Ap - Quesiti di stor: LA REGINA ISABELLA DI CASTIGLIA E IL SUO TEMPO (II)
Argomento: Apologetica
Redazione Segnala "

Trascrizione della seconda parte di una trasmissione tenuta a Radio Maria il 21.01.2006 dal professor Andrea Araldi sul tema, al'interno di una rubrica mensile da lui curata dal titolo Problemi di storia della Chiesa.



Dunque abbiamo sentito quella citazione di Rino Cammilleri, che, parlando del provvedimento di espulsione degli ebrei dal territorio spagnolo, accenna alla necessità di adottare provvedimenti anche drastici, ma indispensabili per riportare la pace interna all’indomani dell’avvenuto glorioso completamento della riconquista del territorio iberico contro la secolare occupazione islamica. Infatti il provvedimento di espulsione degli ebrei è datato marzo 1492. La riconquista si compie 2 mesi prima, nel gennaio del medesimo anno 1492. In realtà il processo di progressiva riconquista della penisola iberica è iniziato molti secoli prima. Rifugiatisi fin dall’Ottavo secolo sulle montagne del nord della Spagna, dove tentarono di sottrarsi alla dominazione musulmana, i cristiani spagnoli iniziarono a costituire dei piccoli principati: Asturie, León, Navarra e Aragona. E lentamente si rafforzarono e organizzarono spedizioni militari contro i regni islamici di Taifas, nati sulle ceneri dello scomparso califfato di Cordova, nel 1031. dal 1035 al 1065 il Re di Castiglia e poi del León, Ferdinando Primo, guidò la fase della riconquista che portò alla presa di Coimbra, nel 1064, fase che ebbe i caratteri della vera e propria epopea cristiana, grazie all’indulgenza plenaria concessa dal papa Alessandro Secondo a coloro che avessero preso parte alla campagna militare. Nel 1085 Re Alfonso Terzo occupò Toledo, mentre il Cid Campeador, personaggio epico della letteratura spagnola, costituì la signoria di Valencia, alla fine dell’Undicesimo secolo. La riconquista subì una battuta d’arresto nel 1086 quando gli Almoravidi (potente dinastia islamica), sconfissero Alfonso VI, e riunificarono l’Andalusia musulmana. Nel Dodicesimo secolo venne riconquistato il Portogallo. E nel secolo successivo gli stati cristiani, con la vittoria di Tolosa, del 1212, posero fine al dominio degli Almoavidi, e poterono annettere il sud della penisola e le Baleari, confinando i musulmani nel piccolo regno di Granata, ultimo baluardo islamico circondato dalla Castiglia cristiana. Per comprendere il contesto all’interno del quale si situa la fase finale della riconquista spagnola è utile ascoltare le parole dello storico ispanista francese Jean Dumont, che scrive così: «La riconquista di Granata fu anche un obiettivo, un ideale internazionale europeo. Le operazioni di riconquista nei confronti dell’islam, che iniziano in Spagna nel 1482, non possono essere infatti isolata dal soprassalto generale dell’Occidente Cristiano che prende coscienza del pericolo islamico divenuto allora immediato e massiccio. Nel 1453 i Turchi islamici si sono impadroniti della capitale dell’Impero cristiano d’Oriente, Costantinopoli, altrimenti detta Bisanzio. E nel 1461 l’ultimo regno cristiano d’Oriente, quello di Trebisonda. Nel periodo tra il 1462 e il 1470 avanzano nel mediterraneo e catturano Negroponte, isola dell’Eubeo, possedimento veneziano. Nel 1479 avanzano ancor più a Occidente attaccando la Contea di Cefalonia, proprio di fronte all’Italia, all’epoca, o poco dopo, spagnola e sono alla portata degli Stati Pontifici. Nel 1480 i Turchi non esitano - in un nuovo balzo a Occidente -, a gettarsi sul porto italiano di Otranto, a distruggerlo e a massacrare 12mila abitanti. La volontà islamica di operare un collegamento con i mori di Granata si manifesta a quell’epoca con l’ultima puntata dei Turchi a Occidente. Trascurando la Tripolitania e la Tunisia, che diverranno loro vassalli solo nel Sedicesimo scolo, lasciano che se ne impadroniscano i pirati algerini e questo controllo farà dell’Algeria, di fronte a Granata, un vassallo dei turchi a partire del 1518, spiegando il motivo per il quale anche gli spagnoli, poco dopo la presa di Granata, attaccheranno in questa direzione insieme alle loro milizie popolari. Catturano Melilla nel 1494, Mers e Quebir nel 1505, Orano nel 1509. Nel 1510 gli spagnoli avanzano fino a Gouget, a Tripoli, neutralizzando Algeri. Di fronte alla spinta turca non riescono a mantenere il controllo sulle aree più avanzate, ma restano insediati a caro prezzo a Melilla, Mers, Elquebir e Orano, proprio di fronte a Granata».
