Mor - Economia: La guerra dei capitalisti contro la proprietà: il prestito ad interesse.

Di P. L. Taparelli d'A. S.J. Il fatto vi si presenta vivo ed operante nella libertà modello, cioè nella libertà del Piemonte, ove ritorna quest'anno all'assalto il Ministero per espugnare certe incommode ritrosie che resistettero l'anno scorso all'affrancamento degli usura ... 71 diedero vinta la causa nella Camera agli usurai. Fortunatamente esiste ancora, colà un'ombra di Senato che può rintuzzare quell'artiglieria: e al Senato appunto si volgono oggi anche certi Piemontesi che non si destarono allorché le batterie erano volte contro la Chiesa e contro le coscienze, e concordi coi cattolici gridano, accorr'uomo in favore della borsa.



Il prestito ad interesse
(La guerra dei capitalisti contro la proprietà)
«La Civiltà Cattolica», 1857, a. 8, Serie III, vol. VI, pp. 170-174, pp. 267-281


Vel dicemmo più volte, lettor cortese: l'assoluta libertà del forte è oppressione del debole, e il regno della forza è tirannia. Ma siccome l'astuzia dell'interesse non cessa di predicare che la libertà dev'essere uguale pei forti e pei deboli; e che questi nulla hanno a temere dalla prepotenza dei forti; e intanto la credulità dei dabbenuomini continua per lo più a sorbirsene i sofismi; non vogliamo tralasciare l'occasione che se ne porge di ribadire la verità con prove novelle e di diritto e di fatto.
Il fatto vi si presenta vivo ed operante nella libertà modello, cioè nella libertà del Piemonte, ove ritorna quest'anno all'assalto il Ministero per espugnare certe incommode ritrosie che resistettero l'anno scorso all'affrancamento degli usurai. Quest'anno il Deforesta sortì più arrredevoli i Deputati, e già contro 62 palle di suffragii, 71 diedero vinta la causa nella Camera agli usurai. Fortunatamente esiste ancora, colà un'ombra di Senato che può rintuzzare quell'artiglieria: e al Senato appunto si volgono oggi anche certi Piemontesi che non si destarono allorchè le batterie erano volte contro la Chiesa e contro le coscienze, e concordi coi cattolici gridano, accorr'uomo in favore della borsa. Manco male! contro la borsa sofisma non vale. In ogni angolo del Regno la parte che con la sua industria e la sua solerzia, dà vita e moto al paese, e col frutto del suo lavoro concorre in maggior proporzione a sostenere i carichi dello Siato; quella cioè che è addetta, al medio e minuto commercio ed all'agricoltura si grida immersa nella costernazione, e sottoscrive in folla una Petizione. Eh se vedeste con quale eloquenza e gagliardia di argomenti! Tolto il ritegno legale qual sarà, dicono, la sorte loro che scarseggiando di fondi richieder ne debbono continuamente ai capitalisti?...
Si dice che la libertà dell'interesse farà scemare il prezzo del danaro. Illusione! Il buon senso ricusa di credere ai tesori nascosti... Si dice che l'allettamento trarrà in Piemonte capitali esteri. Illusione!.. Il buon senso dice che l'allettamento già esiste, potendosi fin d'ora acquistare nel nostro Stato la rendita di 5 con lire 91, mentre costa in Francia lire 103, a Napoli lire 112 (1). ...Eppure l'allettamento è inefficace e i fondi non vengono.
Si dice che svincolato il prezzo del danaro sanerà la piaga dell'usura. Illusione! L'usura diverrà dritto comune; si farà da tutti ed apertamente .... Cotesta legge può convenire all'Inghilterra, ove chi non è straricco è proletario; in Piemonte tende a favorire i grandi, ad opprimere i piccoli... S'innalzerà la quota degli sconti, sorgeranno a migliaia le domande di rimborso; i proprietarii o ruinarsi pagando l'8%, mentre dagli stabili ricavano solo il 4, o ruinarsi vendendo i fondi stessi a valor ribassato per la quantità dell'offerta. Dal cumulo di tante emergenze qual conquasso nei patrimonii della men doviziosa popolazione (2). Così la petizione.
