San Salvatore Da Horta (1520-1567)

Vite di Santi, Beati, Venerabili...


Dio, che predilige i semplici, ricondusse Salvatore a Barcellona (1541), nel convento di Santa Maria di Gesù. Il Padre Provinciale dei Frati Minori lo accolse senza difficoltà nel noviziato, benché non sapesse né leggere né scrivere. In lui nulla fu notato di singolare o difettoso da correggere. Era tanto semplice e di vita tanto pura, che pareva non sapesse far altro che servire il Signore. Dopo aver lavorato sodo tutto il giorno, a mezzanotte giungeva primo in coro per la recita di Mattutino. Dopo l’ufficio, senza eccezione, si flagellava, talvolta fino al sangue e portava il cilicio, col permesso del confessore al quale ogni mattina, prima dell’alba si confessava. Serviva quindi la prima Messa e faceva la comunione, contrariamente all’usanza del tempo.


Questo straordinario taumaturgo francescano laico nacque nel
1520 a Santa Colomba di Farnés, oscuro paese della Catalogna (Spagna) nella
diocesi di Gerona. In quel tempo Leone X governava la Chiesa, Carlo V l’impero
germanico, e Martino Lutero sconvolgeva l’Europa con i suoi errori. I
Grionesos, genitori di Salvatore, nella loro miseria, avevano trovato ricovero
e lavoro nell’ospedale di Santa Colomba. Il loro figliuolo invece di
frequentare le scuole, fece il pastore. Verso i 15 anni rimase solo al mondo
con una sorella più giovane di lui. Per condurre una vita meno disagiata si
trasferì a Barcellona e lavorò nella bottega di un onesto ciabattino.
 Alla scuola della povertà e della sofferenza Salvatore
crebbe integro di costumi, devoto della SS. Vergine, amante della preghiera e
della solitudine. Non sappiamo come e quando sia sorta in lui la vocazione
religiosa. Non la poté comunque seguire finché la sorella non si maritò.
Disgustato del mondo e temendone i pericoli, andò allora a bussare alla porta
del Santuario di Montserrat. I benedettini lo accolsero volentieri, ma non era
per lui la magnificenza della loro abbazia. L’incontro lassù con alcuni
francescani poveramente vestiti, lo determinò a seguirli nell’imitazione di
Gesù crocifisso.
 Dio, che predilige i semplici, ricondusse Salvatore a Barcellona
(1541), nel convento di Santa Maria di Gesù. Il Padre Provinciale dei Frati
Minori lo accolse senza difficoltà nel noviziato, benché non sapesse né leggere
né scrivere. In lui nulla fu notato di singolare o difettoso da correggere. Era
tanto semplice e di vita tanto pura, che pareva non sapesse far altro che
servire il Signore. Dopo aver lavorato sodo tutto il giorno, a mezzanotte
giungeva primo in coro per la recita di Mattutino.
 Dopo l’ufficio, senza eccezione, si flagellava, talvolta
fino al sangue e portava il cilicio, col permesso del confessore al quale ogni
mattina, prima dell’alba si confessava. Serviva quindi la prima Messa e faceva
la comunione, contrariamente all’usanza del tempo.
 Dio rivelò le grandi virtù di lui con uno strepitoso
miracolo. La vigilia della Circoncisione del 1542, il cancelliere del Viceré
aveva fatto sapere al Padre Guardiano che il giorno dopo, secondo il costume,
sarebbe venuto a pranzo in convento in compagnia di altri signori. Quando
costoro stavano per giungere, il superiore volle andare in refettorio per
assicurarsi che tutto fosse in ordine. Rimase però sgomento nel trovare la
cucina chiusa e nel sapere che il cuoco, colto verso mezzanotte dalla febbre,
aveva consegnato le chiavi a Fra Salvatore, suo vicino di cella, con preghiera
di avvertire il Padre Guardiano. Il nostro novizio, invece, dopo Mattutino si
era immerso nella contemplazione di Dio. Il Guardiano lo trovò difatti ancora
raccolto in preghiera in un angolo del coro come se nulla fosse stato. Lo
investì, furente, minacciandolo di espellerlo il giorno stesso dal noviziato;
lo afferrò per un braccio e lo trascinò davanti alla porta della cucina per
mostrargli la gravità della sua mancanza; l’aprì, guardò, allibì: stava
preparato un ottimo pranzo.
