II successore di S. Giovanni Bosco nel governo della Società Salesiana nacque a Torino il 9-6-1837 da Giovanni, modesto impiegato alla fabbrica d'armi, e da Maria Ferrero. L'incontro di Michelino con l'apostolo della gioventù avvenne nel "Rifugio" della Marchesa Barolo, dove Don Bosco raccoglieva i ragazzini per sottrarli ai pericoli della strada e poi, nella casa Pinardi, in Valdocco, dove il Santo sistemò definitivamente l'Oratorio.
Rua frequentò le elementari che i Fratelli delle Scuole Cristiane dirigevano presso Porta Palazzo dove Don Bosco andava a celebrare, a confessare ed anche a predicare.
I maestri di Michelino lo avrebbero accolto volentieri nella loro famiglia religiosa, tant'era grande il profitto che ricavava dallo studio, invece egli preferì andare a studiare latino nell'Oratorio di Don Bosco. Scrisse di lui Don Francesia, suo condiscepolo e primo biografo: "Rua riuscì sempre il più serio, il più devoto, il più pacifico e il più affezionato tra gli allievi del grande padre e Maestro". Il Santo aveva scelto tra gli oratoriani 14 giovani i quali, ogni domenica, si radunavano per la recita delle "sette allegrezze della Madonna" allo scopo di ottennero la grazia della fondazione della Società Salesiana.
Tra di loro figurava anche Michelino il quale, il 3-10-1852, ricevette l'abito talare ai Becchi di Castelnuovo (Asti) nella cappella dedicata alla Madonna del Rosario, che Giuseppe, fratello di Don Bosco, aveva eretto a pian terreno della sua casa. Durante il ritorno a Torino, il novello chierico disse a Don Bosco: "Si ricorda dei nostri incontri a Porta Palazzo quando io le chiedevo una medaglia? Allora lei mi porgeva la palma della mano e con la destra faceva atto di tagliarla e poi mi diceva. "Prendi, Michelino, prendi!'. Ma che cosa voleva dirmi con quel gesto?". Gli rispose il Santo: "È chiaro. Ti volevo dire che, durante la vita, noi due faremo sempre a metà, dolori, cure, responsabilità, gioie e tutto il resto sarà in comune per noi".
Da quel giorno Rua si sforzò di essere più docile alle esortazioni di Don Bosco e di coadiuvarlo come assistente, amanuense, segretario per la propaganda delle Letture Cattoliche. Nel 1853 Don Bosco scrisse un libretto sul miracolo del SS. Sacramento avvenuto a Torino quattro secoli prima. In quella circostanza diede l'incarico a Rua di ristamparlo nel 1903, assicurandolo così che per quella data darebbe stato ancora in vita.
La sera del 26-1-1854 Rua partecipò alla prima seduta che avrebbe dato origine alla congregazione salesiana. Il 25-1-1855 nelle mani del fondatore emise i primi voti. Si preparò al sacerdozio studiando anche di notte perché sempre incalzato da lavori estranei. Difatti la domenica si recava a fare il catechismo all'Oratorio di San Luigi, durante la settimana presiedeva la Compagnia dell'Immacolata, fondata da S. Domenico Savio (+1857) e, quando all'Oratorio si apersero i primi laboratori interni, fu incaricato di assistere anche i giovani artigiani.
Dotato di una grande forza di volontà e di un eccezionale spirito di sacrificio, Rua riusciva a fare tanto lavoro perché era esatto come un cronometro nei suoi doveri. La prima volta che Don Bosco si recò a Roma per rendere omaggio a Pio IX, e visitare le memorie dei martiri e le istituzioni caritative, il chierico Rua lo accompagnò. L'anno successivo, benché fosse soltanto suddiacono, fu eletto direttore spirituale della nascente Società Salesiana all'unanimità dei voti dei diciassette prescelti. Nel 1860 fu ordinato sacerdote a Caselle, da Mons. Balma, ausiliare dell'arcivescovo Fransoni. In quell'occasione la madre, che aveva preso il posto all'Oratorio di Margherita Occhiena (11863), gli regalò un letto di ferro perché sapeva che il figlio dormiva generalmente sulle tavole della lettiera senza fare uso del saccone. Benché lo ritenesse "troppo comodo e bello per lui", dovette accettarlo per volere di Don Bosco.