Avete sentito, lettore, come le dottrine della Civiltà Cattolica divengono evidenti allorchè parlano i fatti e piangono le borse! Tutta cotesta perorazione altro non è che una speciale applicazione di quel gran principio: L'assoluta libertà del forte è oppressione del debole! Il quale principio vien qui tradotto in quest'altro: L'assoluta libertà del capitalista opprimerà chi abbisogna di capitali. Il fatto del Piemonte mette dunque in evidenza il nostro principio, intorno al quale trattammo lungamente in molti articoli delle tre serie, e che nel primo volume di questa terza a pagine 359 e segg. applicammo precisamente alla prima proposta della legge Deforesta. Siccome peraltro la teoria della proprietà, le cui basi spiegammo in un dialogo precedente (3), può mettere in maggior lume la profonda filosofia della sentenza cattolica riprovatrice dell'usura; gioverà qui additarvi questi corollarii che potrebbono sfuggire inavvertiti a lettore meno sollecito ed oculato, e che serviranno di giustificazione teoretica alla petizione dei Piemontesi.
Qual è, secondo quella teoria, la base cattolica della proprietà? È, se ben vi ricorda, che in ogni permutazione l'equivalenza si determina dalla proporzione che passa tra le materie, le forze, le fatiche adoperate in produrre, e commisurate al sostentamento che ciascuno dee trarre dai frutti del proprio lavoro (4). Di che inferimmo essere ingiusta ogni invasione delle forze, delle opere, dei frutti altrui (5). Or questa inviolabilità dell'altrui lavoro, questo zelo della Chiesa per la mercede dovuta all'operaio, questo appunto è il principio fondamentale che agli occhi di essa Chiesa rese e renderà sempre detestabile l'usura, ossia la pretensione di trarre un frutto dal danaro ceduto ad un mutuatario e da lui trafficato con le proprie forze e a proprio rischio. Coloro che in tal dottrina pretesero trovare o ignoranza di economia o ingiustizia di condanna; o ignorarono essi medesimi le vere dottrine della Chiesa, o furono ingiusti approvando quella tirannia che desta oggi le doglianze e lo spavento del minor commercio piemontese.
Ignorarono la vera dottrina della Chiesa, quando supposero che essa non permetta un giusto interesse pel denaro imprestato, ogni qual volta destinato già ad un lucro determinato che nel mutuo perdevasi, esso avea un valore reale maggiore del valor nominale. Stiamo alla messe; io patteggiava sull'aia la provvista delle civaie per tutto l'anno: eccoti un amico importuno che chiede quel danaro per certa sua lucrosa faccenda. Se glielo cedo, sarò poi danneggiato di tutto il soprappiù che dovrò spendere comprando le derrate fuor di tempo: e questo danno emerge dal prestito. In simil caso la Chiesa non mi vieta un soprappiù di lucro per serbarmi indenne. Stava per comprare un carico di cotoni giunti nel porto, la cui rivendita potea fruttarmi un 10%. Se l'amico per urgenze di sua famiglia mi chiede quel danaro, qual giustizia mi obbliga a cessar da quel lucro? Ogni qual volta adunque mutuando il mio danaro io vengo o a perdere ciò, di che io era in possesso, o a rinunziare ad un lucro, di cui già teneva pei capelli l'occasione, l'esigere un compenso della iattura che soffro è un esigere non qualche parte dei sudori, o delle forze altrui, ma solo la restituzione di ciò che realmente ho ceduto. Pel lucro che cessa, pel danno che emerge in forza del mutuo, la Chiesa mi permette una indennità: l'indennità che, ella vede giustissima, giacché quel danaro se normalmente era 100, avea però il valor reale per me di 105, di 110. Chi attribuisce alla Chiesa di vietare un tal compenso non accusi lei d'ingiustizia, ma sè stesso d'ignoranza.
Questi peraltro son pochi: e l'accusa assai più generale contro la dottrina cattolica viene avventata dai fautori dell'usura in nome della scienza economica; la quale, dicono, ha scoperto finalmente, ciò che i canonisti ignorarono, ogni capitale essere per sè fruttifero. E qui dàgli, dàgli addosso a cotesti vecchi ignoranti, a cotesto fanatismo ascetico, a cotesti pregiudizii dei Padri, dei Papi, dei Concilii che non avean letto Adamo Smith, né il Say, né il Bastiat, né il Mill, né lo Scialoia.
Ma adagio un poco, signori Economisti, e permettete ai Canonisti di venire a scuola dalla scienza moderna. Chi sa che non si riuscisse a comporre il piato. Prima peraltro spiegate al povero Canonista ciò che intendete per capitale.