 Fra Salvatore professò la regola di S. Francesco nel 1542.
Sinceramente convinto del proprio nulla, propose di essere sempre quale molle
argilla nelle mani dei superiori, i quali lo destinarono alla comunità di
Tortosa. Poco dopo il suo arrivo, durante la questua, mentre passava vicino al
giardino di un signore che aveva un figlio malato grave, si sentì dire:
“Fratello, abbi pietà di questo mio figlio e prega per lui”. Il Santo
entrò in casa, pose una mano sulla fronte del fanciullo, sollevò gli occhi al
cielo e recitò un’Ave Maria. Verso sera il malato era perfettamente guarito. La
notizia si divulgò per la città e la gente cominciò ad accorrere al convento
per vedere Fra Salvatore e riceverne la benedizione. I frati rimasero seccati
di quell’accorrere di popolo e per impedirne il fanatismo trasferirono Fra
Salvatore nel convento di Bellpuig. Egli aveva un bel dichiarare: “I
miracoli non li faccio io; è il Signore che li opera; io non sono che un
miserabile peccatore”, tanti suoi confratelli lo consideravano un
mentecatto e un ossesso. Non afferma S. Giovanni nel suo Vangelo (7,5) che
coloro che non credevano ai miracoli di Gesù erano proprio “i suoi
confratelli?”.
 Il convento di Bellpuig pareva destinato ad ospitare Fra
Salvatore per lungo tempo, invece una profezia gli causò un nuovo
trasferimento. L’ammiraglio Ramón Foich de Cardona, abitante vicino al
convento, temeva di essere caduto in disgrazia del re Filippo II. Un giorno fu
mandato a chiamare. L’ammiraglio, che ben conosceva la pietà di Fra Salvatore,
corse a dirgli: “Te ne scongiuro, fratello, prega affinchè il cuore del
mio sovrano si plachi!”, “Vada e non tema – gli rispose il frate – il
re non le riserva punizioni, ma onori”. Filippo II all’ammiraglio affidò
infatti il compito di difendere la città di Perpignano da un esercito francese.
Quasi a punizione Fra Salvatore fu trasferito al convento di Lérida. Ma che
colpa ne aveva lui se Dio gli faceva leggere nel futuro e compiere prodigi? I
suoi confratelli, ostinatamente sospettosi, lo tennero d’occhio e siccome Iddio
continuò ad operare prodigi per mezzo di lui, i superiori lo confinarono per
circa dodici anni nel convento di Horta. Che sorgeva in una gola dei monti a
due chilometri dal paese.
 Appena vi giunse, Fra Salvatore andò ad inginocchiarsi
davanti alla venerata immagine di Nostra Signora degli Angeli, la quale gli
rivelò che colà ella avrebbe aperti i tesori delle sue grazie. Infatti, alle
autorità che erano andate a raccomandargli di pregare per il paese diventato
ormai sua patria di adozione, il Santo suggerì di fare grandi provviste di
cibarie e di preparare vasti locali per ospitare la gente che vi sarebbe
affluita. Nessuno afferrò il senso di quella profezia. Qualcuno ne sorrise come
di una ingenuità. Non erano ancora passati 15 giorni, che vere turbe di
pellegrini cominciarono a giungere al convento con i loro malati da ogni parte
della Spagna. Fra Salvatore li conduceva davanti all’altare della Madonna, li
esortava a pentirsi dei propri peccati, ad accostarsi ai sacramenti, ad avere
una grande fiducia nella potenza di Maria. Sulla folla inginocchiata ed
implorante tracciava quindi un segno di croce dicendo in catalano, soltanto:
“Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo”. Poi fuggiva
perché non voleva che il popolo attribuisse a lui la guarigione concessa dalla
SS. Trinità per intercessione della Madonna. I magistrati dovettero organizzare
un servizio metodico di rifornimenti perché le persone, che con tutti i mezzi
accorrevano al convento di giorno e di notte, persino dalla Francia,
raggiungevano talora la cifra di 2, 6, 10 mila.