Per meglio adempiere i suoi doveri e dirigere bene le scuole dell'Oratorio, Don Rua continuò a studiare ed adottare il metodo "preventivo" di educazione proprio del fondatore. Si trovava quindi dappertutto dove c'era da accudire all'ordine, alla disciplina, alla pietà, allo studio. Nel 1863 Don Bosco volle che i suoi discepoli si abilitassero all'insegnamento nelle scuole secondarie approfittando di una sessione speciale di esami bandita dall'università di Torino. In quella circostanza l'abate Rayneri, illustre pedagogista, si sentì in dovere di tributare una pubblica lode a Don Rua. Questi anche nel 1870 ottenne un diploma di abilitazione alle scuole superiori con esami tanto splendidi che l'abate Peyron esclamò: "Con sei candidati come Don Rua io fonderei una università". Quando Don Bosco aprì a Mirabelle un piccolo seminario di aspiranti al sacerdozio ( 1863), dopo un pellegrinaggio al Santuario di Oropa, scelse Don Rua quale direttore del nuovo collegio. Nell'inviarvelo tra gli altri avvisi gli mise per scritto anche questo: "Niente ti turbi! Ogni mattina un po' di meditazione e durante il giorno, una visita al SS. Sacramento. Studia di farti amare prima che di farti temere. Procura di passare tra i giovani il tempo delle ricreazioni, anche per suggerire all'orecchio qualche amorevole parola; ecco il segreto per renderti padrone del loro cuore. La carità e la cortesia siano le tue caratteristiche di Direttore, tanto verso gl'interni quanto verso gli esterni. Inizia la Compagnia dell'Immacolata di cui sarai promotore". Don Bosco fu assecondato nelle sue direttive. Scrisse difatti il cronista dell'Oratorio: "Don Rua a Mirabello si comporta come Don Bosco a Torino. È sempre attorniato dai giovani, attratti dalla sua amabilità".
Dopo due anni il beato fu richiamato a Valdocco come prefetto dell'oratorio. Da quel momento cominciò veramente a fare a metà con Don Bosco, il quale aveva bisogno di una persona di fiducia che lo sostituisse almeno nell'amministrazione e nella disciplina, quando doveva uscire per trovare i fondi necessari alla costruzione della chiesa a Maria Ausiliatrice. Gli oratoriani, tra studenti e artigiani raggiungevano il numero di 700, e costituivano un complesso difficile a dirigerai. Don Rua fu costretto a stringere i freni a costo di essere considerato più un carabiniere che un padre. Nel governo si proponeva di essere "forte nella sostanza, ma soave nei modi". In pratica si lasciò trasportare un po' troppo dal temperamento rigido tanto che un giorno Don Bosco lo riprese dicendogli: "Mio caro, dammi retta: mettiti a negoziare olio!". Tuttavia il santo era molto contento di lui e gli riservava gl'incarichi più delicati e importanti. Interrogato sui suoi aiutanti dal chierico Costamagna, Don Bosco così disse di Don Rua: "Se il buon Dio mi dicesse: La tua ultima ora sta per scoccare; scegli quindi il tuo sucessore e chiedimi per lui tutti i doni e tutte le grazie che giudichi necessarie per lui stesso, mi troverei assai imbarazzato, perché non saprei proprio cosa mai domandare che non si trovi già, in sommo grado, in Don Rua".
Per l'eccessivo lavoro e la tensione continua causata soprattutto dalle ristrettezze economiche, un giorno Don Rua si ammalò a morte di peritonite. Don Bosco era assente quando si mise a letto. Appena ritornò, gliene diedero il triste annuncio, ma egli senza impressionarsi rispose: "Don Rua io lo conosco; non partirà senza il mio permesso!". Era convinto che non sarebbe morto neppure se fosse stato buttato giù dalla finestra in cortile. Difatti guarì e riprese a lavorare per quattro. Nello sviluppo delle opere salesiane fu veramente "il braccio destro del Santo". Per risolvere certe crisi di amministrazione Don Bosco organizzava grandi lotterie di benefìcienza, lasciando a Don Rua il compito di smerciare i biglietti.