Economista. Oh bella! chi non lo sa? Capitale è nel linguaggio della scienza un valore applicato alla riproduzione! (6)
Canonista. Quando è così saremo tosto d'accordo; giacché, ve l'abbiam detto, quando il denaro è applicato alla riproduzione, anche la Chiesa concede l'interesse. Io peraltro avea udito asserirsi dagli economisti che ogni danaro è fruttifero per sua natura.
Econ. Oibò! Credete che abbiam perduto gli occhi e il senso comune? Lo vediamo anche noi che il capitale per sua natura è cosa materiale ed inerte: ci vuole chi si dia la pena d'impiegarlo e regolarne il traffico; altrimenti non produrrà mai nulla (7). E se aveste 10000 fr. nel vostro scrigno e non li trafficaste, ce li trovereste sterili e senza frutto quand'anche ci stessero fino al dì del giudizio (8).
Can. Egregiamente: il danaro dunque è per sè infruttifero. Or, come diventa egli produttivo?
Econ. Si sa; l'intelligenza dell'impresario lo impiega, lo regola; ed appunto per questo allo stringere poi dei conti, ne trae per sé quel profitto che corrisponde al lavoro che fu necessario, per impiegarlo, e al pericolo cui si arrischiò.
Can. Il lavoro dunque e il rischio sono tutti dell'impresario?
Econ. S'intende (9).
Can. E il prezzo di quel lavoro e di quel rischio deve andar tutto per lui?
Econ. Qual dubbio (10)? Nell'imprestargli, a cagion d'esempio, i 10000 franchi io non volli altro impiccio. Egli potea perdere, potea guadagnare; ma, restituiti i miei danari, suo era il pericolo, sua la fatica, suo il guadagno.
Can. Ma e non si potrebbe chiedergli una parte anche delle sue fatiche?
Econ. Come! Vorreste che si dicesse ad un uomo che le sue fatiche non sono sua proprietà? Badateci per carità: sarebbe un tornare alla schiavitù (11).
Can. Siate pur mille volte benedetto! M'avean detto che l'economia cozzava coi canoni, e veggo che vanno perfettamente d'accordo. Ora dunque veniamo alla conclusione. E' dunque fermo tra noi che il danaro se non vien trafficato è per natura infruttifero?
Econ. Sicuro.
Can. È fermo che divien fruttifero unicamente per la fatica adoperatavi dal trafficante?
Econ. Certamente.
Can. È fermo che dalla fatica del trafficante il mutuante non può trarne nessun frutto?
Econ. Nessuno affatto; chè sarebbe tornare in onore la schiavitù.
Can. È fermo che il pericolo del capitale va tutto a carico del mutuatario?
Econ. Tutto quanto.
Can. Egregiamente! Posso dunque concludere francamente che negl'imprestiti quando non intervenga o lucro cessante o danno emergente, la giustizia naturale proibisce qualsivoglia guadagno.
Econ. (sorpreso) Come? come? Mi par che non avete capito.
Can. Anzi ho capito benissimo.
Econ. Ma ripetete un poco.
Can. Il danaro per sè, è infruttifero.
Econ. Il danaro sì, ma il capitale no.
Can. Siamo d'accordo, perché capitale è danaro fecondato dal traffico. Ma il danaro non trafficato...
Econ. Oh bene, bene: questo è infruttifero, si sa.
Can. Il trafficarlo è lavoro del mutuatario: e dell'altrui lavoro voi non volete niente.
Econ. Il ciel ne campi!
Can. Or nel traffico non interviene altro agente di produzione che il danaro infruttifero e il lavoro del trafficante. Dunque se chiedete qualche cosa oltre il danaro imprestato, voi togliete al trafficante la proprietà del suo lavoro.
Econ. Scusatemi: voi avete dimenticato che nei profitti si comprende la retribuzione dovuta ad amendue gli elementi che costituiscono l'azione produttiva del capitale, vale a dire, alla cosa materiale e all'intelligenza regolatrice (12).
Can. (E bada a battere!) Ma questa intelligenza regolatrice non è ella appunto quella del trafficante? E senza questa non dite voi stesso che il danaro sarebbe sterile sino alla fine del mondo? Dunque torniam da capo: nel traffico io non trovo altri elementi produttivi che un denaro per sè infruttifero e la fatica del trafficante. Dire che il danaro infruttifero dà frutto sarebbe contraddittorio. Dunque tutto il frutto nasce dalla fatica del trafficante. Dunque se in questo negozio voi prendete un lucro oltre il danaro imprestato, voi volete lucrare sulle fatiche del trafficante, ossia volete appropriarvi le altrui fatiche.
Econ. Ma, Canonico mio benedetto, tutti contro il capitalista hanno da essere cotesti scrupoli! e quando poi si tratta delle terre ogni lucro è buono e benedetto, e l'inviolabilità degli altrui sudori è finita.
Can. Come sarebbe a dire?
