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Pagine cattoliche |
Padre Nicola Tornese
Viale S. Ignazio, 4
80131 NAPOLI
tel. 081.545.70.44
“Un testimone di Geova
anzianotto con baffetti neri, che la pronunzia non purgata dalla scuola
teocratica indicava come proveniente da Bari, avvicinò cortesemente il cronista
proponendo l'acquisto d'un pacchetto di opuscoli, e intanto avvertiva che
questo mondo è agli sgoccioli: "Non è precisato il giorno giusto - diceva
- ma... tutto sta per finire.
Eravate cattolico? - chiedo. sì.
E come mai ... ? Il barese dai baffetti neri, tirando fuori la Bibbia,
disse: "Perché nella religione cattolica ci sono troppi santi e madonne, mentre qua, legga, la
Scrittura dice: Maledetto è l'uomo che fa immagine scolpita o una statua di
metallo, cosa detestabile a Geova”.
Tema preferito
In effetti, quello delle immagini è uno dei temi preferiti dalla
propaganda anticattolica dei testimoni di Geova (tdG). Una delle prime cose che
impongono alle vittime della loro propaganda è la distruzione di tutte le immagini
sacre. Sarebbero idoli, opera diabolica.
Per la verità, non dicono nulla di nuovo. Ripetono meccanicamente ciò
che da secoli vanno dicendo piccoli gruppi di eretici. Nonostante la loro
petulanza, non hanno per nulla scalfito una pratica più che millenaria della
Chiesa Cattolica.
L'arte sacra, promossa e incoraggiata da un autentico cristianesimo, ha
dato e dà meravigliosi capolavori nel campo della pittura e della scultura. E
non è per nulla contraria alla Bibbia. Anzi...
Oggi come prima, più di prima,
l'immagine è uno dei mezzi più ricercati e più efficaci per educare il popolo,
per una conoscenza più ricca della Bibbia, per promuovere la pietà e la vera
devozione verso Dio. Ipocritamente, se ne servono abbondantemente gli stessi
testimoni di Geova. I loro libri, le loro riviste sono piene di immagini. Come
mai?
Tuttavia van dicendo che non si possono usare le immagini come semplice
ausilio per adorare il vero Dio. Due pesi e due misure come conviene a una
propaganda menzognera.
Il comportamento dei tdG è un vero fanatismo. Essi tentano di
giustificarlo mediante citazioni bibliche sfasate come quella usata dal barese
dai baffetti neri. Questo modo di citare la Bibbia rivela solo ignoranza e
abuso della Parola di Dio. Ma non prova nulla contro l'uso delle immagini
sacre.
Quando, perciò, i propagandisti della setta geovista incontrano persone
istruite, segnano il passo e si dileguano. Forse vi promettono dì ritornare con
uno dei loro assai più bravo a vendere la merce ... Non li vedrete mai più! Quante
di queste esperienze nella mia vita!
Doverose conclusioni
1 - La stragrande maggioranza dei tdG hanno della Bibbia una conoscenza superficiale e a senso unico, quella conoscenza che i maestri comandati martellano nei cervelli della docile base.
I cattolici devono
esserne certi. I tdG conoscono la Bibbia assai male, nonostante il loro vanto
di conoscerla bene. Hanno venduto il loro cervello ai dirigenti della setta.
2 - Una conoscenza ordinata e seria del Libro Sacro mette a nudo i cavilli dei geovisti, rivela le
assurdità di ciò che essi propinano a gente poco istruita e svuota l'altezzosa
ampollosità della loro propaganda.
Purtroppo il loro fanatismo li induce a chiudere gli occhi davanti alla
luce fino a negare: l'evidenza di ciò che veramente dice la Bibbia. Ma non
pochi, usando la libertà dei veri cristiani (cfr. Giovanni 8, 32), vogliono
accertarsi di ogni cosa (cfr. 1 Tessalonicesi 5, 21) e tenere ciò che è buono.
Hanno lasciato la setta. Sono milioni!
Che cosa dice la Bibbia?
Quanto detto finora vale sempre e perciò vale a proposito della venerazione delle statue e delle
immagini. La propaganda geovista cita e strumentalizza alcuni testi biblici,
dando ad essi un significato radicalmente diverso da quello che essi hanno.
Riesce così ad ingannare ì meno accorti. Noi vogliamo vederci chiaro e sapere
che cosa realmente dice la Bibbia.
Certo la Bibbia parla più d'una volta di proibizione di statue ed
immagini, ma non nel senso in cui la spiegano i tdG ed altri gruppi settari.
Amore alla verità e alla Parola di Dio esige che noi riportiamo almeno i
principali testi biblici riguardanti le statue ed immagini, ed esige pure che
di essi sia data una spiegazione corretta, oggettiva e conforme a una fedele ed
onesta conoscenza della Bibbia.
Vogliamo prima far notare che la nostra citazione dei principali testi
biblici riguardanti le statue ed immagini non sarà un'accozzaglia di frasi
scritturistiche disordinata e confusa come avviene nei libri e nelle riviste
dei tdG.
Noi seguiremo un ordine, quello appunto seguito dalla Sacra Bibbia. Questo aiuta a capire
spiegare come si conviene la Parola di Dio. Possiamo perciò distinguere tre
gruppi di citazioni bibliche.
Il primo gruppo: la Legge
Il primo gruppo sarà preso dai primi cinque libri della Bibbia detti
comunemente Pentateuco o anche Legge
(cfr. Matteo 5, 17; 7, 12; 22, 40 ecc.). In essi, insieme a notizie storiche
sull'origine dell'uomo e del popolo ebraico, sono contenuti i comandamenti di
Dio e altre disposizioni legislative atte a conservare negli antichi israeliti
la fedeltà a Jahve.
In effetti, i testi biblici di questi cinque libri, come del resto di tutta la Bibbia, riguardanti le statue
ed immagini, miravano solo a preservare pura
da infiltrazioni pagane la religione di Israele. Questo è il loro
contesto, che ne fa capire il significato.
Ecco i principali testi
1 - In Esodo 20, 2-5 sta
scritto: “Sono io Jahve tuo Dio che ti ho fatto uscire dalla terra d'Egitto,
dalla casa di schiavitù. Tu non avrai altri dèi all'infuori di me. Non ti farai
immagini scolpite né alcuna figura di quanto è in alto nei cieli né di quanto è
in basso sulla terra né di quanto è sotto la terra nelle acque. Non ti
prostrerai davanti ad essi né renderai loro un culto, poiché io, Jahve tuo Dio,
sono un Dio geloso”.
2 - Nel libro del Levitico 19, 4 leggiamo:
“Non volgetevi agli idoli né fatevi dèi di metallo fuso: io sono Jahve
vostro Dio”.
E in quello dei Numeri 33, 51-52:
“Jahve si rivolse a Mosè: "Parla ai figli d' Israele, dì loro:
Quando avrete attraversato il Giordano verso la terra di Canaan, caccerete
innanzi a voi tutti gli abitanti della terra (... ), distruggerete le loro
statue di metallo fuso e demolirete tutte le alture”.
3 - Molto più esplicito e particolareggiato appare il seguente testo
del Deuteronomio 4, 15-19:
“Riflettete bene in voi stessi: nel giorno in cui Jahve, all'Horeb, vi
ha parlato in mezzo al fuoco, non avete visto nessuna figura. State attenti
quindi a non prevaricare facendovi figura scolpita di qualsiasi genere:
immagine di maschio o di femmina, immagine di qualsiasi animale terrestre,
immagine di qualsiasi uccello che vola nel cielo, immagine di qualsiasi rettile
che striscia sul suolo, immagine di qualsiasi pesce che si trova nell'acqua,
sotto terra. Quando alzerai gli occhi verso il cielo e vedrai il sole, la luna,
le stelle, cioè tutto l'esercito dei cielo, non lasciarti trascinare, non
prostarti innanzi ad essi e non rendere loro culto”.
4 - Nell'eventualità che il popolo segua culti idolatrici Jahve
minaccia maledizioni e castighi:
“Quando vi farete una figura scolpita di qualsiasi genere è certo che
scomparirete dalla terra, di cui state per prendere possesso...” (Deuteronomio 4,25-26).
“I Leviti intoneranno e diranno a voce alta a tutti gli Israeliti:
"Maledetto colui che fa un idolo scolpito e fuso; abominio per Jahve,
opera delle mani di un artigiano, e lo pone in un luogo segreto"” (Deuteronomio 27,14-15).
Il secondo gruppo: i libri storici
In effetti, gli Israeliti non sempre si mantennero fedeli alle
disposizioni divine indicate dalla Legge. Specialmente durante la monarchia,
dopo il regno di Davide, a comunicare cioè dal nono secolo avanti Cristo, fino
all'esilio babilonese (586 a.C.), si ebbero di tanto in tanto in Israele
infiltrazioni di culti idolatrici con l'apparato di statue, di altari, di riti
in onore di idoli o divinità pagane.
Di queste cose siamo informati dai cosiddetti Libri Storici, dove si trovano testi riguardanti statue ed
immagini.
Bisogna però fare una distinzione
1 - Alcuni re d'Israele, sotto la spinta di alleanze politiche con
nazioni pagane o delle loro mogli di origine pagana, permisero e anche
incoraggiarono deviazioni idolatriche in mezzo al popolo. E Jahve fece seguire
il castigo. Così, per esempio, dando le ragioni della distruzione del Regno dei
Nord, con capitale Samaria, lo storico spiega:
“Questo avvenne perché i figli di Israele avevano peccato contro Jahve
(...). Essi infatti avevano venerato le divinità straniere. I figli di Israele
si eressero stele e pali (... ) adorarono gli idoli, sebbene Jahve avesse loro
comandato: "Non fate una cosa simile!" (...) Si fecero statue dì
metallo fuso, si prostrarono a tutto l'esercito del cielo e servirono Baal” (2
Re 17,7-16).
2 - Non tutti però i re d'Israele si comportarono in questo modo.
Alcuni si mantennero fedeli al comandamento di Jahve e vigilarono sulla purezza
della fede del popolo loro affidato.
