Settimo centenario della morte di santa Margherita da Cortona.

Vite di Santi, Beati, Venerabili...

L’OSSERVATORE ROMANO, Sabato 22 Febbraio 1997

La penitente ricreata da Cristo


di EMANUELA GHINI

Nata sei anni prima di Chiara d’Assisi e un anno prima di Angela da Foligno, Margherita da Cortona (1247-1297) è espressione luminosa di quella spiritualità femminile di cui l’Umbria medievale è luogo privilegiato, nel clima solare del francescanesimo. Una misteriosa consonanza, da cui non è esente la dolcezza di paesaggi di suprema bellezza, aperti a prospettive di un’ulteriorità quasi palpabile, lega fra loro queste tre grandi mistiche.
Essa assume particolare evidenza in Margherita ed Angela: entrambe coinvolte in una vicenda spirituale che non ha escluso ardenti passioni umane, ma anzi è sorta dall’esperienza intensa di vissuti che, nella ricchezza delle loro prospettive pienamente femminili — il fascino della bellezza, l’ebbrezza dell’amore, la gioia della maternità — non hanno appagato le dimensioni più profonde di donne chiamate a destini diversi, in cui la pregnanza della natura femminile potesse manifestarsi in tutta la sua esuberanza. Non solo in dimensioni di eccezionale altruismo, ma anche in testimonianza di quanto la donna sia «capace di Dio», luogo privilegiato, nel Cristo, della sua incarnazione, spazio diffusivo dello Spirito. Margherita da Cortona risponde con la vita alla parola di Cristo che ha guidato la conversione di Angela da Foligno: «Non ti ho amato per scherzo». La sua mistica è profondamente evangelica. Nulla di soggettivo o di intimistico in questa donna che pure si esprime con un linguaggio carico di affettività e di sensibilità, teso a modulare tutti i toni della femminilità in espressioni appassionate e dolcissime. I dialoghi di Margherita con Cristo, riportati da Giunta Bevegnati, sono trasparenza di Vangelo. «Udì Cristo dirle: “Io sono il pane della vita disceso dal cielo, l’agnello di Dio che toglie i peccati del mondo. Vuoi tu venire al Padre mio?“. Ed essa: “Signore, quando sono con te, sono con il Padre e lo Spirito santo”. E il Signore a lei: “Credi tu così?”. Margherita rispose: “Signore, tu sai tutto, tu sai che io credo”». Due fra i massimi cultori di Margherita da Cortona sono stati François Mauriac e Teodorico Moretti Costanzi. Se lo scrittore francese ha dedicato alla santa cortonese un’avvicente biografia, tutto il magistero del filosofo umbro è stato illuminato dalla presenza della santa sua conterranea. In essa egli ha ravvisato, oltre la dimensione agostiniana della conversione, il ricupero, nella grazia, di tutto l’umano. Mai irredimibile, ma anzi sempre da scoprire come luogo di una salvezza mai raggiunta, continuamente perseguibile in acquisizioni nuove, fonti di un’allegrezza cosmica. «Armonizzato nella gentilezza di una femminilità inconfondibilmente latina, il travaglio spirituale di Agostino rivive nelle passioni della nostra santa che sembra, con la propria redenzione, elevare a Dio l’intero genere umano» (T. Moretti Costanzi, La peccatrice santa, Castiglion del Lago 1940, p. 4). Moretti Costanzi ha evidenziato il carattere profondamente cristiano dell’ascesi di Margherita, che ha animato il pensiero del filosofo degli stati di coscienza, teso a mostrare, sulle orme dei grandi maestri francescani, in particolare Bonaventura, che non si dà tanto ascesi dal mondo, quanto ascesi col mondo, e che legge nella vita povera, aspra e crocifissa di Margherita «non l’annullamento brahmanico ma la suprema rinascita» (ivi, p. 7); non il rifiuto dell’io ma del suo limite: il «continuo morire alle miserie dell’egoismo» (ivi,p.11). La letizia francescana dell’unione con Cristo e, in lui, con l’universo, è approdo di questa lunga morte: verifica che «santità è nudità», come afferma Mauriac parlando della santa cortonese (S. Margherita da Cortona, Milano 1952, p. 83); la liberazione cristiana si attua nella croce, che «emerge pian piano dalla somma delle passioni… Non resta che distendervisi con amore» (ivi, p. 84).