 Fra Salvatore sanò sempre da qualsiasi male tutti coloro
che praticavano i suoi consigli. Ad un paralitico che si lagnava di non essere
stato sanato con gli altri infermi, egli rispose: “Perché non ti sei
confessato e manchi di fede”. Il numero dei miracoli salì a cifre che
avrebbero del favoloso se non fossero garantiti da numerosi testimoni oculari.
L’ammirazione e l’entusiasmo che il povero fraticello suscitò furono
irrefrenabili. Un signore temette per la sua umiltà e si autorizzò a metterlo
sull’avviso. “Ti benedica il Signore che ti ha creato – lo ringraziò Fra
Salvatore. – Hai però da sapere che io sono come un sacco di paglia: tanto si
sente onorato quando lo pongono in un punto elevato della casa come quando lo
gettano in basso, dentro una stalla”. Il lettore crederà che di fronte a
tanta umiltà i suoi confratelli, ricredutisi, si degnassero per lo meno di
lasciarlo in pace. E’ doloroso doverlo dire – la storia non ama i timidi
assertori della verità – non bastò a disarmare la gelosia dei confratelli
neppure la venerazione che per il santo concepì l’Inquisitore d’Aragona.
 Costui un giorno era salito in incognito al convento e si
era mescolato tra la folla per verificare da sé quanto ci fosse di vero o di
falso in quello che sentiva dire. Quando Fra Salvatore apparve al cospetto dei
fedeli, invece di andare a mettersi al solito posto, avanzò proprio verso
l’Inquisitore per dirgli che non era quel povero prete che voleva far credere e
per esortarlo a seguirlo all’altare maggiore. Di là poté assistere alle grida
di gioia e alle lacrime di consolazione di centinaia d’infelici guariti dalle
loro infermità, appena il santo ebbe tracciato il suo segno di croce. Lo
stragrande numero di prodigi da lui operati costituisce un fatto unico nella
storia della Chiesa. A ogni giorno e a ogni ora egli disponeva di questa
soprannaturale potestà e compiva, senza saperlo, un magnifico apostolato in
favore della Chiesa contro i sostenitori dell’eresia protestante.
 I testi dei processi confessano di non avere mai visto Fra
Salvatore turbato, neppure quando i suoi confratelli lo tacciavano di pazzo e
indemoniato. La sua unione con Dio era intensa e continua; la sua vita religiosa
non poteva essere più austera. Di notte riposava qualche ora sopra rozze assi o
appoggiava soltanto il capo ad un banco in un angolo della chiesa o del coro.
D’estate e d’inverno andava a piedi nudi, rivestito di una tonaca consunta e
rattoppata. Non mangiava carne, non beveva vino. Amante del ritiro, si era
costruito nella selva un piccolo eremo per restarsene solo con Dio,
specialmente in certe ore della notte. Colà fu udito colloquiare con Gesù
crocifisso, la Madonna e S. Paolo apostolo. Eppure, un bel giorno capitò a
Horta il Padre Provinciale. Alla comunità radunata, egli manifestò il suo
stupore di trovarla inquieta, sottosopra, perché nel suo seno viveva “un
tristo e scellerato”. Rivolgendosi quindi al presunto responsabile, inginocchiato
in mezzo al refettorio, l’apostrofò: “Quel tristo sei tu, Fra Salvatore,
tu che hai turbato la pace di questa famiglia religiosa. Non so come non hai
sentito vergogna e non la senti, nell’udire la gente che dice: – Andiamo
all’uomo santo di Horta! – Al santo no, ma al diavolo di Horta, se mai, sarebbe
più giusto che si dicesse, non essendo tu che un ribaldo e un malvagio”.
Per fare tornare la calma tra i suoi religiosi e togliere l’animazione tra il
popolo, impose a Fra Salvatore il nome di Alfonso, lo fece flagellare
pubblicamente e gli ordinò di partire a mezzanotte per il convento di Reus.
 A un certo punto della strada, Fra Salvatore chiese al
compagno di riposarsi un momento. Si raccolse allora in orazione presso un
albero. Essendo andato in estasi, il confratello dovette riscuoterlo quando
decise di rimettersi in cammino. Vedendo che raggiava di contentezza gli disse:
“Mi pare, Fra Alfonso, che tu sia diventato pazzo. Possibile che le
pungenti parole del Provinciale ti abbiano lasciato lieto a codesto modo?”