Spesso si opposero energicamente alle deviazioni idolatriche e punirono
severamente i trasgressori. Tra questi sovrani si distinse Ezechia che regnò a
Gerusalemme, capitale del Regno di Giuda,
tra la fìne dell'ottavo secolo e l'inizio del settimo avanti Cristo
(715-693 a.C.).
Di lui scrive lo storico: “Egli fece ciò che è retto agli occhi di
Jahve. Fece scomparire le alture, infranse le stele, recise il palo sacro e
fece a pezzi il serpente di bronzo, che Mosé aveva costruito. Fino a
quell'epoca infatti i figli di Israele gli avevano offerto sacrifici e lo
chiamavano Necustan” (2 Re 18,3-4).
Terzo gruppo: profeti e salmisti
Fu in quel contesto storico, durante la monarchia e le deviazioni
idolatriche del popolo, che Jahve suscitò
i grandi profeti e i salmisti per
richiamare gli Israeliti all'osservanza della vera religione. Di loro è detto:
“Jahve, per mezzo di ogni profeta e di ogni veggente, aveva ingiunto a
Israele e a Giuda (Regno del Nord e del Sud): "Allontanatevi dalle vostre
vie malvagie"...” (2 Re, 18,3-4).
Ricordiamo prima la voce di due grandi profeti, Isaia e Geremia, e poi
quella del salmista.
1 - Con parole roventi e con amaro sarcasmo i profeti si scagliano
contro il fatuo culto degli idoli. Tra i profeti eccelle Isaia, che visse al tempo del pio re Ezechia sopra ricordato e
cooperò con lui per estirpare da mezzo al popolo i culti idolatrici. Ecco
qualche pezzo del grande Isaia
“Il fabbro lavora il ferro al fornello, gli dà forma d'idolo con
martelli, lo rifinisce con il braccio vigoroso (... ). Il falegname si taglia i
cedri, prende un elce o una quercia che cresce per lui robusta nella selva
(...). Tutto ciò serve all'uomo per bruciare; con una parte egli si riscalda
(...), con il resto costruisce un idolo e lo adora, ne forma una statua e la
venera (...). E prega dicendo: "Salvami, perché sei il mio dio!". Non
sanno e non comprendono: i loro occhi sono così coperti che non vedono, il loro
cuore è annebbiato perché non capiscano...” (Isaia 44,12-17).
Un altro testa di Isaia pittoresco
e sarcastico il seguente:
“A chi mi paragonate e mi uguagliate? A chi mi mettete alla pari, quasi
fossimo simili? Traggono l'oro dal sacchetto e pesano l'argento con la
bilancia; pagano un òrafo perché faccia un dio, che poi venerano e perfino
adorano. Lo alzano sulle spalle e lo portano, quindi lo depongono sulla base;
egli sta fermo (...). Si grida a lui, ma non risponde (...). Ricordatevi di
ciò, riflettete un poco, o prevaricatori. Ricordatevi il lontano passato,
perché io sono Dio. Non c'è altri. Sono Dio, nulla è simile a me” (Isaia
46,5-9).
Un altro grande profeta non meno vivace e sarcastico di Isaia nel
riprendere le aberrazioni ídolatriche della sua gente è Geremia. Egli visse in tempi assai burrascosi per il Regno di
Giuda (650- 586 a.C.) e come aveva fatto Isaia un secolo prima si adoperò con
grande zelo per preservare la purezza della fede nell'unico Dio Jahve. Diceva
dunque Geremia:
“Non imparate la condotta delle genti e non abbiate paura dei segni del
cielo, perché le genti hanno paura di essi. Poiché lo spavento dei popoli è
nulla, non è che un legno tagliato nel bosco, opera delle mani di chi lavora
con l'ascia. E' ornato di argento e di oro, è fissato con chiodi e con
martelli, affinché non si muova. Gli idoli sono come uno spauracchio in una
poponaia, non possono parlare. Bisogna portarli perché non camminano Non sono come te, Jahve; tu sei grande
e grande è il tuo nome nella sua potenza” (Geremia 10, 2-6).
2 - Strettamente legata all'opera dei profeti è quella dei
salmisti. Sono veggenti, poeti e cantori
sacri, anime grande pietà e
rettitudine, che spesso fanno sentire la loro voce in tono di protesta e di
disgusto contro la vanità degli idoli.
Il Signore
regna, esulti la terra, gioiscano le isole tutte...
Siano
confusi tutti gli adoratori di statue
e
chi si gloria dei propri idoli (Salmo 97, 1 e 7).
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Il
nostro Dio è nei cieli,
Egli
opera tutto ciò che vuole.
Gli
idoli delle genti sono argento e oro opera delle mani dell'uomo (Salmo 115,í-4).
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O Jahve, il tuo nome sta in eterno;
Jahve,
la tua memoria di generazione in generazione ...
Gli
idoli delle genti sono oro e argento, fattura di mano d'uomo.
Hanno
bocca e non parlano; hanno occhi ma non vedono.
Hanno
orecchi ma non odono,
non
c'è fiato nella loro bocca (Salmo
135,13-18).
Idoli, non santi
Abbiamo riportato con la massima fedeltà alcuni testi biblici
riguardanti la proibizione divina delle immagini e delle statue. Passiamo ora
alla spiegazione, seguendo il consiglio dell'Apostolo che diceva: “Esaminate
ogni cosa, tenete ciò che è buono” (1 Tessalonicesi 5, 21). I tdG conoscono e
citano queste parole di san Paolo, ma si guardano bene dal metterle in pratica.
Essi fanno di tutto per impedire ai membri della setta un'analisi imparziale e
oggettiva della Parola di Dio. La
loro scuola è solo e sempre un ossessivo lavaggio di cervello, un martellamento
a senso unico di ciò che impone, secondo i tempi, il Corpo Direttivo.
1 - Come ogni onesto lettore della Bibbia sa e pratica, per una retta
spiegazione e comprensione della Parola di Dia bisogna sempre leggere e
spiegare i singoli testi nel contesto, dove
lo scrittore ispirato li ha collocati. Bisogna cioè considerare tutto ciò che
l'autore sacro scrive prima e dopo il testo citato, le circostanze in cui lo
scrive, lo scopo che si prefigge, le parole che usa ecc. Quasi sempre la retta
comprensione dei testi biblici dipende dall'accurata conoscenza ed analisi del contesto. Ignorarlo o non tenerne conto,
strappare cioè i singoli testi dal loro contesto e spiegarli in modo arbitrario
e capriccioso equivale a tradire la Parola di Dio. Questo fanno spesso e
volentieri i tdG.
Nel caso che vogliamo analizzare, il contesto ci assicura al di là
d'ogni possibile dubbio che la costante e severa proibizione delle immagini e
delle statue, che ricorre nei testi biblici sopra citati, ha come oggetto l'idolatria, ossia l'adorazione i dèi pagani
o idoli al posto dell'unico Dio della Bibbia. Le immagini e le statue
proibite nella Bibbia sono rappresentazioni di
divinità pagane. Anzi alcune volte gli antichi pagani credevano che
l'immagine o statua fosse proprio un dio da adorare.
2 - Di tutto questo il Libro
Sacro ci dà minuziose informazioni nei testi da noi riportati.
In effetti, alcune volte
quelle immagini e quelle statue
avevano forma umana, erano cioè “figura di quanto è in basso sulla terra”
(Esodo 20, 4), erano rappresentazioni di maschi o di femmine mai esistite, e
perciò frutto della immaginazione di gente ignorante e superstiziosa. Nella
Bibbia si parla spesso di Astarte e di Baal, di cui si adoravano le statue
(cfr. 1 Samuele 7, 3-4; 12, 10). La dea Astarte adorata nel vicino Oriente
altro non era o rappresentava che la forza generativa della donna elevata ,al
rango di divinità.
Molto spesso gli idoli avevano la forma di animali terrestri come il
toro (cfr. Salmo 106, 19-20) ,o celesti come lo sparviero o di rettili come il
serpente o di acquatici come i pesci e il coccodrillo. Da qui le proibizioni di
cui nel Deuteronomio 4, 17-18: “Non prevaricate facendovi figura scolpita
di qualsiasi genere (...) immagine di
qualsiasi animale terrestre, immagine di qualsiasi uccello che vola nel cielo,
immagine di qualsiasi rettile che striscia sul suolo, immagine di qualsiasi
pesce che si trova nell'acqua, sotto terra”.
Vi era poi un tipo di idolatria astrale, erano cioè oggetto di culto e
di adorazione corpi celesti come il sole, la luna, le stelle, tutto l'esercito
celeste (cfr. Deuteronomio 4, 19). Le loro statue 'ed immagini si trovavano nei
templi pagani.
Infine, vi era il culto o adorazione di uomini, che si attribuivano
onori divini. Tali gli imperatori babilonesi (cfr. Daniele 3, 12), i faraoni
d'Egitto e più tardi gli imperatori romani.
Da questa breve analisi risulta inequivocabilmente che la Bibbia condanna solo e sempre la
raffigurazione e l'adorazione delle immagini e delle divintà pagane ossia degli
idoli, in contrasto con l'adorazione dell'unico Dio Jahve.
Santi, non idoli
Nulla di tutto questo nella venerazione cattolica delle immagini e
delle statue. Ciò che dice la Bibbia a riguardo delle immagini e delle statue
adorate dai pagani e alcune volte anche da alcuni antichi israeliti non ha
nulla a che vedere con la pratica cattolica di venerare immagini e statue. Solo
una grande ignoranza o una propaganda settaria e velenosa contro la Chiesa
Cattolica deve dirsi responsabile d'un simile menzognero accostamento. Una
breve analisi di come stanno le cose dimostrerà quanto siano assurde e
antiscritturali le accuse mosse dai nemici della Chiesa Cattolica contro la pia
pratica di usare e venerare le immagini e le statue dei Santi.
1 - Negativamente diciamo che
le immagini e le statue venerate dai cattolici non sono idoli, non sono cioè divinità pagane. Questa semplice
osservazione, che esprime solo e tutta la verità, è suffìciente a qualificare
come errata e calunniosa l'applicazione dei testi biblici sopra citati alla
venerazione cattolica delle immagini e delle statue. I testi biblici citati
precedentemente condannano solo il culto e I'adorazione di dèi pagani, non
l'uso delle arti decorative come diremo dopo.
