S. PELLEGRINO LAZIOSI (1265-1345)

(…) ogni giorno celebrò la Messa con somma devozione. Aveva un così alto concetto della purezza con cui il sacerdote deve trattare i divini misteri che, nonostante l\’intemerità della sua vita, non osava accedere all\’altare senza essersi prima purificato nel tribunale della penitenza. Iddio gli aveva concesso il dono delle lacrime, ed egli se ne serviva sovente per piangere i peccati propri e quelli degli altri.

Nel libro degli Atti degli Apostoli leggiamo che i Discepoli del Signore, dopo i maltrattamenti subiti da parte del Sinedrio per avere predicato che Gesù era il Messia promesso, se ne andarono "giulivi per essere stati ritenuti degni di subire oltraggi a causa di quel nome" (5,41). La stessa persecuzione ebbe a soffrire S. Filippo Benizi il giorno in cui, da Martino IV, ricevette il compito di recarsi a predicare la pace a Forlì; la stessa consolazione provò egli nel soffrire affronti per amore della giustizia; gli stessi buoni effetti ottenne egli con la sua coraggiosa esposizione dei principi evangelici.
Forlì, potente città guelfa, nel 1282 era in aperta rivolta contro la Santa Sede. Non riuscendo a sottometterla con le armi, Martino IV fulminò la scomunica a Guido di Montefeltro, capo ghibellino della Romagna, e interdisse Forlì col suo podestà e i suoi consiglieri. Non essendo neppure così riuscito ad ottenere alcun buon effetto, confidò nella predicazione di S. Filippo Benizi che possedeva l\’arte di piegare anche i cuori più induriti.
Benché prevedesse quanto difficile fosse la sua missione in mezzo ad una popolazione resa arrogante da recenti, clamorose vittorie, egli ubbidì.
Commentando il salmo 99 che comincia così: "Jahve regna; tremano i popoli! Si asside sui cherubini; sussulta il mondo!", il santo rimproverò, con la libertà propria dei figli di Dio, ai forlivesi la loro ostinata ribellione alla Santa Sede e li esortò a deporre l\’odio che divide e semina rovine. La moltitudine in principio lo ascoltò in silenzio, poi una banda di facinorosi ghibellini cominciò a burlarsi di lui, a interromperlo nel suo dire e infine a percuoterlo con pugni e bastoni mentre lo trascinavano fuori della città.
Tra i giovinastri si distinse per le inscienze Pellegrino Laziosi, figlio di Berengario, uno dei più accesi cittadini di Forlì, partigiani di Guido di Montefeltro. S. Filippo non oppose loro resistenza alcuna disposto com\’era, per il nome di Gesù e la salvezza delle anime, a dare anche la vita. Pregava perciò come il martire del Golgota in croce e S. Stefano sotto il grandinare dei sassi; "Padre, non imputare loro questo peccato; non sanno quello che fanno". Una speciale preghiera egli dovette fare per Pellegrino che più degli altri aveva infierito contro di lui percuotendolo sul viso. La sua orazione fu esaudita. Il feroce ghibellino infatti si sentì ad un tratto trasformato. Dapprima concepì vergogna di sé per avere osato percuotere un santo religioso, colpevole soltanto di predicare la pace e l\’amore, poi sentì così vivo il rimorso dei propri peccati che non poté frenare il pianto.
S. Filippo era già in cammino verso Cesena quando, all\’improvviso, udì alle sue spalle un rumore di passi e una voce lamentevole che lo chiamava per nome. Si voltò e, con sua grande sorpresa, riconobbe in colui che gli correva dietro il giovane che più degli altri lo aveva oltraggiato. Poiché il rimorso non gli dava pace, Pellegrino si era deciso a raggiungere il santo per chiedergli in ginocchio perdono del suo misfatto. Filippo lo abbracciò come se fosse stato suo padre, lo consolò come se fosse stato suo figlio e lo esortò a mutare vita, ad evitare le fazioni, a nutrire una sincera devozione alla Vergine Addolorata. Le parole del santo scesero come un balsamo nel cuore di Pellegrino il quale ritornò a Forlì deciso a mettere in pratica quei saggi suggerimenti. Diede l\’addio alle turbolenti brigate, si disinteressò delle agitazioni sociali e di continuo implorò da Dio il perdono delle colpe commesse passando lunghe ore davanti all\’altare, confessandosi e comunicandosi di frequente.