– “Non le ho sentite, fratello – gli rispose -. Ho pensato che il cuore
dell’uomo è nelle mani del Signore. Guai a me se il Provinciale mi avesse
castigato secondo il mio merito”.
 A Reus il burbanzoso Guardiano proibì a Fra Alfonso di parlare
con i secolari, mostrarsi alla gente e operare miracoli. Poi lo condusse in
cucina e ve lo rinchiuse. Dio rese vani e spregevoli i meschini calcoli umani
di quel superiore. Difatti, circa due mila persone quel giorno stesso si
affollarono attorno al convento strepitando: “Padri, dove lo avete
nascosto il Santo? Dateci il Santo! Che venga a benedire e a risanare i nostri
malati!”. Vedendo che la gente aveva già divelto la porta d’ingresso, il
Guardiano trasecolò, corse a ordinare a Fra Alfonso di andare a benedire la
folla e di ritornare immediatamente in cucina. L’umile fraticello ubbidì.
Appena i pellegrini se ne andarono, il pavimento della chiesa apparve ricoperto
di grucce, busti, bende, fasce. Tutto inorridito, il Guardiano raggiunse il
taumaturgo e, dopo averlo aspramente ingiuriato, concluse desolato: “È
proprio orribile, fratello, che né il Provinciale né il Guardiano possano nulla
contro di te”.
 A Reus per circa due anni Fra Alfonso non fece più
miracoli, in castigo certo della ostinata pervicacia dei suoi confratelli e
superiori, ma appena ricominciò a farne, fu subito fatto partire per il
convento di Barcellona. La notizia del suo passaggio per la Catalogna si
diffuse come un baleno. Tutti coloro che avevano malati glieli condussero perché
li risanasse. Pare una leggenda ed è invece una realtà, i suoi superiori,
ritenendolo un esaltato in combutta con il diavolo, lo denunciarono
all’Inquisizione. Non conosciamo le domande che i Domenicani gli rivolsero.
Sappiamo soltanto che Fra Salvatore fu da loro ritenuto un uomo di Dio. Non
aveva sanato con un segno di croce, alla loro presenza, un cieco e un
sordo-muto? Ai suoi confratelli fu ingiunto di non molestarlo più. Filippo II
lo chiamò presso di sé a Madrid (1560) e gli raccomando, con le lacrime agli
occhi, di pregare per il regno e il popolo della Spagna.
 Nel ritornare a Barcellona il P. Francesco Zamora, Ministro
Generale dei Francescani, impose a Fra Salvatore di passare per Valenza dove
egli stava presiedendo il capitolo provinciale. Alla notizia dell’arrivo del
santo, tutta la città con i magistrati gli andò incontro. Il Ministro Generale,
accigliato, si domandò: “Guardate come sono leggeri questi valenzani! Si
agitano tanto per un semplice laico!”. Al termine del capitolo anche Fra
Salvatore prese parte in cattedrale al canto del Te Deum, ma appena il
popolo lo vide ne fece a pezzi la veste, tanto che fu necessario rinchiuderlo
in una casa, in attesa che dal convento gli fosse portata un’altra tonaca.
 Mentre il fraticello si disponeva a fare ritorno a
Barcellona, giunse a Valenza, S. Francesco Borgia a pregarlo di recarsi nel suo
ducato di Gandia per liberare il monastero delle clarisse dall’infestazione
diabolica. Fra Salvatore vi andò, ospite del duca, tracciò sul monastero il
solito segno di croce e le religiose rimasero in pace per sempre. Gli occhi dei
superiori continuarono a restare ostinatamente chiusi sulle virtù e sui poteri
sovrumani di Fra Salvatore.
