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751. La mortificazione contribuisce, come la penitenza, a purificarci delle colpe passate; ma il principale suo scopo e di premunirci contro quelle del presente e dell'avvenire, diminuendo l'amor del piacere, fonte dei nostri peccati. Ne spiegheremo dunque la natura, la necessità e la pratica.
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Natura |
- I diversi nomi. |
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- La definizione. |
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Necessità |
- Per la salute. |
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- Per la perfezione. |
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Pratica |
- Principi generali. |
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- Mortificazione dei sensi esterni. |
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- Mortificazione dei sensi interni. |
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- Mortificazione delle passioni. |
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- Mortificazione delle facoltà superiori. |
Spiegati che avremo i termini biblici e i moderni con cui si denomina la mortificazione, ne daremo la definizione.
752. 1. Espressioni bibliche per indicare la mortificazione. Sette principali espressioni troviamo nei Libri Sacri per indicare la mortificazione sotto vari suoi aspetti.
1° Il vocabolo rinunzia, "qui non renuntiat omnibus quae possidet non potest meus esse discipulus"[1], ci presenta la mortificazione come atto di distacco dai beni esterni per seguir Cristo, come fecero gli Apostoli: "relictis omnibus, secuti sunt eum"[2].
2° E pure abnegazione o rinunzia a sé stesso si quis vult post me venire, abneget semetipsum"[3] ...; infatti il più terribile dei nostri nemici è il disordinato amor di noi stessi; ecco perché è necessario distaccarsi da sé stessi.
3° Ma la mortificazione ha pure un lato positivo: è un atto che ferisce e distrugge le male tendenze della natura: “Mortificate ergo membra vestra[4]... Si autem spiritu facta carnis mortifica veritis, vivetis"[5]...
4° Anzi è una crocifissione della carne e delle sue cupidigie, onde inchiodiamo, a così dire, le nostre facoltà alla legge evangelica, applicandole alla preghiera e al lavoro: "Qui... sunt Christi, carnem suam crucifixerunt cum vitiis et concupiscentiis".[6]
5° Questa crocifissione, quando è costante, produce una specie di morte e di seppellimento, che ci fa come intieramente morire a noi stessi e seppellirci con Gesù Cristo a fine di vivere con lui di vita novella: "Mortui enim estis vos et vita vestra est abscondita cum Christo in Deo[7]... Consepulti enim sumus cum illo per baptismum in mortem[8]...
6° A indicare questa morte spirituale S. Paolo adopera pure un'altra espressione; poiché, dopo il battesimo, vi sono in noi due uomini, l'uomo vecchio che rimane, o la triplice concupiscenza, e l'uomo nuovo o l'uomo rigenerato, egli dichiara che dobbiamo spogliarci dell'uomo vecchio per rivestirci del nuovo: "expoliantes vos veterem hominem... et induentes novum"[9].
7° Non potendo questo farsi senza combattere, Paolo afferma che la vita e una lotta "bonum certamen certavi"[10]; e che i cristiani sono lottatori o atleti, che castigano il corpo e lo riducono in schiavitù.
Da tutte queste espressioni e da altre simili risulta che la mortificazione inchiude un doppio elemento: uno negativo il distacco, la rinunzia, lo spogliamento; e l'altro positivo, la lotta contro le cattive tendenze, lo sforzo per mortificarle o svigorirle, la crocifissione e la morte: crocifissione della carne, dell'uomo vecchio e delle sue cupidigie, per vivere della vita di Cristo.
753. II. Espressioni moderne. Oggi si preferiscono espressioni addolcite, che indicano lo scopo da conseguire anziché lo sforzo da sostenere. Si dice che bisogna riformar sé stesso, governar sé stesso, educar la volontà, orientar l'anima verso Dio. Sono espressioni giuste, purché si sappia far rilevare che non si può riformare e governar sé stessi se non combattendo e mortificando le male tendenze che sono in noi; che non si educa la volontà se non domando e disciplinando le facoltà inferiori, e che non si può orientarsi verso Dio se non distaccandosi dalle creature e spogliandosi dei vizi. Bisogna insomma saper riunire, come fa la S. Scrittura, i due aspetti della mortificazione, mostrare lo scopo per consolare ma non dissimulare lo sforzo necessario per conseguirlo.
754. III. Definizione. Si può dunque definire la mortificazione: la lotta contro le inclinazioni cattive per sottometterle alla volontà e questa a Dio. Più che un'unica virtù è un complesso di virtù, è il primo grado di tutte le virtù che consiste nel superar gli ostacoli a fine di ristabilir l'equilibrio delle facoltà e il loro ordine gerarchico. Onde si vede meglio che la mortificazione non è uno scopo ma un mezzo: uno non si mortifica che per vivere una vita superiore; non si spoglia dei beni esterni che per meglio possedere i beni spirituali; non rinunzia a sé stesso che per posseder Dio; non lotta che per conquistar la pace; non muore a sé stesso che per vivere della vita di Cristo e della vita di Dio: l'unione con Dio è dunque lo scopo della mortificazione. Onde meglio se ne capisce la necessità.
Questa necessità può essere studiata sotto doppio rispetto, rispetto all'eterna salute e rispetto alla perfezione.
I. Necessità della mortificazione per l’eterna salute.
Vi sono mortificazioni necessarie all'eterna salute, nel senso che, se non si fanno, si è esposti a cadere in peccato mortale.
755. 1° Nostro Signore ne parla in modo assai chiaro a proposito dei peccati contro la castità: "Chiunque guarda una donna con concupiscenza, ad concupiscendam eam, ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore"[11]. Vi sono dunque sguardi gravemente colpevoli, quelli che procedono da cattivi desideri; e la mortificazione di questi sguardi è necessaria sotto pena di peccato mortale. Ma lo dice poi chiaro Nostro Signore con quelle energiche parole: "Se il tuo occhio destro ti è occasione di caduta, cavatelo e gettalo via, perché è meglio per te che un solo dei tuoi membri perisca, anziché l'intiero tuo corpo venga gettato nell’inferno"[12]. Non si tratta qui di strapparsi materialmente gli occhi ma di allontanar lo sguardo dalla vista di quegli oggetti che ci sono motivo di scandalo. S. Paolo dà la ragione di queste gravi prescrizioni: "Se vivrete secondo la carne, morrete; se poi, per mezzo dello spirito, darete morte alle azioni della carne, vivrete: si enim secundum carnem vixeritis, moriemini; si autem spiritu facta carnis mortificaveritis, vivetis"[13].
Come infatti già dicemmo al numero 193-227, la triplice concupiscenza che alberga in noi, aizzata dal mondo e dal demonio, ci porta sovente al male e mette in pericolo la nostra eterna salute se non badiamo a mortificarla. Onde nasce l'assoluta necessità di incessantemente combattere le cattive tendenze che sono in noi; di fuggir le occasioni prossime di peccato, cioè quegli oggetti o quelle persone che, attesa la passata nostra esperienza, costituiscono per noi serio e probabile pericolo di peccato; e quindi pure di rinunziare a molti piaceri a cui ci trae la nostra natura[14]. Vi sono dunque mortificazioni necessarie, senza le quali si cadrebbe in peccato mortale.
756. 2° Ve ne sono altre che la Chiesa prescrive per i determinar l'obbligo generale di mortificarsi così spesso ricordato dal Vangelo: tal e l'astinenza dal grasso nel venerdì, il digiuno della Quaresima, delle Quattro Tempora e delle vigilie. Sono leggi che obbligano sotto pena di colpa grave coloro che non ne sono legittimamente dispensati. Qui però vogliamo fare un'osservazione che ha la sua importanza: vi sono persone che, per buone ragioni, sono dispensate da queste leggi; ma non sono per questo dispensate dalla legge generale della mortificazione e devono quindi praticarla sotto altra forma; altrimenti non tarderanno a risentir le ribellioni della carne.
757. 3° Oltre queste mortificazioni prescritte dalla legge divina e dalla legge ecclesiastica, ce ne sono altre che ognuno deve imporsi, col consiglio del direttore, in certe circostanze particolari, quando premono maggiormente le tentazioni; si possono scegliere tra quelle che verremo indicando. (n. 769 ss.).
II. Necessità della mortificazione per la perfezione
758. Questa necessità deriva da ciò che abbiamo detto sulla natura della perfezione, la quale consiste nell'amor di Dio spinto fino al sacrificio e all'immolazione di sé, n. 321-327, tanto che, secondo l'imitazione, la misura del progresso spirituale dipende dalla misura della violenza che uno si fa: tantum proficies, quantum tibi ipsi vim intuleris[15]. Basterà quindi richiamar brevemente alcuni motivi che. possano muovere la volontà ed aiutarla a praticar questo dovere; si desumono da parte di Dio, di Gesù Cristo, della nostra santificazione.[16]
759. A) Il fine della mortificazione, come fu detto, è di unirci a Dio; cosa che non possiamo fare senza distaccarci dall'amore disordinato delle creature.