Domandiamo a tutte le persone oneste ed equilibrate:
Avete mai visto adorata in
qualche chiesa cattolica o in qualche famiglia di veri cattolici la statua o
l'immagine di Astarte o di Baal, di Giove o di Saturno, di 'Venere o di Giunone
o del sole o della luna o delle stelle o del toro o del coccodrillo o del
pesce, oppure di qualche imperatore babilonese o romano o di qualche faraone
d'Egitto? Avete mai visto qualche cattolico prostrarsi davanti a tali immagini
e statue come se fossero divinità e metterle al posto dell'unico Dio, in cui
egli crede? Pensarlo è semplicemente ridicolo e i tdG ed altri settari cadono
nel ridicolo quando insinuano tali insulsaggini nei loro creduli seguaci.
A dire il vero, dì statue e di immagini di divinità pagane, di faraoni
d'Egitto, d'imperatori romani ve n'è un gran numero nei musei, nei giardini
pubblici, nelle ville... Ma chi mai ha avuto la strana idea di adorarle o anche
venerarle con offerte di fiori, dì candele, d'incenso? Chi mai sosta a pregare
davanti ad esse o chiedere la loro intercessione per ottenere da Dio grazie e
favori?
2 - Positivamente va detto
con la massima chiarezza che le immagini e le statue venerate dai cattolici ricordano e rappresentano persone realmente
esistite. Sono coloro che, lungo il corso della storia umana, hanno fatto
conoscere il vero Dio e hanno portato molti, con l'esempio e la parola, alla
sua vera adorazione.
In altre parole, le immagini e le statue sono ausili, cioè mezzi e strumenti, per ricordare queste insigni figure di bontà e di zelo, che
hanno operato su questa terra, e oggi ancora mediante il loro ricordo possono condurci alla
conoscenza e alla adorazione del vero
Dio. L'immagine o la statua è la
parola visibile, più efficace di
quella scritta, che ci sprona ad amare
l'unico vero Dio, Lui solo adorare e servire, e per amore suo amare e servire
il nostro prossimo.
Col passare del tempo l'uomo sapiens,
lungi dal disprezzare l'uso delle immagini, l'ha sempre valorizzato con
crescente interesse per educare ed educarsi alla conoscenza del vero, del
bello, del buono. La nostra civiltà è la civiltà delle immagini. Come negare,
come tentare di distruggere tanta ricchezza umana e cristiana? Solo gente miope
può lavorare in questa direzione!
Guarda e agisci secondo il modello (Esodo 25, 40)
Mediante l'immagine o la statua la Chiesa Cattolica ci rende presente
innanzi tutto Gesù Cristo, l'Uomo - Dio, l'Emmanuele, ossia Dio-con-noi. Egli è l'immagine del Dio
invisibile (Colossesi 1, 15). Chi ha visto Lui, ha visto il Padre (Giovanni 14,
9).
Mediante la sua immagine, Egli, che è la Parola o Verbo di Dio, fa
sentire la sua voce agli uomini di buona volontà di ogni tempo. Per sentire
questa voce ci si può rivolgere alla Bibbia, al Vangelo scritto. Ma nulla vieta
che anche l'immagine o la statua sia un canale di questa voce, del messaggio di
verità e di amore trasmesso al mondo duemila anni fa da Gesù il Cristo.
L'immagine del Crocifisso o del Cristo trasfigurato (Raffaello) può dire molto
di più che una pagina scritta del Vangelo.
Mediante l'immagine o la statua la Chiesa Cattolica ci fa sentire la
voce delle più nobili creature umane, che hanno cooperato col Figlio di Dio
alla nostra salvezza. Tali sono Maria Santissima, la Madre di Gesù, san
Giuseppe suo sposo, gli Apostoli ed Evangelisti, i martiri cristiani dei primi
secoli e dei secoli successivi, tanti nostri fratelli nella fede, che si sono
distinti nella pratica delle virtù cristiane, nell'amore eroico per Dio e per
l'uomo: san Paolo, san Francesco d'Assisi, sant'ignazio, san Francesco Saverio,
san Massimiliano Kolbe, santa Maria Goretti, san Giovanni Bosco, san Vincenzo
de' Paoli e tantissimi altri, di cui la Bibbia dice: “Benché morti, ossia
passati a vita migliore, ancora parlano” (cfr. Ebrei 11, 4), parlano anche
mediante le loro immagini e statue. L'arte decorativa ci fa sentire ancora la
loro voce.
Le arti decorative nella Bibbia
L'uso delle immagini e delle statue nella Chiesa Cattolica è solo un
aiuto - utile ma non necessario - di metterci a contatto coi nostri fratelli
veramente esistenti in uno stato di gloria. in altre parole, immagini e statue
hanno lo scopo - là dove ce ne fosse bisogno - di rendere in qualche modo
presenti e visibili realtà invisibili.
E' conforme alla Scrittura questa pia pratica? La risposta deve essere
decisamente affermativa: La Bibbia insegna che anche la pittura e la scultura -
vale a dire gli artisti - possono prestare la loro opera a scopo religioso, per
attirare le menti e i cuori verso Dio e le realtà invisibili.
Nel libro dell'Esodo è detto
che Mosè chiamò “tutti gli uomini d'ingegno” perché adornassero
convenientemente con immagini di realtà invisibili la Dimora o Arca. Uno degli
artisti “fece due cherubini in lavoro d'oro battuto, alle due estremità
dell'Espiatorio” (Esodo 37, 7). Così aveva ordinato Jahve: “Farai due cherubini
d'oro: li farai lavorati a martello sulle due estremità del coperchio (dell'Espiatorio)” (Esodo 25, 18). Se questo
era l'ordine di Jahve, è segno evidente che l'uso delle immagini non poteva
essere assolutamente una violazione del comandamento dato dallo stesso Jahve
quando aveva detto: “Non ti farai immagini scolpite ...” (Esodo 20, 4).
Secoli più tardi anche Salomone adornerà di cherubini la cella in fondo
al Tempio, dov'era custodita l'Arca dell'Alleanza. Lo scrittore sacro si
compiace di descrivere minuziosamente queste sculture del Tempio fatto
costruire da Salomone all'unico Dio Jahve (cfr. 1 Re 6, 19-32; Cronache 3,
8-13). Certo Salomone, ordinando queste sculture, non pensava di violare alcun
comandamento del Decalogo.
Rimosso perciò il pericolo di idolatria, la Bibbia non ha nulla da dire
contro l'uso delle immagini e delle statue o sculture. Al contrario, è in
armonia con la Bibbia che le arti figurative come la scultura e la pittura
concorrano a ricordarci e renderci presenti realtà invisibili a scopo di culto,
avendo cioè come unico scopo la conoscenza e l'adorazione dell'unico Dio.
Questo è il pensiero dei grandi biblisti:
“Il secondo comandamento del decalogo (Esodo 20,4-6; Deuteronomio 5,
8-10) proibisce la manifattura di immagini di qualunque tipo, né "in alto
nei cieli, né in basso sulla terra, né nelle acque sotto terra". La
enumerazione è completa e include qualsiasi oggetto visibile che possa essere
rappresentato. E' improbabile che si
tratti della proibizione totale di ogni forma di arte raffigurativa, come la
interpretavano alcuni rabbini di vedute più rigide. Nell'antico Israele i
cherubini erano immagini; nel giudaismo del secolo 1 dopo Cristo e anche
posteriore si permettevano decorazioni artistiche di tombe e sinanoghe”.
Concludendo possiamo e dobbiamo dire ancora una volta che
l'applicazione geovista e di altre sette dei testi biblici riguardanti la
proibizione delle immagini e delle statue è errata. Tali testi non si
riferiscono alla venerazione cattolica delle immagini e delle statue, ma a cose
completamente diverse.
L'insegnamento della Chiesa Cattolica
Certo, nella pia pratica di venerare le immagini e le statue vi possono
essere stati e vi possono essere abusi e deviazioni. Questa è la condizione
umana. Ma è proprio di gente gretta generalizzare e soprattutto servirsi
dell'abuso per negare ciò che Dio permette. Le persone oneste vigilano e
correggono eventuali abusi, ma rispettano sempre la verità, che ci salva.
Questo è stato sempre ed è l'atteggiamento della Chiesa Cattolica.
Riportiamo alcune precisazioni del Concilio Vaticano Il (dalla
Sacrosanctum Concilium, Costituzione sulla Sacra Liturgia):
122. Fra le più nobili attività dell'ingegno umano sono, con pieno
diritto, annoverate le arti liberali, soprattutto l'arte religiosa, e il suo
vertice, l'arte sacra. Esse, per loro natura, hanno relazione con l'infinita
bellezza divina che deve essere in qualche modo espressa dalle opere dell'uomo
(...). Nessun altro fine è, stato loro assegnato se non quello di contribuire
il più efficacemente possibile (...) a indirizzare religiosamente le menti
degli uomini a Dio.
Per tali motivi la santa Madre Chiesa ha sempre favorito le arti
liberali, ed ha sempre ricercato il loro nobile servizio, specialmente per far
sì che le cose appartenenti al culto sacro splendessero veramente per dignità,
decoro e bellezza, segni e simboli delle realtà soprannaturali...
124. Abbiano cura i Vescovi di allontanare dalla casa di Dio
e dal altri luoghi sacri quelle opere d'arte che sono contrarie alla fede e ai
costumi, e alla pietà cristiana; che offendono il genuino senso religioso, o
perché depravate nelle forme, o perché mancanti, mediocre o false
nell'espressione artistica.
125. Si mantenga l'uso di esporre nelle chiese alla venerazione dei fedeli le immagini sacre. Tuttavia si espongano in numero moderato e nell'ordine dovuto, per non destare ammirazione nei fedeli, e per non indulgere ad una devozione non del tutto retta.
127. Tutti gli artisti, poi, che guidati dal loro ingegno
intendono glorificare Dio nella santa Chiesa, ricordino sempre che la loro
attività è in certo modo una sacra imitazione di Dio Creatore e che le loro
opere sono destinate al culto cattolico, alla edificazione, alla pietà e
all'istruzione religiosa dei fedeli.
