Lit - Miscellanea: L’eresia dell’informe

Un brano tratto da Martin Mosebach, L'Eresia dell'informe. La liturgia romana e il suo nemico (Cantagalli, 2009).
Forse il danno più grave provocato dalla riforma della S. Messa di Papa Paolo VI e dallo sviluppo che ne è derivato è questo: essa costringe tutti a parlare della liturgia. Anche chi non volesse farlo ha già perduto qualcosa di inestimabile: l’innocenza di assumerla come qualcosa dato da Dio agli uomini. Siamo tutti divenuti grandi o piccoli liturgisti.



Liturgia. L’eresia dell’informe
Un brano tratto da Martin Mosebach, L'Eresia dell'informe. La liturgia romana e il suo nemico (Cantagalli, 2009). 
 
Forse il danno più grave della riforma della Santa Messa di Papa Paolo VI e dello sviluppo che ne è derivato, e che ha superato di gran lunga la riforma stessa, la perdita spirituale più grande, è questa: essa ci costringe ora a parlare della liturgia. Anche chi vuole custodire la liturgia, anche chi vuole pregare nel suo spirito, anche chi resta fedele ad essa con grandissimi sacrifici, ha già perduto qualcosa di inestimabile: l’innocenza di assumerla come qualcosa dato da Dio, qualcosa donato dall’alto, dal Cielo agli uomini. Come difensori della grande liturgia santa, della liturgia romana classica, siamo tutti divenuti grandi o piccoli liturgisti. L’abbellimento scientifico, archeologico e storico della riforma ci ha costretti a confutare queste argomentazioni e dunque ad occuparci del rito e della liturgia, qualcosa che ripugna profondamente all’uomo religioso.
Nell’esame della liturgia ci siamo lasciati traviare da un pensiero di tipo scolastico-giuridico: che cosa è assolutamente necessario perché si possa ancora parlare di liturgia? Quale arbitrio è ancora tollerabile, che cosa invece non può più essere accettato? Ci siamo assuefatti ad accettare le esigenze minime come categoria di valutazione della liturgia, laddove in realtà è soltanto di un massimale che si dovrebbe parlare. In definitiva, abbiamo incominciato a giudicare la liturgia un fatto mostruoso! Abbiamo preso posto nei banchi di chiesa e ci siamo domandati: abbiamo assistito ad una Santa Messa, o questa non è stata una Messa? Io entro in chiesa per vedere Dio, e ne esco trasformato in un critico teatrale. E se poi, di quando in quando, ci è consentito celebrare una Santa Messa, che per tutta la sua durata ci fa dimenticare questa grande catastrofe storica e religiosa, questo deterioramento fondamentale della relazione tra uomo e Dio, sappiamo quali adempimenti sono necessari per poter celebrarla, quante lettere vi stanno dietro, quanti sacrifici hanno reso possibile questo Santo Sacrificio; fra le altre cose abbiamo dovuto pregare anche per un vescovo, che in generale non desidera questa preghiera, che anzi è ben disposto a rinunciare alla menzione del suo nome nel canone della Santa Messa.
Una vita religiosa riservata, giornate che iniziano con una Messa in una quiete raccolta in una piccola e non appariscente chiesa nelle vicinanze, una vita nella quale, guidati con discrezione da sacerdoti, apprendiamo nell’arco di decenni ad unire il nostro sacrificio al sacrificio di Cristo, e in cui, nella Santa Messa, ci prendiamo cura dei nostri peccati e delle grazie a noi concesse, e certo di nient’altro tutto questo, per un cattolico, dopo la distruzione della naturalezza della liturgia, non è più possibile. Mi si potrebbe controbattere che esagero; mi si potrebbe rimproverare che nonostante tutte le devastazioni del culto, la dottrina della Chiesa sul mistero del Sacrificio non è stata intaccata. Papa Paolo VI, il riformatore, ha riconfermato il carattere sacrale del sacrificio della Santa Messa; il suo successore, Papa Giovanni Paolo II, ha fatto la stessa cosa e il nuovo Catechismo contiene la dottrina integrale sulla liturgia, così come essa corrisponde alla tradizione della Chiesa. Questo è esatto; ciò che dice il più alto Magistero sulla Santa Messa appartiene all’antico deposito della fede cattolica. Nella nostra epoca si può considerare certamente un miracolo il fatto che il Catechismo sia potuto apparire, che esso, nonostante i numerosi compromessi nella formulazione, nonostante i lirismi velati, che hanno permesso di spingersi oltre i punti nevralgici, sia divenuto una collatio della dottrina cattolica della fede che ci è stata trasmessa. Sembra quasi che ci si debba vergognare di essere cattolici da quando questa collatio è apparsa. Ma quale significato essa riveste per la vita quotidiana e quella festiva della nostra Chiesa? Lo zar Nicola I, che introdusse severe prescrizioni di censura, fece esonerare espressamente dal dovere della censura i libri che superavano le mille pagine: nessuno infatti avrebbe mai letto tali opere. Tuttavia io non vorrei escludere fra i fatti incontestabili, quello per cui il nuovo Catechismo sia un’opera alla quale nei nostri seminari venga data un’occhiata, al massimo, allo scopo di divertirsi. Io non sono un teologo e non sono un canonista; come scrittore devo scrutare il mondo da una diversa prospettiva. Se voglio sapere in che cosa uno crede, allora non mi aiuta, perdonatemi l’espressione, andare a dare un’occhiata al suo statuto. Io devo esaminare l’uomo, i suoi gesti, i suoi sguardi, i suoi momenti intimi.