Econ. Al principio dell'anno voi cedete un terreno al fittaiuolo (sarà una landa, un padule, quasi dissi una roccia): il povero uomo suda, vanga, semina, fatica, agonizza su quella zolla, e finalmente ne ricava, e Dio sa con quali stenti, un 100 scudi oltre il sostentamento della famiglia... Avete voi scrupolo d'afferrarglieli? Neppur per ombra! A San Martino gli piombate sopra come lo sparviere sul nido: e guai se di quei sudori volesse serbarne una goccia. Noi all'opposto diamo un capitale che Dio sa quanto ci costò ad accumularlo: il trafficante ne cava lucri immensi, senza sudar manco una camicia; e se noi gli andiamo a chiedere un misero 5%, eccoci addosso mille scomuniche dagli scrupoli del Canonista. Lo stesso potrei dirvi di mille altri contratti. Tengo un buon pianoforte, un buon violicembalo: viene un professor di musica per dare lezioni o accademie, mel chiede a nolo; e senza il menomo scrupolo me ne prendo 5 scudi al mese, e ricevo alla fine intero e sano, il mio strumento, il domani vado a far pasqua. Solo il povero capitalista dà lo strumento del traffico al trafficante; e quando dovrebbe trarne un frutto, sente piombarsi adosso un anatema. Un po' di coerenza, canonico mio caro: o sono sagri i sudori altrui, e sieno sempre: o concedete a taluno di smugnerli, e concedetelo a tutti.
Can. Capperi che rettorica figurata!... Ma in materie scientifiche (scusate se ve lo dico) fareste meglio a risparmiarne, le figure.
Econ. Che figure?
Can. Voi confondete sotto un solo vocabolo tre specie di produzioni totalmente diverse, cioè la produzione della sostanza, la produzione della forma utile, la produzione delle combinazioni commerciali. Quando tre cose così diverse si comprendono con un sol vocabolo, è poi facile il fabbricarci sopra delle perorazioni che porteranno negli affetti quello scompiglio che sta nelle idee. Se voi togliete questo secondo scompiglio, vedrete gli affètti ricomporsi a quiete, se non anche rallegrarsi di un sorriso.
Econ. Spiegatevi un po' meglio di grazia; chè mi sembrate voler negare ciò che tutti gli economisti consentono, uno essere economicamente parlando l'effetto di tutte le produzioni, giacché finalmente tutte le produzioni hanno per termine un valore prodotto.
Can. Non istarò a discutere cotesti aforismi economici; la cui gagliardia, qualunque ella siasi, sempre dovrà misurarsi alla stregua del senso comune. Stiamo fermi a questo, e domandiamo al suo oracolo la ragionevole spiegazione degli aforismi economici. Credete voi che il senso comune non vegga la gran differenza che passa tra una produzione che mette in mano al produttore, per gli usi della vita, sostanze novelle, un'altra che prende la sostanza già esistente e ne cambia la forma in modo che acquisti utilità novella, e una terza che, senza produrre o nuova sostanza o nuova forma utile, si contenta di maneggiare accortamente una sostanza già formata?
Parliamo in concreto per esser più chiari... Quel frumento, che voi chiamate figuratamente sudore del colono; è egli poi veramente un puro sudore? Il colono gittò poco seme nel solco e la natura glielo moltiplicò in una messe. Certamente cotesta messe non è creata ex nihilo, ma i succhi, i sali, i gas, con cui natura la lavorò, negli usi della vita, e per conseguenza nell'economia erano un bel nulla. Natura andò raccogliendoli in ogni parte con la gravitazione, con la capillarità, col soffiar dei venti, collo scrosciar delle piogge: e la terra da voi data in affitto fu il laboratorio, ove si produsse da cotesti elementi la nuova sostanza. Se questo laboratorio per giusto titolo appartiene al proprietario, a lui appartengono quelle forze, sono forze sue (13). E volete che egli dia le sue forze gratis? Sì, pretende questo, sappiamcelo, dalla scuola dei comunisti: i quali per rendere plausibile la loro sentenza vanno predicando ciò che niuno può credere, che il proprietario degli stabili non lucra sulle forze naturali. Ma se voi escludete in nome del senso comune, cotesti sogni sistematici, le forze di quel terreno appropriato sono vere produttrici di sostanza novella: della quale esistevano bensì gli elementi materiali, ma non esisteva quell'attività formale che costituisce specificamente la nuova sostanza e la sua utilità. È dunque impossibile che il senso comune non distingua in una tale produzione il sudore del colono dalle forze di natura possedute dal proprietario.
