Libro III – Cap. 17 Il 1848 in Italia e in Europa (II)

Storia della Chiesa


Prof. A. Torresani. 17. 4  Le cinque giornate di Milano – 17. 5  Le vicende della rivoluzione del 1848 in Francia – 17. 6  Gli ultimi focolai rivoluzionari si spengono – 17. 7  Cronologia essenziale – 17. 8  Il documento storico – 17. 9  In biblioteca.

17. 4  Le cinque giornate di Milano
     Nel Lombardo-Veneto la notizia dei disordini di Vienna sca­tenò quelle forze che puntavano all’indipendenza della penisola.
Insurrezione di Venezia A Venezia, fin dal 17 marzo una grande folla si raccolse in piazza San Marco per avere notizie: quando conobbe il licenziamento del Metternich e la concessione della Costituzione, chiese la liberazione di Daniele Manin, Niccolò Tommaseo e altri patrioti arrestati nel gennaio precedente. Il governatore, impres­sionato dagli avvenimenti di Vienna, permise la scarcerazione dei patrioti. Il Manin assunse la direzione della rivoluzione veneziana. Il giorno 18 fu innalzato il tricolore in piazza San Marco, le truppe austriache reagirono e nel tumulto un citta­dino morì.  Nei giorni 19 e 20, essendo stata accolta la richie­sta fatta dal Manin di istituire la guardia civica, in città ci fu un poco di calma. Il Manin ritenne di non perdere l’occasione di proclamare la repubblica a Venezia: infatti, la propaganda piemontese non aveva fatto presa nel Veneto, perché era vivo il ricordo dell’antica autonomia mu­nicipale. Inoltre, il Manin aveva preso accordi con gli ufficia­li della marina, quasi tutti italiani, e con gli operai dell’Ar­senale. Il giorno 22 marzo, dopo aver assassinato il coman­dante austriaco dell’arsenale, furono distribuite armi ai patrio­ti, costringendo il governatore militare di Venezia a capitolare. La sera dello stesso giorno fu insediato un governo provviso­rio comprendente il Manin, il Tommaseo e altri.
Le cinque giornate di Milano Nel frattempo, a Milano, tra il 18 e il 22 marzo avvennero le ben più cruente cinque giornate. In­fatti, la città era presidiata da circa 14.000 soldati austriaci, comandati dal più grande soldato dell’impero, il feldmaresciallo Radetzky che aveva 82 anni, portati con invidiabile energia e lu­cidità. Il viceré, l’arciduca Ranieri, era partito per Verona con la famiglia il giorno 17, quando giunsero in città le notizie della rivolta di Vienna. Il podestà di Milano, Gabrio Casati, un liberale moderato, cercava di controllare l’agitazione popolare incanalandola verso la richiesta di qualche concessione, atten­dendo l’intervento di Carlo Alberto. Il Cattaneo pensava di chie­dere la libertà di stampa: nella notte tra il 17 e il 18 marzo stese il programma di un giornale per esigere la partenza delle truppe austriache da sostituire con truppe italiane presenti in altre parti dell’impero. Il Cattaneo, infatti, non credeva in Carlo Alberto e diffidava del successo di un’insurrezione popola­re, perché mancavano le armi e un centro di comando ben organiz­zato. Il mattino del giorno 18 il vicegovernatore O’Connell fece pubblicare un bando che annunciava una nuova legge sulla stampa e la convocazione delle congregazioni (consigli) di Lombardia e Ve­neto nei mesi successivi. Il bando, troppo generico, irritò la folla: i patrioti chie­sero la concessione immediata della guardia civica. Verso le 12, il Casati e alcuni assessori si diressero verso il palazzo del governo, sito in Borgo Monforte dove si incontrarono con un’altra colonna di dimostranti: una sentinella fu uccisa e il palazzo del governo fu preso d’assalto, facendo prigioniero il conte O’Con­nel, poi costretto a presentarsi a un balcone per firmare la con­cessione della guardia civica, la destituzione del capo della po­lizia e la consegna delle armi presenti nel municipio. Mentre il Casati e il Cernuschi, che avevano guidato questa fase della ri­voluzione, tornavano in Municipio, furono attaccati da un reparto dell’esercito e dispersi. Nel frattempo l’insurrezione era divampata ovunque con barricate nel centro della città. Il Radetzky fece occupare il palazzo reale e il Duomo, rioccupò il palazzo del governo e minacciò di bombardare la città dal Castello sforzesco, la principale caserma della cit­tà ancora in mano sua. Nella notte il Cernuschi fece trasferire il comando degli insorti in Casa Taverna, non facilmente raggiun­gibile dai soldati austriaci. Il 19 marzo la lotta riprese con crescente intensità intorno a circa 1600 barricate, difese dai tetti con lancio di tegole. Gli austriaci tenevano il Castello sforzesco, i Bastioni e molti edifici pubblici, ma gli uomini di Radetzky erano stanchi e non avevano pane, perché i rifornimenti furono intercettati dai milanesi insorti.
Il nuovo comitato di guerra Il Cattaneo riuscì a persuadere il Casati e gli altri assessori della necessità di formare un nuovo comitato per dirigere la rivoluzione, lasciando cadere le discus­sioni circa il futuro assetto della Lombardia, per accelerare la cacciata degli austriaci. Il nuovo consiglio di guerra risultò più efficiente, sviluppando la tattica che si era delineata, os­sia assediare gli austriaci in numerosi punti della città, impe­dendo che comunicassero tra loro. Il Radetzky dovette far arretrare i suoi uomini sulla cerchia dei bastioni, abbandonando il palazzo reale e il Duomo. Il giorno 21 fu conquistata dai ri­voltosi la caserma del genio:  dalle campagne cominciarono ad affluire contadini che chiusero gli austriaci fra due fuochi. Il Radetzky chiese una tregua, respinta dal  Cattaneo, contro l’opinione del Casati e di altri membri della municipali­tà. Da Torino giunse, finalmente, un emissario di Carlo Alberto che chiedeva di rendere esplicita la richiesta di intervento in Lombardia da parte del consiglio di guerra.
