S - Santi M: S. MADDALENA SOFIA BARAT (1779-1865)

Vite di Santi, Beati, Venerabili...

Figlia di un bottaio, Maddalena Sofia Barat nacque il 13 dicembre 1779 a Joigny, presso Auxerre, nella Borgogna. Fondò a Parigi nel 1800 la Società del Sacro Cuore con lo scopo dell'educazione e dell'istruzione delle ragazze, specialmente dei ceti superiori. A queste scuole ella sempre annetterà alcune classi per i bambini poveri. La sua spiritualità è essenzialmente ignaziana, così come i principi della sua regola. La stessa santa spiega che "lo spirito della società è fondato essenzialmente sull'orazione e la vita interiore" e che il suo fine è di "glorificare il Sacro Cuore".



E' la fondatrice della Società del Sacro Cuore. Nacque prematuramente, in seguito ad uno spavento che la madre provò a causa di un incendio scoppiato nella notte tra il 12 e il 13 dicembre 1779, a Joigny (Yonne), in Francia. Per questo motivo più tardi Sofia dirà: "Io sono figlia del fuoco". Ebbe difatti dalla natura un temperamento ardente e dalla grazia un'anima fiammeggiante di amore per Dio e il prossimo. Suo padre, Giacomo, vignaiuolo e bottaio, sovente maltrattava la moglie. La povera donna non trovava conforto che nella predestinata figliuola che, a nove anni, era stata ritenuta degna di fare la prima comunione.
Il fratello Luigi, che le aveva fatto da padrino nel battesimo, mentre faceva scuola a Joigny nell'attesa di salire all'altare, si prese cura della formazione di lei tracciandole un programma di studi precisi e rigorosi. Dalla mattina, dopo il ritorno dalla Messa, alla sera, Sofia era costretta a restare curva sui libri, a leggere i grande classici e a studiare le lingue antiche e moderne. Non perdeva per questo il contatto con il Signore. Fin dalla culla ella si sentì come avviluppata dall'amore di Dio. Quando le creature esercitavano una più forte attrattiva sul suo cuore, allora esclamava: "Voi non siete il mio Dio!". Non meraviglia quindi che, quando sua sorella andò sposa, ella abbia sentito il bisogno di manifestare ai genitori il desiderio di farsi religiosa.
Il fratello, ordinato sacerdote durante la rivoluzione francese (1795), la condusse a Parigi con sé, dove esercitava il ministero nella clandestinità, e le fece studiare con "metodo anche le scienze sacre. La sorella gli affidò la direzione della sua anima ed egli, impregnato di tendenze giansenistiche, ne approfittò per spingerla ad eccessive penitenze corporali, ad estenuanti esami di coscienza, a confessioni generali, con pericolo di renderla timida e chiusa. La santa avanzò ugualmente nelle vie dello spirito e si sarebbe fatta conversa carmelitana se il fratello non l'avesse messa a contatto con il P. Giuseppe Varin (+1850), superiore della Società dei Padri Mena Fede dì Gesù, fondata in Italia dal P. Nicola Paccanari e fusa poi con la Società del Sacro Cuore, fondata dal P. Francesco E. de Tournely (1794) per fare rivivere, sotto altro nome, la disciolta Compagnia di Gesù e provvedere all'istituzione di una Società del Sacro Cuore per l'educazione della gioventù femminile.
Sofia passò sotto la direzione più illuminata, più umana di lui e si lasciò persuadere a mettere al servizio della gioventù studiosa la sua vasta cultura. Le prime suore della fondazione (1800) furono quattro. Un anno dopo esse ottennero la dirczione di un piccolo pensionato ad Amiens (Somme) per cui la comunità fu costretta a vivere nella povertà e nella generosità. Sofia, che era stata incaricata dell'insegnamento alle classi superiori, due anni dopo emise i voti religiosi e pochi mesi dopo, nonostante la sua indicibile ripugnanza, fu nominata superiora del collegio. Le primizie del suo governo furono segnate dall'umiltà e da una grande diffidenza di sé.
I Padri della Fede, nel corso delle missioni, incontravano delle giovani di buona volontà e gliele mandavano. Il pensionato, essendo divenuto troppo piccolo, fu trasferito (1804) nella casa dell'Oratorio del Cardinal de Bérulle, che divenne la culla della Società del Sacro Cuore.