La Bibbia, dunque, a volerla leggere e capire correttamente,
non autorizza nessuna mania iconoclasta, ossia la volontà selvaggia di
distruggere immagini, statue, crocifissi, ecc. Al contrario, la Parola di Dio è favorevole a che le arti
figurative, quando e dove ci fosse bisogno e in una forma corretta, aiutino ad
elevare la mente e il cuore a realtà invisibili, alle persone che ci hanno
preceduto nella gloria del paradiso, nella Casa del Padre.
Nella Chiesa cattolica l'uso delle immagini e delle statue è
connesso in gran parte con la pia pratica della venerazione dei Santi. In questa Seconda Parte vogliamo ricordare e spiegare alcune verità
riguardanti i Santi e la loro venerazione, avendo sempre come guida il Libro Sacro.
Chi sono I Santi?
Nella Bibbia la parola santo e
santi ricorre innumerevoli volte. Secondo l'opinione della maggior parte, se non di tutti gli studiosi, il termine santo ha il significato di separato.
1 - Dio Jahve è il Santo per eccellenza, il tre volte Santo
(cfr. Isaia 6, 3), il Santo di
Israele (cfr. Isaia 1, 4; 5, 19; ecc.), il totalmente separato non solo perché è al di sopra di tutto il creato, ma anche
perché è separato da tutto ciò che è profano, ingiusto, immorale.
Nel Nuovo Testamento Gesù è detto il Santo di Dio (cfr. Marco 1, 24; Luca 1, 35; Giovanni 6, 69 ecc.).
Questo titolo dato a Gesù è una chiara professione della sua divinità perché
indica che Gesù, come Sahve, è al di sopra di tutto ciò che è profano,
imperfetto, immorale, anzi al di sopra di tutte le creature. Perciò egli ha un Nome al di sopra di ogni nome (cfr.
Filippesi 2, 9). Questo vuol dire che Egli è
per natura (nome = natura) al di sopra di qualsiasi natura creata sia
terrena che angelica (cfr. Efesini 1, 21; Ebrei 1, 4; 1 Pietro 3, 22). “In Lui
abita corporalmente tutta la pienezza della divinità” (Colossesi 2, 9).
2 - Tutto questo è insegnamento biblico. A noi comunque interessa
sapere se e come il termine santo è
applicato alle creature umane. Sì, Dio ha voluto che anche i credenti in Lui, i
membri del suo popolo, fossero chiamati santi.
Nell'Antico Testamento, Israele, il Popolo di Dio, è detto “una nazione
santa” (Esodo 19, 6) perché in virtù della elezione divina e dell'Alleanza,. è
stato separato dal mondo pagano e consacrato al servizio del vero Dio. Ed è
volontà di Jahve che tutti si sforzino di essere santi a imitazione di Dio: “Siate santi, perché io Jahve, Dio
vostro, sono Santo” (Levitico 19, 2; 11, 44). Da notare che tutti i membri della comunità
israelitica sono esortati a essere santi.
La vocazione e la dignità di santi sono comuni a tutti, mai riservate solo ad alcuni,
escludendo gli altri (cfr. Daniele 7, 25-26).
3 - Identico linguaggio, eguale significato nel Nuovo Testamento: tutti
quelli che hanno fatto la scelta cristiana, tutti i membri della comunità di
Cristo sono detti santi. Mediante la
purificazione dal peccato per mezzo dell'acqua vivificata dallo Spirito (cfr.
Giovanni 3, 5; Matteo 3,' 11), ossia in virtù del battesimo che rimette i
peccati (cfr. Atti 2, 38), le creature umane, senza limite di numero, già su
questa terra sono qualificate come santi.
Perché Cristo santifica tutti i credenti in Lui, ossia tutti i membri della
Chiesa: “Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei, per renderla
santa, purificandola per mezzo del lavacro della acqua” (Efesini 5, 25-26).
Questo crede ed insegna san Paolo quando chiama santi tutti i cristiani di Gerusalemme (cfr. 2
Corinzi 8, 4), tutti i cristiani di
Roma (cfr. Romani 1, 7), di Corinto (cfr. 1 e 2 Corinzi 1, 1), di Efeso (cfr.
Efesini 1, 1 ecc.).
Questo crede ed insegna san Pietro: “Ad immagine del Santo che vi ha
chiamati, diventiate santi anche voi in tutta la vostra condotta, perché sta
scritto: voi sarete santi, perché io sono Santo” (1 Pietro 2, 9).
Commenta La Sacra Bibbia di
Salvatore Garofalo:
“Santi
sono i cristiani non già perché tutti di una virtù eccezionale, bensì perché
Dio, chiamandoli alla fede, li ha separati dagli altri uomini, li ha liberati
dal peccato col battesimo e li ha fatti partecipi della sua vita divina col
l'obbligo d'una vita nuova”.
4 - Santi sono tutti i
credenti in Dio, che ci hanno preceduto nella gioia e nella gloria del Re- gno
di Dio. Già in Daniele è detto che “i santi dell'Altissimo riceveranno il regno
e lo possederan- no per secoli e secoli” (7, 18). Dopo le sofferenze, le
persecuzioni e la morte causate dai nemici di Dio “il regno, il potere e la
grandezza di tutti i regni che sono sotto il cielo saranno dati al popolo dei
santi dell'Altissimo” (Daniele 7, 27).
Evidentemente si tratta di tutti gli
Israeliti, cioè di tutti gli
appartenenti al Popolo di Dio, rimasti fedeli nel tempo della prova. Ad essi
sono promesse la gioia e la gloria non di una terra paradisiaca su questo
pianeta, ma di “una patria migliore, cioè quella celeste” (Ebrei 11, 16).
Questa era la loro speranza.
Questa speranza diventa particolarmente chiara nelle parole di Cristo,
Maestro di verità, che assicura che dove sarà lui, là sarà anche chi lo serve
(cfr. Giovanni 12,26). Perciò san Paolo considerava la morte un guadagno e
preferiva essere sciolto dal corpo per essere con Cristo (cfr. Filippesi 1,
21-23). E a Timoteo scriveva:
“Certa è questa parola: se moriamo con lui (con Cristo), vivremo anche
con Lui; se con Lui perseveriamo, con Lui anche regneremo” (2 Timoteo 2,11-12).
E' chiaro che l'apostolo assicura la gloria e la gioia del regno con Cristo
a tutti coloro che vogliono perdere
la propria vita per Cristo (cfr. Luca 9, 24), ossia morire al peccato per
vivere e regnare con Lui.
Per Paolo una sola è la speranza di tutti quelli che seguono Cristo.
Scrive infatti agli Efesini:
“Un solo corpo, un solo spirito, come una sola è la speranza alla quale siete stati chiamati, quella
della vostra vocazione” (Efesini 4, 4) 9.
Nell'Apocalisse di Giovanni la visione di Daniele (7, 18.27) è vista
come una realtà. Con Cristo è giunto il tempo di dare la mercede ai santi (cfr. Apocalisse 11, 18). Giovanni
chiama santi tutti i martiri di
Cristo (cfr. Apocalisse 16, 6; 17, 6) che sono centinaia di migliaia. Tutta la
popolazione dei santi, a motivo delle
loro giuste opere, forma come “una veste di lino puro splendente della Chiesa
trionfante” (Apocalisse 19, 8).
Un grosso errore, una presuntuosa discriminazione.
Alla luce di queste e di molte altre testimonianze bibliche, la pretesa
dei tdG secondo cui santi (o unti)
sarebbero solo 144.000, deve dirsi grossolanamente antiscritturale. La Bibbia non li chiama santi là dove parla di 144.000 (cfr. Apocalisse 7,4, 14, 1 e 3). Ed
è pure antiscritturale che solo essi avrebbero speranze celesti (Efesini 4,4).
Mai né in san Paolo né in san Pietro né in tutta la Bibbia appare l'affermazione che il titolo di santi debba essere riservato solo a
144.000 in mezzo a decine di miliardi di creature umane, che conoscono, amano e
servono Dio in ogni epoca della storia. Affermare il contrario è una
presunzione orgogliosa, una disumana discriminazione. Ripetiamo la
inequivocabile consolante parola di san Paolo rivolta a tutti i credenti in Cristo: “Se con Lui perseveriamo, con Lui anche
regneremo” (2 Timoteo 2, 12).
Chi fa i Santi?
Restringiamo ora il nostro discorso ai santi, che hanno già raggiunto lo stato di gloria con Cristo, a
quei servi del Signore che già sono con Lui (cfr. Giovanni 12, 26; 17, 24). Di
alcuni di essi i discepoli di Cristo ancora sulla terra conservano un ricordo
particolare a motivo delle loro virtù. Sono i Santi, che noi veneriamo.
Alcuni si domandano: Chi fa questi
Santi?
La risposta non è difficile. Li fa Dio con la loro collaborazione quasi
sempre eroica. Dio sparge in essi il seme dell'amore. Essi coltivano questo
seme con una cura particolare, totale, gioiosa e sofferta fino a dare frutti di
santità. Dio è l'artefice principale, la creatura è una sua fedele
collaboratrice. La santità è un fiore del giardino di Dio che giunge a perfetta
maturazione grazie alla cura dell'uomo.
Non è dunque la Chiesa che fa i Santi. La Chiesa o comunità dei
discepoli di Cristo ancora sulla terra verifica l'opera di Dio in questi
campioni della fede e della carità, e ne permette una speciale venerazione. Ma
vediamo come sono andate e come vanno le cose.
I Martiri
I Santi che noi veneriamo sono cristiani che nel corso dei secoli, in
ogni epoca della storia, si sono distinti e si distinguono per la pratica delle
virtù umane e cristiane in grado eroico. Perciò i loro fratelli ancora sulla
terra non hanno mai lasciato cadere in oblio o sbiadire il loro ricordo e il
loro esempio.