«Bisogna considerare tutto ciò – scrive Dumont – per comprendere l’effetto della notizia esplosa in Spagna a Natale del 1481. l’Emiro di Granata Mulai Hassan, si era impadronito a forza dei principali villaggi fortificati della frontiera Andalusa cristiana, vicino alla strada che conduce a Siviglia, verso la valla del Guedalete, Zagara della Sierra. Questo gesto violava le tregue sottoscritte e rinnovate nel 1478. E l’Emiro agì con violenza tale da ordinare il massacro della guarnigione e la deportazione in schiavitù di tutta la popolazione ridivenuta cristiana nel tredicesimo secolo. Vi era forse qualche pretesto a causa di recenti scorrerie cristiane, frutto di iniziative locali, ma in Spagna e in Europa tutti ritennero che là si manifestava, subito dopo l’avanzata turca su Otranto, la possibilità di una nuova penetrazione islamica che avrebbe utilizzato la testa di ponte lasciata ad Allah nell’Europa Cristiana, e che fosse necessario sbarazzarsi di questa testa di ponte. Nel 1482 il papa Sisto IV istituì il Contributo della Crociata, destinato in primo luogo a finanziare la lotta contro l’Islam in Spagna. La tensione verso l’unità religiosa, tanto più comprensibile in un’epoca nella quale l’appartenenza dei cittadini è la stessa fede, era l’elemento fondante degli stati, anima anche la lotta plurisecolare per la liberazione del territorio iberico dalla dominazione musulmana. La definitiva conquista delle ultime roccaforti andaluse è gloria di tutti gli spagnoli, ma in particolare di Isabella, che per portare a termine la Reconquista, profonde tutte le energie e il suo denaro. Fa costruire strade e città, assolda truppe scelte, provvede all’assistenza dei feriti e dei malati».
Così osserva il padre Gutierrez: «La Regina, che nell’ultima fase della guerra vive attendata con i suoi soldati sotto le mura di Granata , è la vera protagonista della conclusione della Riconquista. Per cacciare i musulmani dal loro ultimo baluardo Isabella profonde tutte le sue energie e il suo denaro, fa costruire strade e città, allestisce i primi ospedali da campo e lazzaretti, provvede all’assistenza dei feriti e dei malati». La vittoria sui musulmani, sancita dalla resa di Granata, il 2 gennaio 1492, dopo dieci anni di combattimenti, è l’evento più importante della politica europea del tempo, e giustamente suscita un giubilo infinito in tutto il mondo cristiano. «L’accordo di capitolazione – scrive Gutierrez – garantisce esplicitamente ai musulmani la libertà di culto e il rispetto dei loro costumi tradizionali, ma Isabella mira a trasformare l’ex emirato in una terra cristiana. Allo scopo rinuncia al suo confessore, Fernando de Talabé (…) E nel 1502, i mori non convertiti di Granata – solamente quelli di Granata – vengono espulsi da tutta la Spagna».