Come giustamente dice S. Giovarmi della Croce[17], "l'anima attaccata alla creatura le diviene simile; quanto più cresce l'affetto tanto più l'identità si manifesta, perché l'amore rende pari l'amante e l'amato. Chi dunque ama una creatura, s'abbassa al suo livello, anzi al di sotto, perché l'amore non si contenta della parità ma rende anche schiavi. È questa la ragione per cui un'anima, schiava d'un oggetto fuori di Dio, diviene incapace di unione pura e di trasformazione in Dio, perché la bassezza della creatura è più distante dalla grandezza del Creatore che non le tenebre dalla luce". Ora l'anima che non si mortifica, s'attacca presto in modo disordinato alle creature, perché, dopo il peccato originale, si sente attirata verso di loro, cattivata dal loro fascino, e, in cambio di servirsene come di scalini per salire al Creatore, vi si diletta e le considera come fine. A rompere quest'incanto, a schivar questa stretta, è assolutamente necessario distaccarsi da tutto ciò che non è Dio, o almeno da tutto ciò che non è considerato come mezzo per andare a Lui. Ecco perché l'Olier[18], paragonando la condizione dei cristiani a quella di Adamo innocente, dice che vi è grande differenza tra le due: Adamo cercava Dio, lo serviva e l’adorava nelle creature; i cristiani invece sono obbligati a cercar Dio con la fede, a servirlo e adorarlo ritirato in sé stesso e nella sua santità, separato da ogni creatura. In questo consiste la grazia del battesimo.
760. B) Nel giorno del battesimo si stipulò tra Dio e noi un vero contratto. a) Dio, da parte sua, ci mondò dalla macchia originale e ci adottò per figli, ci comunicò una partecipazione della sua vita, obbligandosi a darci tutte le grazie necessarie per conservarla e accrescerla; sappiamo con quanta liberalità mantenne le sue promesse.
b) Da parte nostra, ci obbligammo a vivere da veri figli di Dio, ad avvicinarci alla perfezione del Padre celeste coltivando questa vita soprannaturale. Ora questo non possiamo fare se non in quanto pratichiamo la mortificazione. Perché, da un lato lo Spirito Santo, datoci nel Battesimo, "ci porta all'umiltà, alla povertà, ai patimenti; e dall'altro la carne brama gli onori, i piaceri, le ricchezze"[19]. Vi è quindi in noi conflitto e lotta incessante; e non possiamo esser, fedeli a Dio che rinunziando all'amore disordinato degli onori, dei piaceri e delle ricchezze. Ecco perché il sacerdote, battezzandoci, ci segna addosso due croci, una sul cuore, per imprimerci l'amor della Croce, e l'altra sulle spalle, per darci la forza di portarla. Mancheremmo quindi alle promesse del battesimo se non portassimo la croce, combattendo il desiderio dell’onore con l'umiltà, l'amor del piacere con la mortificazione, e la sete delle ricchezze con la povertà.
761. A) Col battesimo veniamo incorporati a Gesù, onde dobbiamo da lui ricevere il movimento e le ispirazioni e quindi conformarci a lui. Ora l'intiera sua vita, come dice l'Imitazione, non fu che un lungo martirio: Tota vita Christi crux fuit et martyrium"[20]. Non può dunque la nostra essere vita di piaceri e d'onori, ma dev'essere vita mortificata. Ce lo dice del resto chiaramente il divino nostro Capo: "Si quis vultpost me venire, abneget semetipsum et tollat crucem suam quotidie et sequatur me"[21]. Se vi è chi debba seguir Gesù è certo colui che tende alla perfezione. Ora come seguir Gesù, che fin dal suo ingresso nel mondo abbracciò la croce, che tutta la vita sospirò patimenti, umiliazioni, che sposò la povertà nel Presepio l'ebbe compagna fin sul Calvario, se si amano i piaceri, gli Onori, le ricchezze, se non si porta quotidianamente la croce, quella che Dio stesso ci scelse e c'inviò? È una vergogna, dice S. Bernardo, che sotto un capo coronato di spine siamo membri delicati, atterriti ai più piccoli patimenti: "pudeat sub spinato capite membrum fieri delicatum"[22]. Per conformarci a Gesù Cristo e avvicinarne la perfezione, è dunque necessario che portiamo la croce come lui.
762. B) Se aspiriamo all’apostolato, troviamo in ciò un nuovo motivo per crocifiggere la carne. Colla croce Gesù salvò il mondo; colla croce quindi lavoreremo con lui alla salute dei fratelli, e il nostro zelo sarà tanto più fecondo quanto più parteciperemo ai patimenti del Salvatore. Ecco il motivo che animava S. Paolo, quando dava nella sua carne compimento alla passione del Maestro, a fine di ottener grazie per la Chiesa[23]; ecco ciò che resse nel passato e regge ancora al presente tante anime che consentono ad essere vittime perché Dio sia glorificato e le anime salvate. Il patire è duro, ma quando si contempla Gesù che ci va innanzi portando la croce per la salute nostra e per quella dei nostri fratelli, quando se ne contempla l'agonia, l’ingiusta condanna, la flagellazione, l'incoronazione di spine, la crocifissione, quando s'odono gli schemi, gli insulti, le calunnie che accetta tacendo, come osar lamentarsi? Non siamo ancor giunti allo spargimento del sangue: "nondum usque ad sanguinem restitistis". E se stimiamo secondo il giusto loro valore l'anima nostra e quella dei nostri fratelli, non mette forse conto di tollerar qualche passeggero patimento per una gloria che non finirà mai e per cooperare con Nostro Signore alla salute di quelle anime per cui versò il sangue fino all'ultima goccia?
Questi motivi, per alti che siano, sono ben compresi da certe ani e generose, anche fin dal principio della loro conversione; e il proporli serve a farle progredire nell’opera di purificazione e di santificazione.
763. A) Abbiamo bisogno d'assicurarci la perseveranza; e la mortificazione è uno dei mezzi migliori per preservarsi dal peccato. Ciò che ci fa soccombere alla tentazione è l'amor del piacere o, l'orror del patire e della lotta, horror difficultatis, labor certaminis. Ora la mortificazione combatte questa doppia tendenza, che in fondo è una sola; col privarci di alcuni leciti piaceri ci arma la volontà contro i piaceri illeciti e ci rende più facile la vittoria sulla sensualità e sull'amor proprio, "agendo contra sensualitatem et amorem proprium", come giustamente dice S. Ignazio. Se invece cediamo sempre davanti al piacere, prendendoci tutti i leciti diletti, come sapremo poi resistere nel momento in cui la sensualità, avida di nuovi godimenti, pericolosi o anche illeciti, si sente come trascinata dall’abitudine di cedere sempre alle sue esigenze? Il pendio è così sdrucciolevole che, soprattutto in materia di sensualità, è facile traboccar nell’abisso, trattivi da una specie di vertigine. E anche quando si tratta della superbia, il pendio è più ripido di quel che si creda: si mentisce in materia leggiera per scusarsi, per schivare un' umiliazione; e poi, al sacro tribunale della penitenza, si corre rischio di mancar di sincerità per la vergogna di un'accusa umiliante. La nostra sicurezza richiede dunque la lotta contro l'amor proprio come contro la sensualità e la cupidigia.
764. B) Ma non, basta schivare il peccato; bisogna, anche progredire nella perfezione. Ora, qual’è:anche qui il grande ostacolo se non l'amor del piacere e l'orror della croce? Quanti desidererebbero esser migliori e tendere alla santità se non paventassero lo sforzo necessario a progredire e le prove che Dio manda ai migliori suoi amici! Bisogna dunque richiamar loro ciò che S. Paolo ripeteva spesso ai primi cristiani, cioè che la vita è una lotta, che dobbiamo arrossire d' esser meno coraggiosi di coloro che lottano per una ricompensa terrena, i quali, per prepararsi alla vittoria, si privano di molti piaceri permessi e assumono rudi e laboriosi esercizi, tutto per una corona peritura, mentre la corona promessa a noi è corona immortale, "et illi quidem ut corruptibilem coronam accipiant nos autem incorruptam"[24]. Abbiamo paura del patire; ma non pensiamo alle pene terribili del purgatorio (n. 734) che dovremo subire per lunghi anni se vogliamo vivere nell’immortificazione e prenderci tutti i piaceri che ci allettano? Quanto più prudenti sono i mondani! Molti si sobbarcano a rudi fatiche e talora a forti umiliazioni per guadagnare un poco di danaro e assicurarsi poi un onorevole riposo; e noi ricuseremmo di sottoporci a qualche mortificazione per assicurarci l'eterno riposo nella città del cielo? È ragionevole questo? Bisogna dunque persuaderci che non si dà perfezione, non si dà virtù senza la mortificazione. Come esser casti senza mortificare quella sensualità che ci inclina così fortemente ai pericolosi e cattivi diletti? Come esser temperanti se non reprimendo la golosità? Come praticar la povertà e anche la giustizia se non, si combatte la cupidigia? Come esser umili, dolci e caritatevoli, senza padroneggiare quelle passioni di superbia, di ira, di invidia, di gelosia che sonnecchiano in fondo al cuore umano? Nello stato di natura decaduta non c'è virtù che possa praticarsi a lungo senza sforzo, senza, lotta, e quindi senza mortificazione. Si può dunque dire col Tronson che, "come l'immortificazione è l'origine dei vizi e la causa di tutti i nostri mali, così la mortificazione è il fondamento delle virtù e la fonte di tutti i nostri beni[25].