Appello del Cattaneo alla guerra nazionale Il Cattaneo, sempre ostile a Carlo Alberto, fece redigere un appello alla guerra na­zionale in difesa della Lombardia: “La città di Milano per com­piere la sua vittoria e cacciare al di là delle Alpi il comune nemico d’Italia, dimanda il soccorso di tutti i popoli e principi italiani, e specialmente del vicino e bellicoso Piemonte”, segui­vano circa 200 firme tra le quali quella del Manzoni.  Alla sera del 22 marzo partì per Torino una lettera del Casati con la ri­chiesta di intervento a Carlo Alberto. Il governo provvisorio era formato da moderati, favorevoli alla soluzione monarchica e quindi alla fu­sione della Lombardia col Piemonte, una soluzione ritenuta neces­saria per evitare la rivoluzione sociale. Il Cattaneo, perciò, si dimise dal consiglio di guerra, proprio il giorno 22 quando gli insorti, conquistando Porta Tosa, riuscivano a spezzare l’as­sedio del Radetzky che, in conseguenza, decise la ritirata per non rischiare il disastro: aveva perduto circa un migliaio tra morti, feriti e prigionieri; gli altri soldati erano esausti e affamati, e il comando non aveva notizie da Vienna. Il Radetzky concentrò le sue truppe intorno al Castello e ordinò un violento bombardamento della città con funzione di copertura, poi fece ri­tirare le sue truppe lungo i viali dei bastioni e uscì dalla cit­tà attraverso Porta Tosa, che era stata rioccupata, dirigendosi verso Lodi. Alle 3 del mattino del giorno 23 marzo a Milano non c’erano più soldati austriaci.
L’intervento di Carlo Alberto La sconfitta inflitta al Radetzky era pesante, ma non decisiva perché il vecchio generale riuscì a condurre con sé nelle fortezze del quadrilatero quasi tutta la cavalleria e l’artiglieria, e circa 45.000 soldati fatti affluire dagli altri presidi. Il consiglio di guerra milanese non poteva inseguire un esercito ancora intatto: poteva far­lo Carlo Alberto, ma questi preferì risolvere altri problemi.
Esitazioni del Piemonte A Torino dopo il 19 marzo, le dimostra­zioni a favore della guerra infittirono e il Cavour, sul “Risor­gimento” scriveva che era l’ora “della grande politica, quella delle risoluzioni audaci”, non la politica dei piccoli passi e della preparazione. L’esercito piemontese, nonostante quanto af­fermava la propaganda, era impreparato e i depositi vuoti.  Carlo Alberto temeva la vittoria dei repubblicani e la riedizione della Repubblica cisalpina: voleva assicurarsi il controllo del futuro Stato dell’Alta Italia. L’esercito piemontese, nonostante i me­diocri servizi logistici, avrebbe potuto sconfiggere un esercito demoralizzato come quello austriaco, ma solo a patto di fare in fretta: proprio ciò che non accadde.
Inizio effettivo della guerra Solo il 25 marzo la prima colonna piemontese passò il Ticino e giunse a Milano. L’esercito piemontese non accettò il consiglio di spin­gersi all’inseguimento del Radetzky, giungendo solo il 31 marzo a Brescia,  senza molestare gli austriaci che si trovavano più a sud. Carlo Alberto e i suoi generali decisero di schierare l’esercito sul medio Mincio per costringere gli austriaci ad attraversarlo e im­pedire rifornimenti di viveri provenienti dalla Lombardia. A Goito, Monzambano, e Valeggio tra l’8 e l’11 aprile ci furono piccoli combattimenti per assicurare ai piemontesi i guadi sul Mincio.
La svolta della guerra Le comunicazioni austriache lungo la val­le dell’Adige non furono interrotte. Solo il 24 aprile cominciò il blocco di Peschiera e tra il 26 e il 28 aprile il grosso dell’esercito piemontese varcò il Mincio per minacciare Verona. Il 30 aprile a Pastrengo avvenne uno scon­tro favorevole ai piemontesi; il 6 maggio, invece, una ricognizione di massa compiuta dall’esercito piemontese in dire­zione di Verona, fallì: la città non si sollevò e il villaggio di Santa Lucia fu abbandonato dai piemon­tesi nel tardo pomeriggio, per riprendere l’assedio della fortez­za di Peschiera. Dopo lo scontro di Santa Lucia l’esercito pie­montese perdette l’iniziativa. Infatti, dal Friuli stavano giungen­do circa 15.000 soldati, non trattenuti dalle scarse forze della Repubblica di San Marco e dai volontari provenienti da varie parti d’Italia. Il 21 maggio, quelle truppe si posero sotto il comando del Radetzky. Seguì una pausa dei combattimenti.
Il governo provvisorio in Lombardia Intanto in Lombardia il go­verno provvisorio aveva preso numerosi provvedimenti: fornire i viveri all’esercito piemontese e ac­cettare ufficiali piemontesi per inquadrare il nuovo esercito. Il governo lombardo era debole e subiva pressioni perché decretasse l’annessione al Piemonte. Il 7 aprile arrivò a Milano anche il Mazzini, che col Ferrari e il Cattaneo progettò il rovesciamento del governo moderato da sostituire con uno democratico, ma l’accordo fallì con grande collera del Cattaneo. Il 7 maggio a Milano arri­vò anche il Gioberti che ribadì la necessità di annettere la Lombardia al Piemonte. Il 12 maggio il governo provvisorio annunciò per il 29 maggio un plebiscito che det­te circa 560.000 voti favorevoli all’annessione e circa 700 contrari.
