù, (p. e. temperanza per godere sanità, onestà per godere riputazione ecc.). Ma il motivo supremo sarà, come udimmo testè dal Garnier, l'interesse, il quale darà la norma del naturale organismo e della giustizia sociale (8). Così, giusto sarà ciò che è interesse della pluralità, essendo impossibile soddisfare ad un tempo a tutti gl'interessi, fra i quali non può esservi quell'unità che trovasi essenzialmente fra tutte le ragioni rette; e l'economista badando solo agl'interessi, sarà francato da tutti gli scrupoli di cadere nell'ingiusto.


11. Tutto altrimenti procederà l'Economia cattolica. Conoscendo che l'interesse, come ogni altra passione, tende costantemente ad eccedere; che l'eccedere, sia pure della pluralità, è sempre ingiusto; e che cotesti eccessi non debbono fra uomini frenarsi per via di forza coll'urto degl'interessi altrui, ma per via di coscienza guidata dalla ragione e dall'autorità; a queste farà ricorso per ordinare gl'interessi. «L'uomo, dirà, parte di quest'universo creato ed ordinato da Dio, dipende logicamente dall'ordine medesimo e dee dipendere moralmente dal suo Ordinatore. Non opera qui dunque l'uomo per sentire gradevolmente (benché nell'operare secondo natura si trovi per lo più qualche soddisfazione o immediata o mediata); ma opera, rispetto alle cose materiali, coll'intento di secondare quel vasto disegno in cui sono congiunte dal Creatore tutte le opere sue nel mondo visibile, e che forma la vera norma del giusto assoluto. Ora la ragione non meno che la rivelazione ci mostrano che gli esseri materiali sono destinati o a sostentamento del corpo o a materia delle altre operazioni umane. Vuol dunque l'ordine eterno che in una società bene ordinata si assicuri a ciascun uomo la libertà del suo operare intorno a coteste creature materiali e il frutto dell'opera stessa; e che l'operare di tutti, per quanto è possibile, si faccia concorrere armonicamente al bene comune. Salvare a ciascuno il suo diritto in tale materia, e procacciare l'armonia dell'operazioni a bene comune secondo giustizia, è il dovere del governante: additare scientificamente la via, per cui la ricchezza naturalmente si forma e si distribuisce, e il modo, con cui il governante può per conseguenza a ben pubblico armonizzare cotesta opera di produzione e di ripartizione, tale è l'intento dell'Economia sociale.


12. Al quale intento ella avrebbe dovuto, se il nostro opinare non erra, investigare seriamente quali sieno le potenze umane che si travagliano intorno alla ricchezza, e in qual modo esse possano mettersi in movimento per ottenere negli averi materiali quell'ordine che fu inteso dal Creatore (libertà di ciascuno nell'impiego delle forze, utilità delle forze al proprio sostentamento, concorso di tutti al bene comune). Ma purtroppo cotesta materia venne generalmente trascurata, presupponendosi che l'uomo non lavora se non per interesse, e che ogni interesse ha diritto a tutto ciò che egli può ottenere. Prima dunque d'inoltrarci nell'analisi degli altri concetti primi, ci si permetterà di dare un'occhiata alle potenze motrici dell'uomo, alle loro influenze nel movimento economico e all'uso che può farne il pubblico amministratore.


NOTE

1 La prima è Science de la richesse. Le altre Science des Interets matériels (I. B. Say), Science de la Valeur (Divers); Science de l'Échange (Watheley); Science des Services échangés (Bastiat); Science du Travail et de sa rémunération (Fonteyrand), Science des Lois du mondo industriel (Coquelin); Science des Lois du Travail ou de l'industrie humaine (Joseph Garnier). Journal des Économistes, Octobre 1857, pag. 13.

2 Loco citato pag. 12

3 Journ. des économ. loc. cit. pag. 23, 24.

4 L. c. pag. 7.

5 Ivi p. 7.

6 Tronc auquel se rattachent toutes les branches de l'arbre encyclopédique. Ivi p. 32.

7 La science... comment, procede-t- elle? Elle dit: «Le travail humain appliqué aux choses leur fait subir des modifications... L'HOMME STIMULÉ PAR L'AMOUR DU PLAISIR, DÉSIREUX DE MULTIPLIER SES JOUISSANCES, ne tarde pas à reconnaìtre qu'en faisant des épargnes et en appliquant à la production ce qu'il a épargné, il augmente sa richesse. C'est ainsi que la richesse s'accroit par le travail et par le capital». (ROSSI Cours d'Economie politique deuxième leçon p. 32).

8 Elle croit à la tendance harmonique et sociale des intérets individuels, meme lorsqu'ils sont antagonistes. Elle ne compte que dans une faible mesure sur ­la force de l'intéret social produit par l'esprit de dévouement et le sentiment da fraternité... Certaine que ces lois (de l'intéret) sont conformes à la justice, el que de la libre action résulte l'organisation naturelle des sociétés et tous les avantages qu'il leur est donné de pouvoir recueillir (Loc. citato p. 29).

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