765. C) Si può anche aggiungere che la mortificazione, non ostante le privazioni e i patimenti che impone, è, anche sulla terra, fonte dei più grandi beni, e che i cristiani mortificati sono poi in complesso più felici dei mondani, che si abbandonano a tutti i piaceri. Lo insegna Nostro Signore stesso quando dice che chi lascia tutto per seguirlo avrà in ricambio il centuplo anche in questa vita: "Qui reliquerit domum vel fratres... centuplum accipiet, et vitam aeternam possidebit"[26]. Nè altro linguaggio, tiene S. Paolo quando, dopo aver parlato della modestia, vale a dire della moderazione in tutte le cose, aggiunge che chi la pratica gode di quella pace vera che supera ogni consolazione: “pax Dei quae exsuperat omnem sensum custodiat corda vestra et intelligentias vestras". E non ne è egli stesso un vivo esempio? Paolo ebbe certamente da patir molto; e a lungo descrive le prove terribili che dovette soffrire nella predicazione del Vangelo e nella lotta contro sé stesso; ma soggiunge che in mezzo alle tribolazioni abbonda e sovrabbonda di gaudio superabundo gaudio in omni tribulatione nostra".[27]
È così di tutti i Santi: dovettero anch'essi subir lunghe e dolorose tribolazioni; ma i martiri, fra le torture, dicevano di non essersi mai trovati a un simile festino, "nunquam tam jucunde epulati sumus"; leggendo le vite dei Santi, due cose ci colpiscono: le prove terribili che subirono e le mortificazioni che liberamente s'imposero; e d' altra parte la loro serenità in, mezzo a questi patimenti. Giungono al punto di amar la croce, di non più paventarla, di sospirarla anzi, di considerar perduti i giorni in cui non ebbero nulla da soffrire. Fenomeno psicologico che fa stupire i mondani ma che consola le anime di buona, volontà. Non si può certamente pretendere dagl’incipienti quest'amor della Croce; ma si può far loro capire, citando l'esempio dei Santi, che l'amor di Dio e delle anime allevia notevolmente il dolore e la mortificazione, e che, se consentono ad entrar generosamente nella pratica dei piccoli sacrifici che sono alla loro portata, anch'essi giungeranno un giorno ad amare e desiderar la croce e a trovarvi vere consolazioni spirituali.
766. è ciò che nota l’autore dell'Imitazione, in un testo che compendia molto bene i vantaggi della mortificazione[28]: "In cruce salus, in cruce vita, in cruce protectio ab hostibus, in cruce infusio supernae suavitatis, in cruce robur mentis, in cruce gaudium spiritus, in cruce virtutis summa, in cruce perfectio sanctitatis. Infatti l'amor della croce è l'amor di Dio spinto fino all'immolazione; ora, come, abbiamo detto, quest'amore è il compendio di tutte le virtù, l’essenza stessa della perfezione, e quindi il più potente usbergo contro i nemici spirituali, una fonte di forza e di consolazione, il miglior mezzo l’accrescere in noi la vita spirituale e di assicurarci l'eterna salute.
767. Principii. 1° La mortificazione deve abbracciare l'uomo intiero, corpo ed anima; perché appunto l'uomo intiero, ove non sia ben disciplinato, è occasione di peccato. Chi pecca, propriamente parlando, è la sola volontà; questo è vero, ma la volontà ha per complici e strumenti il corpo coi sensi esterni e l’anima con tutte le sue facoltà; onde tutto l'uomo dev'essere disciplinato e mortificato.
768. 2° La mortificazione 'prende di mira il piacere. Il piacere in sè non è propriamente un male; è anzi un bene quando è subordinato al fine per cui Dio l'ha istituito. Dio volle annettere un certo diletto all’adempimento del dovere a fine di agevolarne la pratica; ond'è che proviamo un certo diletto nel mangiare e nel bere, nel lavoro e in altri simili doveri. Quindi, nell’intenzione divina, il piacere non è un fine ma un mezzo. Gustar dunque il piacere per meglio adempiere il dovere non è cosa proibita: è l’ordine stabilito da Dio. Ma volere il piacere per se stesso, come fine, senza alcuna relazione al dovere, è per lo meno cosa pericolosa, perché uno si espone a scivolare dai diletti permessi ai diletti peccaminosi; guastare il piacere escludendo il dovere è peccato più o meno grave, perché è violazione dell'ordine voluto da Dio. Onde la mortificazione consisterà nel privarsi dei piaceri cattivi, contrari all'ordine della Provvidenza o alla legge di Dio o della Chiesa; nel rinunziar pure ai piaceri pericolosi per non esporsi al peccato; e perfino nell’astenersi da alcuni piaceri leciti per render più sicuro l'impero della volontà sulla sensibilità. Allo stesso fine uno non solo ,si priverà di alcuni piaceri ma si infliggerà pure alcune mortificazioni positive; perché l'esperienza insegna che nulla è più efficace ad attutire l'inclinazione al piacere quanto l'imporsi qualche lavoro o qualche patimento di supererogazione.
769. 3° Ma la mortificazione
deve praticarsi con prudenza o
discrezione: onde vuol essere proporzionata alle forze fisiche e morali di ciascuno e all'adempimento dei doveri del proprio stato: 1) Bisogna
aversi riguardo alle forze fisiche; perché,
secondo San Francesco di Sales, "siamo esposti a grandi tentazioni in due
casi, quando il corpo è troppo nutrito e quando è troppo estenuato".
Nell'ultimo caso infatti si cade facilmente nella nevrastenia, che obbliga poi
a pericolosi riguardi. 2) Bisogna aversi pur riguardo alle forze morali, non imponendosi a principio
privazioni eccessive che non si potranno continuare a lungo e che nel lasciarle
possono poi condurre al rilassamento. 3) Ciò che soprattutto importa è che
queste mortificazioni s'accordino coi doveri del proprio stato, perché, essendo
essi obbligatori, debbono andare avanti alle pratiche di supererogazione. Così
sarebbe male per una madre di famiglia praticare austerità che le impedissero
di adempiere i doveri verso il marito e verso i figli.
770. Vi è poi tra le mortificazioni un ordine gerarchico: le interne valgono certamente più delle esterne, perché prendono più direttamente di mira la radice del male. Ma non bisogna dimenticare che queste agevolano molto la pratica di quelle; chi, per esempio, volesse disciplinare la fantasia senza mortificare gli occhi, non ci riuscirebbe gran fatto, appunto perché gli occhi forniscono alla fantasia le immagini sensibili di cui si pasce. Fu errore dei modernisti il beffarsi delle austerità dei secoli cristiani. Infatti i Santi di tutti i tempi, quelli beatificati ultimamente come i precedenti, castigarono duramente il corpo e i sensi esterni, convinti che, nello stato di natura decaduta, per appartenere intieramente a Dio, l'intiero uomo dev'essere mortificato.
Verremo dunque percorrendo una dopo l'altra le varie specie di mortificazione, cominciando dalle esterne per arrivare alle più interne; tal è l'ordine logico; in pratica però bisogna saper usare nello stesso tempo, in prudente misura, le une e le altre.
I. Della mortificazione del corpo e del sensi esterni.
771. 1° La sua ragione. a) Nostro Signore aveva raccomandato ai discepoli la pratica moderata del digiuno e dell'astinenza, la mortificazione della vista e del tatto. S. Paolo era, tanto convinto della necessità di domare il corpo, che severamente lo castigava per, schivare il peccato e la dannazione: "Castigo corpus meum et in servitutem redigo, ne forte cum aliis praedicaverim, ipse reprobus efficiar". La Chiesa pensò anch'essa a prescrivere ai fedeli alcuni giorni di digiuno e d'astinenza.
b) Qual ne è la ragione? Certo il corpo, ben disciplinato, è servo utile e anche necessario, alle cui forze bisogna aver riguardo per poterle mettere a servizio dell'anima. Ma, nello stato di natura decaduta, il corpo cerca i sensuali diletti senza darsi pensiero del lecito o dell'illecito; ha anzi un'inclinazione speciale per i piaceri illeciti e si rivolta talora contro le superiori facoltà che glieli vogliono interdire. È nemico tanto più pericoloso in quanto che ci accompagna dovunque, a tavola, a letto, a passeggio, e incontra spesso complici pronti ad aizzarne la sensualità e la voluttà. I sensi, infatti, sono come tante porte aperte per cui furtivamente s'insinua il sottile veleno dei proibiti diletti. È dunque assolutamente necessario vigilarlo, padroneggiarlo, ridurlo in schiavitù: altrimenti ci tradirà.
772. 2° Modestia del corpo. A domare il corpo, cominciamo con l'osservar bene le regole della modestia e della buona creanza, ove trovasi largo campo di mortificazione. Il principio che ci deve servir di regola è quello di S. Paolo: "Non sapete che i vostri corpi sono membra di Cristo?
Non sapete che il vostro corpo è tempio dello Spirito Santo che è in voi? Nescitis quoniam corpora vestra membra sunt Christi?... Membra vestra templum sunt Spiritus Sancti"[29].
A) Bisogna dunque rispettare il proprio corpo come un tempio santo, come un membro di Gesù Cristo; via dunque quelle mode più o meno invereconde, buone solo a provocar la curiosità e la voluttà. Porti ognuno le vesti richieste dalla propria condizione, semplici e modeste, ma sempre ‑ pulite e decenti.
Nulla di più saggio dell’avvertimento di S. Francesco di Sales su questo punto[30]: "Siate pulita, o Filotea, e nulla si vegga in voi di sciatto e di male aggiustato... ma guardatevi bene dalle vanità, dalle affettazioni, dalle curiosità e dalle stranezze. Attenetevi, per quanto sarà possibile, alla semplicità e alla modestia, che sono il più grande ornamento della bellezza e il miglior palliativo della bruttezza... le donne vanitose fanno dubitare della loro castità: o almeno, se sono tali, la loro, castità non è visibile sotto tutto quell'ingombro e quelle frascherie ». S. Luigi dice in poche parole: "che uno deve vestirsi secondo il proprio stato, in modo che le persone savie e la gente per bene non possano dire: vi acconciate troppo; né i giovani: vi acconciate troppo poco".
Quanto ai religiosi e alle religiose, come pure gli ecclesiastici, hanno sulla forma e sulla materia dei vestiti regole a cui devono conformarsi; è inutile dire che la mondanità e la civetteria sarebbero in loro totalmente fuor di posto e non potrebbero che scandalizzar gli stessi mondani.