Passiamo al secondo esempio. Un maestro di musica adopera il pianoforte. Ma perché va egli martellando su quei tasti, invece di martellare sulle sue ginocchia o sul suo tavolino? Perché quei tasti in virtù della forma dello stromento producono un effetto diversissimo dal movimento delle dita, o dall'effetto che produrrebbero. sotto il medesimo impulso le ginocchia o il tavolino. Qual meraviglia ché a chi pretende estrarre tali armonie dalla forza del mio strumento, io chieda un pagamento, mentre gli cedo temporaneamente quelle forze mie?
Ma quanto è diversa la significanza del vocabolo produzione, quando l'applicate al danaro! In qual senso dite voi produttivo il danaro? Produce egli forse qualche lucro nello spendersi? Mai, no: può spendersi con lucro, colla pari, con danno. L'unico vantaggio che produce per se e il commodo di trasportare un valore determinato da questa in quella merce: commodo che equivale per l'appunto, o piuttosto è identico al valore nominale del danaro; il quale si chiama 10 ovvero 100 scudi; perché trasporta cotesto valore dalla merce, con cui quelli scudi si acquistarono, alla merce, per cui si pagarono. Ma che la merce seconda valga più della prima, o la prima più della seconda, questo non trova nel danaro alcuna ragione, e tutto dipende dall'intelligenza ed accortezza del mercatante. La frase dunque: IL DANARO DIVIENE PRODUTTIVO, è una frase ellittica equivalente in sostanza a quest'altra: Il negoziante adopera il veicolo della moneta accortamente, trasportando un valore da una materia, ch'egli cede a prezzo minore, in un'altra che egli saprà cedere ad altri con maggior lucro. Or chi non vede, tolta così l'ellissi, tutto il fruttificare di quel danaro d'altro non essere effetto che dell'accortezza del negoziante?
Lasciamo dunque in disparte le figure rettoriche, o per lo meno intendiamole in quel significato che dal senso comune esse ricevono; e, svanita tosto ogni confusione, si capirà non esser univoca la produzione del campo, quella dello strumento, quella del danaro. Confondere coteste tre produzioni in un medesimo raziocinio egli è appunto come se voleste applicare i diritti della paternità in un medesimo senso e al figlio che avete generato, e al palazzo che avete fabbricato, e al giornale che avete istituito. Certamente potete dirvi padre più o men propriamente e del figlio e del palazzo e del giornaIe. Ma se da tal denominazione voleste inferire nei tre casi identiche le conseguenze, fareste increscere bonamente di voi e ridere della vostra logica.
Econ. Quasi quasi m'incominciate a persuadere. Cionondimeno, dato anche che il danaro non sia per sè fruttifero, volete poi calcolare per nulla e la privazione che io soffro e il servizio che rendo al mutuatario?
Can. La privazione che soffrite? Caro mio, non venite a vendermi il Sol di Agosto: ricordatevi che stiam parlando di un danaro che voi o non volete o, anche volendo, non potete mettere a frutto.
Econ. (ridendo) Oh! oh! oh! questa è nuova! E chi è oggidì che non possa mettere a frutto il danaro?
Can. Non confondiamo le condizioni particolari del tempo, dell'oggidì (delle quali potremo parlare in appresso) col principio generale. Ve lo ripeto, stiam fermi all'ipotesi: noi andiam ricercando se l'imprestito del danaro, che non si può o non si vuol trafficare con altri contratti, dia naturalmente e per sè il diritto ad un lucro; e in questo parmi aver dimostrato che il mutuante non perde niente; giacché che cosa si perde in un danaro che o non si potea o non si volea mettere a frutto?
Econ. Perdo il commodo che potrei avere domani di cambiar volontà, se così il cervello mi frulla, o di cogliere un'opportunità di lucro se la fortuna me la presenta.
Can. Eh! eh! caro mio, se voi volete camminare negli affari con la bussola del capriccio che frulla o, colle speranze della buona ven tura, rinunziate una volta per sempre e alla prudenza e alla giustizia nei vostri contratti: chè cotesti, elementi ne cangeranno assolutamente la natura. Se andate da un mercante, per comprare del panno, dovrete patteggiare che vi restituisca domani il danaro se il capriccio vi porta a restituire il panno, o se allo stesso prezzo altro panno migliore vi offre la Provvidenza. Quando si firma liberamente un contratto si suppone che i contraenti sono uomini e non ragazzi, che patteggiano sul reale e non su i possibili. Del resto poi se per buone ragioni credete probabile una mutazione e di volontà e di circostanze, la Chiesa non vieta che questa probabilità