Fin dai primissimi tempi della Chiesa il martirio fu considerato come
l'espressione massima della fede e dell'amore di Dio e del prossimo, ossia
della santità. Il martire fu considerato un eroe, un Santo in modo del tutto particolare. Non solo i parenti, ma tutta
la comunità circondavano di ve- nerazione il corpo e la tomba. Di Stefano, il
primo martire, dice la Bibbia: “Persone pie seppellirono Stefano e fecero
grande lutto per lui” (Atti 8, 2). Del martire si ricordava l'anniversario
della morte e si implorava il suo aiuto a favore dei vivi come un degno
rappresentante presso Dio dei fratelli ancora in lotta sulla terra (cfr. -
Apocalísse 6, 9-11).
Il primo esempio storicamente documentato della commemorazione
anniversaria di un martire è quello di san Policarpo, che subì il martirio a
Smirne nella odierna Turchia, il 23 febbraio dello anno 155, verso le due del
pomeriggio. Di lui leggiamo:
“Noi adoriamo Lui (il Cristo), perché è Figlio di Dio; i martiri invece
li amiamo come discepoli e imitatori del Signore (...). Pertanto il centurione,
visto l'accanimento dei Giudei nella contesa, fece portare in mezzo il corpo e
lo fece bruciare secondo il costume pagano. Così noi, solo più tardi, potemmo
raccogliere le sue ossa, più preziose delle gemme più insigni e più stimabili
dell'oro, e le collocammo in luogo conveniente. Quivi, per quanto ci sarà
possibile, ci raduneremo con gioia e allegrezza, per celebrare, con l'aiuto del
Signore, il giorno natalizio del suo martirio, per rievocare la memoria di
coloro che hanno combattuto prima di noi, e per tenere esercitati e pronti
quelli che dovranno affrontare la lotta”.
Da questo documento appare chiaro come già nella seconda metà del
secondo secolo, vale a dire circa due secoli prima di Costantino, i cristiani
veneravano i loro più insigni fratelli nella fede, ossia i martiri.
I Confessori
Qualche secolo dopo, un altro gruppo di cristiani passati alla gloria
con Cristo cominciò ad attirare una speciale
attenzione da parte della comunità cristiana. Sono questi i confessori, ossia quei cristiani che
durante la loro vita si erano distinti per la loro grande fede, per l'amore di
Dio e del prossimo, per il loro coraggio, anche se non avevano subìto il
martirio. Dopo la sua morte un confessore
cominciò a divenire oggetto d'una venerazione simile a quella riservata al
martire.
Così avvenne per Atanasio, il grande campione della fede cattolica
contro Ario nel quarto secolo. Atanasio soffrì persecuzioni, prigionia ed
esilio per la difesa della divinità di Gesù Cristo negata da Ario e dai suoi
seguaci come è negata oggi dai tdG. Così pure avvenne per sant'Agostino un
secolo dopo, uno dei più grandi geni dell'umanità e umile figlio della Chiesa
Cattolica; e lo stesso avvenne in seguito per san Benedetto da Norcia, san
Francesco d'Assisi, san Domenico, sant'Ignazio, san Vincenzo dei Paoli, san
Giovanni Bosco, tutti fondatori di grandi Ordini religiosi. Uguale venerazione
la Chiesa ha tributato ai grandi missionari come sant'Agostino, vescovo di
Canterbury, che dall'Italia portò il Vangelo ai popoli pagani dell'Inghilterra;
ai santi Cirillo e Metodio, apostoli degli Slavi; a san Francesco Saverio, che
con zelo instancabile predicò il Vangelo in India e Giappone e mori poco prima
di poter penetrare anche nell'immenso impero cinese.
Pasci le mie pecorelle (Giovanni 21, 17)
In ogni tempo la Chiesa Cattolica ha avuto ed ha uomini e donne di
grande fede e di carità instancabile, che a causa del Vangelo hanno impegnato
ed impegnano la loro vita in modo integrale. La Chiesa è veramente Madre di
Santi. Non pochi di loro hanno chiuso la loro vita col martirio come nei primi secoli; altri hanno esercitato le virtù
cristiane in grado eroico. Questo è il motivo perché i fedeli sono portati alla
loro venerazione.
Tuttavia l'iniziativa della venerazione pubblica non fu lasciata ai
privati, cioè a singoli fedeli. I responsabili delle chiese locali, quali sono
i Vescovi, ebbero sempre cura che fossero controllati facili entusiasmi ed evitati
abusi. In ogni singola diocesi la venerazione pubblica doveva essere
autorizzata dal Vescovo dopo accurato esame dell'avvenuto martirio a causa
della fede o della vita cristianamente eroica del defunto. Si ebbero così i
primi processi di canonizzazione a livello diocesano. Più tardi il controllo
della Chiesa fu meglio determinato fino alla prassi odierna.
Oggi nella Chiesa Cattolica alla venerazione di nuovi Santi si arriva
dopo lungo, minuzioso e severo esame. Questo consiste in un'accurata ricerca di
tutte le possibili e attendibili testimonianze comprovanti il martirio per la
fede o le virtù eroiche. Determinante è, la prova dei miracoli per i confessori. Dopo il processo a livello
diocesano, vi è quello più severo a livello centrale, cioè a Roma. Solo il Papa
può dichiarare ufficialmente la liceità della venerazione di nuovi Santi.
Riepilogando:
a) Nella Bibbia sono chiamati santi
tutti i membri del Popolo di Dio, ossia tutti i battezzati, che rimangono
fedeli a Cristo fino alla morte. E' contrario alla Bibbia l'insegnamento geovista secondo cui santi o unti sono solo 144.000
in tutto il genere umano. Là dove la Bibbia parla di 144.000 non li
chiama santi (cfr. Apocalisse 7,
4 e 14, 1).
b) Alcuni dei santi, ossia
dei discepoli di Cri- sto, hanno corrisposto in modo eroico all'amore che Dio
ha per ogni uomo. L'esercizio delle virtù umane e cristiane in essi ha
raggiunto l'eroismo. A questi santi fin
dai primissimi tempi del cristianesimo la comunità dei fedeli, ossia la Chiesa
ha riconosciuto un titolo speciale di santità o perché avevano dato la vita per
la fede (i martiri) o perché hanno
esercitato in grado eroico le virtù dell'amore di Dio e del prossimo (i confessori). Dio ha sigillato coi
miracoli la loro santità.
Sono i Santi che noi veneriamo e di cui esperimentiamo
l'intercessione.
La venerazione dei Santi
1 - Che cosa è venerazione?
Venerazione significa “sentimento di
grande riverenza, rispetto, stima” e simili. Nella pietà religiosa cristiana
vuol dire particolare rispetto dovuto ai Santi, ai Servi di Dio e ai
Venerabili. Per estensione, venerare e venerazione può significare anche
adorazione, manifestazione di culto dovuto a Dio ". Ma questo non è il
caso dei Santi, non è la mente o intenzione della Chiesa Cattolica. I tdG e
altri settari che accusano la Chiesa Cattolica di idolatria perché pratica la venerazione dei Santi devono dirsi
ignoranti o in mala fede.
Così intesa la venerazione dei Santi è piena. mente giustificata dalla
Bibbia. In effetti, più d'una volta nella Bibbia siamo esortati a ricordare con
rispetto e' stima coloro che ci hanno precedute nella fede, e sono ora nella
Casa del Padre, a fare l'elogio delle loro virtù, a imitarli seguendo l'esempio
della loro vita eroica. Ecco qualche testimonianza
2 - Testimonianze bibliche.
Nella Lettera agili Ebrei l'autore ispirato esalta la fede degli antenati a
conforto e sprone dei suoi lettori:
“Nella fede morirono tutti costoro, senza avere conseguito le cose
promesse, ma avendole viste solo e salutato da lontano” (Ebrei, 11,13).
E ancora: “E che dirò di più? Mi mancherebbe il tempo per narrare di
Gedeone, Barac, Sansone, Jefte, David,
Samuele e dei profeti. I quali, in virtù della fede, soggiogarono i regni,
esercitarono la giustizia, conseguirono le promesse, divennero forti in guerra,
fugarono eserciti stranieri” (Ebrei 11, 32-35).
“Anche noi dunque, circondati da un così grande nugolo di testimoni,
deposto tutto ciò che è di peso e il peccato che ci assedia, corriamo con
perseveranza nella corsa che ci sta davanti, tenendo fisso lo sguardo su Gesù,
autore e perfezionatone della fede” (Ebrei 12,1-2).
Già secoli prima un altro autore ispirato aveva detto:
“Facciamo l'elogio degli uomini illustri, dei nostri antenati per
generazione. Questi furono uomini virtuosi, i cui meriti non vanno dimenticati”
(Siracide 44,1 e 10) 13.
3 - La pratica della venerazione.
Ricordo, elogio, imitazione: ecco ciò che la Bit bia sollecita da noi nei riguardi
di coloro che ci hanno preceduto nella fede e si sono distinti nella pratica delle
virtù cristiane.
Questa è appunto la venerazione dei
Santi. Noi siamo in perfetta armonia
con la Parola di Dio quando ricordiamo i
Santi, ne facciamo l'elogio li imitiamo nel loro grande amore a Gesù Cristo
all'umanità. Fatevi miei imitatori, come io lo sono di Cristo, diceva san Paolo
(1 Corinzi 11, 1).
Fedele
all'insegnamento dell'Apostolo, la Chiesa Cattolica insiste sulla imitazione
dei Santi, sempre sensibile alla purezza della fede e contraria a ogni
venerazione forse interessata. Ha detto il Concilio Vaticano II:
“Mentre infatti consideriamo la vita di coloro che hai no seguito
fedelmente Cristo, per un motivo in più ci sentiamo spinti a ricercare la Città
futura (cfr. Ebrei 13,1 e 11, 1) e insieme ci è insegnata la via sicurissima
per il quale, tra le mutevoli cose del mondo, potremo arrivai alla perfetta
unione con Cristo cioè alla santità, secondo lo stato e la condizione di
ciascuno”.
La intercessione dei Santi
1 - Intercedere vuol dire
“intervenire in favore di qualcuno”; intercessione
è “l'atto o l'effetto dell'intercedere”. Un esempio biblico abbastanza
conosciuto è quello di Maria, la Madre di Gesù, che alle nozze di Cana
intervenne presso suo Figlio in favore degli sposi a corto di vino.