E infine, dopo aver parlato di questa pagina così importante di storia europea, cioè il compimento della Riconquista, parlando di Isabella di Castiglia e di questo incredibile anno, 1492: sembra che tutto sia successo in questi dodici mesi, non possiamo tacere la straordinaria impresa realizzata da Cristoforo Colombo, grazie ad Isabella: la scoperta del Continente Americano e l’inizio della sua evangelizzazione. L’entusiasmo religioso e nazionale che accompagna l’impresa della riconquista spiega il fatto che i sovrani guardano con favore il progetto, apparentemente irrealizzabile, del genovese Cristoforo Colombo. Le Capitulaciones de Santa Fe, il documento con cui viene dato il via alla sua spedizione, sono appunto firmate nel quartier generale di Granata, due mesi dopo la conquista della città. Già nel corso degli anni Ottanta del 1400, Cristoforo Colombo, navigatore genovese, nato nel 1451 e trasferitosi prima in Portogallo e quindi in Spagna, inizia a progettare il viaggio verso Occidente con l’intento di raggiungere le Indie dopo aver circumnavigato il globo terrestre. Le motivazioni di Colombo erano varie: il convincimento della fattibilità del viaggio, lo spirito di avventura, la ricerca di nuovi spazi ad Occidente, in considerazione anche della pressione islamica a Oriente, il desiderio di diffondere il cristianesimo oltre i confini della cristianità europea. Oltre a questi si deve considerare anche il risvolto economico e commerciale che un successo del viaggio avrebbe potuto significare per la Spagna e per i finanziatori dell’operazione. Inizialmente Colombo dovette incassare il rifiuto del Re Portoghese e anche dei Re Spagnoli, che solo in un secondo tempo, si lasciarono convincere. Come scrive Marco Tangheroni: «Come l’esperienza marinara di Cristoforo Colombo si inquadra perfettamente nella storia della sua patria e del suo tempo, così il progetto di raggiungere l’Oriente, passando per l’oceano, si stava imponendo, sia pure in maniera sfocata e imprecisa in diversi ambienti scientifici ed eruditi dell’epoca». Il navigatore genovese ha il merito di concepire con maggior precisione il disegno rafforzando le tesi di alcuni dotti con la personale esperienza dell’uomo di mare che aveva osservato indizi significativi e raccolto anche alcune voci degli ambienti marinari. E quindi di perseguire con ostinazione la realizzazione dell’impresa condotta poi con le sue straordinarie doti nella guida delle navi degli uomini. Tuttavia è bene ricordare che il suo progetto si basava su un duplice errore geografico. Pur condiviso da sapienti di grande autorità - e verrebbe voglia di esclamare, con la liturgia del Sabato Santo: felix culpa! - egli riteneva la terra molto più piccola e l’Asia molto più estesa verso l’Europa. Così gli poté apparire realizzabile un viaggio che, senza l’inattesa presenza di un altro continente, si sarebbe rivelato evidentemente impossibile. «È importante ricordare questo fatto – osserva Tangheroni – perché ci permette di comprendere il parere negativo, sia degli studiosi consultati dal Re del Portogallo, Giovanni Secondo, sia di quelli spagnoli, in buona parte dell’università di Salamanca, interpellati dai Re cattolici. Essi avevano, da un punto di vista matematico e geografico, ragione. E su questo piano avvenne – com’è documentato – la discussione». Naturalmente non era in discussione la sfericità della Terra, dato pienamente acquisito dalla cultura geografica medioevale, ma la sua dimensione. E non sarebbe stato necessario ricordarlo se non fosse ancora largamente diffuso questo luogo comune tipico della leggenda nera sul Medio Evo. Dunque, tali studiosi non erano come spesso li si immagina, i rappresentanti di una cultura vecchia, superata, medievale in senso spregiativo, contrapposta a quella nuova e moderna di Cristoforo Colombo. Ancor meno essi erano fanatici religiosi, nemici dell’umanità, dell’umanistica laicità del genovese. Semmai era proprio Cristoforo Colombo a superare di fronte agli altri e a sé stesso le obiezioni, oltre che con argomenti razionali, anche con una convinzione progressivamente crescente di una missione affidatagli dalla Provvidenza. Un’ultima considerazione. Perché il progetto di Cristoforo Colombo, che era stato giudicato negativamente da ripetuti autorevoli pareri, trovò quasi improvvisamente accoglienza da parte dei Re cattolici nei primi mesi del 1492? Questa è la domanda che si pone Tangheroni, a cui lo stesso grande studioso medioevista recentemente scomparso così risponde: «Indubbiamente pesarono i sostenitori e finanziatori che il navigatore genovese era riuscito a procurarsi. Ma la spiegazione essenziale è da ricercarsi nell’euforia dei sovrani, della Corte e del popolo spagnoli per l’avvenuto compimento del processo di Reconquista avviato dalla metà del secolo ottavo e terminato il 2 gennaio 1492 con la conquista di Granata». La grande avventura del navigatore genovese inizia il 3 agosto 1492 quando, al comando di tre imbarcazioni, lascia il porto di Palos per raggiungere le Canarie. Da qui parte il 6 settembre per la vera e propria attraversata atlantica. Dopo 33 giorni di navigazione, il 12 ottobre viene avvistata l’isola di Guanagnì, ribattezzata San Salvador, nell’arcipelago delle Bahamas. (Da notare che il 12 ottobre è una grande festa religiosa per gli spagnoli, essendo la festa della Madonna del Pilar, patrona di Spagna. Nota del trascrittore). Colombo farà quattro viaggi tra la Spagna e il Nuovo Mondo, ed aprirà così la strada all’incontro fecondo tra gli indios e la civiltà cristiana europea, dal quale nascerà una civiltà nuova e originale: una cristianità ibero-americana, che si pone tutt’oggi come il caposaldo cristiano nel mondo.