773. B) La buona creanza è anch'essa ottima mortificazione alla portata di tutti: schivar diligentemente un contegno molle ed effeminato, tenere il corpo dritto senza sforzo e senza affettazione, non curvo né pencolante da un lato o dall'altro; non cangiar posizione troppo di frequente; non incrocicchiare né i piedi né le gambe; non abbandonarsi mollemente sulla sedia o sull’inginocchiatoio: evitare i movimenti bruschi e i gesti disordinati: ecco, fra cento altri, i mezzi di mortificarsi senza pericolo per la salute, senza attirar l'attenzione, e che ci danno intanto grande padronanza sul corpo.
774. C) Vi sono altre mortificazioni positive che i penitenti generosi s'impongono volentieri per domare il corpo, calmarne gli ardori intempestivi, e stimolare il desiderio della pietà: i più comuni sono quei braccialetti di ferro che si infilano alle braccia, quelle catenelle che si cingono alle reni, cinture o scapolari di crine, o alcuni buoni colpi di disciplina quando uno se li può dare senza attirar l'attenzione[31]. Ma bisogna in tutto questo consultare premurosamente il direttore, schivar tutto ciò che sapesse di singolarità o lusingasse. la vanità, senza parlare poi di ciò che fosse contrario all’igiene o alla pulizia; il direttore non permetterà queste cose che con discrezione, a modo di prova solo per un poco di tempo, e, se vi notasse inconvenienti di qualsiasi genere, le sopprimerà.
775. 3° Modestia degli occhi. A) Vi sono sguardi gravemente colpevoli, che offendono non solo il pudore ma la stessa castità[32] e da cui bisogna assolutamente astenersi. Ve ne sono altri pericolosi, quando uno fissa, senza ragione, persone o cose capaci di suscitar tentazioni: quindi la S. Scrittura ci avverte di non fissar lo sguardo sopra una giovane, perché la sua bellezza non diventi per noi occasione di scandalo: “Virginem ne conspicias, ne forte scandalizeris in decore illius"[33]. Oggi poi che la licenza degli. abbigliamenti e l'immodestia delle mode o i perniciosi ritrovi dei teatri e di certi salotti offrono tanti pericoli, di quanto riserbo non è necessario armarsi per non esporsi al peccato!
776. B) Quindi il sincero cristiano che vuole ad ogni costo salvarsi l'anima, va anche più oltre, e per essere sicuro di non cedere alla sensualità, mortifica la curiosità degli occhi, schivando, per esempio, di guardar dalla finestra per vedere chi passa, tenendo gli occhi modestamente bassi, senza affettazione, nelle gite di affari o nel passeggio. , Li posa volentieri piuttosto su qualche :pia immagine, campanile, croce, statua, per eccitarsi all'amor di Dio e dei Santi.
777. 4° Mortificazione dell’udito e della lingua. A) Richiede che non si dica ne che si ascolti cosa alcuna che sia contraria alla carità, alla purità, all'umiltà e alle altre virtù; cristiane; perché, come dice S. Paolo, le conversazioni cattive corrompono i buoni costumi "corrumpunt mores bonos colloquia prava"[34]. Quante anime infatti si pervertirono per aver ascoltato conversazioni disoneste o contrarie alla carità! Le parole lubriche eccitano una morbosa curiosità, destano le passioni, accendono desideri e provocano al peccato. Le parole Poco caritatevoli causano divisioni perfino nelle famiglie, diffidenze, inimicizie, rancori. Bisogna quindi vigilare anche sulle minime parole per evitar tali scandali, e saper chiudere l’orecchio a tutto ciò che può turbare la purità, la carità e la pace.
778. B) A meglio riuscirvi, si mortificherà qualche volta la curiosità col non interrogare su ciò che può stuzzicarla, o col reprimere quella smania di discorrere che va poi a finire in chiacchiere non solo inutili ma anche pericolose: "in multiloquio non deerit peccatum".
C) E poiché i mezzi negativi non bastano, si baderà a condurre la conversazione sopra argomenti non solo innocui, ma buoni, onesti, edificanti, senza però rendersi gravosi con osservazioni troppo serie che non vengano spontanee.
779. 5° Mortificazione degli altri sensi. Quanto abbiamo detto della vista, dell'udito e della lingua, s'applica pure agli altri sensi; ritorneremo sul gusto parlando della golosità e sul tatto a proposito della castità. Quanto all'odorato, basti dire che l'uso immoderato dei profumi è spesso pretesto per appagar la sensualità ed eccitar talora la voluttà; e che un cristiano serio non ne usa se non con moderazione e per ragione di grande utilità; e che i religiosi e gli ecclesiastici hanno per norma di non usarne mai.
II Della mortificazione dei sensi interni.
I due sensi interni che bisogna mortificare sono la fantasia e la memoria, le quali generalmente operano insieme, essendo il lavoro della memoria accompagnato da immagini sensibili.
780. 1° Principio. La fantasia e la memoria sono due preziose facoltà che non solo forniscono all'intelletto i materiali di cui ha bisogno per lavorare, ma lo aiutano ad esporre la verità con immagini e con fatti che la rendono più afferrabile, più viva, e quindi pure più interessante: un'esposizione pallida e fredda non.avrebbe che poca attrattiva per lo comune dei mortali. Non si tratta quindi di annullar queste facoltà, ma di disciplinarle e di subordinarne l'attività all'impero della ragione e della volontà; altrimenti, abbandonate a se stesse, popolano l'anima di un mondo di ricordi e d'immagini che la dissipano, ne sciupano le energie, le fanno perdere, mentre prega o lavora, un tempo prezioso, e causano mille tentazioni contro la purità, la carità, l’umiltà e le altre virtù. A dunque necessario regolarle e metterle a servizio delle facoltà superiori.
781. 2° Regole da seguire. A) A reprimere i traviamenti della memoria e della fantasia, uno deve innanzitutto studiarsi di scacciare inesorabilmente, subito fin da principio, appena se ne accorge, le immagini o i ricordi pericolosi, che, richiamandoci un tristo passato o trasportandoci fra le seduzioni del presente o dell’avvenire, sarebbero per noi fonte di tentazioni. Ma, essendovi spesso una specie di determinismo psicologico che ci fa passare dalle fantasie vane a quelle pericolose, ci premuniremo contro quest'ingranaggio, mortificando i pensieri inutili, che ci fanno già perdere un tempo prezioso e preparano la via ad altri più pericolosi: la mortificazione dei pensieri inutili, dicono i Santi, è la morte dei pensieri cattivi.
782. B) A ben riuscirvi, il mezzo positivo migliore è di applicarci con tutta l'anima al dovere presente, ai nostri lavori, ai nostri studi, alle nostre abituali occupazioni. E' questo del resto anche il mezzo migliore per riuscire a far bene ciò che si fa, concentrando tutta l’attività sull’azione presente: "age quod agis". ‑ Rammentino i giovani che, per progredire negli studi come negli altri doveri del loro stato, devono far lavorare più l'intelligenza e la riflessione che le facoltà sensitive; cosi, mentre si assicureranno l'avvenire, schiveranno pure le pericolose fantasie.
783. C) Finalmente e cosa utilissima servirsi della fantasia e della memoria per alimentar la pietà, cercando nella S. Scrittura, nelle preghiere liturgiche e negli autori spirituali i più bei testi, i più bei paragoni e le immagini più belle; adoprando pure la fantasia per mettersi alla presenza di Dio e rappresentarsi le varie particolarità dei misteri di Nostro Signore e della SS. Vergine. Così la fantasia, in cambio di intorpidirsi, si verrà popolando di rappresentazioni pie che ne bandiranno le pericolose e ci porranno in grado di capir meglio e meglio spiegare ai nostri uditori le scene evangeliche.
III. Della mortificazione delle passioni.
784. Le passioni, intese in senso filosofico, non sono necessariamente e assolutamente cattive: sono forze vive, spesso impetuose, di cui uno può giovarsi così per il bene come per il male, purché le sappia regolare e volgere a un, nobile fine. Ma nel linguaggio popolare e presso certi autori spirituali, questa parola si usa in senso peggiorativo, per designare le passioni cattive. Noi dunque: 1° richiameremo le principali nozioni psicologiche sulle passioni; 2° ne indicheremo i buoni e i cattivi effetti; 3° esporremo alcune regole pel buon uso delle passioni.
I. La psicologia delle passioni.
Qui richiamiamo soltanto ciò che viene più ampiamente esposto nella Psicologia.
785. 1° Nozione. Le passioni sono moti impetuosi dell'appetito sensitivo verso il bene sensibile con più o meno forte ripercussione sull'organismo.
a) Vi è dunque alla radice della passione una certa conoscenza almeno sensibile d' un bene sperato o acquistato o d'un male contrario a questo bene; da questa conoscenza scaturiscono i moti dell'appetito, sensitivo.
b) Sono moti impetuosi che si distinguono quindi dagli stati affettivi grati o ingrati, i quali sono calmi, tranquilli, senza quell'ardore e quella veemenza che è nelle passioni.
c) Appunto perché impetuosi e fortemente attivi sull'appetito sensitivo, hanno una ripercussione sull’organismo fisico per ragione della stretta unione tra il corpo e l'anima. Così la collera fa affluire il sangue al cervello e tende i nervi, la paura fa impallidire, l'amore dilata il cuore e il timore lo stringe. Questi effetti fisiologici però non si hanno in tutti nello stesso grado, dipendendo dal temperamento di ciascuno, dalla intensità della passione e dal dominio che uno ha su se stesso.