Sette secoli non hanno esaurito il messaggio della grande santa umbra che, nel rischio di un cristianesimo edulcorato e svigorito, risuona oggi attualissimo. Esso può essere letto anche nella prospettiva dell’attenzione ai più poveri, a cui Margherita dedicò l’amore di cui era nutrita nella sua vita ritirata e penitente; seguendo la sollecitazione di Cristo: «Non racchiudi forse nel tuo cuore, per amore mio, tutti i poveri del mondo?». E nell’attenzione, ancora in risposta a una suggestione di Cristo, a quello smarrimento delle ragioni del vivere, a quel disorientamento epocale a cui si rivolge, come apertura al nuovo millennio, la nuova evangelizzazione: «Tu, mia pianticella, potrai germinare rami nuovi ed espanderli, cosicché si diffondano in mezzo ai miei fedeli. Voglio che da questi rami si effondano le acque della misericordia per irrigare tutte le pianticelle disseccate del mondo». Il linguaggio gentile in cui Margherita traduce per i suoi contemporanei le espressioni suggeritele da Cristo allude a una realtà di aridità, di durezza, d’insensibilità ai segni dello Spirito, di stordimento, di cui i nostri tempi sono portatori e di cui tutti, credenti o non, siamo esistenzialmente consapevoli. «Oggi tutto ciò che è essenziale sembra sotterraneo… È necessario che il Dio della libertà e della gioia raggiunga l’uomo postmoderno — che allo stesso tempo è adulto e si rifiuta di esserlo, è insieme potente e disperato — nelle zone più segrete della sua angoscia e del suo desiderio» (O. Clément).

Con la grazia appassionata di tutti i mistici, cui aggiunge fascino il garbo di una femminilità consapevole e santa, Margherita da Cortona riaddita il cammino verso il Dio della libertà e della gioia. A sette secoli dalla sua morte, la sua voce conserva la freschezza e il vigore delle realtà perennemente nuove dello Spirito.


Redenta dalla preghiera


 ANNA BENVENUTI

Il 22 febbraio di settecento anni fa moriva in Cortona, tra le anguste pareti della cella in cui si era sepolta viva, Margherita, una delle figure più significative del panorama spirituale del suo tempo. La rilettura secolare della sua figura di ex peccatrice, redenta dalla dura esegesi della solitudine e della preghiera nelle difficili condizioni materiali della vita reclusa, appare oggi particolarmente interessante per i tratti di «modernità» che sembra ancora evocare, nonostante la doverosa distanza metodologica che l’approccio con l’«alterità» del passato — e quello medievale in particolare — richiede.

Conversione alle opere di carità

Nata da una famiglia contadina del Trasimeno nel 1247 e rimasta ben presto orfana di madre, fu allevata da una matrigna gelosa in mezzo a maltrattamenti; il disagio familiare doveva indurla, diciottenne, alla fuga con un giovane di Montepulciano da cui, in nove anni di convivenza, ebbe un figlio. La prematura morte del compagno la costrinse ad emigrare ed a mantenersi col lavoro di ostetrica in Cortona, professione al limite culturale dei mestieri illeciti e circonfusa da una tradizione di sospetto e di diffidenza. Sola col figlioletto, Margherita maturò ben presto una conversione alle opere di carità ed all’impegno verso i poveri che l’avrebbe incoraggiata a dar vita a differenziate forme di solidarietà. Aperta la propria povera casa ai miserabili si dedicò completamente ed essi ad alla penitenza più rigida, seguita nel suo itinerario di redenzione dai Francescani del locale convento. Presso la loro chiesa ella assunse, nel 1277, l’abito dell’Ordine della penitenza, iniziando un complesso percorso mistico che progressivamente portò a maturazione un già latente desiderio di fuga rispetto alle distrazioni del mondo.

Una complessa vicenda spirituale

Libera dal pensiero del figlio, fattosi nel frattempo francescano, decideva di recludersi in una cella più isolata, sulla rocca di Cortona. Sepolta nel silenzio, accudita solo da una compagna e dalle distratte cure di un chierico, ser Badia, rettore della chiesetta di San Basilio — alla cui riedificazione la stessa Margherita aveva prestato la sua influente mediazione presso il Vescovo di Arezzo — la penitente poté dedicarsi completamente al colloquio con Dio, tra tentazioni e visioni. Se nel periodo trascorso accanto ai Francescani aveva sperimentato il dolore della contemplazione nel processo mistico che la portava a rivivere la Passione, nel buio della cella ora conosceva tutti i dubbi e le angosce della discretio spiritum, privata della guida spirituale che gli avevano assicurato i frati. Isolata rispetto al mondo attivo della loro proposta pastorale — Margherita si era infatti prodigata con frate Giunta per la composizione di paci in città — e separata dalle armonie corali della loro cura d’anime nella cripta di San Francesco si adunava una importante compagnia di Laudesi — Margherita, che concludeva la sua vicenda terrena il 22 febbraio 1297, rientrava solennemente nel grande seno dell’Ordine francescano grazie al recupero agiografico compiuto dal suo ex confessore, frate Giunta Bevignati, che descrivendone post mortem la complessa vicenda spirituale, ne faceva il fiore più bello del santorale dell’ordine della penitenza.