Mentre il P. Varin progettava altre fondazioni, Madre Barat redigeva i piani di studi e di educazione per la sua Congregazione, ispirandosi alla Ratio studiorum dei Gesuiti nell'intento di formare una élite femminile destinata a trascinare la massa. Essa fu eletta supcriora generale (1806) dopo la fondazione di Grenoble, nel convento di Sainte-Marie-d'En-Haut, in cui l'ex-Visitandina Filippina Duchesne (+1852) aveva radunato alcune religiose disperse dalla rivoluzione e con esse aveva deciso di fare parte della Società del Sacro Cuore. La terza fondazione, fatta a Poitiers, servì da noviziato della Congregazione che Napoleone I riconobbe nel 1807. Altre fondazioni si susseguirono in tutta la Francia tanto per le giovani di buona famiglia come per le più povere. La fondatrice, ancora priva di costituzioni, le visitava di frequente per mantenere in esse lo spirito delle origini. Dopo la caduta di Napoleone il P. Varin si era fatto gesuita e aveva aiutato la fondatrice a comporre le costituzioni (1815) e a stabilire un noviziato generale a Parigi nell'Hotel Biron, ceduto alla Società del Sacro Cuore a buon prezzo dalla contessa de Charost. Il re Luigi XVIII aveva contribuito all'acquisto con 100.000 franchi. Il pensionato divenne famoso e fu frequentato dal fior fiore della nobiltà, ma la santa, che prediligeva le alunno povere, avrebbe preferito evangelizzare al loro poste i selvaggi perché era certa che avrebbero abusato meno delle grazie del Signore. Anche il P. Barat, divenuto gesuita, riprese presso le allieve il ministero che aveva un tempo esercitato verso la sorella.
Nel 1816 la Società del Sacro Cuore dirigeva già venti pensionati a prezzo di duri sacrifici. Tanti conventi sarebbero potuti servire ad aprire altre scuole, se non fossero stati rovinati dalla rivoluzione. Ogni tanto delle piccole comunità chiedevano di unirsi alla Società del Sacro Cuore e Madre Barat fu comprensiva con chi dimostrava buona volontà. Nel 1818 le sue religiose furono stabilite nella Luisiana dalla B. Filippina Duchesne. Madre Barat ogni tanto le inviava aiuti e ardenti messaggi. "L'oceano vi separa da tutto quello che vi è caro. E all'altra sua sponda che cosa troverete? La croce, le privazioni, la povertà, un clima ora tropicale, ora glaciale, suore di temperamento e di costumi diversi, delle teste dure da istruire. Ma che cosa troverete ancora? Il Cuore di Gesù per riposarvi".
Per non arrestare lo sviluppo della sua famiglia religiosa Madre Barat chiese a Leone XII l'approvazione delle costituzioni. Le fu concessa nel 1826. L'anno successivo ai tre voti religiosi fece aggiungere anche quello di stabilità nella Congregazione. Le religiose continuarono a diffondersi, apprezzate e ricercate dai vescovi. Il loro apostolato era reso fecondo dalle incessanti preghiere della fondatrice, e dai dolori che dovette sopportare tanto per la slogatura di un piede quanto per i rivolgimenti politici del 1830 e del 1848. I santi non hanno compiuto il bene senza grandi croci. Anche Madre Barat un giorno ebbe ad esclamare: "Raccolgo le spine a piene mani". In seguito ad una ricaduta, il suo piede peggiorò così da darle la sensazione "che un animale nascosto glielo rosicchiasse fino all'osso". Allora si limitò a scrivere: "Dio vuole che soffriamo. Il suo Cuore divino è abbeverato di amarezza. Non è giusto che ne gustiamo la parte nostra? Ugualmente, non mi lagno della mia che è piccola. Non soffro che della mia impotenza, non potendo trasferirmi dove sembrerebbe utile che lavorassi".
