SS. PERPETUA E FELICITA (+202)

Vite di Santi, Beati, Venerabili...

Vibia Perpetua, nobildonna di ventidue anni con un figlio lattante, e Felicita, schiava, in stato di avanzata gravidanza, mentre si preparavano a ricevere il battesimo, furono arrestate a Thuburbo minus insieme con Revocato, Saturnino e Secondulo…La vigilia del supplizio ai condannati alle belve fu preparato un lautissimo banchetto in pubblico secondo la consuetudine. Al popolo, accorso curioso a vedere, essi parlarono con la solita franchezza, minacciando il giudizio di Dio, dicendosi felici di essere destinati al martirio. Di fronte a tanta fortezza d’animo numerose persone si convertirono. Quando giunse il giorno della festa si recarono all’anfiteatro trepidanti non di timore, ma di gioia. Perpetua entrò nell’arena cantando a gran voce un salmo, Revocato, Saturnino e Saturo rivolgendo pacate parole di ammonimento alla folla.

Il martirio di Felicita e Perpetua avvenne il 7-3-202
nell’arena di Cartagine, mentre reggeva la provincia proconsolare d’Africa il
procuratore Ilariano, per la morte del proconsole Minucio Timiniano, durante la
persecuzione scatenata da Settimio Severo. Portato al trono da una rivolta
militare, quest’imperatore africano, dopo una breve conciliazione di
convenienza con il Senato, cominciò ad agire indipendentemente, mostrandosi
tollerante con i cristiani. Tuttavia, nuove sommosse giudaiche e la crescente
penetrazione dei cristiani nei ceti più elevati, lo indussero, nel 201, a
vietare il formale passaggio al giudaismo mediante la circoncisione e, l’anno
successivo, il passaggio al cristianesimo, di modo che la persecuzione venne a
colpire in primo luogo i neobattezzati ed i catecumeni.
 Difatti, mentre Vibia Perpetua, nobildonna di ventidue
anni con un figlio lattante, e Felicita, schiava, in stato di avanzata
gravidanza, si preparavano a ricevere il battesimo, furono arrestate a Thuburbo
minus
insieme con Revocato, Saturnino e Secondulo. Qualche giorno dopo si
associò ad essi anche Saturo, assente da quella località al momento del loro
arresto. Egli si era volontariamente presentato alle autorità per condividere
la felice sorte di coloro che aveva catechizzato. Il suo racconto e quello di
Perpetua furono combinati insieme e inseriti tra un prologo (c. 1) e la
descrizione finale della loro morte (capp. 14-21), forse dal contemporaneo
Tertulliano. Questa Passione è stata sempre considerata una perla tra gli atti
dei martiri, molto importante per conoscere le idee dei primi cristiani sul
martirio.
 I cinque catecumeni ricevettero il battesimo mentre si
trovavano ancora in custodia privata. In quel tempo Perpetua subì il primo
assalto da parte del padre, l’unico membro della famiglia rimasto pagano.
Vedendo che la figlia non consentiva ad apostatare, le si scagliò contro, quasi
volesse strapparle gli occhi. Quando, insieme con gli altri, ella fu trasferita
nel carcere fetido e afoso, due diaconi versarono del denaro alle guardie e le
ottennero di trascorrere alcune ore del giorno nella parte più comoda della
prigione, di ricevere le visite della madre e di trattenere con sé il bambino,
ancora bisognoso del latte materno. Un giorno suo fratello catecumeno le disse:
“Ormai sei salita ad un tale grado di dignità da poter chiedere a Dio che
ti faccia sapere se saremo martirizzati o rimessi in libertà”. La sorella
annotò: “Io, che già sapevo di aver rivelazioni da Dio per gl’insigni
favori da Lui ricevuti, piena di fede glielo promisi, dicendo: “Domani ti
risponderò”.
 La santa, rapita in estasi, vide una lunghissima e angusta
scala sospesa nel vuoto, custodita da un enorme dragone sdraiato ai suoi piedi
e cosparsa di ogni specie di armi che ne ostacolavano l’ascesa. Perpetua, col
nome di Gesù sulle labbra, riuscì a calcare il dragone e a salire quella scala,
che l’immise in un grandissimo giardino. Un uomo, dalla capigliatura candida,
in veste da pastore, stava mungendo le pecore. “Benvenuta, figlia
mia” le disse guardandola. Poi le offerse un po’ di panna rappresa di quel
latte che stava mungendo. Perpetua la ricevette a mani giunte, la trangugiò e
le persone, vestite di bianco, che attorniavano il pastore, esclamarono:
“Amen!” Al suono di quella voce si destò con ancora in bocca un non
so che di dolce. Avendo compreso di essere destinata al martirio, cominciò a
distaccare il cuore dai beni di questa terra.
 Pochi giorni dopo, essendosi sparsa la voce che sarebbero
comparsi in tribunale, dalla città arrivò il padre di Perpetua a supplicarla:
“Abbi un po’ di pietà per i miei capelli bianchi! Guarda tua zia! Guarda
tua madre! Guarda tuo figlio! Abbandona questo tuo pazzo proposito!”. E le
baciava le mani e, piangendo, la chiamava non figlia, signora. Perpetua cercò
di consolarlo dicendo: “Quando sarò portata su quel palco si farà la
volontà del Signore, sappi, infatti, che non siamo più noi i padroni della
nostra vita, ma Dio stesso”.
 Un giorno, all’ora del pranzo, furono improvvisamente
condotti via per essere interrogati dal magistrato. Al foro accorse una
innumerevole folla. Nel momento in cui Perpetua stava per confessare la sua
fede sul palco, giunse suo padre a supplicarla, tenendo in braccio il figlio di
lei: “Abbi pietà di questo bambino!” Anche il procuratore Ilariano la
esortò ad avere compassione e del padre e del frutto del suo seno, offrendo un
sacrificio per la salute degli imperatori”. “Non lo faccio – rispose
irremovibile Perpetua – Sono cristiana!”. Il padre le stava dappresso per
farla rinnegare, ma Ilariano lo fece cacciare a bastonate e condannò i
cristiani ad essere sbranati dalle fiere. In attesa degli spettacoli che
sarebbero stati dati per celebrare l’anniversario del Cesare, Publio Settimio
Geta, i cristiani furono ricondotti nel loro fetido carcere. Perpetua ebbe
allora altre visioni da cui capì che suo fratello Dinocrate, morto a sette anni
d’un cancro alla faccia, in virtù delle sue preghiere, aveva raggiunta la
felicità del ciclo, dopo aver tanto patito il caldo e la sete.
 Pochi giorni prima dello spettacolo, i martiri furono
trasferiti nel carcere castrense, dove Perpetua fu ancora una volta esortata ad
apostatare dal padre che prese a strapparsi la barba e a gettarsi ai suoi
piedi. L’invitta matrona ebbe un’ultima visione che le diede la certezza della
sua prossima vittoria finale. Il demonio le era apparso sotto le apparenze di
un egiziano dal ceffo orribile, ma i santi angeli l’aiutarono a vincerlo nella
lotta.
 Anche Felicita ricevette in carcere una grazia insigne.
Ella era incinta di otto mesi e temeva che, nell’imminente giorno dello
spettacolo, le fosse procrastinata la condanna, in conformità alla legge che
vietava di mandare al supplizio, nell’arena, le gestanti. Le dispiaceva di
dover versare il suo sangue innocente in compagnia di volgari delinquenti.
Anche i suoi compagni di martirio ne erano afflitti, motivo per cui, tre giorni
prima dello spettacolo, con sospiri e gemiti, pregarono unanimi il Signore.
Appena terminarono l’orazione, Felicita fu presa da vivissime doglie di parto.
Un carceriere l’apostrofò: “O tu che soffri così duramente, che cosa farai
sotto i morsi delle belve, che pure dimostri di disprezzare, ricusando di
sacrificare agli idoli?” Gli rispose fidente la martire: “Ora sono
sola a sopportare questi strazianti dolori; là, invece, ci sarà un altro con me
che mi aiuterà a soffrire, poiché anch’io sono disposta a soffrire per
lui”. Una cristiana si prese cura della bambina che diede alla luce.
 La vigilia del supplizio ai condannati alle belve fu
preparato un lautissimo banchetto in pubblico secondo la consuetudine.