stessa entri in conto nella convenzione, e si patteggi un lucro pel caso di tal mutazione. Anzi, poichè tali mutazioni passono aver qualche grado di probabilità quando trattasi di lungo spazio di tempo; anche di tal probabilità hanno tenuto conto certi moralisti, concedendo per lunghi e diuturni imprestiti ciò che pei più brevi è negata. Non mi trattengo a discutere questa opinione, sì perché non prendo qui a discutere le libere opinioni dei teologi, ma solo a sostenere la naturale rettitudine e sapienza della dottrina cattolica; sì perché le condizioni economiche del mondo tanto oggimai si mutarono, che la nostra discussione di poco travalica i confini del mondo filosofico, non essendovi oggi, come ben notaste, chi non possa, per le nuove istituzioni di credito, mettere a frutto, di momento in momento il proprio danaro: potendolo poi chi è che non lo faccia?
Econ. Almeno non negherete che in ogni caso l'imprestare che io fo il mio danaro è un servigio che rendo al mutuatario.
Can. Eh! si sa: egli se chiede il danaro lo chiede perché gli è vantaggioso, come chi chiede la pagnotta al fornaio la chiede perché giova a sedar l'appetito. Ma volete voi per questo distinguere il servigio prestato dalla cosa data? Sarebbe bello che quando vado a comprare il pane, il fornaio mi dicesse «Tre baiocchi per una libra di pane, più mezzo baiocco pel servigio che vi rendo nel darvelo»!
Econ. Il caso è diversissimo. Quando il fornaio mi dà il pane soddisfa il mio bisogno presente retribuito, da me coll'equivalente dei tre baiocchi: io quando impresto il danaro non ricevo che una scrittura e do al mutuatario l'occasione di grandissimo lucro.
Can. Bravo! bravo! si vede che sapete vender bene e tener alte le carte. Ma notate di grazia che quella scrittura equivale alla restituzione del vostro danaro come la cambiale d'un negoziante, la quale in certi casi voi siete disposto non solo a riceverla al paro, ma a pagarne un tanto per cento. Il lucro poi che farà il mutuatario chi vi assicura che non sarà una perdita? Ma, o lucro o perdita, tutto dipende dall'uso che saprà farne, e dal lavoro che v'impiegherà. Or qual diritto avete voi di lucrare sulla sua perizia o sulla sua fatica?
Econ. Ed egli qual guadagno farebbe con la perizia e con la fatica se io non gl'imprestassi il danaro?
Can.Questo prova che voi esercitate verso di lui un atto di benevolenza, giacché gli volete e però gli fate del bene; ma non prova che gli cediate qualche parte venale della vostra proprietà, che possa meritare in ricambio parte della proprietà di lui.
Econ. Ma il danaro che impresto è mio.
Can. E per questo vi sarà restituito.
Econ. Ma egli ci guadagnerà.
Can. Sì e no, secondo che saprà lavorare.
Econ. Ma non guadagnerebbe se...
Can. Oh! insomma finiamola: voi mi ripetete sempre lo stesso e sempre in contraddizione coi principii ammessi; sempre tornate a dirmi che il danaro è fruttifero, dopo aver confessato che è sterile; che l'altrui lavoro dee fruttare per voi, dopo aver confessato ingiusto l'usurparvelo ecc. Adesso capisco perché Economisti e Canonisti non sono d'accordo. Noi altri cattolici quando abbiam piantato un principio non lo ritrattiamo. Noi dunque teniamo per sacro il principio della proprietà in questo senso che le facoltà son dell'uomo; e per conseguenza dell'uomo è l'uso delle facoltà, le materie naturali, in cui si adoperano, i frutti che se ne traggono: ne può esserne spogliato fra uguali se egli o volontariamente non si spoglia, o non ne accetta un contraccambio, o non lo demerita per abuso. Volete dunque parte nei suoi lavori? contraccambiatelo con una parte equivalente dei vostri. Ma farvi pagare la benevolenza, quando essa non vi spoglia dei vostri averi, questo ben potrà convenire agli utilisti che venderebbero anche l'anima, ma agli occhi d'un cattolico sarebbe un mettere in traffico la carità: giacché finalmente che altro è fra noi il voler bene ai prossimi se non un esercizio di carità? L'utilista che si fa pagare questa benevolenza dovrà farsi pagare ugualmente ogni altro atto d'amor del prossimo, e potrà valutare col Bastiat in lire, soldi e danari la predica del missionario e la bolla d'indulgenza accomunandole con una cantata della Malibran e colla firma d'un banchiere (14). Ma il cattolico seguace di altra filosofia distinguerà sempre gli affetti del cuore e i doveri della coscienza dalle fatiche del braccio e dai quattrini della borsa.


