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L'OSSERVATORE ROMANO, Mercoledì 9 Aprile 1997
Quando Pierina Morosini venne mortalmente
aggredita, fu subito accostata a Maria Goretti. Ma rispetto alla ragazza non
ancora dodicenne, che il 6 luglio 1902 alla Cascina Antica delle Ferriere di
Conca, a dieci chilometri da Nettuno, nell'Agro romano, si lasciò uccidere con ventiquattro pugnalate per difendere la
propria illibatezza, la Morosini è poi sempre rimasta nell'oblio, quasi in
coerenza con lo stile della sua esistenza interamente condotta nel riserbo e
nel nascondimento. Eppure Pierina Morosini — della quale in questi giorni si
compie il quarantesimo anniversario del sacrificio — ha molti motivi per essere
ricordata ed esaltata, nella esemplarità e modernità della sua figura.
È arrivata alla gloria degli altari in soli trent'anni e sei mesi — la sua beatificazione è avvenuta il 4 ottobre 1987, durante l'assemblea del Sinodo dei Vescovi dedicata al tema «Vocazione e missione dei laici nella Chiesa e nel mondo» a vent'anni dal Concilio Ecumenico Vaticano II —; affrontò la prova suprema a ventisei anni coronando in modo eroico l'impostazione dell'intera sua vita, salvaguardando con la sua purezza, liberamente scelta, la sua dignità di donna. Giustamente è stato osservato che se Maria Goretti è santa perché martire; Pierina Morosini fu martire perché santa; di una santità particolare, costruita sulle piccole vicende quotidiane accettate e interpretate in totale adesione a Dio.
Primogenita di una nidiata di otto fratelli
e sorelle, Pierina Morosini nacque in una famiglia poverissima il 7 gennaio
1931. Crebbe in una cascina, la Cedrina Alta, edificata su uno spiazzo delle
pendici del Monte Misma, nel cuore della Valle Seriana, una delle aree più
industriose, specie per il ramo tessile, della provincia
di Bergamo e dell'intera Lombardia. Apparteneva alla parrocchia di Fiebbie —
non molte centinaia di anime — una delle otto frazioni del Comune di Albino. L'isolamento dell'abitazione tra i
boschi accentuava i disagi — tanto per dire, la luce elettrica arrivò soltanto
nel 1956 — di una comunità domestica, resa più numerosa dalla presenza di
bambini accettati a balia, che campava sul salario del padre, occupato come
guardia notturna in uno stabilimento della zona, e
sul poco che dava il lavoro della terra. Sara Neris, la madre, era il vero
angelo del focolare. Tra le sue mille incombenze poneva in primo piano
l'educazione religiosa della prole al punto da diventare una valente catechista
domestica.
Ben presto cercò ed ebbe una «spalla» in Pierina, la quale all'età di sei o sette anni si trovò «piccola donna» occupata nelle faccende di ogni giorni, nella custodia dei fratellini, delle sorelline e le altre necessità, tra la cascina sul monte e il borgo nel fondovalle (mezz'ora circa di buon cammino). Andò pure da sarti per imparare ad aggiustare, riassestare e riutilizzare fino all'ultimo i capi del guardaroba modestissimo di famiglia. Ma a poco a poco Pierina Morosini si inserì anche nella Parrocchia, distinguendosi nel fervore della partecipazione alle varie funzioni, aderendo alle diverse iniziative. Soprattutto prese l'abitudine di assistere ogni giorno, prestissimo, alla Messa, di fare la Comunione e di trattenersi per lunghi momenti in chiesa a pregare da sola, in un banco in fondo alla navata. Era facile notarla perché, estate e inverno, indossava sempre un grembiule nero, su calze nere e grosse e zoccoli ai piedi: una sorta di divisa che si era imposta autonomamente, un po' per le scarse possibilità finanziarie della famiglia, un po' per vivere a suo modo almeno nell'ambito, quell'ideale di farsi monaca — e coltivò e manifestò costantemente senza mai poterle realizzare per la indisponibilità della sua presenza in casa. All'aiuto pratico per le costanti esigenze aggiunse infatti presto pure quello della sua busta paga, perché a quindici anni appena compiuti, nel marzo del 1946, cominciò a lavorare come operaia nella filaturatessitura di cotone «Honegger» di Albino, stabilimento situato a circa quattro chilometri dalla Cedrina Alta: Pierina li percorse sempre a piedi, quasi costantemente da sola nella parte sulla dorsale del Monte Misma, sgranando le Ave Maria del Rosario, alternate a giaculatorie e ad altre preghiere. A seconda dei turni (ore 6-14 e 14-22) soleva prima di entrare in fabbrica oppure all'uscita sostare e nella prepositurale di Albino — all'alba, con qualsiasi tempo, per ricevere la Comunione e seguire una parte della Messa — e al Santuario della Madonna del Pianto che si affacciava proprio sul suo itinerario.
