Ven. Prof. Giuseppe Toniolo: Applicazioni pratiche sociali della SS. Eucaristia

Morale: contraccezione, dissenso...

Da quel dì che le nazioni espulsero di mezzo a loro questo pastore invisibile, ribellandosi al pastore visibile, il pontefice romano, l\’egoismo nazionale sorse gigante e l\’opposizione sistematica fra gli Stati divenne il cardine delle relazioni internazionali, disperdendo l\’ultima reliquia della repubblica dei popoli cristiani, che sotto la comune fede e la comune obbedienza al pastore della Chiesa, era il nucleo e la promessa dell\’unione universale dei popoli.

 

Applicazioni pratiche sociali della SS. Eucaristia
In La scuola cattolica, Milano 1895, Quaderno di settembre, 8° pp. 7

Il mio tema modesto, d\’indole applicativa, felicemente mi dispensa dal salire alle mistiche altezze della scienza dei santi; esso versa intorno alle applicazioni sociali della santissima Eucaristia. Un solo concetto pertanto basterà all\’ufficio di premessa generale, il resto servirà a chiarire proposte concrete da tradursi in atto: il tutto sarà brevissimo, augurandomi soltanto che per virtù di questo sacramento dell\’amore, alla diffusa irradiazione di luce intellettuale supplisca in qualche guisa l\’intensità degli affetti. Sopra una delle aule della università pisana sta un piccolo affresco, ultima e negletta reliquia di un tempo che salutava il connubio della fede e della scienza nel quale sotto una immagine della Vergine benedetta, che del suo latte castissimo nutre il divino Infante, leggesi ancora il motto: sapientia in dilectione. Tale motto comprendo che in questo momento dovrebbe essere doppiamente mio. Valgami almeno al cospetto di Gesù e della sua madre, se non la sapienza almeno l\’amore.

Quando noi ripetiamo col labbro e più coll\’anima che crede e adora, le parole del Salvatore: «venite a me tutti, che siete affaticati e stanchi ed io vi ristorerò; – chi mangia la mia carne e beve il mio sangue in me rimane ed io in lui; questo è il mio corpo per la vita del mondo; – e chi si ciba della mia carne e si disseta del mio sangue vivrà in eterno» certamente noi crediamo che tutte queste dichiarazioni e proteste divine sono dirette alla salute interiore spirituale dell\’anima nostra, alla perfezione personale di ciascuno di noi, a quella sublime vita sovrannaturale che si comincia quaggiù e si consuma nella visione ed unione con Dio nell\’eternità. Ma non può forse ritenersi che queste parole sieno state rivolte ancora a quei grandi enti morali che noi chiamiamo società, nazioni, umanità; promettendo anche ad esse nella loro esistenza autonoma e nelle successive manifestazioni esterne della loro collettiva attività, in virtù di questo sacramento dell\’Eucaristia, frutti di salubrità feconda nel tempo e nello spazio? Ecco il mio quesito.
Attendo sommesso la risposta della teologia. A me chiedo sia concesso di addurre soltanto un argomento storico. S. Agostino primo maestro della filosofia della storia, con proposizione volentieri ricordata più volte dal sommo pontefice Leone XIII, scrisse che la religione cattolica, comunque istituita per il cielo, nondimeno si traduce con benefici inestimabili ai popoli, che maggiori non si potrebbero attendere se fosse istituita per la vita terrena. Allora mi par lecito questa domanda. Se non vi ha atto di questa religione sovrannaturale che non si traduca coi suoi riflessi a pro del civile consorzio, non lo sarà l\’augusto sacramento che è il compendio, il centro, la perfezione di tutta la religione cristiana cattolica? Lo dichiarava anco testè il sommo gerarca, nella lettera piena di sapienti affetti, inviata al congresso mariano di Livorno, di cui è sì dolce, confortevole l\’eco recentissima. «Era cosa ben naturale, scrive Leone XIII, che gli animi dei figli si volgessero alla madre ss. di Cristo, per amplificare il culto di lei, dopochè istituiti i congressi eucaristici la pietà dei fedeli cattolici gareggia in accrescere onoranze al sacramento augusto, perché (avvertasi bene) per esso si afforzino i vincoli di carità, e della carità i germi, che sono la concordia e la pace, si diffondano nel civile consorzio».
Questo passo rivela e definisce autorevolmente la funzione sociale (se è permessa tale frase) della Eucaristia e ne addita anco il modo, cioè mediante l\’incremento dei vincoli unificatori della carità. Tale funzione non è pertanto che una estensione ed applicazione successiva a tutti gli uomini variamente raggruppati in consorzi sociali e peregrinanti storicamente sul globo, del voto supremo di Gesù: «ut unum sint, che tutti sieno una sola cosa con me, come io sono una cosa sola con te, o Padre mio». Ecco il fine e quindi ancora la funzione sociale dell\’Eucaristia.