Nel 1872 il beato fu eletto vicedirettore dell'Oratorio, venne incaricato di predicare ogni domenica e festa ai giovani e ai fedeli nel santuario di Maria Ausiliatrice, d'insegnare Sacra Scrittura ai chierici di teologia e di dettare in parte corsi di esercizi spirituali. Non era eloquente, ma molto ordinato e chiaro nel suo dire. Nel 1875 Don Bosco non potendo più attendere alla diretta formazione dei novizi, ne affidò il compito a Don Rua di cui in una conversazione a Lanzo Torinese disse: "Se io volessi mettere un dito sopra Don Rua su di un punto dove non vedessi in lui la virtù in grado perfetto, non potrei farlo perché non troverei quel punto". Secondo il Cagliero, "egli non era soltanto il braccio destro di Don Bosco, ma anche testa, occhio, mente e cuore". Difatti fu dal santo incaricato pure di visitare i sei collegi da lui iniziati ,di assistere spiritualmente le Figlie di Maria Ausiliatrice che aveva fondato a Nizza Monferrato con l'aiuto di S. Maria Domenica Mazzarello (11881), dopo che il Cagliero era partito con la prima spedizione missionaria per l'Argentina (1875), e di accompagnarlo nei viaggi che fece in Francia e in Spagna. Nel 1876 Don Rua organizzò l'Unione dei Cooperatori salesiani e l'istituto delle vocazioni di adulti e l'anno successivo curò la pubblicazione del Bollettino Salesiano. Non meraviglia quindi che qualche confratello dicesse di lui: "Don Rua si ammazza dal lavoro... Che apostolo e che martire!".
Sua costante aspirazione era di diventare almeno "una pallida copia di Don Bosco" nella più assoluta fedeltà al motto salesiano: "Lavoro, preghiera, temperanza". Ai processi di beatificazione di Don Bosco testimonierà: "Osservarlo anche nelle sue azioni più minute mi faceva maggiormente impressione che leggere e meditare qualsiasi libro devoto". Alla scuola del santo anche il lavoro per lui diventava preghiera perché faceva tutto per la maggior gloria di Dio. Egli faceva orazione quasi di continuo, senza sforzo, per lungo esercizio. Quando si trovava all'Oratorio non mancava mai ad alcuna pratica di pietà perché trovava la sua delizia nel pregare in comune. La mattina era sempre il primo a scendere in chiesa anche quando la notte precedente era tornato tardi da qualche viaggio. Nel celebrare la Messa talvolta si commoveva fino alle lacrime. Quelli che lo vedevano fare la meditazione immobile, con il capo appoggiato tra le mani, esclamavano ammirati: "Ecco come pregano i santi". Era così metodico che persino poche ore prima di entrare in agonia volle che gli fosse letta la meditazione del giorno. Si confessava regolarmente in pubblico ogni settimana, anche durante i viaggi.
Nel 1885, poiché la salute di Don Bosco declinava, Leone XIII nominò Don Rua vicario. Secondo il Cagliero egli meritava questa carica perché "fu sempre primo tra i compagni; primo nella virtù, nel lavoro, nello studio e nel sacrificio, come fu sempre primo nell'amore santo e forte verso Don Bosco, verso i giovani, per il bene dei quali era tutto zelo, sollecitudine, fraterna e paterna carità". Don Rua si sforzò allora di acquistare la dolcezza del santo, temperando il suo contegno naturalmente severo e immedesimandosi, il più possibile, dello spirito di Don Bosco. Nel 1887 lo accompagnò nell'ultimo viaggio che fece a Roma per l'inaugurazione della chiesa eretta in onore del Sacro Cuore, alla morte di lui (1888) gli successe nel governo di 700 confratelli sparsi in 64 case.
Fino ad allora Don Rua era vissuto all'ombra del fondatore. Non stupisce quindi che il cardinale Bartoletti, che ne ignorava la capacità di governo, temendo della perennità della Società Salesiana, fosse propenso a unirlo con un Ordine religioso antico. Era invece volontà di Dio che l'opera di Don Bosco prosperasse in modo prodigioso. Difatti, in un anno, Don Rua riuscì ad estinguere un debito di 345.000 lire oro e, prima della morte, a portare a 341 le case sparse in tutto il mondo e a popolarle di 4.000 religiosi. Dal 1889 al 1909 visitò diciotto nazioni, nonostante i disagi che provava per la debolezza cardiaca, il gonfiore alle gambe e la cisposità alle palpebre, allo scopo di conoscere le opere dei salesiani e animarli al bene.