Sulle orme di Francesco

Terza luce serafica dopo Francesco e Chiara, Margherita, onorata immediatamente di un culto poggiato sulla capacità taumaturgica delle sue reliquie, avrebbe coperto, col suo manto patronale, anche le ambizioni autonomistiche della terra di Cortona ansiosa di sottrarsi alla dipendenza dei vescovi di Arezzo. Nonostante che il Terz’ordine francescano riconoscesse ben presto come sua Patrona santa Elisabetta regina d’Ungheria, il cui blasone riverberava dignità e prestigio sul mondo «borghese» dei penitenti cittadini italiani. Margherita, con le trasgressioni morali e sociali del suo passato di concubina e di ragazza madre, divenne figura significativa nella riflessione spirituale dell’ordine francescano, specie nell’acuirsi della crisi tra spirituali e conventuali, incarnando col suo modello di «Nuova Maddalena» una delle tessere nella costruzione simbolica di quella terrasanta serafica che, tra Umbria e Toscana, avrebbe ospitato il ricordo ideologizzato di Francesco d’Assisi.

 

L’attenzione verso i poveri e i sofferenti genera pensieri e gesti di pace 


SAMUELE DURANTI

 

Margherita è una santa essenzialmente mistica; questa è la nota che più di ogni altra la caratterizza. Ma non è stata estranea ai problemi del suo tempo, anzi vi si è sentita coinvolta

e vi ha inserito altri che gravitavano intorno a lei. Come e in che misura? Margherita inizia a soccorrere i poveri — nel corpo e nello spirito — dando accoglienza nelle stanze che le signore Moscari hanno messo a sua disposizione. All’inizio aveva scelto di aiutare le partorienti, ma presto si mette a servizio di tutti. È circondata da alcune donne amiche, qualcuna anche facoltosa, che l’aiutano a provvedere a tante necessità. Entrando oggi nel luogo dove abitò possiamo vedere due pozzi: l’abbondante acqua sorgiva si deve alle preghiere e alle lacrime di Margherita. Possiamo vedere le stanze dove rifocillava poveri e malati. Lei stessa andava per le vie di Cortona ad elemosinare, lei stessa preparava i cibi e li serviva; e ne approfittava per parlare di Dio. Lei mangiava una volta sola, a sera inoltrata, quando aveva provveduto a tutti.

A un dato momento si rende conto che non può limitarsi a dare delle risposte «corte»: tanti malati hanno necessità di assistenza, di cure prolungate, di un letto.

A tanti malati abbandonati nelle soffitte il suo cuore di mamma decide di dare un alloggio decoroso, dove siano accuditi con premura e amore. Più una persona è attirata verso Dio e più è portata ad andare verso i fratelli, per donare a tutti l’amore divino. I santi sono i più grandi benefattori dell’umanità, in tutti i sensi. Margherita è una donna intelligente, pratica, energica e volitiva. L’attenzione verso i poveri e i sofferenti la porta ad interrogarsi: Che cosa si può fare di più? Quale aiuto dare in concreto? La bontà irradia. E contagia. Soggiogate dalla sua tenerezza e sensibilità, varie persone si sentono chiamate a darle una mano. E così nasce l’Ospedale di s. Maria della misericordia. Una nobildonna di nome Diabella offre a Margherita il suo palazzo, il capitano del popolo Uguccio Casali (che Margherita chiama il cavaliere santo) s’interessa per strutturare l’ambiente e renderlo adeguato, altri benefattori intervengono a sostenere le spese; in breve tempo viene allestito quello che tutt’oggi è l’ospedale di Cortona, ampliato e trasformato, ma nato allora, dal cuore grande di Margherita. Le strutture murarie non bastano, è necessario assicurare il personale sufficiente e preparato; a tal fine fonda la Confraternita di s. Maria della misericordia. Le donne che vi aderiscono vuole chiamarle «le poverelle»: un nome che racchiude lo stile e il programma. Avvertiamo l’anima francescana che deve plasmarle.

Si scrivono infatti gli Statuti, di chiara impronta francescana, con precise finalità evangeliche.