Il governo provvisorio a Venezia Nel Veneto la situazione era più difficile perché Venezia non riuscì a stabilire la sua supre­mazia sulle altre città venete, e Verona era occupata dal Radet­zky. Il governo provvisorio di Venezia decise per il 18 giugno l’elezione di un’assemblea alla quale affidare ogni decisione. Alla fine di questa fase politica, il Piemonte aveva ottenuto un notevole successo: tutta la Lombardia e le province venete di Pa­dova, Vicenza, Rovigo, Treviso, oltre ai ducati padani, avevano deciso mediante plebiscito di unirsi al regno di Sardegna.
I volontari toscani in guerra Anche nelle altre città italiane, quando giunsero tra il 19 a il 21 marzo le notizie dei fatti di Vienna e di Milano, ci furono travolgenti dimostrazioni. Dalla Toscana partirono circa 4500 soldati regolari e circa 3000 vo­lontari diretti verso la linea del Po.
Le contraddizioni del governo di Pio IX A Roma le notizie della rivolta di Milano arrivarono il giorno 21 marzo. Anche il nuovo governo pontificio, composto di liberali moderati, decise l’invio di un corpo di soldati regolari per difendere lo Stato della Chiesa sulla frontiera del Po; fu deciso anche l’arruolamento di volontari. Pio IX, tuttavia, alla richiesta di dare un incitamento morale alla guerra contro l’Au­stria, rispose all’inviato piemontese Edoardo Rignon: “Se potessi ancora firmare Mastai, prenderei la penna e fra pochi minuti sa­rebbe fatto, perché anch’io sono italiano, ma debbo firmare Pio IX, e questo nome mi dà l’obbligo d’inginocchiarmi davanti a Dio e di supplicare l’infinita divina sapienza che mi illumini”. La risposta fa chiaramente capire che era inevitabile in Pio IX il ripensamento dell’adesione al movimento italiano perché en­trava in conflitto con la responsabilità di un ministero univer­sale, comprendente anche gli austriaci. Per di più, il papa era amareggiato dal fatto di essere stato costretto proprio in quei giorni a espellere da Roma i gesuiti, su pressioni del suo gover­no formato di liberali. 
Tramonto dell’ideologia neoguelfa Le suggestioni del neoguelfi­smo e del federalismo stavano dileguando: ormai in Italia c’era posto solo per il progetto sabaudo di unione degli Stati italiani al Piemonte e anche questa non era una decisione facile da pren­dere. Infatti, il 21 aprile le truppe pontificie attestate sul Po ricevettero l’ordine di attaccare gli austriaci, ma quell’attacco produsse in Austria, in Baviera e in tutti gli Stati tedeschi una viva irritazione contro il papa Pio IX, con minacce di scisma. Il 29 aprile, Pio IX tenne la famosa allocuzione, divenuta uno degli scogli del risorgimento italiano. Pio IX in primo luogo respingeva l’accusa che fosse stata la sua politica la causa principale dei rivolgi­menti avvenuti in Europa e in Italia dopo il 1846.  Affermò che la politica seguita dopo la sua elezione era dettata solo dal be­ne dei suoi sudditi e raccomandata dalle potenze europee fin dal 1831. Anche i soldati ponti­fici inviati al confine non dovevano far altro che difendere il loro Stato. Ma il papa non poteva dichiarare guerra ad altri suoi figli: il papa non poteva esser a capo di alcuna federazione italiana e i popoli italiani dovevano restare soggetti ai loro sovrani.
Conseguenze dell’allocuzione del 29 aprile Il chiarimento del 29 aprile era necessario. Allora il fatto fu vissuto come un tra­dimento della causa italiana; gli storici attuali ammettono che fu il crollo di un mito artificioso inventato dai liberali moderati. Tut­tavia si può affermare che Pio IX accettò non per costrizione, ma con ragionata adesione il programma liberale moderato, finito  in un vicolo cieco quando imboccò la lotta contro i gesuiti e la guerra nazionale contro l’Austria, due ostacoli impossibili da superare.
Dimissioni del governo a Roma A Roma il ministero dette le di­missioni il giorno 30 aprile: per qualche giorno ci furono feb­brili movimenti. Per evitare che i soldati pontifici operanti nel Veneto perdessero la condizione di soldati regolari, divenendo franchi tiratori che potevano esser fucilati in caso di cattura, il governo dimissionario chiese a Carlo Alberto di accogliere i soldati pontifici nel suo esercito.  Fu formato un nuovo go­verno da Terenzio Mamiani che divise il ministero degli affari esteri ecclesiastici da quello degli affari esteri secolari, per evitare in futuro gli inconvenienti del precedente ministero.
Rapporti tra Napoli e la Sicilia A Napoli, il problema dei rap­porti con la Sicilia fu il più difficile da risolvere. Ci furono trattative con la mediazione di lord Napier e lord Minto perché la Gran Bretagna aveva nell’isola importanti interessi (vino di Marsala e zolfo). Il 6 marzo il governo napoletano convocò a Palermo un governo siciliano per adattare ai tempi la Costituzione spagnola del 1812, a patto che uno stes­so sovrano regnasse a Napoli e Palermo; Ruggero Settimo fu no­minato luogotenente del re in Sicilia. Il governo siciliano fece alcune controproposte: che Ferdinando II nominasse un viceré nel­la sua famiglia ma con poteri propri; che gli uffici militari, politici e amministrativi di Sicilia fossero affidati a sici­liani, e che le truppe napoletane sgomberassero la cittadella di Messina; e che la Sicilia avesse propri mini­stri degli esteri, della guerra e della marina.  Tali contropro­poste furono respinte dal re e dal suo governo. Ormai si atten­deva solo una crisi politico-sociale in Sicilia che permettesse di conquistare l’isola ribelle.