Va detto subito che l’atteggiamento della Corona spagnola fu sempre improntato al desiderio di tutelare le popolazioni indigene e reprimere duramente le forme di sfruttamento, oppressione e violenza messe in atto da qualche spagnolo. Tutte le spedizioni spagnole furono accompagnate da una considerevole presenza di religiosi incaricati della predicazione, della evangelizzazione, ma anche della vigilanza cristiana sull’operato dei conquistatori. Furono costituite forme così energiche di tutela degli indios – come appositi tribunali incaricati di reprimere gli abusi commessi nei loro confronti, da suscitare talvolta il risentimento degli spagnoli che ritenevano eccessive le preoccupazioni dei Re di Spagna ed esagerata la protezione da questi accordata agli indigeni. La speranza di Isabella era proprio quella di condurre altri popoli alla vera fede. E non bada né a spese, né a difficoltà per onorare gli impegni con Alessandro VI che aveva concesso ai sovrani il diritto di patronato sulle nuove terre in cambio di precisi doveri di evangelizzazione. La regina, che già nel 1478 aveva fatto liberare gli schiavi dei coloni delle Canarie, proibisce subito la schiavitù degli indigeni del nuovo mondo, e la decisione viene rispettata da tutti i suoi successori. Con la cedola Reale dell’anno 1500 e con il suo testamento Isabella garantisce il diritto degli indios alla vita e alla libertà, e sancisce il divieto delle conversioni forzate, anticipando i contenuti della Bolla Pontificia Sublimis Deus emanata da papa Paolo Terzo nel 1537, e ponendo le basi del Diritto delle genti sviluppato negli anni successivi dalla Scuola di Salamanca. È Vittorio Messori a osservare che ci sono molti indigeni latinoamericani che pregano Isabella la cattolica. Fu lei a imprigionare Colombo e a costringerlo a rimandare liberi gli schiavi che aveva portato dall’America. Fu lei a stabilire una carta dei diritti dei nativi. Fu lei a scongiurare i suoi successori di trattare gli indigeni come figli e fratelli. Possiamo dire che grazie all’impegno di Isabella e dei suoi successori, l’incontro tra popoli così diversi, come gli Iberici e gli indo-americani, è molto fecondo. Incoraggia un’autentica integrazione razziale che si realizza sotto il segno del cattolicesimo senza incontrare le difficoltà proprie della colonizzazione di marca protestante. E determina la nascita di una nuova e originale civiltà cristiana. Ed in effetti, perseguendo l’obbiettivo dell’integrazione, e non quello brutale dello sterminio, è logico pensare che gli spagnoli non abbiamo inteso cancellare cultura, tradizioni, caratteri peculiari degli indios, ma cercare di armonizzare con il proprio portato culturale, tecnico e scientifico oltre che, naturalmente, religioso. È quello che, con espressione felice, lo studioso argentino Alberto Caturelli, ribadisce quando afferma l’originalità del prodotto dell’incontro tra spagnoli e indigeni. Caturelli dice così: «Non si deve mai dimenticare che l’Iberoamerica è stata generata dalla Spagna, e ciò costituisce il senso fondamentale della conquista e dell’evangelizzazione dell’America. Fin dal principio si procedette in modi diversi a un vero e proprio atto di fondazione mediante l’erezione di città, la creazione di istituzioni di governo e di cultura, l’impulso dato alla fusione delle due razze in un meticciato su scala continentale. Si giunse alla creazione di una nuova e originale realtà, con enormi conseguenze anche culturali. Basti pensare che i primi missionari fecero compiere alle lingue indigene, fino ad allora soltanto orali, un incommensurabile salto qualitativo. Elevandole all’astrazione della scrittura alfabetica che diede loro la possibilità di superare l’arcaica struttura che le caratterizzava e di pervenire alla cultura riflessiva. I missionari favorirono anche la nascita del pensiero Hiberoamericano, che non risale al secolo Dicianonovesimo, cioè all’indipendenza degli stati Hispanoamericani, ma già al secolo Sedicesimo, com’è rappresentato emblematicamente dalla fondazione della Real Universidad di Città del Messico, del 1551».