Della sua convinta religiosità offriva
continua testimonianza pure sul posto di lavoro, con visite nella Cappella
interna durante gli intervalli autorizzati per i pasti e con una condotta
rigorosa, riservata, compunta: orazione personale mentale e bisbigliata al
posto delle chiacchiere e delle battute, di solito salaci e addirittura
volgari, con le colleghe. Il suo contegno era così semplice e naturale che
anziché derisione — come purtroppo spesso avviene in casi analoghi — le
procurava ammirazione, rispetto, stima.
Ella aveva via via profondamente assimilato
quegli atteggiamenti intrecciando gli esempi avuti in casa, tutti ispirati alla
più genuina tradizione cristiana, saldamente radicata, specie allora, nella
terra bergamasca, agli insegnamenti ascoltati in Parrocchia. L'adesione alla
Azione Cattolica, inizialmente come semplice iscritta e poi come dirigente, sia
pure a livello locale, aveva moltiplicato enormemente per lei le occasioni di
formazione attraverso incontri, conferenze, esercizi spirituali. Correvano gli
anni della grande «crociata per la purezza», lanciata nel 1942 sull'onda del buon esito di una prima
pressoché analoga iniziativa proposta nel 1926. «Eucaristia, castità,
apostolato» erano le tre parole chiave di un programma di vita che la stampa della associazione continuava a sostenere
nella attenzione delle iscritte con esortazioni come queste: “Devi resistere pura in mezzo a tanto
peccato. È il tuo martirio, il martirio di ogni giorno. Devi sopportare in
silenzio il martirio di tutti gli istanti, le tentazioni di tutte le ore. Ti
voglio vedere, ogni volta che ti incontro, con il volto puro, raggiante di
pace, luminoso di gioia: la pace di chi non teme il male perché porta in sé la
forza di Cristo, la gioia di chi ha vinto anche se per vincere ha dovuto
soffrire molto; e piangere...».
Pierina Morosini prese queste sollecitazioni
come regole, ne intensificò la forza con letture di vite di Santi, raccolte di
massime e pagine di meditazione, da cui trasse testualmente e rielaborate,
indicazioni che diventarono l'irrinunciabile binario della sua esistenza: «La
verginità è un profondo silenzio di tutte le cose
della terra», «Francesco di Sales non fu santo che a forza di combattere contro
se stesso: io lo imiterò, «Il mio amore, un Dio Crocifisso; la mia forza, la
Santa Comunione; l'ora preferita, quella della Messa; la mia divisa, essere un
nulla; la mia meta, il cielo»; «La mia vocazione: mi lascerò condurre come una
bambina di un giorno solo». Con pensieri e propositi come questi, già
assorbiti e in via di acquisizione, Pierina Morosini alla fine di aprile del
1947 visse l'evento più importante — e unico — della sua breve esistenza: il
pellegrinaggio con l'Azione Cattolica, di sei giorni, a Roma per la
beatificazione della fanciulla dell'Agro Romano che era stata l'emblema, la
figura dominante della lunga «crociata per la purezza».