Moti antiaustriaci a Napoli Dopo il 20 marzo si ebbero anche a Napoli violente manifestazioni antiaustriache e antigesuitiche che indussero il governo a espellere i membri della Compagnia di Gesù. Il 25 marzo arrivarono le notizie della rivoluzione nel Lombardo-Veneto.  A Napoli fu aperta una sottoscrizione per volontari da inviare nell’Italia settentrionale: circa 200 solda­ti si misero al seguito dell’irrequieta principessa di Belgioio­so, mentre la folla chiedeva il cambio del ministero, una richie­sta accolta dal re con malcelata indifferenza. Il 3 aprile fu in­sediato il nuovo governo guidato da Carlo Troya, composto ancora da moderati che prepararono le elezioni.
Indipendenza della Sicilia Il 25 marzo si era riunito a Palermo il Parlamento siciliano che decretò un governo provviso­rio, cementato solo dall’odio contro i Borbone. Un re­parto di 100 volontari, al comando del La Masa, salpò per Livorno per prendere parte alla guerra d’indipendenza. Il 13 aprile fu dichiarata decaduta la dinastia borbonica.
Contraddizioni del governo di Napoli La partecipazione napoleta­na alla prima guerra del risorgimento fu rimandata a causa delle vicende accennate, quasi all’orlo della guerra civile, e della riluttanza di Ferdinando II a cooperare a una guerra che appariva vantaggiosa solo al Piemonte. Costretto dalle dimostra­zioni popolari, Ferdinando II fece partire l’ammiraglio Da Cosa con una squadra in direzione dell’Adriatico; dall’Abruzzo par­tì un corpo di spedizione al comando del generale Guglielmo Pepe verso il Po (4 maggio), mentre in tutto il regno delle Due Sicilie  scoppiavano moti contadini suscitati dalla mancata riforma agraria. In questa situazione, tra il 18 a il 30 aprile si svolsero le elezioni per la Camera dei deputati, frequentate da pochissimi elettori. Il 15 maggio, tra i deputati neoeletti e il sovrano si svolse un braccio di ferro: i deputati non volevano giurare fedeltà a una costituzione  che intendevano modificare, men­tre il re esigeva quel giuramento, perché non avrebbe fatto altre concessioni. L’agitazione divenne batta­glia aperta per le strade: da una parte la guardia nazionale e gli uomini armati che dalle province erano venuti a Napoli per sostenere i deputati; dall’altra l’esercito schierato a difesa del re. Ci fu­rono centinaia di morti e feriti, e la sera del 15 maggio l’as­semblea si sciolse per intimazione del re. Il gior­no dopo il re nominò un nuovo governo di moderati di destra.  Fu­rono sciolte la Camera e la Guardia nazionale; infi­ne fu richiamato il corpo di spedizione dal Veneto. Come l’allocuzione di Pio IX del 29 aprile, anche la giornata del 15 maggio segnò il tramonto delle speranze federali­ste e neoguelfe. I deputati napoletani avevano tentato uno svi­luppo della costituzione del 10 febbraio in senso democratico, ma erano stati sconfitti dai troppi problemi giunti tutti insieme a scadenza. Le barricate napoletane non furono vittoriose perché non esistevano le condizioni minime per un’affermazione dei libe­rali, come invece avvenne in Piemonte.
Il Radetzky passa all’offensiva Nell’Italia settentrionale, il Radetzky, verso il 24 maggio passò all’offensiva in direzione di Vicenza e di Peschiera. L’offensiva era prematura perché da Vi­cenza le truppe austriache furono respinte, e a Peschiera non po­terono arrivare perché arrestate a Curtatone e Montanara, e infi­ne ci fu la battaglia di Goito dove la resistenza dei toscani e un contrattacco piemontese fecero fallire il piano di Radetzky. La sera del 30 maggio arrivò la notizia della resa della fortezza di Peschiera ai piemontesi per cui il Radetzky ripiegò su Verona e Legnago, ma poté ripetere l’attacco, riuscito, contro Vicenza (11 giugno). Alla caduta di Vicenza seguì quella delle città venete di terraferma: solo Venezia resistette ancora a lungo, dopo aver accolto il generale Pepe con le poche truppe che si erano rifiutate di tornare a Na­poli dopo i fatti del 15 maggio. Anche l’ammiraglio Da Cosa tor­nò a Napoli con la squadra napoletana che aveva bloccato il golfo di Trieste.
Tensioni politiche nel corso della guerra A luglio ci fu la di­scussione circa l’annessione della Lombardia al Piemonte e la ri­chiesta di annessione avanzata anche dal governo di Venezia che vedeva in questa misura l’unica via per avere aiuti dall’esercito piemontese. La nuova situazione militare faceva pensare alla possibilità che l’Austria cedesse al Piemonte la Lombardia e si tenesse il Veneto: infatti il 15 maggio era avvenuta una nuova sommossa a Vienna, e l’imperatore Ferdinando I con la famiglia era partito per Innsbruck, inducendo il governo austriaco a ten­tare la via dell’armistizio. Tuttavia, il miglioramento della situazione militare avvenuto dopo la conquista di Vicenza, con­vinse il Radetzky a premere perché il suo governo rinunciasse all’idea di armistizio. Il generale Windischgrätz, tra il 14 e il 17 giugno aveva schiacciato la rivoluzione a Praga.
