Santa Viborada, rimasta orfana si ritirò come solitaria in una cella presso la chiesa di S. Giorgio dove, con preghiere ed esercizi ascetici, si preparò alla vita di reclusa (pratica di ascetismo femminile che continuava, nell’ambiente occidentale, la vita eremitica dei primi secoli, di solito vicino a delle comunità monastiche, dalle quali ricevevano un po’ di cibo e assistenza spirituale). Visse in questa condizione dieci anni, dedita alla preghiera e all’ascetismo ed, essendo dotata del dono della profezia, dispensando molti consigli. Viborada fu uccisa dai Magiari (o Ungari) che compirono devastanti e periodiche incursioni in quella zona, il 2 maggio 926.
Non sappiamo in che anno questa santa reclusa, vergine e martire, sia nata a Klingnau, presso Aarau, nel cantone svizzero d'Argovia, da benestanti genitori. Fin dall'infanzia fu allevata negli esercizi della pietà, motivo per cui in lei con gli anni crebbe il desiderio di consacrare la vita unicamente al servizio di Dio. Di una saggezza superiore all'età, schiva dei giuochi infantili e dei vani passatempi, Viborada seppe congiungere nella vita quotidiana le virtù proprie delle due sorelle di Lazzaro, Marta e Maria, che Gesù amava.
Tutte le mattine la santa si recava in chiesa, distante oltre due chilometri da casa sua, sovente a piedi nudi, per fare le sue devozioni. Al ritorno viveva in casa come se si trovasse in convento. Per conservare una continua unione con Dio evitava gl'intrattenimenti troppo frequenti persino con i fratelli e le sorelle. Era tuttavia diligente nel prestare i servizi che i genitori le richiedevano o di cui avevano bisogno. In ricompensa, essi rispettavano quel suo genere di vita e non le facevano pressioni perché si accasasse, sapendo benissimo che aveva rinunciato al matrimonio per amore di Gesù Cristo.
Un suo fratello, Hittone, aveva abbracciato lo stato ecclesiastico, Viborada fu felice di potere lavorare di ago per lui, per i ministri del santuario e per i monaci che studiavano nell'abbazia, sorta nel secolo VIII sulla tomba di S. Gallo, discepolo di S. Colombano (+615), avventuroso missionario d'Irlanda. Dopo che suo fratello fu ordinato sacerdote, ella si ritirò con lui non soltanto per assisterlo, ma per avere modo di praticare più frequentemente l'amore di Dio e del prossimo. Viborada fu felice di vedersi assecondata da Hittone il quale trasformò la propria casa in un piccolo ospedale. La cura dei malati e dei poveri che giungevano da ogni parte, non ne diminuivano l'applicazione alla preghiera e al raccoglimento. La santa imparò dal fratello a recitare l'ufficio divino.
Pellegrinò pure in sua compagnia fino a Roma, dove venerò le tombe dei Principi degli Apostoli, Pietro e Paolo, e gli altri luoghi consacrati dal sangue dei martiri.
Costatando quanto fosse difficile conseguire la salvezza eterna restando nel mondo, Viborada persuase Hittone a farsi monaco nell'abbazia di San Gallo in cui aveva studiato. Ella continuò a vivere per sei anni nel mondo come una esiliata perché non ne seguiva le leggi e le usanze.
Sospirando la vita eterna, macerava il proprio corpo con vigilie e digiuni. Non mangiava carne, non beveva vino benché fossero posti in tavola. Disponeva di un letto, ma di notte preferiva prendere un breve riposo distesa per terra, con una pietra per cuscino e un cilicio per coperta. Appena desta si alzava, e passava il resto del tempo in orazione a Dio per i bisogni della Chiesa, la conversione dei peccatori e il suffragio delle anime del Purgatorio.
Per provarla, Iddio permise che, nonostante una vita così santa, Viborada fosse calunniata da una persona di servizio, invidiosa perché riservava le sue confidenze ad altre compagne di lavoro anziché a lei. La miserabile cominciò ad insinuare che la padrona di notte si alzava non per pregare, ma per abbandonarsi alle più vergognose azioni come aveva già fatto precedentemente persino con il fratello. Poiché "il mondo tutto è in potere del maligno" (1 Gv 5,19), ci fu chi prestò fede alla calunnia. Viborada non si lasciò abbattere dalla crudele diffamazione, ma fiduciosa nello sposo della sua anima, si presentò al tribunale del vescovo di Costanza, Salomone, e si sottopose, secondo la consuetudine del tempo, alle terribili prove dell'ordalia o giudizio di Dio a giustificazione della propria innocenza.