 Al popolo, accorso curioso a vedere, essi parlarono con la
solita franchezza, minacciando il giudizio di Dio, dicendosi felici di essere
destinati al martirio. Di fronte a tanta fortezza d’animo numerose persone si
convertirono. Quando giunse il giorno della festa si recarono all’anfiteatro
trepidanti non di timore, ma di gioia. Perpetua entrò nell’arena cantando a
gran voce un salmo, Revocato, Saturnino e Saturo rivolgendo pacate parole di
ammonimento alla folla. Con loro grande consolazione furono, a più riprese,
frustati dai carnefici disposti in fila, armati di cinghiette di cuoio a foggia
di staffile. Gli uomini, legati a un palo issato su di un rialzo a mo’ di
palco, furono esposti ai morsi di un leopardo e di un orso; le donne alle
cornate di una furiosissima mucca. La prima ad essere afferrata e straziata fu
Perpetua che ricadde supina. Ma essa, raddrizzatasi sul busto, si ricoperse con
la tunica il femore, più sollecita del suo pudore che del suo dolore. Indi,
raccolte le forcelle, si appuntò i capelli arruffati e scomposti. Infatti, non
conveniva ad un martire, affrontare la morte con i capelli sparsi, così da
sembrare in lutto pur tra la sua gloria. Si alzò allora e aiutò Felicita a fare
altrettanto. Ambedue, sorreggendosi a vicenda, rimasero in piedi finché, sbollita
l’ira della folla, furono condotte con gli altri nel luogo destinato al colpo
di grazia.
 I martiri vollero porre fine alla loro vita scambiandosi
il bacio di pace. A Perpetua, però, era riservato ancora un atroce tormento.
Difatti, il ferro, mal guidato, s’impigliò fra le vertebre della sua gola
facendole emettere un forte gemito. La fortissima donna guidò allora l’incerta
mano dell’inetto gladiatore attraverso le sue carni. Sulla tomba di quel
glorioso gruppo di eroi fu elevata la “basilica Maiorum” nella quale
S. Agostino, vescovo d’Ippona, tenne molte omelie al popolo. Perpetua e
Felicita furono ricordate anche a Roma nella Depositio Martyrum al 7
marzo e i loro nomi vennero inseriti nel canone della Messa.
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Sac. Guido Pettinati SSP,

I Santi canonizzati del
giorno
, vol. 3, Udine: ed. Segno,
1991, pp. 89-92.

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