Ven. Prof. G. Toniolo, Recensione al libro «Studio e pratica della religione».

Morale: contraccezione, dissenso...

Che dire allora delle obiezioni o delle anguste vedute, che si accampano spesso contro l\’ufficio e l\’efficacia sociale della religione, come quella per esempio, che afferma la religione essere buona per le masse, una specie di instrumentum regni a favore dei governanti e delle classi dirigenti? Non si esce da quella alta e completa veduta della religione senza cadere nell\’assurdo; e coloro che pronunciando quella sentenza magari si daranno vanto di democratici, non si avvedono di creare una aristocrazia di nuovo stampo, quella della miscredenza e quella della irreligiosità.

Recensione al libro di G. Mazzotti-Biancinelli «Studio e pratica della religione» (1)

Noi conosciamo da lungo tempo l\’autore, dacché potemmo leggere una sua monografia intima, nella quale si osserva con eloquenza commovente quanto la religione sublimi l\’amore ed il dolore cristiano nel santuario della famiglia. E chi di questa sentiva così squisitamente non poteva non amare con eguale elevatezza e soavità la gioventù, sotto lo sguardo medesimo della religione. L\’opuscolo, che ci sta dinanzi, è appunto un discorso tenuto in Chiari al chiudersi del corso libero annuale d\’istruzioni religiose impartite ai giovani della sua città. C\’è invero da consolarsi, fra tante delusioni e oppugnazioni, nello scorgere il diffondersi degl\’insegnamenti scientifici della religione, dalle alte cattedre, quale inaugurò a Padova l\’Alessi, e dalle scuole graduali e sistematiche, quali apersero alcuni dei maggiori centri della penisola, fino alle modeste, ma spesso fra noi prosperose e colte cittadine delle varie regioni d\’Italia. Sia lode dunque all\’autore di questo scritto, che dopo aver propugnata e caldeggiata la istituzione, ora con elevate, eleganti, eloquenti e vivacissime parole chiarisce, ad esempio altrui, l\’importanza dello studio e della pratica della religione, armonizzando si con segreto ed inconscio legame suggerito dalla fede con le dissertazioni solenni, che sullo stesso tema svolsero in questi ultimi giorni in ben altri ambienti, uomini come il Pechenard all\’Istituto cattolico superiore di Parigi e il Brunetière a Besançon.

Non ripeteremo con tutto questo, quanto gli studi umili e accurati sulla religione siano oggi un bisogno, anzi una necessità per la vita dello spirito, per la soluzione di problemi scientifici, ma accenneremo però come il nostro autore non trascuri argomento per rilevarne il valore nella dottrina e nella storia dell\’incivilimento.
Perocchè egli chiarisce come la religione ha due aspetti intimamente legati: essa è dogma e morale insieme, divenendo così operativa per eccellenza, come appunto operativa e pratica è la vita sociale. Nesso inscindibile che dapprima si manifesta interiormente, collegando in un segreto vincolo mente, cuore ed azione.
Volete, egli esclama, essere ben sicuri della verità della religione? Praticatela, e all\’assenso leale del cuore si assocerà spontaneo quello della mente, ed ambedue sospingeranno a tradurre in atto la religione stessa per fruirne gl\’inestimabili vantaggi.
Nesso che si ripercuote e si amplia anche al di fuori nella vita sociale; sicché nei secoli pagani e nei paesi non cristiani non si troverà che la barbarie in toga e la barbarie in perizoma. E ciò precisamente perché fuori del cristianesimo, che pervade e trasforma tutto nell\’uomo, pensiero, sentimento ed azione mancano del concetto vero dell\’umanità e con esso della civiltà.

Che dire allora delle obiezioni o delle anguste vedute, che si accampano spesso contro l\’ufficio e l\’efficacia sociale della religione, come quella per esempio, che afferma la religione essere buona per le masse, una specie di instrumentum regni a favore dei governanti e delle classi dirigenti? Non si esce da quella alta e completa veduta della religione senza cadere nell\’assurdo; e coloro che pronunciando quella sentenza magari si daranno vanto di democratici, non si avvedono di creare una aristocrazia di nuovo stampo, quella della miscredenza e quella della irreligiosità.

Dinanzi a questa risposta dell\’autore, dove se ne vada la solidarietà della vita sociale, di cui oggi si mena vanto, e che invero suppone unità di pensiero, di volontà, di opere, si comprende abbastanza da se.
Il regno dei pregiudizi sociologici ha invero una origine molto remota ed elevata e si annida nella perversione del concetto e dell\’importanza della religione.
Eppure a questo nembo di pregiudizi, che logora le nostre vecchie generazioni, meno partecipa nell\’ingenuità dell\’animo suo la gioventù; sicché a quella gioventù che aveva assistito all\’insegnamento religioso con mente serena ed animo aperto, giustamente l\’autore dirige quest\’apostrofe: «Onore a voi, o giovani, che riconosceste la necessità dello studio di questa religione, che è insieme scienza e sapienza, luce dell\’intelletto e norma di vita». Ma questo elogio pare a noi che faccia altrettanto onore a chi lo dettò.

NOTE
(1) l Brescia, Tip. A. Luzzago, 1898.