786. Le passioni quindi differiscono dai sentimenti, che sono moti della volontà, onde suppongono la conoscenza dell'intelletto, e che, pur essendo forti, non hanno la violenza delle passioni. Così vi è un amore-passione e un amore-sentimento, un timore passionale e un timore intellettuale. Aggiungiamo che nell’uomo, animale ragionevole, le passioni e i sentimenti spesso, anzi quasi sempre, si mescolano in proporzioni molto varie, e che con la volontà aiutata dalla grazia si riesce a trasformare in nobili sentimenti le passioni anche più ardenti, subordinando queste a quelli.
787. 2° Il loro numero. Se ne contano generalmente undici, che, come ottimamente dimostra Bossuet[35], derivano tutte dall’amore: "Le altre nostre passioni si riferiscono al solo amore che le contiene e le eccita tutte".
1) L’amore è la passione di unirsi a una persona o a una cosa che piace: si vuole possederla.
2) L’odio è la passione di allontanar da noi persona o cosa che ci dispiace: nasce dall'amore nel senso che odiamo ciò che si oppone a ciò che amiamo; io non odio la malattia se non perché amo la sanità; non odio una persona se non perché è di ostacolo al possesso di ciò che amo.
3) Il desiderio è la ricerca d'un bene assente, e nasce dall'amore che abbiamo per questo bene.
4) L'avversione (o fuga) fa schivare il male che si sia avvicinando.
5) L'allegrezza è il godimento del bene presente.
6) La tristezza invece si cruccia del male presente e se ne allontana.
7) L'audacia (ardire o coraggio) si sforza d'unirsi all'oggetto amato il cui acquisto è difficile.
8) Il timore ci spinge ad allontanarci da un male difficile a schivarsi.
9) La speranza corre con ardore all'oggetto amato, il cui acquisto è possibile benchè difficile.
10) La disperazione sorge nell'anima quando l'acquisto dell'oggetto amato appare impossibile.
11) La collera respinge violentemente ciò che ci fa del male ed eccita il desiderio di vendicarsi.
Le prime sei passioni, che derivano dall'appetito concupiscibile, sono dai moderni comunemente dette passioni di godimento; le altre cinque, che si riferiscono all'appetito irascibile, si denominano passioni combattive.
II. Effetti delle passioni.
788. Gli Stoici volevano che le passioni fossero radicalmente cattive e che si dovessero sopprimere; gli Epicurei deificano le passioni e altamente proclamano che bisogna assecondarle; gli epicurei moderni lo dicono con la frase: vivere la vita. Il cristianesimo tiene la via di mezzo tra questi due eccessi: nulla di ciò che Dio pose nell'umana natura è cattivo; Gesù stesso ebbe regolate passioni: amò non solo con la volontà ma anche col cuore, e pianse su Lazzaro e sull'infedele Gerusalemme; s'accese di santo sdegno, subì il timore, la tristezza, la noia; ma seppe tener queste passioni sotto l'impero della volontà e subordinarle a Dio. Quando invece le passioni sono sregolate producono i più perniciosi effetti, onde bisogna mortificarle e disciplinarle.
789. Effetti delle passioni sregolate. Si dicono sregolate le passioni che vanno a un bene sensibile proibito, oppure a un bene lecito ma con troppo ardore è senza riferirlo a Dio. Ora queste passioni disordinate:
a) Accecano l'anima: corrono infatti al loro oggetto impetuosamente, senza consultar la ragione, lasciandosi guidare dall’inclinazione o dai diletto. La qual cosa, turbando l'animo, tende a falsare il giudizio e ad oscurare la retta ragione; l'appetito sensitivo è cieco per natura, e se l'anima lo prende a guida diventa cieca anch'essa; in cambio di lasciarsi guidare dal dovere, si lascia abbagliare dal momentaneo diletto, che è come una nube che non le lascia veder la verità; accecata dalla polvere sollevata dalle passioni, l'anima non vede più chiaramente la volontà di Dio e il dovere che le s'impone, onde non è più capace di proferir retto giudizio.
790. b) Stancano l'anima e la tormentano.
1) Le passioni, dice S. Giovanni della Croce[36] sono come i bambini irrequieti che non si riesce mai a contentare; chiedono alla madre ora questo ora quello e non sono mai soddisfatti. Come si affatica e si stanca chi scava cercando il tesoro che non trova, così si affatica e si stanca l'anima a conseguir ciò che gli appetiti le chiedono; e quand'anche finalmente lo consegua, pure sempre si stanca perché non resta mai perfettamente paga... è come il febbricitante che non sta mai bene finché non gli passi la febbre e che ogni momento si sente crescere la sete... Gli appetiti stancano e affliggono l'anima; la poveretta ne è desolata, agitata, turbata, come i flutti dal vento".
2) Onde un dolore tanto più intenso quanto più vive sono le passioni; perché queste tormentano la povera anima finché non vengano appagate; e poiché l'appetito viene mangiando, chiedono sempre di più; se la coscienza rilutta, s'impazientiscono, si agitano, sollecitano. la volontà perché ceda ai sempre rinascenti desideri: è inesprimibile tortura.
791. c) Infiacchiscono la volontà: sballottata in vari sensi dalle passioni ribelli,: la volontà è obbligata a disperdere le forze e quindi a indebolirle.
Tutto ciò che cede alle passioni ne accresce le pretensioni e diminuisce le sue energie. Simile a quei polloni inutili e succhioni che germogliano attorno al tronco d' un albero, gli appetiti che uno non riesce a dominare, si vengono a mano a mano sviluppando e rubano vigore all'anima, come i polloni parassiti all'albero. Viene così il momento in cui, infiacchita, l'anima cade nel rilassamento e nella tiepidezza, pronta a tutte le transazioni.
792. d) Macchiano l'anima. Quando l'anima, cedendo alle passioni, s'unisce alle creature, s'abbassa al loro livello e ne contrae la malizia e le sozzure; in cambio di essere fedele immagine di Dio, si fa ad immagine delle cose a cui s'unisce; granellini di polvere e macchie di fango vengono a offuscarne la bellezza, opponendosi alla perfetta unione con Dio. "Oso affermare, dice S. Giovanni della Croce[37], che un solo appetito disordinato, anche che non sia contaminato di peccato mortale, basta per mettere un'anima in tale stato d'oscurità, di bruttezza e di sordidezza, da diventare incapace di qualunque (intima) unione con Dio, finché non se ne sia purificata. Che dire allora dell'anima che ha la bruttezza di tutte le sue passioni naturali, che è in balia di tutti i suoi appetiti? A quale infinita distanza non si troverà dalla purità divina? Né parole né ragionamenti possono far comprendere la varietà delle sozzure che tanti diversi appetiti producono in un'anima... ogni appetito depone a modo suo la speciale sua parte di immondezza e di bruttezza nell’anima".
793. Conclusione. A quindi necessario, per chi vuol giungere all'unione con Dio, mortificare tutte le passioni, anche le più piccole, in quanto volontarie e disordinate. L'unione perfetta, infatti, suppone che nulla sia in noi di contrario alla volontà di Dio, nessun volontario attacco alle creature e a noi stessi: appena ci lasciamo traviare di proposito deliberato da qualche passione, non vi è più unione perfetta tra la nostra volontà e quella di Dio. Il che è specialmente vero delle passioni o degli attacchi abituali: svigoriscono la volontà anche quando siano leggieri. E' ciò che osserva S. Giovanni della Croce[38]: "che un uccello abbia la zampina legata da un filo sottile o da un filo grosso, poco importa: non gli sarà possibile volare se non dopo averlo spezzato".
794. Vantaggi delle passioni ben ordinate. Quando invece le passioni sono ben regolate, vale a dire orientate verso il bene, moderate e, soggette alla volontà, portano i più preziosi, vantaggi. Sono forze vive e ardenti che vengono a stimolar l'attività dell'intelligenza e della volontà, prestandole validissimo aiuto.
a) Operano sull'intelletto, eccitandone l'ardore al lavoro e il desiderio di conoscere la verità. Quando un oggetto ci appassiona nel senso buono della parola, siamo tutt'occhi, tutt'orecchi per conoscerlo bene, la mente coglie più facilmente la verità, la memoria è più tenace nel ritenerla. Ecco, per esempio, un inventore animato da ardente patriottismo; lavora con maggior ardore, con maggior tenacia, con maggior acume, appunto perché vuol rendere servizio alla patria; parimenti uno studente, sorretto dalla nobile, ambizione di porre la sua scienza a servizio dei compatrioti, fa maggiori sforzi e riesce a più splendidi risultati; soprattutto poi chi appassionatamente ama Gesù Cristo, studia il Vangelo con maggior ardore, lo capisce e lo gusta meglio: le parole del Maestro sono per lui oracoli che gli portano nell'anima fulgidissima luce.
795. b) Operano pure sulla volontà per muoverla e decuplicarne le energie: ciò che si fa per amore si fa meglio, con applicazione, con costanza, con riuscita maggiore. Che non tenta l'amorosa madre per salvare il suo bambino! Quanti eroismi ispirati dall'amor di patria i Parimenti, quando un Santo è appassionato d'amor di Dio e delle anime, non indietreggia dinanzi a nessun sforzo, a nessun sacrificio, a nessuna umiliazione per salvare i fratelli. Sì, è la volontà che comanda questi atti di zelo, ma la volontà ispirata, stimolata, sorretta da una santa passione. Ora quando i due appetiti, sensitivo e intellettivo, ossia quando cuore e volontà lavorano nello stesso senso e uniscono le forze, è chiaro che molto più importanti e durevoli ne sono i frutti. Conviene quindi studiare il modo di trar partito dalle passioni.