Tramonto delle speranze rivoluzionarie Alla fine di giugno la notizia della violenta repressione in Francia della rivolta ope­raia spense gli entusiasmi rivoluzionari. Il 22 luglio, quando il Radetzky raggiunse la superiorità numerica sui piemontesi, iniziò a premere sul loro esercito schierato tra Mantova e il Mincio: il 25 luglio, a Custoza si consumò la sconfitta piemontese, seguita dalla ritirata, prima fino all’Adda, poi fino a Milano, per scongiurare la formazione di un governo di salute pubblica proposta dal Catta­neo, dal Mazzini e dai democratici milanesi. Anche il Garibaldi, tornato dall’America il 21 giugno, operava con circa 1500 volon­tari nella provincia di Bergamo. Da Torino giunsero commissari regi per prendere in mano la situazione milanese. Carlo Alberto comprese che l’armistizio poteva esser ottenuto solo a condizione di ritirare le sue truppe dalla Lombardia: decise perciò la riti­rata oltre il Ticino. Nel primo mattino del 5 agosto, a San Do­nato Milanese, avvenne la capitolazione e il giorno dopo le trup­pe austriache entrarono in Milano.  Il 9 agosto il generale pie­montese Salasco firmò le condizioni dell’armistizio dettate dal Radetzky.

17. 5  Le vicende della rivoluzione del 1848 in Francia
     Come il successo della rivoluzione di febbraio a Parigi ave­va favorito le rivoluzioni in Prussia, in Austria, in Ungheria, in Italia, così la repressione del tentativo democratico, avvenu­ta tra il 22 e il 26 giugno 1848 ad opera dell’esercito, incoraggiò le forze conservatrici in Europa a contrasta­re le forze rivoluzionarie.
Riflusso rivoluzionario Dopo il 16 febbraio 1848, bastarono po­chi mesi perché la marea rivoluzionaria cominciasse a rifluire: i governi dei paesi più avanzati rimasero liberali, ma furono stroncate le tendenze socialiste e anarchiche. In Francia, il 5 maggio si riunì l’assemblea costituente che affidò il potere ese­cutivo a una commissione col compito di nominare i ministri del governo provvisorio, escludendo i socialisti. Questi ultimi ten­tarono un colpo di mano contro l’assemblea costituente il 15 maggio, fallito clamorosamente. La crisi economica e finan­ziaria, divenuta acuta, indebolì i sindacati e fece fallire gli ateliers nationaux, i cui organici erano cresciuti a dismisu­ra, oltre 100.000 lavoratori. A Parigi non c’era lavoro per una massa di operai scarsamente qualificati che ve­nivano strumentalizzati dai gruppi rivoluzio­nari. Il governo rimandò a casa i provinciali e allontanò da Parigi i lavoratori più politicizzati. 
Disperata sollevazione operaia Il 22 giugno scoppiò la rivolta dei lavoratori e delle masse di Parigi. La battaglia durò fino al 26 giugno, provocando alcune migliaia di morti. Il comando della repressione fu affidato al generale Cavaignac, che chiuse i giornali rivoluzionari e fece nominare un primo ministro dotato di grandi poteri: il resto della Francia tirò un sospiro di sol­lievo.
La costituzione della Seconda repubblica Il 14 novembre 1848, in Francia fu approvata una nuova carta costituzionale di carattere decisamente democratico: era prevista l’elezione a suffragio uni­versale dell’assemblea e del presidente della repubblica; era­no garantiti i diritti e le libertà individuali; i ministri erano responsabili davanti al Parlamento; i deputati ricevevano un’in­dennità.  Furono abbandonati, invece, i progetti di decentramento amministrativo e il diritto al lavoro, per timore del socialismo e degli ateliers nationaux. 
Bonaparte presidente Il presidente durava in carica quattro anni e non era rieleggibile. Il 10 dicembre si tennero le elezioni per la presidenza della repubblica con risultati a sorpresa: il vincitore fu Luigi Napoleone Bonaparte con cinque milioni e mezzo di voti: il Cavaignac ne ebbe un milione e mezzo, il democratico Ledru-Rollin 400.000. Al successo di Luigi Napoleone contribuirono bor­ghesi contadini operai, che ormai volevano un governo forte. L’assemblea costituente, sconfitta e screditata, si sciolse il 9 febbraio 1849. Il 13 maggio ci furono nuove elezio­ni e il partito dell’ordine, formato da cattolici, monarchici e conservatori, ebbe 450 seggi su 750.

17. 6  Gli ultimi focolai rivoluzionari si spengono
     In Italia, dopo l’armistizio Salasco del 9 agosto 1848, i democratici tentarono di assumere la responsabilità di governo in luogo dei liberali moderati che avevano fallito la prova.
Caduta dei moderati In Toscana, ad agosto fu formato il go­verno presieduto da Gino Capponi, un moderato che si rese conto dell’impossibilità di riproporre una politica italiana dopo la sconfitta militare. Durò in carica poco più di due mesi, poi do­vette dare le dimissioni a causa dell’intransigenza dei democra­tici che insistevano in un rivoluzionari­smo verbale senza comprendere le mutate condizioni della politica europea.
Rosmini a Roma A Roma giunse il 15 agosto Antonio Rosmini, in­viato dal governo piemontese per stipulare un concordato tra re­gno di Sardegna e Santa Sede, ma anche per tentare di dare vita al progetto di confederazione tra gli Stati italiani. Le tratta­tive fallirono. Il 15 settembre, a Roma era stato formato un nuovo  ministero presieduto da Pellegrino Rossi, che propose un progetto di confederazione, rifiutato dal Piemonte. 