Salomone, che stimava e onorava Viborada, allorché vide che Dio si dichiarava visibilmente a favore di lei, ne ricercò maggiormente la compagnia. Un giorno la invitò a recarsi con lui all'abbazia di San Gallo. La santa vi andò, e per sottrarsi ad altre insinuazioni dei cattivi, si fece costruire una cella vicino alla chiesa di San Giorgio e in essa visse per quarant'anni in continue preghiere e penitenze. Talora restava tre giorni di seguito senza mangiare. La gente, che sapeva come Viborada si fosse privata dei suoi beni per sollevare i poveri e i malati, le portava elemosine, ma ella le accettava soltanto per continuare a soccorrere quanti si trovavano in necessità. Contristata perché tante persone ricorrevano a lei per chiedere aiuti, preghiere e consigli, un giorno concepì il desiderio di trasformarsi in reclusa per potersi dare esclusivamente alla contemplazione. Il vescovo di Costanza benedisse una cella presso la chiesa di San Magno e ve la rinchiuse. Per trentaquattro anni ella visse come sepolta viva. Se il Signore non le avesse concesso il dono dei miracoli e della profezia, sarebbe rimasta sconosciuta agli uomini.
Nelle vicinanze di San Gallo c'era una giovane, di nome Rachilde, continuamente tormentata da infermità. I genitori avrebbero voluto farla trasportare a Roma per chiederne la guarigione a Dio per intercessione dei santi Apostoli Pietro e Paolo, ma Viborada, che sapeva essere diversa la volontà di Dio riguardo all'inferma, ottenne che le fosse condotta nella cella per poterla curare fino alla morte. Diverse volte la guarì più con le preghiere che con le attenzioni che le prestava. Quando scoppiò la guerra tra Enrico I, re di Germania, e Burcardo, duca della Svevia, i genitori avrebbero voluto riprendere la figlia con sé per il timore di invasioni, saccheggi e carestie a San Gallo. Viborada si oppose alla loro richiesta e, in nome di Dio, si rese garante dell'incolumità di Rachilde. La trasformò in reclusa come lei nonostante le gravi malattie da cui ogni tanto veniva assalita e dalle quali la guariva con il ricorso fiducioso a Dio.
Viborada fu sollecitata a prendere con sé altre discepole, ma per umiltà e per amore alla solitudine ella rifiutò. Non poté tuttavia fare a meno di ricevere sotto la sua guida Vendilgarda, nipote di Enrico I, che aveva sposato Adalrico, fatto prigioniero dagli Ungari o Magiari in combattimento poco dopo il matrimonio. Persuasa che fosse morto, anziché passare a seconde nozze, ella chiese e ottenne dall'abate di San Gallo il permesso di farsi costruire una cella accanto a quella di Viborada. Siccome era stata allevata tra le delizie, ebbe da soffrire assai per abituarsi alle astinenze e alle altre austerità della vita prescelta ma, animata e diretta dalla santa reclusa, un po' alla volta vi riuscì. In premio delle sue virtù, il vescovo di Costanza le diede il velo. Dopo quattro anni di ritiro, però, le portarono la lieta notizia che suo marito era inaspettatamente ritornato dalla prigionia. Fu allora sciolta dalle sue promesse e ritornò nel mondo dichiarandosi pronta a riprendere i voti qualora fosse sopravvissuta allo sposo.
Gli Ungari con le loro scorrerie giunsero nel cuore dell'Europa. Ottone I, re di Germania, li sconfìggerà per sempre nel 955 sulle sponde del Lechfeld, sotto Augusta, con il valido aiuto del vescovo della città, S. Uldarico (+973), al quale Viborada aveva predetto l'episcopato durante i suoi studi nell'abbazia di San Gallo.
Nel 926 gli Ungari misero a ferro e a fuoco anche l'Argovia. Al loro incalzare chi poté si rifugiò in luoghi fortificati. Viborada fu pregata dall'abate di San Gallo di mettersi al sicuro in qualche fortezza alle dipendenze dell'abbazia, ma ella, che aveva predetta quella irruzione e che era stata interiormente avvertita di quanto le sarebbe accaduto, fece mettere in salvo gli ecclesiastici addetti al servizio di San Magno. Rachilde volle che rimanesse con lei, sdraiata sopra un pagliericcio, benché i genitori fossero andati per portarla via.
Gl'invasori, dopo avere bruciato la chiesa di San Magno, tentarono di sfondare la porta del reclusorio di Viborada. Non essendovi riusciti, salirono sul tetto, lo scoperchiarono, saltarono addosso alla reclusa che pregava in ginocchio nell'oratorio, la spogliarono delle vesti, non lasciandole addosso che il cilicio, e, irritati per non avere trovato presso di lei del denaro, la colpirono alla testa con tre colpi di ascia. La martire agonizzò nel proprio sangue fino il giorno dopo, 2 maggio 926. Dopo la ritirata degli invasori, Hitto, abate di San Gallo, andò a prelevarne la salma con tutti i monaci, la trasportò in un luogo sicuro e quindi la seppellì nella chiesa della abbazia. Era tanta la stima che ne aveva concepito che il giorno della deposizione sulla tomba di lei celebrò la Messa.
Ad intercessione di Viborada Dio operò dei prodigi. Alla morte di Rachilde, avvenuta ventun anni dopo, le reliquie di lei furono trasportate nella chiesa di San Magno. Clemente II la canonizzò nel 1047.
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Sac. Guido Pettinati SSP,
I Santi canonizzati del giorno, vol. 5, Udine: ed. Segno, 1991, pp. 33-36.
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