Permettetemi di richiamare un esempio. A Francoforte, la Santa Messa secondo l’antico rito, a partire dall’indulto del 1984, veniva celebrata in una piccola cappella insolitamente brutta nel secondo piano di una casa della Fondazione Kolping, trasformata in hotel. Una terribile arte religiosa decorava questo spazio: un simbolo delle cicladi in calcestruzzo come Madonna e un Crocifisso in una colata di vetro rossa che riluceva come gelatina al lampone, erano le immagini sacre a cui fu riservato l’onore dell’incensazione. Non si poteva dunque muovere a nessuno il rimprovero di trattenersi in questa cappella, perché mosso da un estetismo snobistico; questa accusa a buon mercato, così spesso sollevata, non può certo essere mossa al circolo di Francoforte.
I laici, che si riunivano là, sapevano poco di tutto ciò che era necessario osservare nelle preparazioni, essi non conoscevano nessuna usanza di sagrestia e solo lentamente si familiarizzarono con le necessarie conoscenze. Un circolo di donne che avevano l’abitudine di pregare insieme, incominciò a interessarsi allora alla biancheria dell’altare; è di queste donne che vi voglio raccontare. Queste chiesero un giorno, agli amministratori della Cappella, che cosa propriamente avvenisse dei purificatoria impiegati, dei fazzoletti con i quali il sacerdote raccoglie dal calice le gocce rimaste del vino trasformato. Essi finiscono insieme ad altro bucato nella lavatrice, rispose l’amministratore. Le donne, alla Messa successive portarono un sacchetto che avevano confezionato. Quindi chiesero il purificatorium impiegato e lo misero nel sacchetto. In questo modo che cosa volevano fare? «Questo è comunque imbevuto del sangue prezioso che non può essere versato nello scarico». Il fatto che in passato la Chiesa abbia prescritto che il sacerdote stesso debba curare il primo lavaggio del purificatorium, il fatto che l’acqua di tale lavaggio sia quindi da versare nel sacrarium o nella terra, tutto questo non era a conoscenza delle donne. In ogni caso esse si opponevano a che questo fazzoletto fosse trattato come l’altro bucato, e istintivamente fecero ciò che una antica prescrizione, ora trascurata, esigeva. «È come lavare il giaciglio del Bambino Gesù», diceva una di queste donne. Quando l’ascoltai, ne rimasi colpito. La devozione popolare diventava qui qualcosa di concreto. La vidi quando lo lavò a casa, dopo aver prima recitato un rosario. Portò l’acqua del lavaggio nel giardino davanti a casa, versandola in un angolo in cui crescevano fiori particolarmente belli. Alla sera coprì poi l’altare nella cappella insieme ad un’altra donna. Questo aggiustamento della lunga e stretta coperta era difficile. Entrambe le donne erano molto concentrate, ma allo stesso tempo mosse da una sollecitudine trattenuta, come se avessero cura, con sobrietà ed efficienza, di un uomo che esse amavano. Io ho assistito a queste preparazioni con curiosità crescente. Di che cosa si trattava? In tutti i racconti della Resurrezione, il discorso cade sulle vesti ripiegate angelicos testes, sudarium et vestes, come si dice nella sequenza pasquale. Non vi è alcun dubbio che queste donne, in quella brutta cappella al secondo piano, erano le donne presso il sepolcro. Esse vivevano nella continua, indubitabile, realmente vissuta presenza di Gesù. In questa presenza esse rimanevano in modo naturale, in modo conforme alla loro nascita e al loro livello culturale. La loro vita era adorazione, che si traduceva in azioni molto precise, molto pratiche: era liturgia. Osservando queste donne, compresi che esse credevano alla reale presenza di Gesù nel Sacramento dell’altare. La fede è questo: ciò che noi facciamo con naturalezza.
Ma quando questa naturalezza si presenta in una qualsiasi chiesa di una grande città? Difficilmente uno si inginocchia alla consacrazione, spesso nemmeno il sacerdote fa una genuflessione adeguata davanti alle offerte trasformate. Una signora va a prendere le ostie per la comunità da un piccolo armadietto dorato, sistemato lateralmente, premurosa e sicura, come se dovesse estrarre un medicamento dall’armadietto dei farmaci. Essa mette le ostie nella mano dei comunicandi; nessuno mostra per esse la riverenza di una genuflessione o di un inchino.
L’epoca dell’iconoclastia è durata a Bisanzio oltre un secolo, incluso anche un pezzettino di calcolo ecumenico, connesso all’Islam e alla sua iconoclastia. L’iconoclastia romana dopo il Concilio Vaticano II, presentita nel secolo passato da Dom Prosper Guéranger, ha ricevuto il suo nome: eresia antiliturgica. A Bisanzio, dopo incommensurabili distruzioni, fu l’immagine santa a vincere. Intransigenti monaci avevano preso le icone sotto la loro difesa. Anche noi abbiamo bisogno di molti sacerdoti inflessibili che custodiscano per noi il santo rito dell’Incarnazione. È nella loro ubbidiente disubbidienza che ripongo tutta la mia speranza.

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