Tentativo di Pellegrino Rossi a Roma Il Rossi tentò di salvare ciò che rimaneva dell’autorità papale in uno Stato in preda all’anarchia: a Bologna, dopo l’insurrezione antiaustriaca dell’8 agosto, erano avvenuti numerosi omicidi e ruberie, senza che il governo fosse riuscito a ristabilire l’ordine. Il Rossi cercò di rimettere ordine nelle finanze e nell’esercito: ma per realizzare questi progetti occorreva la pace. Il 15 novembre 1848, Pelle­grino Rossi fu ucciso. Il giorno dopo una grande dimostra­zione di democratici chiese al papa Pio IX la formazione di un ministero democratico. Il 17 novembre il papa fece conoscere al corpo diplomatico che la nomina di quel ministero gli era stata imposta con la violenza. 
Pio IX abbandona Roma Il 24 novembre Pio IX fuggì a Gaeta, ospi­te di Ferdinando II.  Il Rosmini lo raggiunse nel vano tentativo di sanare il conflitto tra la Santa Sede e il movimento li­berale. Il Mazzini fece circolare l’idea che la fuga del papa da Roma equivaleva a una abdicazione, e che quindi si doveva convo­care un’Assemblea costituente eletta a suffragio universale. Pio IX reagì da Gaeta il 1° gennaio 1849, protestando contro tale progetto. Il governo piemontese, presieduto dal Gioberti, cerca­va di indurre Pio IX a rientrare in Roma mediante un intervento militare piemontese, e poi riprendere la guerra contro l’Austria. 
La Repubblica romana I democratici non cedettero: il 21 gennaio 1849 furono tenute nell’ex Stato della Chiesa le elezioni per l’assemblea costituente. Il 5 febbraio Carlo Armellini tenne il discorso di inaugurazione davanti ai deputati tra cui c’erano Carlo Bonaparte, principe di Canino, e Garibaldi, eletto per la circoscrizione di Macerata.  Fu approvata la decadenza del potere temporale papale, e proclamata la Repub­blica romana.
Nuova occupazione di Ferrara L’Austria reagì facendo occupare ancora una volta la città di Ferrara. A Roma, i repubblicani radicali chiesero la guerra contro il regno di Napo­li. I repubblicani moderati, invece, premevano per riproporre un’assemblea costituente italiana. Scoppiarono qua e là tumulti, subito repressi. Il 21 febbraio fu votata la confisca dei beni del clero; più tardi una legge agraria suddivise la proprie­tà dei conventi in poderi per i contadini più poveri.
Mazzini a Roma Mazzini arrivò a Roma il 5 marzo 1849, divenuto deputato all’assemblea in seguito a una elezione suppletiva. La notizia della ripresa della guerra del Piemonte contro l’Austria, indusse il Mazzini a proporre la guerra nazionale contro l’Au­stria, ma poco dopo giunse l’eco della sconfitta di Novara. In­tanto sulla Repubblica romana si addensava l’ombra di un inter­vento francese, richiesto dai cattolici come prezzo politico del loro appoggio a Luigi Napoleone, mentre la politica estera fran­cese si sforzava di presentare l’intervento all’opinione pubblica come aiuto ai piemontesi dopo la sconfitta di No­vara.
L’intervento francese a Roma Il 24 aprile giunse a Civitavecchia la prima nave francese. Il 26 aprile, il triumvirato composto da Mazzini, Saffi, Armellini riferì all’assemblea le proposte del comandante francese Oudinot. Il 30 aprile una parte del corpo di spedizione francese si mise in marcia verso Roma nella convinzione che non ci sarebbe stata resisten­za. Al contrario, i francesi trovarono le porte chiuse e una vi­vace resistenza che costò la perdi­ta, tra morti feriti e prigionieri, di un migliaio di francesi: fu un successo memorabile per la Repubblica romana.
Tentativo dei Borbone Nel mese di maggio ci fu un attacco napo­letano giunto fino ad Albano, ma quei soldati tornarono indietro respinti dal  Garibaldi. Un corpo di spedizione austriaco attac­cò Bologna, occupata  il 16 maggio, poi proseguì in direzione di Ancona, caduta il 19 giugno. Le truppe repubblicane si ritiraro­no in Roma dove si svolgevano complesse trattative tra il genera­le Oudinot e il Mazzini.  Il 30 maggio i francesi occuparono Mon­te Mario: il 1° giugno ricominciarono i combattimenti con un bom­bardamento francese e una strenua difesa dei romani durata tutto il mese. Il 30 giugno il consiglio di guerra romano decise l’ab­bandono di Roma non più difendibile. Il 2 luglio, Garibaldi ini­ziò una fortunosa ritirata lungo la valle del Tevere, per rag­giungere Venezia che ancora resisteva all’assedio austriaco.
Il Piemonte dopo l’armistizio Salasco  In Piemonte, dopo l’armi­stizio Salasco, si formò un governo presieduto da Cesare Alfieri di Sostegno col compito di ottenere “una pace onorevole” dall’Austria. Il Gioberti attaccò il nuovo ministero, accusato di lasciar cadere il progetto di un regno dell’Alta Italia: l’attac­co ebbe successo. Ad esso si univano le difficoltà finanziarie, e la necessità di riordinare l’esercito che aveva rivelato note­voli carenze di comando. A ottobre ci fu una ripresa della rivo­luzione a Vienna e la rivolta in Ungheria che sembravano rimetter tutto in discussione; ma l’insurrezione fu presto domata e il po­tere a Vienna fu assunto da Felix von Schwarzenberg che dette il colpo finale alle speranze piemontesi di ripresa del conflitto in Lombardia.