III. Del buon uso delle passioni.
Richiamati i principii psicologici utili al nostro intento, indicheremo il modo di resistere alle passioni cattive, il modo di volgere le passioni al bene, il modo di regolarle.
796. A padroneggiar le passioni, è necessario prima di tutto fare assegnamento sulla grazia di Dio e quindi sulla preghiera e sui sacramenti, ma bisogna adoprar pure una tattica sapiente, fondata sulla psicologia.
a) Ogni idea tende a provocar l'atto che le corrisponde, massime se è accompagnata da vive emozioni e da forti convinzioni.
Così il pensare al diletto sensibile, rappresentandoselo vivamente con la fantasia, eccita un desiderio e spesso un atto sensuale; il pensare invece a nobili azioni, rappresentandosi i lieti effetti che producono, eccita il desiderio di fare atti simili. Il che è specialmente, vero dell'idea che, non resta astratta, fredda, incolore ma che, essendo accompagnata da immagini sensibili, diventa concreta, vivente – e quindi efficace; in questo senso si può dir che l'idea è forza, è avviamento iniziale, è principio d'azione. Chi dunque voglia padroneggiar le passioni cattive, deve premurosamente allontanare ogni pensiero, ogni immaginazione che rappresenti il cattivo diletto come attraente; chi poi vuole coltivar le passioni buone o i buoni sentimenti, deve fomentare in sé pensieri e immagini che mostrino il lato bello del dovere e della virtù, rendendo coteste riflessioni più concrete e più vive che sia possibile.
797. b) L'influsso d'una idea dura finché non sia cancellato da un'idea più forte che la soppianti; così un desiderio sensuale continua a farsi sentire finché non sia cacciato da più nobile pensiero che s'impadronisca dell'anima. Chi dunque se ne voglia liberare, deve, con lettura o studio interessante, darsi a pensieri totalmente diversi od opposti; chi invece voglia intensificare un buon desiderio, lo continui Meditando su ciò che può alimentarlo.
c) Cresce l'influsso d'un idea se le si associano altre idee connesse che l'arricchiscono e l'amplificano; così il pensiero e il desiderio di salvarsi l'anima diventa più intenso e più efficace associandolo all'idea di lavorare a salvare l'anima dei fratelli, come ne è esempio S. Francesco Saverio.
798. d) Finalmente l'idea tocca la massima sua potenza, quando diventa abituale, predominante, una specie di idea fissa che ispira tutti i pensieri e tutte le azioni. È quello che avviene, nel campo naturale, in coloro che non hanno che un'idea, per esempio quella di fare la tale o tal, altra scoperta; e nel campo soprannaturale, in coloro che si compenetrano talmente di una massima evangelica da farne la regola della vita, per. esempio: Vendi tutto e dallo ai poveri; oppure: Che giova all'uomo guadagnar anche l'universo se poi perde l’anima? O ancora: La mia vita è Cristo.
Bisogna quindi mirare a piantarsi profondamente nell'anima alcune idee direttrici, attraenti, predominanti, poi ridurle a unità con un motto, una massima che le incarni e le tenga continuamente presenti alla mente, per esempio: Deus meus et omnia! Ad Majorem
Dei gloriam! Dio solo basta! Chi ha Gesù ha tutto! Esse cum Jesu dulcis paradisus! Con motti simili sarà più facile trionfar delle cattive passioni e trar partito dalle buone.
799. Appena ci accorgiamo che sorge nell'anima un moto disordinato, bisogna porre in opera tutti i mezzi naturali e soprannaturali per infrenarlo e dominarlo.
a) Bisogna subito servirsi del potere d'inibizione della volontà, aiutata dalla grazia, per infrenar questo moto.
Schivar quindi gli atti o i gesti esterni che non fanno che stimolare o intensificar la passione: se uno si sente assalito dalla Collera, si evitano i gesti disordinati, gli scoppi di voce, e sì tace finché non sia tornata la calma; se si tratta di affetto troppo vivo, si scansa la persona amata, si evita di parlarle e soprattutto di esprimerle anche in modo indiretto l'affetto che le si porta. Così a poco a poco la passione si smorza.
800. b) Anzi, trattandosi specialmente di passione di godimento, bisogna sforzarsi di dimenticare l’oggetto di questa passione.
Per riuscirvi: 1) si applica fortemente la fantasia e la mente a qualsiasi occupazione onesta che possa distrarci dall'oggetto amato: si cerca di immergersi nello studio, nella soluzione d'un problema, nel giuoco, in passeggiate con compagni, in conversazioni, ecc. 2) Quando si comincia a sentire un poco di calma, si ricorre a considerazioni d'ordine morale che armino la volontà contro gli allettamenti del piacere: considerazioni naturali, come gl'inconvenienti , pel presente e per l'avvenire, di una pericolosa intimità, di un'amicizia troppo sensibile (n. 603); ma principalmente a considerazioni d'ordine soprannaturale, come l'impossibilità di avanzar nella perfezione finché si serbino attacchi, le catene che uno si fabbrica, il pericolo di dannarsi, lo scandalo che si può dare, ecc.
Se si tratta di passioni combattive, come la collera, l'odio, si fugge un momento per diminuire la passione, ma poi si può spesso prendere l'offensiva, porsi di fronte alla difficoltà, convincersi con la ragione e specialmente con la fede che l’abbandonarsi alla collera e all’odio è indegno d'un uomo e d'un cristiano; che il restar calmi e padroni di sé è la più nobile e la più onorevole cosa e la più conforme al Vangelo.
801. c) Finalmente si cercherà di fare alti positivi contrarii alla passione.
Chi prova antipatia per una persona, la tratterà come se ne volesse guadagnar la simpatia, si studierà di renderle servizio, di essere gentile con lei, e soprattutto di pregar per lei‑, nulla addolcisce il cuore quanto la sincera preghiera pel nemico. Chi sente invece eccessiva affezione per una persona, ne schivi la compagnia, o, se non può, le dimostri quella fredda cortesia, quella specie d'indifferenza. che si ha per lo comune degli uomini. Questi atti contrarii finiscono con l'affievolire e dileguar la passione, massime se si sanno coltivar le passioni buone.
802. Abbiamo detto che le passioni non sono in se cattive; onde possono essere volte al bene, tutte senza eccezione.
a) L'amore e la gioia si possono volgere ai puri e legittimi affetti della famiglia, a buone e soprannaturali amicizie,, a soprattutto a Nostro Signore che è il più tenero, il più generoso, il più devoto degli amici. A lui dunque convien volgere il cuore, leggendo, meditando e mettendo in pratica quei due bei capitoli dell'Imitazione, che rapirono e rapiscono ancora tante anime, De amore Jesu super omnia, De familiari amicitiá Jesu[40].
b) L'odio e l'avversione si volgono al peccato, al vizio e a tutto ciò che vi conduce, per detestarlo e fuggirlo: "Iniquitatem odio habui"[41].
c) Il desiderio si trasforma in legittima ambizione, nella naturale ambizione d'onorar la famiglia e la patria, nell’ambizione soprannaturale di diventar santo ed apostolo.
d) La tristezza, in cambio di degenerare in malinconia, passa in dolce rassegnazione dinanzi alle prove che sono per il cristiano seme di gloria; oppure in tenera compassione a Gesù paziente ed offeso o alle anime afflitte.
e) L'umana speranza diventa speranza cristiana, incrollabile confidenza in Dio, che ci moltiplica le forze per il bene.
f) La disperazione si trasforma in giusta diffidenza di sé, fondata sulla propria impotenza e sui propri peccati ma temperata dalla confidenza in Dio.
g) Il timore, invece di essere deprimente sentimento che fiacca l'anima, è pel cristiano fonte di energia: terne il peccato e l'inferno, santo timore che lo arma di coraggio contro il male; teme soprattutto Dio, premuroso di non offenderlo, e sprezza l'umano rispetto.
h) La collera, in cambio di toglierci la padronanza di noi stessi, sì fa giusto e santo sdegno che ci rende più forti contro il male.
1) L'audacia diventa intrepidezza di fronte alle difficoltà e ai pericoli: quanto più una cosa è difficile tanto più ci par degna dei nostri sforzi.
803. Per giungere a tanto non c'è di meglio della meditazione, accompagnata da pii affetti e da generose risoluzioni. Colla meditazione uno si forma un ideale e profonde convinzioni per accostarvisi ogni giorno più. Si tratta infatti di eccitare e nutrir nell'anima idee e sentimenti conformi alle virtù che si vogliono praticare, e allontanare invece immagini e impressioni conformi ai vizi che si vogliono evitare. Ora nulla di meglio a questo santo fine che meditare ogni giorno nel modo da noi indicato al n. 679 e ss; in questo intimo colloquio con Dio, bontà infinita e infinita verità, la virtù diventa ogni giorno Più amabile, il vizio ogni giorno più odioso, e la volontà, invigorita da queste convinzioni, volge al bene le passioni in cambio di lasciarsene trascinare al male.
804. a) Anche quando le passioni sono volte al bene, bisogna saperle moderare, assoggettandole alla direzione della ragione e della volontà guidate dalla fede e dalla grazia. Altrimenti andrebbero talora ad eccessi essendo per natura troppo impetuose.
Così il desiderio di pregar con fervore può diventare tensione di mente, Il amore a Gesù può riuscire a sforzi di sensibilità che logorano l'anima e il corpo: lo zelo intempestivo diviene strapazzo, lo sdegno passa in collera, e l'allegrezza degenera in dissipazione. A questi eccessi siamo esposti oggi specialmente che la febbrile attività diviene contagiosa. Ora questi moti ardenti, anche quando sono rivolti al bene, stancano e logorano l'anima e il corpo; e poi non possono durare a lungo, nil violentum durat; eppure ciò che più giova è la continuità nello sforzo.