L'intercessione di Maria ottenne il suo effetto e Gesù fece il primo miracolo,
cambiando l'acqua in vino (cfr. Giovanni 2, 1-11).
Nel linguaggio cristiano e con riferimento ai Santi, intercedere vuol dire che i Santi,
dietro preghiera o richiesta dei loro fratelli nella fede che sono ancora su
questa terra, intervengono a loro favore presso Dio per ottenere da Dio le
grazie o cose desiderate.
Vista nella sua vera natura, l'intercessione altro non è che
l'esercizio dell'amore e dell'aiuto, che deve regnare tra le membra dello
stesso corpo o organismo affinché “le membra siano vicendevolmente sollecite
del bene comune” (1 Corinzì 12, 95). L’organismo o corpo, di cui parla san
Paolo, è precisamente la comunità dei credenti, ossia la Chiesa. In essa
ciascuno deve esercitare l'amore verso gli altri, soprattutto invocando da Dio,
datore di ogni bene, mediante la preghiera, ciò che a ciascuno è utile e
necessario per la sua salvezza integrale (cfr. 1 Corinzi 12, 12-27).
Alla base della intercessione vi è la dottrina della Comunione dei santi. Con questa
espressione la Chiesa Cattolica insegna ciò che insegna san Paolo nella citata Lettera ai Corinzi. ivi l'apostolo
paragona la Chiesa, ossia l'insieme di tutti i battezzati o santi, a un organismo, al corpo umano,
perché tutti formano una comunità o
comunione, dov'è naturale che tra le varie membra vi sia uno scambio dei
singoli beni per il bene comune. Comunione
dei santi non vuol dire che solo alcuni privilegiati, ossia quelli del
numero chiuso dei 144.000, possono ricevere gli emblemi del pane e del vino.
Questo è un grosso errore della setta geovista, che tende a creare e confermare
un deprecabile razzismo.
2 - Nella Bibbia abbiamo numerosi esempi di intercessione. Ne citiamo
solo alcuni, limitandoci al Nuovo
Testamento.
- San Paolo chiede spesso le preghiere, ossia la intercessione, dei
cristiani affinché Dio lo liberi dai pericoli che lo minacciano nel suo lavoro
apostolico:
“Pregate incessantemente con ogni sorta di preghiera e di suppliche
nello Spirito, vigilando a questo scopo con ogni perseveranza e pregando per
tutti i santi (= tutti i fedeli) e anche per me, perché quando apro la bocca mi
sia data una parola franca per far conoscere il mistero del Vangelo” (Efesini
6,18-19; cfr. Romani 15,30-31).
Altre volte Paolo offre a Dio le sue preghiere, ossia la sua
intercessione, a vantaggio spirituale dei fedeli :
“Perciò anche noi, da quando
abbiamo saputo vostre' notizie, non cessiamo di pregare per voi e di chiedere
che abbiate una piena conoscenza della sua volontà con ogni sapienza e
intelligenza spirituale...” (Colossesi 1,9-10).
- San Giacomo ha scritto: “Molto vale la preghiera del giusto fatta con
insistenza. Elia era un uomo della nostra stessa natura: pregò intensamente che
non piovesse e non piovve sulla terra per tre anni e sei mesi. Poi pregò di
nuovo e il cielo diede la pioggia e la terra produsse i suoi frutti” (Giacomo
5, 16-17).
Due cose da notare nell'insegnamento di san Giacomo. La prima è, che la preghiera del giusto rivolta a Dio come intercessione
è sempre efficace. La seconda è che
il giusto può ottenere da Dio per gli
altri anche favori di ordine temporale.
Contro l'uso delle immagini
1 - L'errore:
“Mostrando che le immagini come ausili per la devozione gli
dispiacevano, Dio diede agli Israeliti la sua legge che ne proibiva l'uso.
Cambiò attitudine Dio con l'inizio del cristianesimo? No, perché la Bibbia
mostra che i cristiani evitarono similmente l'uso delle immagini”.
La verità:
a) Dio non mostrò che gli dispiacessero le immagini come ausili per la
devozione. Semmai è vero il contrario. Egli ha voluto che le arti figurative
aiutassero gli Israeliti per la devozione. “Mo- sè chiamò tutti gli artisti,
nel cuore dei quali Jahve aveva messo la saggezza ( .. ) Bezaleel (uno dei
loro) fece la Dimora con figure di cherubini artisticamente lavorati” (Esodo
36, 2-8).
b) La legge data da Dio agli Israeliti non proibiva l'uso delle
immagini decorative utili alla devozione, ma le immagini e le statue degli
idoli pagani. La Chiesa Cattolica ha sempre distrutto gli idoli pagani, ma ha
favorito le arti figurative per la devozione e la conoscenza della vera
adorazione. Così Dio comandò a Mosè.
c) Nei testi biblici citati dai tdG (Esodo 20: 4, 5; Deuteronomio 7:
25; Levitico 26: 1; Atti 17, 29) si parla solo e sempre di idoli o divinità
pagane. I tdG travisano il pensiero degli autori sacri e profanano la Parola di
Dio.
2 - L'errore:
“Seguendo il consiglio dell'apostolo Giovanni di 'guardarsi dagli
idoli', camminarono "per fede, non per visione". Riposero la loro
completa fiducia nell'invisibile Iddio” (1 Giovanni 5: 21; 2 Corinzi 5: 7) 18.
La verità:
a) Seguendo il consiglio dell'apostolo Giovanni, i primi cristiani e i
veri cristiani d'ogni tempo hanno distrutto le immagini e le statue degli idoli
pagani oppure le hanno conservate nei musei. Mai hanno prestato loro una
religiosa attenzione. Hanno sempre posto la loro attenzione all'invisibile Dio
e alla sua Immagine, cioè, a Gesù Cristo, il Dio-con-noi (cfr. Colossesi 1, 15;
Matteo 1, 23).
Giovanni nel
testo citato (1 Giovanni 5, 21) si riferisce solo agli idoli pagani, non alle
immagini permesse da Dio agli Israeliti per la sua vera adorazione.
b) Anche errato è l'uso o l'abuso che i tdG fanno delle parole di san
Paolo: “camminare per fede, non per visione” (2 Corinzi 5, 7). In questo testo
san Paolo non parla affatto dell'uso delle immagini né per negarlo, né per
affermarlo. Egli si riferisce solo ai due modi o stati della nostra esistenza e
della nostra conoscenza del Signore. Il primo modo è quello della vita
presente, paragonabile alla condizione dell'esule, che conosce le bellezze
della sua patria solo indirettamente (per fede). L'altro modo è quello di chi
sta in patria e vede direttamente (per visione), faccia a faccia (cfr. 1
Corinzi 12, 12) il volto delle persone care. Se al primo modo di conoscenza
aiutino le immagini o no, san Paolo né lo afferma né lo nega. I tdG fanno
violenza al testo paolino, travisando settariamente il pensiero dell'Apostolo.
c) Degno di nota e di grande biasimo è il fatto che i tdG si comportano
in modo del tutto opposto a ciò che affermano. Essi fanno quello che
rimproverano ai veri cristiani, riempiendo di immagini i loro libri e riviste.
Vogliono che i loro seguaci abbiano la visione di ciò che la setta promette nel
mondo che ha da venire. Due pesi e due misure, ipocritamente.
d) Vi è di peggio. In una loro recente pubblicazione danno l'immagine
dei terribile Geova, raffigurato come un sovrano seduto su un trono. Eppure in
un'altra loro pubblicazione ci dicono che “nessuna immagine di Dio è
possibile”!. La Bibbia dice: “A chi potreste paragonare Dio e quale immagine
mettergli a confronto?” (Isaia 40,18).
3 - L'errore:
“L'adorazione "relativa" con l'uso di 'ausili' fisici per la
devozione', è contraria al principio cristiano di adorazione. Giov. 4: 24.
"Dio è Spirito e quelli che l'adorano devono adorarlo con spirito e
verità”.
La verità:
a) Insistere che nella venerazione delle immagini si tratta di
“adorazione” equivale a usare un linguaggio volutamente errato, cioè
calunnioso. I cattolici adorano solo Dio Uno e Trino, non le ìmmagini e i
Santi, neppure quelle dell'Uomo-Dio, ossia di Gesù Cristo, la Seconda Persona
della Santissima Trinità. L'uso di ausili fisici, come le immagini e le statue,
può aiutare all'adorazione “in spirito e verità”. I tdG fanno largamente uso di
immagini per portare alla conoscenza e alla adorazione di Geova.
b) Nel linguaggio cristiano la venerazione delle immagini è detta
relativa. Questo vuol dire che l'oggetto diretto della venerazione non sono le
immagini e le statue, ma il Santo in esse raffigurato. Ogni persona
intelligente e normale capisce che gli atti di venerazione non sono rivolti
alla carta o alla tela o al legno o al marmo, di cui le immagini e le statue
sono fatte. Noi non veneriamo la materia delle immagini e delle statue, ma i
nostri fratelli gloriosi in paradiso, raffigurati nelle immagini e nelle
statue.
c) Facciamo un esempio. Quando voi baciate la foto d'una persona cara -
sarà il vostro bambino vivo o morto, la vostra mamma ecc. - pensate forse con
quel gesto di fare atto di omaggio alla carta della foto? Forse il vostro
affetto si ferma alla carta? Sarebbe sciocco pensarlo! Solo gli sciocchi lo
pensano. Oggetto del vostro gesto affettuoso è la persona cara lontana o morta,
ma resa in qualche modo vicina, presente e come viva mediante l'immagine.
Facciamo un esempio. Leggendo la Bibbia nessuno pensa di fermarsi alla
carta e ai caratteri, che compongono il libro. La carta e ancora più i
caratteri sono mezzi o ausili fisici con cui veniamo a conoscenza di Dio
Spirito e delle realtà sopra sensibili. Noi tuttavia teniamo caro il libro,
carta e caratteri, e facciamo gesti di devozione verso di essi perché è un
ausilio per entrare in relazione e adorare Dio in spirito e verità.