1. Essa pertanto è simbolo e autrice di unità fra tutte le classi in ordine alla costituzione intrinseca e gerarchica della società.
Fonte prima ed argomento massimo di scissura nella società è sempre l\’orgoglio e con esso l\’egoismo. Ma da quel dì solenne, in cui pochi istanti innanzi alla cena eucaristica, si vide Gesù piegare il ginocchio dinanzi ai suoi discepoli e lavar loro i piedi, soggiungendo le memorande parole: «quello che io ho fatto ora, fate l\’uno all\’altro voi pure» dopo di che, non pago di aversi fatto così loro servo, si fece lor cibo, da quel dì (ripeto) il germe e la virtù di ogni legame sociale rimase dalla Eucaristia simboleggiato e sacrato. È mai possibile che una società, la quale creda in questo sacramento e fruisca dei suoi tesori, non senta in se medesima serpeggiare una sovrannaturale virtù assimilatrice, un cemento unificatore, che tutte le classi sociali pieghi, sommetta e mantenga in un molteplice e fecondo intreccio di mutue e amorose prestazioni, fino al supremo sacrificio personale, ossia fino al proprio annichilimento per i fratelli?
Non illudiamoci nel giudicare i popoli, i quali nella stessa nostra civile Europa, da quasi quattro secoli nei loro templi deserti non assistono più allo spettacolo commovente di un Dio, che nell\’ostia santa, quotidianamente si immola per l\’amore dei suoi figli e fratelli. Sgombrate la nebbia che sulla superficie ha addensata la malignità o il pregiudizio; e penetrate al fondo della compagine sociale delle popolazioni tedesche od anglosassoni, dove trapassò il soffio assiderante del protestantesimo, che Cristo esiliò dai tabernacoli. Esse sono corrose nella prima radice del vivere civile, nell\’intimo sentire dell\’animo, nel costume personale, nel segreto della convivenza matrimoniale e delle relazioni familiari, fino all\’abbominazione! Ed ivi gli odi ed i conflitti di poveri e ricchi sono endemici, connaturati, storicamente abbarbicati colla loro organica costituzione; né per nulla il socialismo fra le genti germaniche tiene la testa e il cuore e pervenne a ridurre a dotta teoria il programma della ribellione sociale. No, o signori: noi pure popolazioni cattoliche abbiamo peccato gravemente; ma lasciate che io vi dica, in nome dell\’agnello divino che si immola ogni dì sopra mille e mille dei nostri altari e per virtù di questa carne immacolata che così di sovente entra a rigenerare i nostri corpi e le nostre anime, noi non siamo così corrotti come quei disgraziati nostri fratelli! E se pur fra noi testè si dischiuse la ferita dei conflitti sociali, questo ardore di fede e di carità, che oggi prorompe verso il re pacifico, dimostra quanta virtù medicatrice si aduna all\’ombra dei suoi tabernacoli, per risanare le recenti piaghe e ricostituire l\’unità armonica degli ordini sociali.

