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Questo zingaro di Cristo, primogenito dei quindici figli che Battista, agiato agricoltore e merciaio, ebbe da Anna Barbara Grandsire, nacque il 26-3-1748 ad Amettes, nella diocesi di Boulogne-sur-Mer, nell'Artois (Francia). Il padre sognò il sacerdozio per quel suo figliuolo che fin dall'infanzia dava segni di tenera devozione e di oblio di sé. A dodici anni lo affidò alle cure di suo fratello, Don Francesco, parroco di Erin, perché lo preparasse alla prima comunione e allo studio del latino. Attratto dalla grazia, Benedetto prese a praticare austerità superiori all'età. Osserva- va le leggi dell'astinenza, portava ai poveri buona parte degli alimenti che gli venivano somministrati, d'inverno non si accostava al fuoco, e di notte appoggiava la testa a un'asse per dominare le passioni.
Sedicenne, il santo comunicò ai genitori il desiderio che aveva concepito di farsi trappista alla lettura dei dieci tomi dei "Sermoni" del P. Giovanni Le Jeune (+1672), oratoriano cieco, che a ottant'anni si era lasciato divorare dai pidocchi per spirito di penitenza. Al loro rifiuto riprese gli studi, ma una crisi dolorosa gli fece perdere la pace dell'anima, persuaso com'era che Dio si fosse allontanato da lui. Ne fu liberato dandosi all'esercizio della carità nell'epidemia che colpì la parrocchia. Nel 1766, alla morte dello zio, rientrò ad Amettes, deciso a vivere la regola dei trappisti sotto il tetto paterno. La madre s'inquietava perché lo vedeva dormire per terra, ma egli le rispondeva con dolcezza: "Poiché il cielo mi chiama alla vita austera della Trappa, è bene che mi ci abitui. Io mi preparo a seguire la via di Dio". Fu invece costretto a proseguire gli studi presso lo zio materno, D. Vincenzo, parroco di Conteville, con cui divise lo zelo e la generosità nel sollievo dei poveri. Il nuovo maestro non tardò a scorgere nel nipote la vocazione alla vita religiosa e, siccome temeva il persistente rifiuto dei genitori, lo consigliò d'entrare nell'ordine dei Certosini che godevano fama di minor austerità.
Per Benedetto cominciò allora una serie di umiliazioni. Bussò prima alla porta della certosa di Val-Sainte, ma invano; poi, per due volte, a quella di Neuville, ma appena entrò nella sua cella, fu assalito da una dolorosa angoscia e dal vomito. Rientrato ad Amettes spossato, fece, d'inverno, sessanta leghe a piedi per raggiungere la Grande Trappa di Mortagne, in Normandia. Non vi fu accettato perché aveva solo venti anni. Dopo aver bussato ancora invano alla porta della trappa di Sept-Fonts, nel Borbonese, prese a fare il contadino. L'idea di farsi religioso frattanto continuava a perseguitarlo. Con l'aiuto di Mons. de Pressy, il vescovo che lo aveva cresimato, riuscì a rientrare nella certosa di Neuville, ma vi ritrovò le medesime angosce motivo per cui il Priore, dopo due mesi, gli disse: "La Provvidenza non vi chiama al nostro genere di vita. Seguite le ispirazioni divine".
Il 2-10-1769 Benedetto scrisse ai genitori: "Vi assicuro che non vi sarò più a carico... Non vi affliggete perché sono uscito dalla certosa; non si può resistere alla volontà di Dio che ha così disposto per il mio maggior bene", Si rivolse ancora alla Grande Trappa, ma dopo un rifiuto più duro del primo, si pose in cammino per quattro settimane verso Sept-Fontg, vivendo di elemosine. La sua tenacia fu coronata da una grande gioia: nel monastero fu ammesso a rivestire l'abito dei novizi sotto il nome di Frate Urbano. Nei primi mesi egli godette di una grande serenità di spirito.
Agli occhi dei monaci apparve un novizio perfetto, ma allo spuntare della primavera gli scrupoli cominciarono a turbarlo. Si giudicò indegno dell'assoluzione per difetto di contrizione, e smise di comunicarsi, Non possedeva neppure più la voglia di pregare, di mangiare, di bere e il vomito lo soffocava. Quando si ristabilì dalla febbre l'abate gli disse inesorabile: "Non siete fatto per il nostro monastero: Dio vi vuole altrove". Lo sfortunato aspirante alla vita religiosa rispose con accorata rassegnazione: "Sia fatta la volontà di Dio".