Contro la venerazione dei Santi
1 - L'errore:
“E' proibito inchinarsi in adorazione (?) dinnanzi a uomini o anche ad
angeli come rappresentanti di Dio - Atti 10,25-26; Apocalisse 22,8-9”.
La verità:
a) E' stato sempre detto e ripetuto che i cattolici si inchinano in
adorazione solo davanti a Dio, Uno e Trino: Padre, Figlio e Spirito Santo.
Attribuire ai cattolici l'adorazione di uomini o di angeli o, peggio ancora, di
statue ed immagini, è una grossa menzogna, una volgare calunnia. Può essere
creduta dagli ignoranti, ossia dalla maggior parte dei tdG, non da persone
oneste e amanti della verità.
Alcuni gesti come l'inchino, il bacio, piegare il ginocchio e anche
offrire incenso e fiori, non sono necessariamente segni di adorazione. Possono
essere e sono di fatto gesti di venerazione quando fatti davanti ad immagini e
statue. Questa è l'intenzione dei cattolici, che fanno questi gesti. Voler
interpretarli come segni di adorazione significa malignare e calunniare.
b) In Atti 10, 25-26 è detto: “Allorché Pietro entrò, Cornelio gli si
fece incontro e gli si gettò ai piedi per adorarlo. Pietro lo rialzò
dicendogli: Alzati, perché sono un uomo anch'io”.
Questo testo non prova nulla contro la venerazione cattolica dei Santi.
E' una strumentalizzazione settaria dei tdG. Infatti, nel caso del centurione,
che era un pagano, il gettarsi ai piedi di Pietro era un gesto dì adorazione.
Giustamente Pietro interviene per impedire quel gesto. Nulla di tutto questo
nei gesti dei cattolici davanti a immagini e statue. Sono solo segni di
venerazione. L'Apostolo Pietro non si dichiara contro la venerazione, ma contro
l'adorazione di creature.
c) In Apocalisse 22, 8-9 leggiamo: “Ed io, Giovanni, son colui che ha
udito e guardato queste cose. E dopo aver udito e guardato, mi prostrai per
adorare dinnanzi ai piedi dell'angelo che m mostrava queste cose. E mi dice:
"Vedi di non farlo! Sono un compagno di servizio, tuo e dei fratelli tuoi
i profeti e di coloro che conservano le parole di questo libro. A Dio rivolgi
l'adora- zione"” (Garofalo).
Parimenti in Apocalisse 19, 10 è detto:
“lo (Giovanni) mi prostrai dinnanzi ai suoi piedi per adorarlo. E mi
dice: "Vedi di non farlol Sono un compagno di servizio, tuo e dei tuoi
fratelli che hanno la testimonianza di Gesù. A Dio rivolgi l'adorazione"”
(Garofalo).
Nell'uno e nell'altro caso è chiaro che Giovanni crede di scorgere
nell'angelo una potenza o manifestazione di Dio, perciò vuol prostrarsi in
adorazione. L'angelo lo distoglie dichiarandosi una creatura. Ciò che qui è
impedito non è la venerazione dei Santi, ma l'adorazione di creature. L'uno e
l'altro testo sono strumentalizzati settariamente dal tdG.
2 - L'errore:
“In molti luoghi c'è l'usanza di riservare giorni in onore di
"santi", o persone famose, morti e vivi. Piace ciò a Dio? La Bibbia
ci avverte di non rendere onori idolatrici a creature, per cui le feste che
tendono in tale direzione non sono in armonia con la volontà di Dio (Atti 10:
25; 14: 11-15; Romani I. 25; Rivelazione 19; 10).
La verità:
a) Sì, a Dio piace l'usanza di onorare i Santi o persone famose.
Infatti l'autore della Lettera agli Ebrei esorta a ricordare i campioni della
fede dell'antichità, le persone famose (cfr.
Ebrei 11, 32) perché il loro ricordo è uno sprone per deporre il peccato
che ci assedia e correre con perseveranza in avanti tenendo fisso lo sguardo su
Gesù (cfr. Ebrei 12, 1-2). Siamo anche esortati dalla Bibbia a fare l'elogio
degli uomini illustri, che1per i loro meriti non vanno dimenticati (cfr.
Siracide 44, 1 ,e 1 0).
b) I testi citati da Atti 10, 25; 14, 11-15 e dalla Apocalisse 19, 10
non hanno nulla a che vedere con la venerazione cattolica dei Santi. Riguardano
solo pratiche idolatriche giustamente condannate dalla Bibbia. Anche in Romani
1, 25 Paolo condanna l'idolatria dei pagani, non la venerazione de i Santi
cristiani. I tdG fanno sempre violenza ai testi biblici per inoculare i loro
funesti errori. Si tratta d'una truffa continuata ai danni di chi non ha
discernimento.
3 - L'errore:
“Inoltre, le feste in memoria degli "spiriti dei morti" si
basano in effetti sulla falsa dottrina dell'immortalità dell'anima”.
La verità:
Che la dottrina dell'immortalità dell'anima sia falsa, lo affermano i
tdG e gli atei materialisti, non la Bibbia. La Bibbia insegna che i credenti in
Cristo dopo la morte sono con Lui (cfr. Giovanni 17, 24; 2 Corinzi 5, 8,;
Filippesi 1, 23), che chiunque vive e crede in Lui non morrà mai (cfr. Giovanni
11, 26), che le anime o spiriti sono arrivati alla perfezione (cfr. Ebrei 12,
23) e intercedono per noi (cfr. Apocalisse 6, 9-10).
4 - L'errore:
“Idoleggiare gli uomini è disapprovato da Dio. Atti 12: 21.23 "In
un dato giorno Erode rivestì la veste reale e si mise a sedere sul tribunale e
pronunciava loro un discorso pubblico. A sua volta il popolo riunito gridava:
'Voce di un dio e non d'un uomo!' Istantaneamente l'angelo di Geova lo colpì,
perché non diede la gloria a Dio; ed essendo roso dai vermi, spirò”.
La verità
a) Venerando i grandi amici di Dio quali sono i Santi, i cattolici non
idoleggiano uomini malvagi come un re Erode Agrippa, che aveva perseguitato la
Chiesa, fatto decapitare Giacomo, uno degli Apostolì, e messo Pietro in
prigione per compiacere i Giudei (cfr. Atti 12, 1-3).
b) Dio disapprovò l'adulazione blasfema di quella plebaglia perché
veramente quegli uomini insensati volevano far capire a Erode che essi lo
tenevano in conto di un dio. In effetti, Erode si compiacque di quella
adulazione e l'angelo del Signore lo colpì a morte.
c) Stando così le cose, appare chiaro al di là d'ogni possibile dubbio
come i tdG strumentalizzano settariamente il testo di Atti 12, 21-23, dando ad
esso un significato che non ha. Si tratta d'una ennesima profanazione della
Parola di Dio.
Contro l'intercessione dei Santi
1 - L'errore:
“La preghiera deve essere rivolta a Geova in nome di Gesù, il solo
mediatore” (1 Timoteo 2. 5) 21.
La verità:
a) Amore e fedeltà alla Scrittura esigono anzitutto che sia portato per
intero il testo di san Paolo, citato solo in parte dai tdG e da altri settari.
Eccolo:
“Raccomando, dunque, innanzi tutto, che si facciano suppliche,
preghiere, intercessioni, rendimenti di grazie per tutti gli uomini, per i
sovrani e per tutti quelli costituiti in autorità, perché noi possiamo condurre
una vita quieta e tranquilla in tutta pietà e dignità. Questo è bello e gradito
al cospetto di Dio salvatore nostro, il quale vuole che tutti gli uomini si
salvino e arrivino alla conoscenza della verità. C'è infatti un solo Dio e un
solo mediatore tra Dio e gli uomini, un uomo, Cristo Gesù, il quale diede se
stesso in riscatto per tutti” (1 Timoteo 2,1-6, Garofalo).
b) Come appare chiaro dalle parole citate, san Paolo dà istruzioni al
discepolo Timoteo circa il. comportamento dei cristiani. Egli vuole che Timoteo
faccia pregare i fedeli per tutti gli uomini, facciano cioè intercessioni.
Paolo perciò insegna la dottrina della intercessione. Aggiunge poi che la
preghiera per gli altri, ossia l'intercessione, è una cosa bella e gradita a
Dio perché tale preghiera o mediazione farà sì che i lontani possano avere
piena conoscenza del vero Dio e dell'unico mediatore Gesù Cristo. Dio avrà
riguardo alla preghiera dei credenti per aprire gli occhi alla verità e salvare
coloro che non credono.
c) Rimane sempre vero che Gesù Cristo è l’unico mediatore tra Dio e gli
uomini. Lui ha offerto se stesso per liberare gli uomini dalla schiavitù del
peccato. Ma è pur vero che i fedeli possono e devono collaborare con le
preghiere e le opere buone a che Cristo sia conosciuto e possa applicare la sua
mediazione a tutti gli uomini. L'intercessione e mediazione dei fedeli è
secondaria e subordinata a quella di Cristo. Ma Dio nella sua bontà ha disposto
che anche i fratelli possano concorrere alla salvezza dei fratelli e degli
increduli. Questo insegna san Paolo, questo ha sempre insegnato e insegna la
Chiesa Cattolica.
2 - L'errore:
Quando la Bibbia parla di intercessione fa sempre e solo riferimento ai
cristiani ancora viventi sulla terra, mai alle preghiere di coloro che sono
morti.
La verità:
a) San Giovanni nell'Apocalisse vede le anime di coloro che furono
uccisi per la Parola di Dio, ossia dei
martiri, gridare a gran voce: “Fino a quando, o Sovrano santo e verace,
non scendi in giudizio e non vendicherai il nostro sangue?” (Apocalisse 6,
9-10). Questo vuol dire che le anime già nello stato di gloria intercedono
presso Dio per i loro fratelli ancora sulla terra perché siano aiutati nella
lotta per la fede.
b) Nel linguaggio simbolico dell'Apocalisse i Santi in cielo, con le
loro preghiere, riempiono di profumi vasi d'oro, che salgono continuamente al
trono dell'Agnello (cfr. Apocalisse 5, 8). In altre parole, essi compiono una
funzione mediatrice a favore della Chiesa militante sulla terra: “E salì il
fumo dell'incenso con le preghiere dei santi, dal- la mano dell'angelo, a Dio”
(Apocalisse 8, 4). E' sempre Dio che salva mediante l'Agnello (Gesù Cristo), ma
le preghiere dei Santi anche dopo la loro morte possono aiutare alla salvezza
degli altri.