805. b) Bisogna quindi sottoporsi a un savio direttore che regoli la nostra operosità e seguirne i consigli.
1) Abitualmente nel coltivare i desideri e passioni conviene usare una certa moderazione, una dolce tranquillità, schivando la costante tensione; si ricordi il proverbio: chi va piano va sano e va lontano, e si bandisca quindi l'eccessiva premura che logora le forze; la povera macchina umana non può stare costantemente sotto pressione, altrimenti scoppia.
2) Prima di un grande sforzo, o dopo un considerevole dispendio di energia, prudenza vuole che si interponga una certa calma, un certo riposo alle ambizioni anche più legittime, allo zelo anche più ardente e più puro. Ce ne diè esempio Nostro Signore stesso, con l'invitare di tanto in tanto i dìscepoli al riposo Venite seorsum in desertum locum et requiescite pusillum".[42]
Dirette così e moderate, le passioni non solo non saranno ostacolo alla perfezione, ma riusciranno anzi mezzi efficaci per accostarvici ogni giorno più, e la vittoria riportatane ci aiuterà a disciplinar meglio le facoltà superiori.
IV. Della mortificazione delle facoltà superiori.
Le facoltà superiori, che costituiscono l'uomo in quanto uomo, sono l'intelletto e la volontà, le quali hanno anch'esse bisogno di essere disciplinate, perché furono anch'esse intaccate dal peccato originale, n. 75.
I. Mortificazione o disciplina dell'intelletto.
806. L'intelletto ci fu dato per conoscere la verità e soprattutto Dio e le cose divine. Dio è il vero sole della mente, che c'illumina con doppia luce, la luce della ragione e quella della fede. Nello stato presente non possiamo pervenire all'intiera verità senza il concorso di questi due lumi, e chi l'uno o l'altro rifiuti, volontariamente si accieca. E tanto più importante è la disciplina dell'intelletto in quanto che è lui che illumina la volontà e le rende possibile il volgersi al bene; lui che, sotto nome di coscienza, è regola della vita morale e soprannaturale. Ma perché ciò avvenga, bisogna mortificarne le principali tendenze difettose, che sono: l'ignoranza, la curiosità, la precipitazione, l'orgoglio e l'ostinazione.
807. 1° L'ignoranza si combatte con l'applicazione metodica e costante allo studio, e specialmente allo studio di tutto ciò che si riferisce a Dio,, ultimo nostro fine, e ai mezzi di conseguirlo. Sarebbe infatti irragionevole occuparsi di tutte le scienze trascurando quella dell'eterna salute.
Ognuno deve certamente studiar fra le umane scienze quelle che si riferiscono ai doveri del suo stato; ma dovere primordiale essendo quello di conoscere Dio per amarlo, il trascurar questo studio sarebbe cosa inescusabile. Eppure quanti cristiani, istruitissimi in questo o quel ramo di scienza, non hanno poi che una rudimentale conoscenza delle verità cristiane, dei domini, della morale e dell'ascetica! Oggi vi e un certo risveglio nelle persone colte, vi sono circoli di cultura in cui si studiano coi più vivo interesse tutte le questioni religiose, compresa la spiritualità[43]. Ne sia benedetto Dio, e che un tal movimento si allarghi sempre più!
808. 2° La curiosità è una malattia della mente che non fa che accrescerne l'ignoranza: ci porta infatti con eccessivo ardore alle cognizioni che ci piacciono anziché a quelle che ci sono utili, facendoci così perdere un tempo prezioso. Ed è spesso accompagnata dalla fretta e dalla precipitazione, che c'ingolfano in studi che solleticano la curiosità, a detrimento di altri assai più importanti.
Per trionfarne, è necessario: 1) studiare in primo luogo non ciò che piace ma ciò che è utile, massime poi ciò che è necessario: "id prius quod est magis necessarium", dice San Bernardo, non occupandosi del resto che a modo di ricreazione. Non si deve quindi leggere che parcamente ciò che alimenta più la fantasia che P intelletto, come la maggior parte dei romanzi, o ciò che riguarda le notizie e i rumori del mondo, come i giornali e certe riviste. 2) Nelle letture bisogna schivare la fretta eccessiva, non voler divorare in pochi momenti un volume intiero. Anche quando si tratti di buone letture, convien farle lentamente, per meglio capire e gustare ciò che si legge (n. 582). 3) Or ciò riuscirà anche più facile, chi studi non per curiosità, non per compiacersi della propria scienza, ma per motivo soprannaturale, per edificare sé ed il prossimo: "ut aedificent, et caritas est.. ut aedificentur, et prudentia est"[44]. Perché, come giustamente dice S. Agostino,[45] la scienza dev'essere messa a servizio della carità: "Sic adhibeatur scientia tanquam machina quaedam per quam structura caritatis assurgat". Il che è vero anche nello. studio delle questioni di spiritualità; ci sono infatti di quelli che, in questi studi, mirano piuttosto ad appagar la curiosità e la superbia anzichè a purificare il cuore e a praticar la mortificazione[46].
809. 3° L'orgoglio dev'essere dunque evitato, quell'orgoglio della mente che è più pericoloso e più difficile a guarire dell'orgoglio della volontà, come dice lo Scupoli[47].
È quest'orgoglio che rende difficile la fede e l'obbedienza ai superiori: si vorrebbe bastare a sé stessi, tanta è la fiducia che si ha nella propria ragione, e si stenta a ricevere gli insegnamenti della fede, o almeno si vuole sottoporli alla critica e all'interpretazione della ragione; così pure si ha tanta fiducia nel proprio giudizio, che rincresce consultare gli altri e specialmente i superiori. Ne nascono dolorose imprudenze; ne viene un'ostinazione nelle proprie idee che ci fa recisamente condannar le opinioni non conformi alle nostre. Ecco una delle cause più frequenti di quelle discordie che sì notano tra cristiani, e talora pure tra autori cattolici. Già fin dai suoi tempi S. Agostino[48] rilevava queste sciagurate divisioni che distruggono la pace, la concordia e la carità: "sunt unitatis divisores, inimici pacis, caritatis expertes, vanitate tumentes, placentes sibi et magni in oculis suis”.
810. Per guarir quest'orgoglio della mente: 1) bisogna innanzi tutto sottomettersi, con docilità di fanciullo, agl'insegnamenti della fede: è lecito certo il cercar quell'intelligenza dei dommi che si acquista con la paziente e laboriosa indagine, giovandosi degli studi dei Padri e dei Dottori, principalmente di S. Agostino e di S. Tommaso; ma bisogna, come dice il Concilio Vaticano[49], farlo con pietà e sobrietà, ispirandosi alla massima di S. Anselmo: fides quaerens intellectum. Si schiva allora quello spirito d'ipercritica che col pretesto di spiegarli attenua e riduce al minimo i dommi; allora si sottomette il giudizio non solo alle verità di fede ma anche alle direzioni pontificie; allora, nelle questioni liberamente discusse, si lascia agli altri la libertà che si desidera per sé, e non si trattano con altura e disdegno le opinioni altrui. Così entra la pace negli animi.
2) Nelle discussioni non bisogna cercar la soddisfazione dell'orgoglio e il trionfo delle proprie idee, ma la verità.
È raro che nelle opinioni degli avversari non ci sia una parte di verità che ci era fin allora sfuggita: l'ascoltar con attenzione e imparzialità le ragioni degli avversari e concedere quanto è di giusto nelle loro osservazioni, è pur sempre il mezzo migliore per accostarsi alla verità, e serbare le leggi dell’umiltà e della carità.
Diremo dunque riepilogando che per disciplinare l'intelligenza bisogna studiare ciò che è più necessario, e farlo con metodo, costanza e spirito soprannaturale, vale a dire col desiderio di conoscere, amare e praticar la verità.
II. Mortificazione o educazione della volontà.
811. 1° Necessità. La volontà è nell'uomo la facoltà sovrana, la regina di tutte le facoltà, quella che le governa; è lei che, essendo libera, dà non solo agli atti propri (o eliciti) ma anche agli atti delle altre facoltà da lei comandati (atti imperati), la loro libertà il merito o il demerito. Chi dunque regola la volontà regola tutto l'uomo. Ora la volontà è ben regolata quando è così forte da comandare alle facoltà inferiori e così docile da ubbidire a Dio: tal è il doppio suo ufficio.
Difficile l'uno e l'altro; perché spesso le facoltà inferiori si rivoltano contro la volontà e non ne accettano l'impero se non quando sa alla fermezza associare riguardosa destrezza: la volontà infatti non ha potere assoluto sulle facoltà sensibili, ma una specie di potere morale, potere di persuasione per indurle a sottomettersi (n. 56).
Quindi solo con difficoltà e con sforzi spesso ripetuti si giunge a sottomettere alla volontà le facoltà sensibili e le passioni. Costa pure la perfetta sottomissione della volontà propria a quella di Dio: aspiriamo a una certa autonomia, e poiché la divina volontà non può santificarci senza chiederci sacrifici, noi spesso indietreggiamo dinanzi allo sforzo, e preferiamo i nostri gusti e i nostri capricci alla santa volontà di Dio. Anche qui dunque è uopo di mortificazione.
812. 2° Mezzi pratici. Per ben educar là volontà, bisogna renderla così docile da obbedire a Dio in ogni cosa, e così forte da comandare al corpo e alla sensibilità. Per ottener questo scopo è necessario allontanare gli ostacoli e adoprare mezzi positivi.