E proprio parlando in Argentina nel 1987, lo stesso Santo Padre Giovanni Paolo Secondo, si espresse in questo modo: «Negli uomini e nelle donne di questa terra, nei suoi costumi e nel suo stile di vita, perfino nella sua architettura, si scoprono i frutti di quell’incontro di due mondi che ebbe luogo quando giunsero i primi spagnoli ed entrarono in contatto con i popoli indigeni che vivevano in questa regione. E in modo particolare con la cultura Quechua Hayamarà. Da questo incontro fruttuoso è nata la vostra cultura vivificata dalla fede cattolica che fin dall’inizio si è radicata molto profondamente in queste terre».
Questa è direi l’autentica e profonda novità che caratterizza quello che per appunto fu detto il “Nuovo Mondo”. Il cristianesimo che è missionario per essenza, incontra e vivifica le realtà che incontra, le trasforma, le integra, le ordina al fine soprannaturale dell’uomo. In America Latina per di più lo splendido risultato dell’evangelizzazione spagnola venne misteriosamente, clamorosamente sottolineato dalla miracolosa apparizione, nel dicembre del 1591, della Madonna di Guadalupe, venerata dalla Chiesa cattolica con il titolo di Madre delle Americhe e patrona dell’intera America Latina. Certamente, come in tutte le pagine di storia umana, non furono tutte luci quelle che caratterizzarono la scoperta e l’evangelizzazione dell’America. Non mancarono ombre, anche pesanti, dovute alla ricerca di ricchezza, all’avidità e alla cattiveria degli uomini. Ma resta la grandezza di una missione umanamente impossibile, portata felicemente a compimento. La nascita di una civiltà grandiosa ed originale vivificata dalla fede in Cristo. Il padre Gutierrez, appunto il postulatore della causa di beatificazione di Isabella, dice così: «Isabella sostiene la spedizione di Cristoforo Colombo con la speranza di condurre altri popoli alla vera fede. L’avvenimento del 12 ottobre 1492, del tutto casuale e imprevisto, è in sé irrilevante di fronte alle conseguenze che ne derivano. L’evangelizzazione delle Americhe, per le sue dimensioni, trova paralleli, e a una portata forse superiore, soltanto nella conversione del mondo greco-romano e nella nascita della cristianità medievale, dopo l’impatto con i popoli germanici e slavi. Forse nessuna nazione ha superato la Spagna nella preoccupazione per le anime dei suoi nuovi sudditi. Isabella e i suoi successori non badano a spese né a difficoltà per onorare gli impegni con Papa Alessandro VI. L’incontro tra popoli così diversi – scrive p. Gutierrez – come gli indo-americani e gli iberici, e perciò molto fecondo, determina la nascita di una nuova e originale civiltà cristiana che può essere rappresentata dal volto meticcio della Virgen di Guadalupe. Oggi la metà dei membri della Chiesa cattolica abita il continente Libero-americano, definito da papa Giovanni Paolo Secondo “il continente della speranza”».