L'errore
Un impegno particolare è messo in opera dai tdG per gettare discredito
sui membri del clero cattolico, e in generale su tutti i ministri del culto.
Nessuno è risparmiato, neppure il Santo Padre. Buona parte della propaganda
geovista è dedicata alla denigrazione e alla calunnia!
Non è difficile capire che alla base di questa campagna denigratoria vi
è la persuasione che i ministri di Dio - col loro zelo e la loro scienza -
siano l'ostacolo principale alla diffusione dei loro nefasti errori. Da qui la
reazione astiosa e pervicace degli attivisti della società geovista.
Un caso particolare della
calunniosa propaganda dei tdG è l'uso distorto che essi fanno delle parole di
Gesù riferite in Matteo 23, 9, dove leggiamo:
“E non chiamate nessuno padre vostro sulla terra; uno solo, infatti, è
il Padre vostro, il Ce- leste”.
Commentando erroneamente questo testo e avendo di mira i ministri del
culto i tdG scrivono:
“I seguaci di Crìsto non si rivolgono agli uomini con i titoli
religiosi 'rabbino’ un titolo religioso”,padre' o 'capo' …..'Padre' non è un
titolo religioso.
Non è necessaria una conoscenza profonda del la Bibbia per evidenziare
quanto sia superficiali e antiscritturale la spiegazione che della frase da
Matteo 23, 9 danno i tdG. Basta infatti porre attenzione al contesto dove
quella frase è collocata e ricordare come nella Bibbia il titolo di “padre” è legittimamente rivolto agli
uomini, specialmente ai ministri del culto, senza violare nessun comanda
divino. Questo appunto ora vogliamo fare.
I - Il contesto di Matteo 23, 9.
Facciamo notare ancora una volta che l'autentico significato dei testi
biblici deve essere ricavata dal loro contesto. I tdG spesso e volentieri
dimenticano o tralasciano il contesto e fanno dire alla Bibbia ciò che essi
vogliono, a danno sempre de meno accorti.
Dal contesto di Matteo 23, 9 risulta inequivocabilmente che Gesù voleva
solo correggere l'abuso che i membri della sinagoga facevano del titolo d
padre; ma non intendeva affatto abolire il retti uso di quel titolo. Il
pensiero di Gesù è il seguente :
I discepoli di Cristo -
contrariamente al comportamento dei farisei - non devono pretendere titoli
onorifici. Devono fuggire la vanagloria, la superbia, l'arroganza. “Il più
grande tra voi sia vostro servo” (Matteo 23, 11). L'ufficio di guida, che
alcuni di loro devono esercitare (cfr. 1 Tessalonicesi 5, 12; Ebrei 13, 17), va
fatto con umiltà e con spirito di servizio.
Gesù parla di disposizione interiore, più che di uso di titoli. Siano o
non siano chiamati con titoli, i suoi discepoli, a differenza dei farisei,
devono coltivare l'umiltà. Non devono avere pretese di onorificenze. Non devono
servirsi vanitosamente dell'autorità, ma servire umilmente in virtù della
autorità ricevuta.
Questo e non altro è l'autentico significato delle parole di Gesù: una
lezione di umiltà! Egli era venuto a correggere ciò che era storto (Marco 1,
3).
Il - L'uso scritturistico del titolo di “padre”.
Gesù non intendeva affatto escludere che le guide della comunità
ecclesiale nutrissero il nobile sentimento della paternità spirituale verso
coloro che devono essere istruiti e diretti.
1 - San Paolo esorta i cristiani ad essere imitatori di Dio
precisamente nella bontà e nell'amore (Efesini 5, 1). E quale maggiore
imitazione di Dio vi può essere in chi è chiamato a dirigere gli altri se non
quella della paternità divina? San Paolo era modello di questa imitazione.
a) Sono ben note le parole di Paolo ai fedeli di Corinto:
“Vi scrivo queste cose come a figli carissimi. Potreste infatti avere
diecimila maestri (pedagòghi), ma non certo molti padri in Cristo, perché sono
io che vi ho generato in Cristo Gesù mediante il Vangelo” (1 Corinzi 5,14-15).
Paolo si considera e si chiama padre di coloro che egli ha generato
spiritualmente in Cristo. Forse l'apostolo non era a conoscenza delle parole di
Gesù in Matteo 23, 9? Chi oserebbe attribuire a lui tale ignoranza? E allora
come mai non ha avuto alcuna difficoltà ad attribuirsi il titolo di padre?
b) Né fu la sola volta che egli - Paolo - manifestò questo nobile
sentimento di paternità spi- rituale. Scrivendo ancora ai Corinzi dice:
“Ecco, sono pronto a venire da voi per la terza volta, e non vi sarò di
peso; ché non cerco le cose vostre, ma voi. Infatti non è dovere dei figli
accumulare tesori per i genitori, ma dei genitori per i figli” (2 Corinzi
12,14).
Commenta la Bibbia di Salvatore Garofalo:
“Paolo non vuol ricevere dai Corinzi, ma vuole dare come un buon
padre”.
Anche coi cristiani della Galazia l'apostolo aveva usato lo stesso
linguaggio: “Figliuoli miei, che io di nuovo partorisco nel dolore finché non
sia formato Cristo in voi” (Galati 4, 19).
E con identico affetto paterno Paolo chiama figlio lo schiavo Onèsimo,
che egli aveva convertito e generato a Cristo nelle catene (Filèmone 10).
c) Dopo tante ripetute dichiarazioni d'una paternità spirituale da
parte di Paolo, doveva essere naturale, spontaneo, giusto e doveroso che i suoi
figli spirituali lo considerassero e lo chiamassero padre senza pensare
minimamente di andare contro la volontà del Signore. Lo hanno fatto?
Possiamo legittimamente supporlo. Paolo stesso li esorta e vuole che si
comportino così. Scrisse ai Corinzi: “lo parlo come a figli; rendeteci il
contraccambio, aprite anche voi il vostro cuore” (2 Corinzi 6, 13). E qual era
il contraccambio se non quello di nutrire verso di lui un sincero sentimento di
figliolanza spirituale e di chiamarlo padre? (Cfr. 2 Corinzi 12, 15).
d) Nel vano tentativo di indebolire e negare questo insegnamento
biblico i tdG scrivono:
“Paolo si paragonò a un genitore, ma non fu mai chiamato "padre
Paolo"”.
Si risponde: L'obiezione dei tdG poggia sul vuoto non ha una base, è
inconsistente. Infatti per poter affermare che l'apostolo non fu mai chiamato
“padre Paolo”, i tdG dovrebbero avere ed esibire i documenti, ossia eventuali
scritti dei cristiani di Corinto diretti a Paolo, dai quali risultasse che essi
mai lo chiamino “padre”. Ma dove sono questi documenti? E senza documenti,
senza prove valide, come si può asserire una cosa? La affermazione dei tdG è
una pura invenzione.
Al contrario, dalle Lettere paoline risulta che i rapporti dei
cristiani verso Paolo fossero basati sul sentimento della figliolanza
spirituale.
2 - Ma vi è molto di più. Ciò che dicono i tdG è antiscritturale.
Infatti Gesù non volle abolire la Scrittura (Matteo 5, 17-18).
Ora nella Scrittura il retto uso del titolo di padre è- largamente
diffuso.
Ecco alcuni esempi: - Nel libro dei Giudici 17, 9-10 e 18-19 leggiamo:
“Micha gli domandò: "Donde vieni?" "Sono Levita da Betlemme di
Giuda" gli rispose. "Viaggio per stabilirmi dove troverò".
"Rimani con me", gli disse Micha, "sii per me padre e sacerdote
e io ti darò dieci scicli d'árgento, un corredo di vesti e il vitto"”
(17,9-10).
“Ma il sacerdote disse loro: "Che cosa fate?"
"Taci", gli dissero, "mettiti la mano sulla bocca e
vieni con noi. Tu sarai per noi padre e sacerdote"” (18,19).
Per ben due volte è detto che alcuni Israeliti danno al sacerdote il
titolo di padre. Non vi è nessuna condanna di un tale modo di esprimersi.
- David chiama padre Saul perché questi è il legittimo sovrano finché è
in vita: “Non tenderò la mano sul mio signore, poiché egli è l'unto di Jahve e
mio padre” (1 Samuele 24, 11-12).
- Anche i re di Israele chiamano padri i profeti, ossia gli uomini di
Dio, loro guide spirituali: “Ora Eliseo cadde malato di quella malattia, per
cui sarebbe morto. Josh, re di Israele, scese da lui e scoppiò in lacrime al
suo cospetto gridando. "Padre mio, padre mio! Carro di Israele e suoi
cavalli” (2 Re 13, 14).
3 - Circa l'uso del titolo di padre noi abbiamo una preziosa notizia
dal santo vescovo e martire Ireneo (secondo secolo). Egli spiega l'origine dei
titoli di padre e di maestro usati allora nella Chiesa, nel modo seguente:
“Quando uno riceve l'insegnamento da un altro è chiamato padre”.
L'informazione, che dà Ireneo, è della massima importanza. Infatti,
nella sua opera Contro le eresie egli riporta gli insegnamenti degli Apostoli
così come li aveva ricevuti dal martire Policarpo, suo maestro. Policarpo a sua
volta era stato discepolo diretto di san Giovanni Apostolo e di altri immediati
discepoli del Signore. Di questi suoi maestri Policarpo riporta le cose udite,
che poi sant'Ireneo ha messo per iscritto.
Non vi può essere perciò dubbio alcuno che anche l'uso del titolo di
padre dato ai maestri della vita spirituale risalga agli insegnamenti
apostolico. D'altra parte, dire insegnamento apostolico è lo stesso che dire
insegnamento scritturale. Il titolo di padre - salvo gli abusi condannati dal
Signore - è in perfetta armonia con la Scrittura.
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