A) I principali ostacoli: a) interni. sono: 1) l’irriflessione: non si riflette prima di operare e si segue l’impulso del momento, la passione, l'abitudine, il capriccio; quindi riflettere prima di operare, chiedendoci che cosa vuole Dio da noi; 2) la premura febbrile che, producendo una tensione troppo forte e mal diretta, logora il corpo e l'anima senza alcun pro, e spesso ci fa deviare verso il male; quindi calma e moderazione anche nel bene, se si vuol fuoco che duri e non fuoco di paglia; 3) la noncuranza o l’irresolutezza, la pigrizia, il difetto di energia morale che intorpidisce o rende inerti le forze della volontà;. quindi fortificare le proprie convinzioni e le proprie energie, come diremo; 4) la paura della cattiva riuscita o il difetto di confidenza, che scema in modo singolare le forze; bisogna invece rammentare che con l'aiuto di Dio si è sicuri di riuscire a buon fine.
813. b) Agli ostacoli interni se ne vengono ad aggiungere altri esterni: 1) il rispetto umano, che ci rende schiavi degli altri, facendocene paventar le critiche o gli scherni; si combatte pensando che è il sempre Sapiente giudizio di Dio quello che conta e non quello degli uomini sempre fallibile: 2) i cattivi esempi, che ci trascinano tanto più facilmente in quanto che corrispondono a una propensione dell'umana natura; ricordarsi allora che il solo modello da imitare è Gesù, nostro Maestro e Capo nostro, n. 136 ss., e che il cristiano deve far tutto il contrario di ciò che fa il mondo, n. 214.
814. B) I mezzi positivi, consistono nel saper armonicamente conciliare il lavoro dell’intelligenza, della volontà e della grazia.
a) All'intelligenza spetta il fornire quelle profonde convinzioni che saranno insieme guida e stimolo per la volontà.
Sono le convinzioni atte a muovere la volontà onde scelga ciò che è conforme alla volontà di Dio. Si possono compendiare così fine è Dio e Gesù è la via che devo seguire per giungere a lui; devo quindi far tutto per Dio in unione con Gesù Cristo; un solo ostacolo si oppone al mio fine ed è il peccato; devo quindi fuggirlo; e se ebbi la disgrazia di commetterlo, devo ripararlo subito; un solo mezzo è necessario e basta a schivare il peccato: far sempre la volontà di Dio; devo quindi continuamente mirare a conoscerla e a conformarvi la mia condotta. Per riuscirvi, ripeterò spesso la parola di S. Paolo nel momento della conversione, Domine, quid me vis facere?[50] E la sera nell'esame deplorerò le minime mie mancanze.
815. b) Tali convinzioni opereranno potentemente sulla volontà, che da parte sua dovrà agire con risolutezza, fermezza, e costanza. 1) Ci vuole risolutezza: quando si è riflettuto e pregato secondo l’importanza dell'azione che si sta per fare, bisogna immediatamente risolversi non ostante le esitazioni che potrebbero persistere: e troppo breve la vita da perdere un tempo notevole a fare troppo lunghe deliberazioni: bisogna risolversi per ciò che pare più conforme alla divina volontà, e Dio, che vede la buona disposizione, benedirà la nostra azione. 2) La risoluzione dev'essere ferma; non basta dire: vorrei, desidero: queste sono velleità. Bisogna dire: voglio e voglio ad ogni costo; e mettersi subito all’opera, senza aspettare il domani, senza aspettare le grandi occasioni: la fermezza nelle piccole azioni assicura la fedeltà nelle grandi. 3) Fermezza, non però violenza: fermezza calma perché vuole durare, e a renderla costante si rinnoveranno spesso gli sforzi senza lasciarsi mai scoraggiare dalla cattiva riuscita: si è infatti vinti solo quando si abbandona la lotta; non ostante qualche debolezza e anche qualche ferita, uno deve considerarsi vittorioso, perché, appoggiati su Dio, si è veramente invincibili. Chi avesse avuto la disgrazia di soccombere un istante. si rialzi subito: col divin medico delle anime non c'è ferita, non c'è malattia che non si possa curare.
816. c) Sulla grazia di Dio bisogna dunque in fin dei conti saper fare assegnamento; chiedendola con umiltà e confidenza, non ci sarà mai negata, e con lei siamo invincibili. Dobbiamo quindi rinnovar di frequente le nostre convinzioni sulla assoluta necessità della grazia, massime al principio di ogni azione importante; chiederla con insistenza in unione con Nostro Signore, per essere sicuri di ottenerla; rammentarci che Gesù non è soltanto il nostro modello ma anche il nostro collaboratore, e appoggiarci con fiducia su lui, sicuri che in lui possiamo intraprendere tutto e tutto effettuare nel campo dell'eterna salute: "Omnia possum in eo qui me confortat"[51]. Così la nostra volontà sarà forte, perchè parteciperà alla forza stessa di Dio: Dominus fortitudo mea; sarà libera, perché la vera libertà non consiste nell’abbandonarsi alle passioni che ci tiranneggiano ma nell'assicurare il trionfo della ragione e della volontà sull'istinto e sulla sensualità.
817. Conclusione. Così si otterrà lo scopo che abbiamo assegnato alla mortificazione: assoggettare i sensi e le facoltà inferiori alla volontà e questa a Dio.
Onde potremo più agevolmente combattere ed estirpare i sette vizi o peccati capitali.
[1] Luc., XIV, 33.
[2] Luc., V, II.
[3] Luc., XI, 23.
[4] Col., III, 5.
[5] Rom., VIII, 13.
[6] Gal., V, 24.
[7] Coloss., III, 3.
[8] Rom, VIII, 4.
[9] Col., III, 9.
[10] II Tim, IV, 7.
[11] Matth, V, 28.
[12] Matth., V, 28.
[13] Rom., VIII, 13.
[14] Abbiamo trattato più diffusamente di queste occasioni di peccato nella nostra Synopsis theol. moralis, De Paenitentià, n. 524‑536.
[15] De Imitazione Christi, 1. I, c. 25.
[16] I motivi di penitenza che abbiamo esposti , n. 736 ss., sono simili a quelli che esponiamo qui, perché la penitenza non è in sostanza che la mortificazione in quanto ripara i peccati passati.
[17] Salita del Monte Carmelo, 1. I, c. IV, n. 2.
[18] Cat. chrétien P. 1a. lez. IV.
[19] OLIER, Cat, chrêt., P. 1a, lez. VII.
[20] De Imit., 1. II, c. XII.
[21] Luc., IX, 23. - Si legga il bel commento di questo testo nella Lettera circolare agli Amici della Croce del B. L.GRIGNION DE MONFORT.
[22] Sermo V infesto omnium Sanctorum, n. 9.
[23] Col., I, 24.
[24] I Cor., IX. 25.
[25] Examens particuliers, 1° Es. sulla Mortificazione.
[26] Matth., XIX, 29; Marc., X. 29‑30, ove è detto. "centies tantum nunc in tentpore hoc".
[27] II Cor., VII, 4.
[28] De Imit., 1. II, c. 12.
[29] I Cor., VI, 15, 19.
[30] La Filotea, P. III, c. XXV
[31] Il rifarsi alle pratiche di mortificazione corporale è uno dei mezzi più efficaci per riaver l'allegrezza e con lei il fervore: "Ritorniamo alle mortificazioni corporali, ammacchiamo la carne, facciamo colare qualche goccia di sangue, e saremo lieti come non fummo mai. Se i Santi spirano letizia, se i monaci e le religiose sono creature animate di tal franca gaiezza che il mondo non sa spiegare, dipende unicamente da questo che i loro corpi, come quello di S. Paolo, sono castigati e tenuti in soggezione con inflessibile severità". (FABER, Il Santissimo Sacramento, t. I.)
[32] Matth., V, 28.
[33] Eccl., IX, 5.
[34] I Cor., XV, 33.
[35] Della cognizione di Dio e di se stesso, c. I, n. VI.
[36] La Salita del Carmelo, 1. I, c. VI, n. 6; si leggano i capitoli VI-XII di questo libro, dove il Santo spiega mirabilmente “i perniciosi effetti degli appetiti", cioè delle passioni. Ne compendiamo qui brevemente il pensiero.
[37] La Salita del Carmelo, I. I, c. IX, n. 2.
[38] La Salita del Carmelo, 1.I, c. XI, n. 3.
[39] A. Eymieu: il Governo di se, t. I, 3° Principio
[40] Lib. II, c. VII, VIII.
[41] Ps. CXVIII, 163.
[42] Marc., VI. 31.
[43] Additiamo in particolare le riunioni degli studenti delle Scuole Superiori, in cui si studia la Teologia; il movimento della Revue des Jeunes e i circoli di studi fondati dalla rivista L'Evangile dans la vie, per studiare la spiritualità. Anche in Italia possiamo rilevare questo consolante risveglio nelle numerose Scuole di religione fondate in quasi tutte le città; fra le Riviste di questo genere, merita particolare raccomandazione la Rivista dei Giovani diretta dal Salesiano Professor Dott. Don Antonio Coiazzi, Torino. Pietà Cristiana, periodico mensile di cultura e pratica religiosa, edito dalla Libreria del S. Cuore, Torino; e le varie Riviste della Società Editrice "Vita e Pensiero", Milano.
[44] S. BERNARDO, In Cant., sermo XXXVI, n. 3.
[45] Epist. LV., C. 22, n. 39, P. L., XXXIII, 223.
[46] SCUPOLI, Combat. Spirit., c. IX, n. 8.
[47] Loc. cit, n. 10.
[48] Sermo III Paschae, n. 4.
[49] DENZING., n. 1796.
[50] Atti, IX, 6.
[51] Philip. IV. 13.
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