Non sapeva ancora che l'avrebbe scoperta pellegrinando per quindici anni da un santuario all'altro della Francia, dell'Italia, della Germania e della Spagna, mendicando la sua vita a frusto a frusto, scambiato talora per una spia, un ladro, un eretico o per lo meno un ipocrita. Camminava infatti con una fune ai fianchi, una ciotola di legno all'anca, un crocifìsso sul petto, una grossa corona del rosario al collo, un cappellucio a tre corni di feltro nero in capo e a tracolla un sacco dov'erano l’Imitazione di Cristo, il Nuovo Testamento, il Breviario che recitava ogni giorno e il Memoriale di Luigi di Granada. Quando giunse a Chieri, dopo essere passato a Paray-le-Monial e a Dardilly, ospite della famiglia del futuro Santo Curato d'Ars, il 31-8-1770 scrisse ai genitori l'ultima sua lettera: “Ho preso al via di Roma... In Italia vi sono parecchi monasteri dove la vita è molto regolare e austera. Io penso di essere ammesso in qualcuno di questi... Non state in pensiero per me... E' per ordine della Provvidenza di Dio che ho cominciato il viaggio che sto facendo. Abbiate cura della vostra salvezza eterna...".
Lo strano pellegrino fece il suo ingresso a Roma il 3-12-1770 dopo aver venerato, a Loreto, la santa Casa e, ad Assisi, la tomba di S. Francesco. Per tre giorni si fermò nell'ospizio di San Luigi dei Francesi, poi preferì mescolarsi alla folla dei poveri, visitare le basiliche, fare la scala santa in ginocchio e frequentare il Colosseo, dove si formò un giaciglio di paglia alla V Stazione della Via Crucis rappresentante il Cireneo che aiuta Gesù a portare la croce. A chi gli domandava: "Che fate costì?", rispondeva: "Faccio la volontà di Dio". A volte il giaciglio gli sembrava troppo morbido e allora preferiva passare la notte all'addiaccio, sopra un mucchio di pietre. Talora la tentazione lo assaliva con tale violenza da indurlo a rotolarsi per terra, indossare il cilicio o darsi la disciplina. Diceva: "Se una donna posasse su di me la sua mano, raschierei la pelle che ella toccasse".
Il "povero del Colosseo" - così prese a chiamarlo la gente - di giorno andava a pregare nelle chiese, Qualche prete, vedendolo sbrindellato e divorato dagli insetti, non ardiva dargli l'ostia santa. Eppure, quando il celebrante lo comunicava, vedeva sovente cadere sul piattello due lacrime dai suoi occhi. Per il pascolo della sua pietà c'era a Roma per tutto l'anno il pio esercizio delle Quarantore. Prima dell'alba il santo era già in chiesa con gli occhi fissi sull'ostia, le mani incrociate sul petto mentre dal labbro gli sfuggiva un gemito fioco e continuo. Meditava allora di preferenza i misteri della Passione e si sentiva portato alla contemplazione della SS. Trinità, specialmente dopo che ricevette lo scapolare della Fratellanza Trinitaria. A volte irradiava una fiamma viva dai capelli ai piedi. Altre volte restava un quarto d'ora sollevato da terra. D. Gaetano Rogger un giorno di Quarantore lo volle tenere sottocchio. Avendo con meraviglia costatato che, per oltre sei ore, era rimasto inginocchiato alla balaustra immobile come una statua, esclamò: "Se quest'uomo fosse stato prete, sarebbe bastato da solo a tutte le ore di adorazione! Che vergogna per noi sacerdoti che abbiamo tanta pena di passare un'ora davanti a Gesù Sacramentato! E pregando abbiamo bisogno del cuscino per stare più comodi. Ecco qui un povero che c'insegna a pregare!". Ultimo ad uscire, zoppicando per le piaghe alle gambe e ai piedi, mentre il sacrista stava per chiudere, gli si avvicinava per chiedergli il privilegio di passare la notte in chiesa. Quando gli veniva negato trovava la maniera di penetrarvi ugualmente perché Dio gli aveva concesso il dono della bilocazione.