Gli uomini erano chiamati «I mantellati», dal mantello che indossavano. L’ospedale veniva eretto nel 1278. Gli Statuti erano approvati nel 1286, dal Vescovo di Arezzo, Mons. Guglielmino degli Ubertini. Ma s. Margherita è scesa anche nel campo politico.

Alla luce del Vangelo la politica è l’arte di governare nella ricerca del bene comune, l’autorità è servizio e il bene comune privilegia le categorie più deboli. Alla luce del Vangelo la politica deve costruire e custodire la pace: educare a pensieri di pace, a sentimenti e a gesti di pace.

Nella città di Cortona erano avvenuti episodi che avevano suscitato odi e vendette; e certe ferite non si erano ancora rimarginate. Quando Margherita entrò in Cortona gli odi non erano sopiti; molte famiglie si guardavano in cagnesco; gli animi più accesi tramavano congiure e vendette.

L’atmosfera si surriscaldava. Margherita avvertì l’elettricità che preannunciava il temporale e subito si mosse: volle che frate Giunta Bevegnati (suo confessore) mobilitasse i suoi confratelli frati minori perché tutti scendessero in campo in una grande missione di pace.

In tutte le chiese e per le strade e le piazze si tenne una predicazione continuata e accorata per esortare tutti alla riconciliazione; i cortonesi accolsero le fervide esortazioni e si ritrovarono sulla piazza del Comune, finalmente pacificati. Margherita si sentì investita dal Signore stesso ad operare attivamente per la pace.

 

Margherita e Chiara: due esistenze vissute nella donazione totale 


CHIARA LUCIA GARZONIO

Io non voglio assolutamente fare paragoni fra santa Margherita e santa Chiara: i paragoni sono difficili e spesso incongruenti, vorrei solo rapportare queste due figure meravigliose di donne nel loro vivere per Cristo, nel dono totale di sé a Lui e ai fratelli, sottolineando per quel che è possibile, il loro modo diverso di realizzarlo. Per realizzare il suo sogno d’amore, Margherita uscì di casa di notte, in fuga. Chiara era uscita anche lei di notte da casa, fuggendo verso il suo preciso ideale; ma mentre la sua fuga fu sicura e lineare e si concluse da Francesco ai piedi della Vergine Maria, quella di Margherita fu una fuga angosciosa. Chiara spezzò l’alabastro del suo corpo verginale nella mortificazione della penitenza, Margherita lo ricostruì pazientemente con lacrime cocenti di pentimento. Se Chiara aveva scelto per questa durissima ed esaltante esperienza il «luogo» appartato della clausura a San Damiano, Margherita il suo deserto lo trovò nella piccola cella che le avevano offerto le nobili cortonesi Moscari, sola davanti al Cristo in croce, Lui che aveva dato tutto il suo sangue, la sua vita di Figlio dell’uomo, per redimerla dai peccati, per riscattarla dagli errori della vita passata. Se in Chiara la penitenza corporale fu una scelta di riparazione all’amore non ricambiato del suo Signore, per Margherita fu un’esigenza interiore, spontanea e appassionata, per ricolmare ciò che il peccato aveva distrutto, prima in lei e poi negli altri. E da questo in Margherita scaturì anche il bisogno di donarsi in penitenza per tutti gli uomini, ma in particolare per i Cortonesi, i suoi fratelli che la consideravano ormai loro concittadina. Per le loro colpe pregò e soffrì, offrì e si addossò le pene delle guerre e delle violenze che da esse scaturivano, proprio come Chiara aveva pregato con tutte le sorelle per la sua Assisi, quando era minacciata dalle schiere mercenarie di Vitale di Aversa. Del resto, la conferma vera della contemplazione di Margherita sono le parole tenerissime che Gesù stesso le rivolge: «Non c’è creatura alla quale io dispensi grazie così abbondanti come faccio a te. Volgi la mente a me, ed io, tuo sovrano, ti verrò incontro», e ancora: «Figlia, io sono il tuo creatore, la luce, la fortezza, l’amore, la gloria della tua anima». Nella «Legenda della vita» che P. Giunta Bevegnati scrisse attentamente riferendo parole di Gesù e di Margherita e i fatti quotidiani di lei, si trova questo particolare che rivela una volta di più l’immediatezza della partecipazione di Margherita ai misteri di Cristo: «Margherita ogni giorno faceva la meditazione della Passione ed in modo speciale ogni venerdì. Un venerdì santo, nell’impeto doloroso per il Martire del Golgota, uscì dalla sua cella e, come madre che ha smarrito il figlio, attraversò piangendo la strada fin quando giunse alla chiesa di San Francesco». E suor Filippa, terza testimonia del Processo di Canonizzazione di Santa Chiara, riferisce «che essa madonna Chiara fu tanto sollicita nella contemplazione, che nel dì del venerdì santo, pensando essa sopra la passione del Signore, si fu quasi insensibile per tutto quello dì et grande parte de la notte seguente».