Nel 1895 il Rettore Maggiore organizzò a Bologna il primo congresso salesiano, al quale parteciparono quattro cardinali, ventun vescovi e il famoso sociologo, il Ven. Giuseppe Toniolo (+1918). Di quanta stima fosse circondata la famiglia salesiana stanno a dimostrarlo i quattro vescovi che uscirono dalle loro fila: Mons. Giovanni Cagliero, Vicario Apostolico della Patagonia e poi Cardinale; Mons. Giacomo Costamagna, Vicario Apostolico di Mendez e Gualaquiza nell'Equatore; Mons. Luigi Lasagna, evangelizzatore degli indi del Brasile; Mons. Marenco, vescovo di Carrara. Di quanta venerazione fosse oggetto lo stesso Don Rua testimoniò Mons. Mantegazza, vescovo ausiliare di Milano, dicendo: "A Torino ci sono tre monumenti da venerare: la santa Sindone, il Santuario della Consolata e Don Rua". Talora nei suoi viaggi fu acclamato quale santo anche perché godeva fama di avere operato miracoli. Taluni giunsero al punto di tagliargli la talare per farne reliquie, ma egli esclamava: "Se mi conoscessero bene, non farebbero così".
Don Bosco stesso affermò del suo vicario che "era la regola vivente e personificata". Per Don Rua l'osservanza delle regole anche minime era la pietra di paragone per giudicare delle opere salesiane e dei confratelli. Nelle circolari che mandava ai superiori scriveva: "La comunità non ha bisogno soltanto d'insegnamenti, ma specialmente di buoni esempi. La vita del superiore dev'essere il libro sul quale gli inferiori possono leggere le sicure norme pratiche del vivere cristiano. Se desiderate che siano osservate le regole, siate i primi ad osservarle". A tutti raccomandava di mantenersi poveri in spirito e nella realtà. Riguardo a questa virtù evangelica era assai rigoroso. Domandava conto anche del centesimo e voleva che sia i novizi che i professi fossero perfettamente distaccati dalle cose materiali. Egli stesso precedeva tutti con l'esempio viaggiando sempre in terza classe, usando vesti e calzature logore a costo di apparire un mendico, rifuggendo dalle particolarità e utilizzando anche le buste e i ritagli di carta per scrivere appunti. Nelle strettezze finanziarie proprie degli inizi egli era generoso soltanto per i malati, i missionari e il decoro del culto.
Don Rua esercitò un fecondo apostolato anche mediante la corrispondenza epistolare. Nel dirigere le anime era molto discreto. Faceva regolarmente gli esercizi spirituali con i confratelli di cui ascoltava il rendiconto; dava loro le "buonenotti" e , alla fine del ritiro, i cosiddetti "ricordi". Perché si temeva che si stancasse troppo specialmente nel confessare gli esercitandi, lo si esortava a riposare, ma egli argutamente rispondeva: "Questa è la mia vendemmia".
Mentre si preparava a celebrare il giubileo d'oro sacerdotale il suo fisico cedette. Una volta Don Bosco gli era apparso, ma non gli aveva detto nulla riguardo alla morte. Spirò il 6-4-1910 dopo aver molto sofferto a causa di una embolia puntiforme, e ripetuto più volte la giaculatoria cara al suo fondatore: "Cara Madre, Vergine Maria, fate che io salvi l'anima mia".
Don Rua fu beatificato da Paolo VI il 29-10-1972. I suoi resti mortali sono venerati nella basilica di Maria Ausiliatrice a Torino accanto a quelli di S. Giovanni Bosco, S. Domenico Savio, S. Maria Domenica Mazzarello e al B. Filippo Rinaldi.
Sac. Guido Pettinati SSP,
I Santi canonizzati del giorno, vol. 4, Udine: ed. Segno, 1991, pp. 92-99.
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