Ma sospendiamo un momento questo dialogo e tiriamone la conseguenza. Tocca a voi, o lettore, lo scegliere fra coteste due filosofie, tra quella che traffica solo la borsa, e quella che traffica con la borsa il cuore. Se preferite la prima, voi vedete che l'interesse del danaro, ove non sia giusta indennità per danni sofferti, è un vero spogliamento della proprietà: che per conseguenza l'assoluta libertà conceduta ai capitalisti è una vera guarentigia conceduta dalla legge alla forza, perché possa spogliare il debole: che in Piemonte i minori negozianti ragionevolmente si dolgono d'essere lasciati a discrezione dei denarosi cupidi da quella legge, la quale dovrebbe difendere il diritto di proprietà, e specialmente quando va disgiunto dalla forza.
Ai quali (se pure non disdice il fare un qualche rimprovero agli oppressi) rinfacceremo solo l'incoerenza di risentirsi nell'applicazione speciale mentre ammettono il principio generale. Non ammettono essi il regno dell'opinione, il diritto delle pluralità, la libertà della stampa e dei culti e cento altre simili prevalenze della forza contro la verità, contro la giustizia dei pochi, contro alla riputazione degli onesti, contro la santità inerme del cattolicismo? E se in questi casi i diritti della libertà vietano che s'imponga un freno all'errore, alla maldicenza, alla bestemmia prevalenti per audacia e prepotenza; come pretendere poi che la libertà si arresti in favore delle borse piccole con danno delle borse grosse? Lasciate le leggi contro l'usura a quei paesi ove lo Stato è in armonia con la Chiesa: ma separato lo Stato dalla Chiesa, contentatevi che la Chiesa rispetti il diritto, e nello Stato regni sola la forza.
Ecco, lettore, le conseguenze, alle quali in materia di usura, siamo condotti dalla teoria cattolica altra volta spiegata intorno alla proprietà e agl'inviolabili e sacri suoi diritti. Queste dichiarazioni ci parvero necessarie per liberare la promessa data da noi altre volte in tal proposito (15). Veggiam peraltro tornare in campo quella obbiezione, che allora, appunto ci venne opposta (16) e che ci venne poc'anzi ricordata da un nostro associato di Piemonte, a cui dovettero naturalmente richiamarla le condizioni presenti di quel paese. «Se l'interesse del danaro, obbiettavasi allora, non è per sè lecito, come va che i Governi lo permettono, tacente la Chiesa? Se l'usura è mala per sè, non può permettersi: se può permettersi non è mala per sè» (17) A questa obbiezione risponderemo altra volta per non abusare oggi la pazienza dei nostri lettori.