La sua chiesa preferita era Santa Maria dei Monti. Talora vi arrivava che era ancora chiusa. Si inginocchiava allora sugli scalini, col cappello in mano e gli occhi sollevati al cielo. "Come potete resistere a un tenore di vita così scomodo e malsano?" gli domandò un giorno un passante. "Non stareste meglio in un Ordine religioso?". "Se Dio avesse voluto, sospirò Benedetto, Egli avrebbe disposto le cose in un altro modo".
All'ora della refezione egli si metteva alla porta di un convento preoccupato soltanto che qualche altro per colpa sua rimanesse senza minestra. Persino le elemosine che riceveva, quasi gli bruciassero le mani, le donava a coloro che considerava più poveri di lui. I monelli quando lo scorgevano a cercare qualcosa da mangiare tra la spazzatura, lo assalivano con una fitta sassaiola. Una volta aveva reagito contro alcuni di loro perché bestemmiavano sull'arena dei martiri. Inferociti, essi presero a scagliargli contro quanto capitava loro tra mano. Alla donna sopraggiunta a disperdere quelle canaglie, disse: "Lasciateli stare. Se anche voi sapeste chi sono io, fareste altrettanto contro di me".
Da Roma, Benedetto partiva alla chetichella e tornava sempre a piedi. Sua meta preferita, per undici volte, fu Loreto da dove si dirigeva ora al sud, fino a S. Michele al Gargano, a S. Nicola di Bari, al santuario di Valverde presso Catania; ora al nord, fino a Fabriano, per venerare le reliquie di S. Romualdo, alla Verna, a Camaldoli, a Einsiedein nella Svizzera. Passando e ripassando per le medesime strade sovente gli avveniva di dover fare da procaccia a preti, frati e monache. Negli ospizi non cercava mai alloggio per non udire le bestemmie che vi si pronunciavano. Quando compariva sfinito in qualche convento dov'era poco conosciuto, udiva sovente le suore sospirare impietosite: "Povero disgraziato!". Egli se ne risentiva. "Perché disgraziato? - diceva. Ma disgraziati sono quelli dell'Inferno che hanno perduto Dio per sempre!".
Benedetto come non aveva una dimora fissa così non aveva un confessore stabile. A Loreto si confessava dal penitenziere francese, il P. Tempio, che lo aiutò a vincere gli scrupoli d'indegnità e d'ingratitudine che lo trattenevano dalla comunione. D. Gaspare Valeri, sacrista della basilica, gli propose di restare sempre a Loreto a servire le Messe, gli promise persino di facilitargli l'ingresso tra i camaldolesi di Monte Cònaro, ma Benedetto gli rispose, dopo aver a lungo pregato: "Dio non mi vuole per la via che mi proponete". Una volta il suo confessore gli disse: "Io penso che fareste meglio ad applicarvi a qualche mestiere. Voi siete cagione che si offenda Dio: tutti dicono che mendicate per oziosaggine". "Padre mio, gli rispose il santo, è volere di Dio che io vada mendicando. Alzate la cortina del confessionale e vedrete". In quell'istante una misteriosa luce rischiarò tutta la cappella. Il "povero delle Quarantore" continuò a pellegrinare ai santuari più famosi d'Europa, arricchito del dono della profezia e dei miracoli.
Negli ultimi anni di vita da Roma non si mosse più. Di notte si raccoglieva a dormire, vestito, nell'Ospizio di San Martino dei Monti. Le privazioni, le penitenze e la febbre continua lo avevano ormai prostrato. Nei giorni successivi fu visto tracannare aceto. A chi gli diceva: "Che fate? Vi farà male!" egli rispondeva: "C'è qualcuno che ne ha bevuto più di me, in questa settimana, e che ha sofferto più di me per amore degli uomini!". Il mercoledì santo, dopo aver ascoltato due Messe, si sentì mancare sulla porta di Santa Maria dei Monti. Il macellaio Francesco Zaccarelli, suo amico, lo portò a casa sua, in Via dei Serpenti, dove la sera stessa morì. Era il 16-4-1783. I suoi funerali furono un trionfo come quelli di S. Filippo Neri. Fu seppellito in Santa Maria dei Monti. A settanta giorni dalla morte sulla sua tomba si erano già verificate 36 guarigioni miracolose.
Pio IX lo beatificò il 20-9-1859 e Leone XIII lo canonizzò P8-12-1881.
Categoria: Vite di Santi.
Sac. Guido Pettinati SSP,
I Santi canonizzati del giorno, vol. 4, Udine: ed. Segno, 1991, pp. 205-210.
http://www.edizionisegno.it/
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