Mi rendo conto, arrivati a questo punto della nostra conversazione, di aver messo molta carne al fuoco. D’altra parte vi rendete conto perfettamente di quanti avvenimenti e di quale entità, caratterizzino il Regno di Isabella. Restano dire alcune cose sulla religiosità della Regina. Religiosità che ne costituisce la caratteristica più importante. La fede di Isabella – lo abbiamo detto all’inizio tracciando il profilo biografico della regina – si manifesta fin dalla tenera età. E verrà alimentata costantemente con l’assidua frequentazione di religiosi e di monasteri. Da questa fede – incapace di restare chiusa nella coscienza individuale, e ansiosa di produrre frutti copiosi nel contesto culturale e sociale – derivano, sia l’incredibile slancio missionario che caratterizza il Regno e che spiega tutte le grandi scelte compiute dalla Corona Spagnola, sia la riforma cattolica promossa da Isabella con ampio anticipo sulla “Rivoluzione protestante” e sulla stessa Riforma cattolica. A questo proposito scrive ancora il p. Gutierrez, «che questa impresa – quella della Riforma cattolica spagnola, alla quale contribuisce soprattutto il francescano Ponzalo Himenez de Cisneros, confessore della regina e arcivescovo di Toledo – è sostenuta dal Papa Alessandro VI che concede ampi poteri a Isabella. La riforma del clero – realizzata quasi un secolo prima che il Concilio di Trento la estendesse a tutta la Chiesa, favorisce la formazione di un episcopato molto preparato che è all’altezza del servizio universale, cui la Chiesa Spagnola fu presto chiamata. Per promuovere gli studi ecclesiastici Isabella fonda numerose Università, anzitutto quella di Alcalà de Jenarez, che diventa il più importante centro di studi biblici e teologici del Regno. Istituisce anche collegi e accademie per laici di ambo i sessi, che danno alla Spagna un grande numero di dotti in tutti i rami del sapere, e una classe dirigente ben preparata. Altro merito di Isabella e la riforma degli ordini religiosi, maschili e femminili, i cui membri crescono notevolmente in numero e forniscono alla Chiesa, non soltanto una legione di santi e di missionari che si prodigarono specialmente nell’evangelizzazione delle Canarie, dell’Emirato musulmano di Granata, delle Americhe, delle Filippine, ma anche una schiera di uomini di vasta cultura e di profonda religiosità, che negli anni seguenti diedero importanti contributo alla riforma cattolica e al Concilio di Trento».
Ben si comprendono quindi le parole di Jean Dumont, che commenta in questo modo: Scrive: «Isabella ha agito prima e meglio del Concilio di Trento. Quest’ultimo renderà obbligatoria , nel 1563, l’istituzione di seminari per la formazione dei sacerdoti, ma si tratterà di un obbligo delegato a ciascuna diocesi, con risultati spesso mediocri e tardivi. Non è possibile non ammettere che la grande Chiesa Spagnola del Sedicesimo secolo, roccia che non può essere scalfita e brillante come pietra preziosa, affonda le sue radici in questa formazione». Più avanti, sempre Jean Dumont, osserva come «la Chiesa, il cattolicesimo, sono soprattutto il popolo cristiano. Isabella, insieme a questo popolo, attuò una riforma caratteristica, profonda, i cui effetti permangono ancora oggi e sono durati a lungo. In primo luogo Isabella offrì al popolo la riforma clericale, che ebbe un influenza assai considerevole. Il popolo vedeva i suoi vescovi, i curati, i conventi e i monasteri passare dell’indegnità o dalla rilassatezza, all’osservanza e al rigore. Isabella quindi offrì al popolo la pedagogia della fede dell’Inquisizione, che fu subito molto popolare, e lo rimase fino al diciannovesimo secolo. I vescovi isabellini, nei loro sinodi diedero anche uno sviluppo considerevole alle scuole parrocchiali e catechistiche. Il popolo, potendo osservare l’esempio laico offerto da Isabella, rispose creando la sua chiesa laica, tratto caratteristico, fino ai giorni nostri, del cattolicesimo spagnolo. Una Chiesa composta, non solo da ordini terziari e congregazioni di laici, ma anche da fraternità di penitenza, preghiera e azione sociale. I dirigenti laici erano eletti e l’unico legame con la Chiesa gerarchica era sacramentale e dottrinaria».