 Quando il Ministro Generale decretò che fosse provveduto
al riordinamento della Provincia Francescana della Sardegna, isola allora alle
dipendenze della Spagna, con la scelta di volontari, i superiori di Fra
Salvatore furono ben felici di poterlo aggregare al gruppetto di religiosi in
procinto di partire. Ne ricevette l’avviso soltanto la sera prima, ma egli già
da diverso tempo ne aveva avuto comunicazione direttamente dal cielo. Una sera,
ad Horta, mentre si ricreava con i confratelli, fu udito esclamare:
“Stanotte ho visto una città molto forte, al di là del mare… E situata
in alto ed è munita di artiglierie. Io debbo andare fino là”. “Ma
ritornerai?” – gli chiesero celiando. “No, non ritornerò. Poiché qua
non mi vogliono, là io debbo morire”. Non meraviglia quindi che quando il
Commissario, P. Vincenzo Ferri, gli manifestò il desiderio dei superiori, egli
abbia risposto pronto e sereno: “Andiamo pure in Sardegna! Dio mi vuole là
e là mi ha promesso un gran bene”. I contemporanei del santo sono unanimi
nel ritenere che la partenza di Fra Salvatore per la Sardegna (1565) sia stata
una punizione inflitta dal cielo alla Catalogna, a motivo delle vessazioni
fatte subire al genuino figlio di S. Francesco da parte dei suoi confratelli e
superiori.
 A Cagliari, Fra Salvatore fu accolto come un inviato del
cielo. Alla porta del convento un religioso s’inginocchiò ai suoi piedi e gli
chiese la benedizione. L’umile fraticello si fermò, guardò lo sconosciuto e poi
esclamò: “Ella, che da tanti anni è sacerdote, deve benedire me, non io
lei, che sono un povero laico”. Come in Catalogna, anche in Sardegna la
gente accorse a lui a ogni ora del giorno perché il Signore continuò, tramite
esso, l’apostolato del miracolo. Il popolo quando lo vedeva questuare di porta
in porta con gli occhi bassi e la corona in mano, capiva che Dio passava con
lui, si raccomandava alle sue preghiere e si sforzava di mettere in pratica i
buoni suggerimenti che gli dava.
 Nel corso della vita a Fra Salvatore non era mai capitato
di insuperbire pur vedendosi circondato da tanta venerazione e, negli ultimi
mesi della sua esistenza, pur andando più frequentemente in estasi. Una dama di
Cagliari fu felice di riceverlo un giorno con il Padre Guardiano nel suo
sontuoso palazzo. Voleva conoscere qualcosa di più della sua vita direttamente da
chi era in grado di darle quella soddisfazione. Vedendolo però scalzo e siccome
faceva freddo, ordinò che fosse portato un braciere ben acceso. Poi si appartò
con il Guardiano in privata conversazione. Ad un tratto, volgendosi verso il
santo, si accorse che stava con l’orlo dell’abito e i piedi nudi sopra i
carboni ardenti. “Padre, padre! – esclamò spaventata – voi
bruciate!”. Il santo, che aveva soprannaturalmente conosciuto che stavano
parlando di lui, le rispose tranquillo: “Non tema, signora; non brucio!
Siccome voi due sentite il bisogno di dire e di ascoltare le lodi di un mortale
pieno di imperfezioni, è giusto che io lodi il sommo creatore la cui bontà si
riflette in me, povera creatura!”.
 Quando il Signore gli rivelò la data della morte, Fra
Salvatore corse in chiesa e per più di tre ore, sollevato in aria, pianse di
gioia e cantò di felicità, gridando con gli occhi fissi sull’altare: “Ah,
Gesù! Ah Maria! No, non merito tanto io, non lo merito”. La sua febbre e
il suo dolore al costato non durarono che una settimana. Quando il popolo seppe
che il più grande benefattore della Sardegna stava per morire, fece ressa
attorno al convento, mentre l’arcivescovo, il viceré, i senatori e i consoli
salivano alla colletta in cui giaceva Fra Salvatore per raccomandare alle sue
preghiere e alla sua protezione la città e gli abitanti. Morì, come aveva
predetto, il 18-3-1567 dopo aver esclamato, stringendo il crocifisso al petto:
“Nelle tue mani, o Signore, raccomando il mio spirito… Gesù’…Maria!”
 Fra Salvatore fu
canonizzato da Pio XI il 17-4-1938. Le sue reliquie sono venerate a Cagliari
nella chiesa di Santa Rosalia. Clemente XI ne aveva riconosciuto il culto il
29-1-1711.
 ___________________
Sac. Guido Pettinati SSP,

I Santi canonizzati del
giorno
, vol. 3, Udine: ed. Segno,
1991, pp. 201-210.

http://www.edizionisegno.it/