Per l'occasione rinunciò eccezionalmente al
grembiule nero e alle calze di lana e agli zoccoli, sostituendoli con un
abitino, un soprabito chiaro e un paio di sandali prestatile da una zia. Sentì
così intensamente quell'avventura da cristallizzarla — lei che aveva
frequentato appena la quinta elementare — in un diario personale di pochissime
ma pregnanti pagine. Sorprese le compagne per l'estasi di fronte ai solenni
riti, ma soprattutto le stupì quando disse e più volte confermò: «Come mi
piacerebbe fare la morte di Maria Goretti!». Esattamente dieci anni più tardi —
anni vissuti tutti con nuovi impegni di
apostolato (zelatrice per il Seminario e le Missioni, maestra di dottrina
cristiana, assistente di ammalati, animatrice di associazioni cattoliche) e con
crescente zelo di fede (sotto la guida di un padre spirituale) — il Signore le
diede il modo di dimostrare la sincerità e la saldezza del suo proposito.
Nel pomeriggio del 4 aprile 1957 fu trovata
agonizzante da un fratello sul sentiero del bosco che stava attraversando al
ritorno dal lavoro: giaceva con la testa fracassata da un masso e in mano la corona del Rosario che stava recitando.
Portata all'ospedale di Bergamo vi spirò la mattina del 6 aprile — un sabato —
senza aver ripreso conoscenza. Le indagini, dopo lunghi accertamenti, portarono
all'arresto di un giovane di Albino, poi processato e condannato con sentenza
definitiva del maggio 1960, a dieci anni e undici mesi di reclusione (otto anni
e undici mesi per omicidio preterintenzionale — due dei quali condonati —, due
anni per violenza; estinzione per amnistia del reato di atti osceni). Il
«caso» giudiziario si chiuse nel maggio 1963 con il no della Cassazione ad ogni
ulteriore ricorso dell'imputato, che tornò libero nel 1965.
Nel frattempo però sulla storia di Pierina
Morosini si stavano muovendo i primi passi di quel processo, prima diocesano e
poi in sede romana, che l'ha portata in tempi molto rapidi alla gloria degli altari. In una Lettera pastorale il
compianto Monsignor Giulio Oggioni, a quell'epoca Vescovo di Bergamo, l'ha
indicata come luminoso esempio di «una santità straordinaria nascosta e
popolare», alimentata dalla famiglia, dalla parrocchia, dalla più genuina
tradizione cristiana della gente bergamasca.
Oltre che nel martirio consapevolemente
affrontato nella tutela della propria verginità e dignità, il messaggio di
Pierina Morosini — innamorata della purezza, perfetta donna di casa,
lavoratrice irreprensibile (negli undici anni in cui fu
operaia tessitrice), laica impegnata — si sostanzia in una giusta valutazione
dei beni terreni per lasciare tutta la dovuta preminenza a quelli eterei («Posseggo Dio — soleva dire — e questo mi
basta»); in un invito ai credenti a sentirsi comunità di fratelli che si amano
in quanto tutti figli di Dio; in una semplicità aperta e accogliente verso
l'insegnamento della Chiesa quale criterio per discernere con oculatezza tra i messaggi di secolarità che provengono dalla
cultura attuale.
Dopo la beatificazione e prima della
collocazione definitiva nella chiesa parrocchiale di Fiobbio, l'urna con le
spoglie mortali della giovane è stata portata in un lungo itinerario attraverso
l'intera provincia bergamasca. La ragazza definita
«incredibile», per l'altezza delle sue virtù praticate nella massima umiltà, è
passata così tra la sua gente come esempio del cammino per arrivare a Dio. In
questi dieci anni la sua gente — e altra venuta da lontano — è tornata
costantemente da lei, a Fiobbio, per imparare meglio a
seguire i suoi passi.
GINO CARRARA
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