2. L\’Eucaristia è autrice di unità morale per ogni nazione in ordine alla sua missione storica. Fu detto, e con verità, dietro la scorta della filosofia cristiana della storia, che l\’essere di nazione dipende, non tanto da affinità di sangue o da comunanza di sede territoriale, quanto dalla coscienza profondamente penetrata in un popolo di avere una propria e speciale vocazione, in adempimento di taluni fini dalla Provvidenza assegnatigli nella storia.
Ma qual popolo riuscirà mai fra le selvagge attrattive della forza materiale e l\’orgoglio di razza ad intendere la voce di Dio, che lo invita e lo guida per le misteriose vie della Provvidenza nel cammino della civiltà? Quando Iddio (io rispondo) conduceva miracolosamente il popolo eletto errante nel deserto alla ricerca della terra promessa, egli lo nutriva della manna, simbolo dell\’Eucaristia. Quando Gesù si commosse riguardando alla turba di popolo, che per lunga via l\’aveva seguito dietro la divina parola maestra di eterna verità, egli la sostentò dei pani e dei pesci moltiplicati, simbolo ancora dell\’Eucaristia. E quando finalmente il divin Salvatore, pochi giorni innanzi il grande sacrifizio, si dispone ad entrare in Gerusalemme e si arresta a contemplare da lungi la città prediletta, ripensando nella mente divina la impareggiabile missione storica nel mondo, di cui fu privilegiato quel popolo, e di cui stava, qual giusto castigo, per venire privato definitivamente, egli, piangendo sulla sventura della patria, uscì in queste sublimi parole: io venni a te e tu non mi hai conosciuto.
Dunque (mi sia concesso di argomentare) quel popolo che lascia venire a sé l\’ostia santa e nel proprio seno l\’accoglie, esso conoscerà il Signore e i reconditi disegni che la sua sapienza gli riserva; quel popolo che si nutre di quella manna celeste, vien condotto per mano da Dio stesso nel deserto della vita al conseguimento dei suoi gloriosi destini; quel popolo sostentato dal pane di vita, che inesauribilmente si dispensa alle moltitudini fameliche, non verrà mai meno per languore nel secolare ed. arduo pellegrinaggio della civiltà, che è tramite alla conquista della patria celeste.
Così è o signori: i popoli, cui più non scende in mezzo a loro Gesù, cui egli non è manna di recondita sapienza ai pargoli ed ai poverelli, non è pane quotidiano alle turbe viatrici, in breve smarriscono la coscienza della loro vocazione, dei loro destini provvidenziali nella storia. Non illudiamoci ripeterò: – Germania ed Inghilterra che da quattro secoli hanno esiliato dalle loro terre Gesù in sacramento, possono vantarsi di aver posto il culmine delle loro glorie, l\’una nella possa organizzatrice degli eserciti, l\’altra nella grandezza e negli avvedimenti ingegnosi dei traffici; ma al di là del fragore dell\’armi o dei bagliori della accumulata ricchezza. è povertà desolante di vita morale, mancipia della forza, affogata nella materia! Lasciate che qui pure rinnovi il mio paragone. Noi pure genti latine e cattoliche peccammo. dietro il miraggio di sensuali grandezze e godimenti. Ma per virtù di questo Emanuele, di questo Iddio sempre con noi, non scendemmo mai sì basso da riporre interamente il fastigio della nostra missione storica negli incrementi materiali o nelle cruente conquiste, bensì nel conseguimento di quegli ideali di cultura, d\’arte, di leggi, di civile perfezione, che di continuo accendiamo a quell\’archetipo divino, che in mezzo a noi è via, verità, vita.

3. L\’Eucaristia è finalmente autrice di unità universale fra i popoli in ordine ai comuni fini dell\’incivilimento. Gesù non è il buon pastore, che deve coadunare tutte le pecorelle nell\’unico ovile? È mai possibile che i popoli i quali si nutrono delle carni benedette di questo amoroso pastore, che dice pur sue quelle altre pecorelle che ancor vanno errabonde per la terra, ma destinate al comun pascolo di salute, non sentano il vincolo che mutuamente li lega sotto la guida comune di un Dio provvidente, che tutti fa servire ai fini della civiltà? Ed invero da quel dì che le nazioni espulsero di mezzo a loro questo pastore invisibile, ribellandosi al pastore visibile, il pontefice romano, l\’egoismo nazionale sorse gigante e l\’opposizione sistematica fra gli Stati divenne il cardine delle relazioni internazionali, disperdendo l\’ultima reliquia della repubblica dei popoli cristiani, che sotto la comune fede e la comune obbedienza al pastor della Chiesa, era il nucleo e la promessa dell\’unione universale dei popoli in Cristo.
Anche noi popoli latini e cattolici (ridirò ancora una volta) troppo spesso abbiamo fallito al vincolo amoroso verso al padre comune. Ma in nome e per virtù di quel pastore invisibile che si aggira ognora in mezzo a noi in cerca delle pecorelle smarrite, e che ci nutre di quel corpo che si protestò di donare quotidianamente pro mundi vita, rimase sempre nelle razze latine un sentimento di universalità e di cosmopolitismo, che aleggia al di sopra dell\’orgoglio nazionale, e che è l\’eco non fallibile del nostro primato nella cristiana civiltà passata ed è pegno di risurrezione e di grandezza nella civiltà avvenire.