NOTE

1 O negozianti, negozianti! avete proprio perduto il ben dell'intelletto! Potreste comprarvi la libertà in Piemonte con 91 e correte sotto il despotismo della Francia o di Napoli con 103, o 112.

2 Vedi l'Armonia 22 Marzo 1851.

3 Vedi volume V, pag. 547 e segg.

4 Ivi pag. 565

5 Ivi pag. 566.

6 N'est capital dans le langage de la science que la valeur appliquée à la reproduction qu'une intelligenee dirige et surveille. ROSSI Cours d'Économie politique vol. 3, pag. 357.

7 Le capital est chose materielle et inerte de sa nature, il faut donc qu'on se donne la peine de l'employer, d'en diriger l'èmploi, puisque cans cela, il n'agirait jamais. Rossi loc. cit. ivi.

8 Voùs avez dans votre coffre 10000 francs, mais ils y resteront jusqu' à la fin des siècles sans produire la moindre des choses. Ivi.

9 Je lui dis: Voici 10000 francs: je ne m'embarrasse pas de savoir ce que vous en tirerez, mais je demande... quelle que soit l'issue de l'opération que vous aurez faite, vous me rendrez mon argent.(Ivi, pag. 358,)

10 Il...dèduit d'abord cette portion des profits qui correspond, non à la quan­tité materielle du capital empioyé, mais au travail de l'intelligence nécessaire pour l'employer; et en second lieu, il doit défalquer de la somme qu' il m'offre comme intérét, ce qui correspond au danger qu'il court. (Ivi pag. 308 e seg.)

11 Ira-t-on jusqu'à d'ire qu'un homme ne doit pas étre propriétaire de sa propre peine?... Mais qu'ou y prenne garde! ce serait glorifìer l'esclavage. BASTIAT Harmonies Économiques pagina 236.

12 Ainsi, dans les profits, est nécessairement comprise la rétribution due à tous les éléments qui constituent l'action productive du capital, c'est à dire à la chose materielle et à l'intelligence qui la dirige. ROSSI loc. cit. pag. 357.

13 Si capirà questo vie meglio negli articoli della proprietà stabile che si pubblicheranno in appresso.

14 Harmonies économiques de la, Valeur, pag. 147, 149.

15 Vedi Civiltà Cattolica, III Serie, vol. I, pag. 366.

16 Ivi pag. 384.

17 Ivi pag. 385.

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