Difficoltà dell’esercito piemontese I dissidi sorti nell’eserci­to piemontese suscitarono un dibattito astioso, sfociato nella nomina a capo di Stato maggiore del polacco Albert Chrzanowski, considerato un buon teorico dell’arte militare. Il presidente del consiglio Cesare Alfieri di Sostegno si dimise: il 15 dicembre il Gioberti formò un ministero di democratici di centro-sinistra.
Il ministero Gioberti Il 27 dicembre la Camera fu sciolta e fu­rono indette nuove elezioni vinte dai democratici: il Cavour, mo­derato, non fu rieletto. Gioberti iniziò un vasto disegno per realizzare l’unione degli Stati italiani, inviando numerosi emis­sari presso i governi italiani. Il fallimento del Gioberti si dovette all’impossibilità di stabilire un accordo tra governi che, come quello di Roma e di Firenze erano democratici; mentre a Gaeta e a Napoli prevalevano le forze volte alla restaura­zione; in seguito, la proclamazione della Repubblica romana e la fuga del granduca di Toscana da Firenze fecero cadere anche il ministero Gioberti (21 febbraio 1849).
Riprende la guerra L’armistizio Salasco fu denunciato il 12 mar­zo 1849;  la guerra ebbe inizio il 20 marzo sotto il comando ef­fettivo del Chrzanowski, dimostratosi, alla prova dei fatti, de­bole e incerto.  Anche le truppe erano notevolmente demoralizza­te.
La vittoria di Radetzky a Novara Il Radetzky approfittò della mancata interruzione di un ponte sul Ticino, per sventare la manovra offensiva dell’esercito piemontese: manovrando in velocità, riuscì a chiu­dere l’esercito piemontese in Novara.  Il combattimento durò alcune ore. Infine, verso la sera del 23 marzo 1849 le truppe piemontesi si ritirarono.
Abdicazione di Carlo Alberto Carlo Alberto, già nel pomeriggio aveva inviato un generale per chiedere l’armistizio agli austriaci, accordato a condizioni molto dure. Verso le nove di sera, a Novara, Carlo Alberto annunciò la sua abdicazione a favore del primogenito Vittorio Emanuele e poi prese la via dell’esi­lio.
Armistizio di Vignale Il 24 marzo, il nuovo re ebbe un collo­quio col Radetzky nel villaggio di Vignale, dove nacque la leg­genda del “re galantuomo” perché Vittorio Emanuele avrebbe rifiu­tato un ingrandimento del suo Stato in cambio dell’abrogazione dello Statuto albertino. In realtà, il Radetzky, nell’attenuare le condizioni di armistizio, voleva facilitare un’evoluzione po­litica in senso conservatore del governo piemontese, permettendo a Vittorio Emanuele II di sbarazzarsi dei democratici al go­verno. 
Condizioni dell’armistizio L’armistizio, firmato a Novara il 26 marzo, impegnava il re a iniziare al più presto trattative di pace. Il giorno 30 marzo fu pubblicato il decreto di scioglimento della Camera, senza annunciare la data delle nuove elezioni. A Genova, roccaforte dei democratici e dei repubblicani, scoppiarono gravi tumulti con espulsione del presidio militare.
Le dieci giornate di Brescia Anche a Brescia, dal giorno 23 mar­zo al 2 aprile, avvenne una lotta disperata dei cittadini contro l’esercito austriaco che ricorse, contrariamente alle sue tradi­zioni, a mezzi orribili costati la morte a un migliaio di civili.
La resistenza di Venezia In armi rimaneva solo Venezia, all’ini­zio dell’estate del 1849, difesa dalla laguna e dal possesso di alcuni forti muniti di artiglieria. Il Manin dirigeva un trium­virato che seppe avvalersi di uomini provenienti da ogni parte d’Italia. Dopo la partenza della flotta piemontese, la flotta austriaca fu in grado di bloccare il transito di navi attraverso la laguna di Venezia.  La stessa cosa faceva da terra l’esercito. A partire dal 27 giugno il bombardamento austriaco fu più efficace, mentre a Venezia cominciava a scarseggiare il cibo. Poiché la resistenza non aveva speranza di successo, il 22 agosto fu firmata la resa di Venezia. Il 24 agosto, il governo restituì i poteri al municipio e si sciolse.

17. 7   Cronologia essenziale
1848 Nei primi giorni di gennaio a Milano avvengono incidenti sanguinosi in relazione allo sciopero del fumo. Il 14 gennaio a Palermo scoppia una grave sommossa. Il 29 gennaio, Ferdinando II concede la costituzione, pro­mulgata il 10 febbraio. L’8 febbraio anche Carlo Alberto annuncia la concessione dello Statuto.
1848 Il 22 febbraio, in Francia il re Luigi Filippo licenzia il Guizot. Il 24 febbraio Parigi è in piena rivolta. Il re fugge: è proclamata la Seconda repubblica.
1848 Il 13 marzo, anche a Vienna si verificano scontri tra libe­rali ed esercito.  Il Metternich lascia la città.
1848 Il 18 marzo a Berlino scoppia un’insurrezione liberale: il re fa importanti concessioni.
1848 Il 17 marzo a Venezia le notizie viennesi provocano fermen­to.  Daniele Manin prende il comando della rivolta. Dal 18 al 22 marzo a Milano si svolgono le cinque giornate, concluse con la ritirata delle truppe austria­che. Il 25 marzo una colonna piemontese passa il Ticino e giunge a Milano. Il 29 aprile, Pio IX tiene la famosa allocuzione ai cardina­li in cui dichiara di non poter inviare truppe a combattere con­tro altri cattolici. Lo scontro avvenuto presso Santa Lucia di Verona il 6 maggio risulta favorevole agli austriaci. Il 22 luglio avviene la battaglia di Custoza, perduta dai piemontesi che si ritirano oltre il Ticino. Il 9 agosto, il generale Salasco firma le condi­zioni di armistizio.