Dunque, Dussel dipinge questo quadro dell’America del Sedicesimo secolo: «La fede determinava ogni atto degli spagnoli. La vita dei laici era organizzata in numerose confraternite e congregazioni e ordini terziari. Queste confraternite non imponevano soltanto secondo spirito, con devozioni e catechismo, ma anche di compiere opere misericordiose, di lavorare negli ospedali, nelle scuole. Si trattava allora di un vero impegno cristiano. Queste organizzazioni eleggevano le loro autorità di tipo più diverso. Ne risultava un gran numero di battezzati che si davano al servizio del prossimo. A suggellare la grandiosità dell’opera di rinnovamento spirituale posta in essere per precisa volontà della regina, talvolta anche attraverso un confronto aspro con la curia romana, alla fine del 1496 Papa Alessandro VI concede a Ferdinando e a Isabella il titolo di Re Cattolici, come ricompensa per le loro virtù, per lo zelo in difesa della fede e della Sede Apostolica, per le riforme apportate alla disciplina del clero e degli ordini religiosi e la sottomissione dei mori».

Benché presso i contemporanei fosse quasi unanime il plauso per le virtù di Isabella e l’ammirazione per la sua vita esemplare, nei secoli successivi la diffusione di una leggenda nera sulla Spagna cattolica, le guerre di religione, la difficoltà di consultare i documenti, ritardano notevolmente l’apertura della causa di beatificazione. Ma la fama di santità della Regina cresce nei secoli e con il procedere dell’indagine storica. Così che nel 1958 si apre in diocesi di Valladolid la fase preliminare del processo di canonizzazione con l’insediamento di una commissione di esperti chiamata ad esaminare oltre 100mila documenti conservati negli archivi di Spagna e del Vaticano. Il 26 novembre 1971 è istituito il processo ordinario diocesano che si conclude dopo la celebrazione di ottanta sessioni. Il processo apostolico a Roma si apre il 18 novembre 1972, e dopo 14 anni di lavoro è portata a termine la composizione della positio historica sulla vita, le virtù e la fama di santità della serva di Dio, sulla quale sei consultori della Congregazione delle Cause dei Santi, nella riunione del 6 novembre 1990 esprimono giudizio positivo. Gli atti sono trasmessi a una commissione teologica perché si pronunci sul merito della causa. Ma l’iter subisce un rallentamento in occasione del quinto centenario della scoperta e dell’evangelizzazione dell’America che ha visto lo scatenarsi di polemiche strumentali da parte di quanti ritengono che la beatificazione della Regina nuocerebbe allo spirito ecumenico, e che l’istituzione del Tribunale dell’Inquisizione e la conquista dell’America siano ostacoli insormontabili per il riconoscimento della santità di Isabella.

Avviandomi alla conclusione, come possiamo riassumere questa ricchissima pagina di storia dedicata a Isabella la cattolica, regina di Castiglia e di Spagna? Non è un compito facile considerando i trent’anni di regno “isabellino”. Allora vorrei chiudere questa conversazione dedicata a Isabella la cattolica e al fatidico anno 1492 riportando le lusinghiere espressioni utilizzate dal postulatore della causa di beatificazione, p. Gutierrez, che scrive testualmente così: «La positio historica, pur rilevando l’assenza di fenomeni mistici straordinari in Isabella, la descrive come una autentica contemplativa nell’azione, che ha saputo coniugare la pratica delle virtù cristiane con il difficile esercizio dell’azione di governo. Isabella ha intrapreso il cammino della santità proprio con il compimento puntuale dei suoi doveri di regina. E ha mostrato che la vera missione dei reggitori degli Stati è di stabilire la pace e l’armonia tra i cittadini, affinché possa sbocciare la carità nelle anime e nelle società. È quindi anche modello di vita per i laici, ai quali insegna come devono procurarsi il Regno di Dio, trattando le cose temporali, anche le più impegnative. Inoltre è modello di virtù per le famiglie, come figlia, sorella, sposa fedele, madre sollecita e premurosa di cinque figli, ai quali si è dedicata senza trascurare i doveri di governo. In questo senso è anche modello di squisita femminilità, secondo l’insegnamento della Chiesa ribadita da Giovanni Paolo II con la lettera apostolica Mulieris dignitatem del 30 settembre 1988. Ma il suo principale insegnamento – conclude padre Gutierrez – sta nella sollecitudine per l’impegno missionario che anima tutte le sue grandi imprese, e che induce a proporla come modello della prima e della seconda evangelizzazione del mondo in genere, e dell’Europa, in specie».

Trascrizione di Claudio Forti

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