Questa «con-passione» con Gesù è dunque il tessuto della contemplazione di Chiara e Margherita, anche se, necessariamente, in ognuna cambia di aspetto e di sfumatura: diverso è l’approccio, diversa la sensibilità delle due sante, che si rispecchia ed esprime, se ci è concesso il confronto, nella diversità delle figure dei due Crocifissi ai cui piedi Chiara e Margherita hanno vissuto e pregato. Il Cristo di San Damiano dipinto su tavola, grande e regale, è sereno e severo, dallo sguardo dolce e maestoso dei grandi occhi scuri, mentre il Cristo scolpito di Margherita esprime il tormento umanissimo dell’agonia in croce, col volto reclinato e vinto sotto il peso sanguigno della corona di spine.

 

 

La «terza luce» dell’ordine francescano 


EDOARDO MIRRI

«Verrà un giorno in cui mi chiamerete santa, e verrete a visitarmi con bordone e scarsella a tracolla, al modo dei pellegrini» disse di sé Margherita. E santa fu subito, per i cortonesi, fin dal 22 febbraio 1297, anche se l’ufficialità della Chiesa attenderà ancora quattro secoli e mezzo per la proclamazione. I frati minori l’annoverarono subito tra le loro glorie e la dissero «la terza luce dell’ordine». Se tale fu Cortona per la penitente Margherita, che cosa è stata, e che cos’è Santa Margherita per Cortona? Sarebbe troppo semplice, ma non errato né retorico, rispondere: «tutto». Cortona è la sua Santa. Il cuore e il simbolo della città non è l’austero Palazzo Comunale carico di storia, né l’elegante Palazzo Casali che ospita la gloriosa Accademia Etrusca, né le tante emergenze etrusche o i monumenti dell’arte antica, medievale rinascimentale e moderna: forse nemmeno la Cattedrale o l’Episcopio che pur sono state illustrate da Vescovi di altissimo rango (si pensi per tutti al Cardinale Silvio Passerini) ma che oggi — ahimè — non sono più tali; lo è invece la chiesa in cima al colle, con l’urna d’argento dove riposa il corpo incorrotto della Santa. Ad essa è frequente la visita dei cortonesi, come di tantissimi pellegrini forestieri, e più frequente ancora il volgersi della preghiera. Ad essa si rivolgono i cortonesi nei momenti più significativi della loro vicenda personale, come vi si sono rivolti nei momenti drammatici della storia cittadina. Così quando infuriò il colera del 1855 fu deciso l’ultimo ingrandimento dell’antica chiesetta costruita da Giovanni Pisano ed affrescata da Pietro Lorenzetti, dopo quello operato già nel secolo XVIII; così, quando la prima guerra mondiale sacrificò la vita di più di seicento giovani cortonesi, vi fu annessa un’artistica «cappella votiva» che è il «sacrario» della città; così infine, per ringraziare la Santa di aver protetto Cortona dal flagello della seconda guerra mondiale, fu eretta una monumentale «Via crucis» tra la città e il santuario, nella quale Gino Severini, cortonese, tradusse in mirabili affreschi il voto pronunciato per la Città dal suo ultimo indimenticato Vescovo mons. Giuseppe Franciolini, amatissimo dai cortonesi quant’altri mai. Tutte opere, comunque, che più che la sublimità dell’arte testimoniano la fiducia e l’affetto dei cortonesi per Santa Margherita. E a Santa Margherita i cortonesi fanno risalire, giustamente, la fondazione dell’ospedale, che è sempre stato una delle istituzioni civiche loro più care. Dalle prime miserrime case in cui ebbe sede all’edificio grandioso nel centro della città, l’ospedale è sempre stato, per i cortonesi, oggetto di scrupolosa attenzione e testimone della presenza della loro Santa. Anche per questo lo hanno sempre difeso, anche con accanimento. Oggi che la diocesi è stata fusa in quella di Arezzo, come nei secoli precedenti a Santa Margherita (e i sacerdoti che vi operavano vengono utilizzati altrove), e che una politica scellerata sta smantellando il glorioso ospedale, solo la chiesa lassù, in cima al colle, indirizza ancora a sé l’ammirazione, l’affetto, la fede e la preghiera di Cortona.