1848 Il 22 giugno i lavoratori insorgono e marciano su Parigi.  L’esercito reprime la rivolta causando migliaia di morti. Il 10 dicembre, risulta eletto presidente della repubblica francese Luigi Napoleone Bonaparte.



17. 8  Il documento storico
     Con l’allocuzione del 29 aprile 1848 il papa Pio IX volle spiegare il significato dei movimenti di truppe papali, annun­ciando che il progetto neoguelfo di un papa presidente della con­federazione degli Stati italiani non avrebbe avuto alcun seguito. La funzione universale della Chiesa le impediva di prestare ogni tipo di attenzione al compito di estendere il suo territorio giu­dicato sufficiente per fornire “garanzia del libero esercizio del supremo apostolato”.

     “Dalle regioni austriache soprattutto della Germania ci giunse notizia correr voce tra quelle genti che il Romano Ponte­fice, con suoi messi ed altre arti, abbia incitato i popoli ita­liani a introdurre nuovi mutamenti nella cosa pubblica. Appren­demmo parimenti che taluni nemici della religione cattolica tras­sero da ciò occasione per accendere negli animi dei Germani ardo­re di vendetta ed alienarli dall’unità di questa Santa Sede…
     Né possono d’altra parte adirarsi con Noi i sopraddetti po­poli della Germania se non ci fu possibile in alcun modo contene­re l’ardore di coloro che dal nostro dominio temporale vollero plaudire alle azioni intraprese contro di essi Germani dell’Ita­lia superiore, e se anche altri, accesi da pari amore per la pro­pria nazione, vollero dare la loro opera alla stessa causa, insie­me cogli altri popoli d’Italia…
     Nella quale condizione di cose, Noi non abbiamo voluto dare ai Nostri Soldati inviati al confine della giurisdizione pontifi­cia altro mandato se non quello di difendere l’integrità e la si­curezza dello Stato Pontificio.
     In verità, poiché taluni hanno di recente espresso il desi­derio che anche Noi, insieme cogli altri popoli e Principi d’Ita­lia, intraprendessimo la guerra contro i Tedeschi, Noi reputiamo nostro dovere di affermare chiaramente ed apertamente in questo vostro solenne  consesso che ciò aborre del tutto dai nostri in­tendimenti; imperocché Noi, sebbene indegnamente, esercitiamo in terra le veci di Colui che è l’Autore della pace e principe della carità, e quindi per ufficio del supremo Nostro apostolato, con ugual sentimento di paterno amore riguardiamo popoli genti e na­zioni e del pari al seno stringiamo.
     Che se tuttavia non mancano fra i Nostri sudditi coloro che sono trascinati dall’esempio degli altri italiani, come potremmo Noi frenare il loro ardore?
     Né possiamo, in questa sede, non ripudiare al cospetto di tutte le genti, i subdoli consigli, manifestati in pubblici gior­nali ed opuscoli vari, di coloro che vorrebbero il Romano Ponte­fice presiedere a quella nuova repubblica da costituirsi con tut­ti i popoli. Anzi, in tale occasione, vivamente ammoniamo ed esortiamo questi medesimi popoli italiani, per l’amore che ad es­si portiamo, a guardarsi con somma cura dagli astuti consigli di questo genere, perniciosi alla stessa Italia, a tenersi stretti fermamente ai loro Principi, di cui hanno sperimentato la benevo­lenza, e a non permettere di essere strappati dall’ossequio ad essi dovuto. Giacché se agissero diversamente, non solo manche­rebbero al loro dovere, ma andrebbero anche incontro al pericolo che la stessa Italia si scindesse vieppiù in maggiori discordie e fazioni intestine. Di Noi, ancora, una volta dichiariamo che il Romano Pontefice rivolge ogni pensiero, cura e studio a far ogni giorno più grande il regno di Cristo, cioè la Chiesa; e non ad ampliare i confini del civile Principato, di cui la divina Prov­videnza volle provvista questa Santa Sede per sua maggiore digni­tà e garanzia del libero esercizio del Supremo Apostolato…”

Fonte: Pii IX Pontificis Maximi Acta, Pars I, Roma 1849, pp. 92-98.
 
17. 9 In biblioteca
      Per le vicende del 1848 a Berlino si consulti di J. DROZ, Storia della Germania, Garzanti, Milano 1955; e di E. SESTAN, La Costituente di Francoforte 1848-49, Sansoni, Firenze 1946.
Per la funzione assunta da Pio IX nei confronti della prima guerra del risorgimento si consulti di R. AUBERT, Il pontificato di Pio IX, SEI, Torino 1970.
Per la storia delle guerre del risorgimento rimane insuperato il libro di P. PIERI, Storia militare del Risorgimento, Einaudi, Torino 1962.
Per la breve vicenda della Seconda repubblica si consulti di M. AGULHON, La Francia della Seconda repubblica. 1848-1852, Editori Riuniti, Roma 1973.
Molto noto il libro di L. SALVATORELLI, La rivoluzione europea dell’anno 1848-1849, Rizzoli, Milano 1949.
Per gli aspetti costituzionali si consulti di N. CORTESI, Costi­tuenti e Costituzioni italiane del 1848-49, Libr. Scient., Napoli 1951.