Questa triplice virtù sociale unificatrice della ss. Eucaristia, sentirono e confessarono, fra il turbinio della loro gioventù balda e riottosa, le genti medioevali; e molte costumanze, istituti, tradizioni e documenti (anco testè raccolti e pubblicati) lo attestano. L\’obliarono invece da tre secoli e più le genti moderne; e lo testimonia il senso di novità e quasi di meraviglia che in noi desta il discorso della funzione sociale dell\’Eucaristia; quasi si trattasse di un artificio oratorio di circostanza.
Ma forse è giunta l\’ora di rinfrescare novellamente questa fede nella virtù sociale unificatrice della ss. Eucaristia.
I popoli ne sentono, lor malgrado, la necessità. Un riposto, indistinto, ma crescente bisogno di unità li perseguita ed affatica: – di unità sociale fra tutte le classi, dilaniate da odi funesti e da conflitti paurosi; – di unità morale per ogni nazione, che surroghi quei vincoli insufficienti o artificiosi di interessi materiali e di coercizione civile, che già si allentano, si infrangono e cadono da ogni parte; – di unità universale degli umani, che si raccomandi e rinsaldi ben altrimenti che alla fratellanza decretata dalla filantropia e tosto smentita dalla ghigliottina, dalle guerre titaniche di Napoleone, dalle risuscitate gelosie di nazioni armate e da una crisi universale sovraincombente.
I popoli già invocano questa virtù unificatrice della ss. Eucaristia.
Noi stessi ne siamo qui interpreti e testimoni. Ed invero: non vi ha mistico volo, inno armonioso, meditazione profonda, sublime intuizione che dal rapito di Patmos evangelista, ai Padri e dottori della Chiesa fino a s. Francesco di Sales, s. Teresa, e s. Alfonso, che dalle menti e dai cuori dei santi sia stato offerto e consacrato al rigeneratore delle anime Gesù in sacramento, che qui entro non abbia avuto un\’eco, un riflesso, un lampo, un plauso. Ma non è questa l\’espressione unica e soprattutto non è questa la espressione speciale di questo e degli altri congressi intorno all\’Eucaristia.
Che l\’Eucaristia sia il principio ed il suggello della vita interiore delle anime è già ammesso da tutti noi credenti con sempre antica e profonda convinzione; dirò più, è consentito dai nostri avversari, per i quali uno dei canoni (non so se sincero, ma certo pomposamente ripetuto dal liberalismo) è, che la religione rinviene il suo recinto chiuso ed il suo regno esclusivo negli intimi recessi delle anime.
Non è dunque per ripeterci mutuamente e affermare una volta di più ciò che tutti ci consentono che noi ci troviamo qui adunati. Noi, o signori, siamo qui congregati per proclamare altamente che non ci basta che Gesù a noi sempre presente nell\’ostia santa, signoreggi nelle anime nostre soltanto; ma vogliamo ancora, che Gesù dal sacramento imperi sulla società.
Né questo è pensiero che serpeggi indistinto e si bisbigli fra noi. Quando la mia memoria trascorre ai tredici congressi, che in nome dell\’Eucaristia si tennero fino ad oggi, quando il mio occhio gira all\’intorno di quest\’aula e vi scorge ed annovera rappresentati tutti gli ordini sociali, ogni ceto, ogni professione, ogni stato, dall\’ultimo operaio, alla sveglia ed operosa borghesia, alla storica nobiltà, ai moderatori del pubblico pensiero, agli insegnanti, ai dotti, fino ai sessanta vescovi qui convenuti a reggere, guarentire, consacrare colle loro autorità lo slancio di tanti ingegni, e di tanti cuori in onore del ss. sacramento – allora io esclamo: queste sono veramente le grandi assise, gli stati generali, la popolare assemblea, qui convocate per proclamare Cristo Gesù, re della moderna società!
Di tale parlamento, ecco l\’unanime volere, la solenne invocazione: Gesù benedetto nella ss. Eucaristia, entri sì primamente nelle anime nostre poverelle, ne penetri le intime fibre, ne assuma il governo indisputato e sia il re dei nostri pensieri ed affetti. Ma a ciò non si contenga: – irraggi all\’intorno di noi e fuor di noi, e Gesù da quel tabernacolo ritorni sovrano acclamato dai popoli; e regni veramente sulle classi sociali, regni sulle pubbliche scuole, regni nelle università, regni nelle civili amministrazioni, sugli Stati, sulle repubbliche, nelle diplomatiche relazioni e nella universale famiglia umana e su tutte le manifestazioni della civiltà.
Questo, questo è il voto massimo di questo congresso, in cui (io credo) che tutti gli altri si incontrino, si compendino e si riconsacrino; – questo il voto definitivo con cui intendiamo chiudere il ciclo di Lutero, della politica paganeggiante, del liberalismo ateo che Cristo vollero sbandito dalla vita pubblica, per incaternarlo, per così dire, nella vita interiore e privata, e privarlo del fascino della autorità ed efficacia sociale; – questo il voto nuovo, che deve inaugurare il sec. XX, che vedrà realizzato il sospiro di tante anime gementi ai piedi degli altari, cioè Cristo e la sua Chiesa restituiti al sommo della vita sociale.
Questo, Signore Gesù, il nostro voto, la nostra prece, il nostro unico premio: Adveniat regnum tuum!