In mezzo alle difficoltà che sorgevano da ogni parte e alle crescenti necessità della Società del Sacro Cuore, la fondatrice trascorreva il suo tempo là dove maggiormente era necessaria la sua presenza per disporre le nuove costruzioni, correggere gli abusi, stimolare al lavoro a viva voce e con gli scritti. Nel 1831 così animava le sue religiose: "Rinnovatevi nello spirito della vostra vocazione. La carità di Gesù Cristo ci sospinge e i tempi pure ci sospingono. Attacchiamoci più strettamente alla nostra santa Regola, osserviamola con più fedeltà, e la nostra carità si rianimi, che dico?, s'infiammi, alla vista degli eccessi di una empietà fin qui sconosciuta sulla terra... Opponiamo a questi furiosi nemici, che senza dubbio fremono del nostro nome, della nostra esistenza, la preghiera accompagnata da tutte le virtù religiose, elevate ad un nuovo grado di perfezione... Sforziamoci d'ispirare alla gioventù che ci è affidata una fede viva, un estremo orrore del peccato, il timore del giudizio di Dio, l'irremovibile attaccamento alla Chiesa. Scolpiamo profondamente in questi cuori le terribili verità della religione: le tempeste li attendono, occorre che la loro fede sia stabilita sulla roccia".
Madre Barat, che aveva ricevuto la benedizione di Pio VII di passaggio da Lione, desiderava conoscere anche Gregorio XVI. Si mise in viaggio benché sofferente da oltre un anno, ma a Torino Dio le concesse d'incontrarsi con l'abile chirurgo della corte sabauda il quale, con una mossa rapida e sicura, la guarì dalla lussazione. A Roma le era stato donato (1818) il convento di Santa Trinità dei Monti fatto costruire (1495) da Carlo VIII per i Minimi di S. Francesco da Paola. Quando vi giunse, il Papa l'onorò di una sua visita (1832) e la ricevette due volte in udienza privata. La Città Eterna restò per Madre Barat la patria della sua anima. Vi ritornò altre cinque volte e l'avrebbe scelta come sede della casa generalizia se l'arcivescovo di Parigi, Mons. Dionigi Affre (+1848), non si fosse opposto.
Guarita dalla infermità, la santa supplì alle sofferenze che le venivano a mancare abbandonandosi alle macerazioni che aveva praticato nella giovinezza. "Una vita perfetta a metà - scrisse alle sue religiose - che sarebbe bastata forse in un altro tempo, non conviene più in quello che viviamo. Il bisogno di salvare delle anime e di soccorrere la Chiesa nostra Madre deve produrre nei nostri cuori brucianti desideri di venire in suo soccorso... E stato necessario essere testimoni del dolore del suo augusto Capo per sentire quanto dobbiamo essere divorate da zelo per la nostra perfezione, perché speriamo invano dei frutti nelle anime che ci sono affidate, se non siamo unite a Gesù Cristo, sorgente di vita e di salvezza".
In occasione del settimo consiglio generale (1851) Madre Barat non riuscì a farsi esonerare dalla carica di superiora generale. Sì rassegnò al gravoso compito, e scrisse una lunga circolare a tutte le religiose per raccomandare loro il culto del Sacro Cuore e la conformità a lui che considerava come l'unico fondatore della Società. La costruzione delle ferrovie le consentì ancora di visitare le sue case, ovunque accolta dalle suore e dalle allievo come una santa. Le più ardite arrivavano a tagliarle brandelli dei vestiti. Non aveva guarito a Parigi una novizia da un tumore al cervello ponendole la mano sul capo? E durante una recita non era andata in estasi sentendo un canto che la richiamava a pensieri di cielo? Un giorno le suore cercarono di fotografarla, ma ella si oppose dicendo: "Non è il mio viso che bisogna riprodurre; è il mio affetto per tutte voi che bisognerebbe fotografare".
Quando, cieca da un occhio, malsicura sui suoi piedi rimasti troppo piccoli, non poté più muoversi da Parigi, la santa continuò a dirigere con senso materno, pur senza debolezze e abdicazioni, le sue 3.500 religiose distribuite in 89 case. A tutte raccomandava insistentemente la povertà. "Preferirei - diceva - che la Società non esistesse piuttosto di vedere affievolirsi in essa lo spirito di povertà. Questo affievolimento è la maledizione delle comunità". Tranne 14.000 lettere, ella non lasciò scritti personali. Si confessò tutti i giorni finché morì di trombosi il 25-5-1865. S. Pio X la beatificò il 31-l-1908 e PioXI la canonizzò il 24-5-1925. Il suo corpo è conservato intatto a Jette-saint-Pierre, presso Bruxelles (Belgio).
___________________
Sac. Guido Pettinati SSP,
I Santi canonizzati del giorno, vol. 5, Udine: ed. Segno, 1991, pp. 307-312
http://www.edizionisegno.it/



Postato il Domenica, 23 agosto @ 09:28:54 CEST di calogero
 
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