Non mancarono al convertito i motteggi, i sarcasmi degli antichi cattivi compagni che lo trattavano da bizzocco, da vile, da stolto, ma egli, nonostante le interne ribellioni della natura, perseverò nelle risoluzioni prese. Anziché lasciarsi intimidire, si fece egli stesso apostolo ricordando ai conoscenti le verità eterne. Diversi antichi compagni risolvettero d\’imitarlo conducendo come lui una vita più pia e più pura. E\’ tradizione che un giorno, mentre Pellegrino se ne stava assorto in preghiera nel duomo di Forlì, la Madonna gli sia apparsa per raccomandargli di abbandonare il mondo e farsi Servita. Con nell\’animo ancora vivo il ricordo delle sagge raccomandazioni ricevute da Filippo Benizi, quinto Priore generale dei Servi di Maria, egli si recò a piedi a Siena per chiedergli che lo ammettesse nel suo Ordine. Filippo fu lieto di costatare la stupenda trasformazione operata dalla grazia in quell\’anima e, ai religiosi convocati per trattare della ammissione di lui in religione, ricordò in quali turbolenti circostanze egli si era deciso di darsi a Dio. Pellegrino ricevette l\’abito religioso dalle mani di S. Filippo nel Natale del 1283.
Il giovane non deluse le speranze che i Serviti riposero in lui. Adempiendo con scrupolosa fedeltà i consigli che il Priore generale gli dava, fece passi da gigante nella via della perfezione. Amante della riservatezza e del silenzio, viveva immerso nella considerazione del proprio nulla; meditava costantemente la legge del Signore; studiava i santi Padri e la Sacra Scrittura per prepararsi convenientemente all\’ordinazione sacerdotale; passava giorno e notte lunghe ore in adorazione. Ignoriamo quando sia salito per la prima volta all\’altare. E certo però che ogni giorno celebrò la Messa con somma devozione. Aveva un così alto concetto della purezza con cui il sacerdote deve trattare i divini misteri che, nonostante l\’intemerità della sua vita, non osava accedere all\’altare senza essersi prima purificato nel tribunale della penitenza. Iddio gli aveva concesso il dono delle lacrime, ed egli se ne serviva sovente per piangere i peccati propri e quelli degli altri.
A trent\’anni Pellegrino fu rimandato dai superiori alla sua città natale nella quale passò il resto della vita nell\’esercizio del sacro ministero della predicazione e delle confessioni, nell\’assistenza ai malati e nel soccorso ai poveri. Nel contemplare Gesù morto in croce e ai suoi piedi l\’afflittissima sua Madre, nel considerare a quale prezzo le anime erano state riscattate, comprendeva con quale zelo si dovesse dedicare alla loro salvezza. Egli ricondusse così tanti forlivesi sulla via del bene. Iddio benedisse talmente le sue fatiche che un giorno gli concesse di convertire una banda di quaranta ladroni. Negli ospedali lo si vedeva di frequente al capezzale dei malati e dei morenti. Diversi ne guarì con un segno di croce o una preghiera. Per i poveri aveva viscere di misericordia. Si sentiva come morire dal dolore quando non poteva soccorrerli. Più volte per essi moltiplicò il pane e il vino.
Pellegrino si mostrò ammirabile soprattutto nell\’esercizio della penitenza tanto da muovere a compassione gli stessi suoi confratelli. Le sue astinenze e i suoi digiuni erano di una asprezza incredibile. Ogni notte si flagellava a sangue. Quando, vinto dal sonno, era costretto a prendere un po\’ di riposo, si coricava per terra o si limitava ad appoggiarsi per qualche ora con la schiena al muro della cella. Per circa trent\’anni, sia in coro che in refettorio, non fu mai visto stare seduto. Egli pregava o consumava la sua scarsa refezione stando in piedi ovvero in ginocchio. Egli si abbandonava a tali austerità per il bisogno che sentiva di espiare i propri peccati e quelli della povera umanità, a imitazione della Passione di Gesù e dei dolori di Maria SS.
Non passava giorno che Pellegrino non chiedesse a Gesù crocifisso di farlo soffrire di più. Fu esaudito perché un\’orribile piaga gli si formò in una gamba e mandò un odore così nauseabondo che nessuno riusciva a stargli vicino. Il santo sopportò con inalterabile pazienza gli atroci dolori che gli cagionava, spiacente soltanto di essere di aggravio ai confratelli. Tanti amici e penitenti andavano per consolarlo e ne ritornavano consolati. I forlivesi dicevano, edificati, che egli era un nuovo Giobbe.
A poco a poco la piaga si trasformò in cancrena e il medico che lo curava, un infausto giorno, gli comunicò che occorreva amputare la gamba per impedire che l\’infezione si propagasse a tutto il corpo. A quella decisione Pellegrino non si rattristò, conformato com\’era sempre alla volontà di Dio. Si afflisse soltanto un po\’ al pensiero che, perdendo quell\’arto, non avrebbe più avuto occasione di patire e non avrebbe più potuto faticare per i peccatori, i malati e i poveri. Fidente nel Signore, la notte precedente l\’operazione, mentre tutti dormivano, sì trascinò nella sala capitolare, si prostrò davanti al crocifisso e pregò a lungo per chiedergli la grazia di compiere fino all\’ultimo la sua volontà. Il sonno lo vinse prima che riuscisse a terminare l\’orazione, e in sogno gli parve di vedere il Signore distaccarsi dalla croce, stendere la mano verso di lui e toccargli la gamba malata. In quel momento si destò e, con sorpresa, notò che la gamba non gli doleva più. Guardarla e gettare un grido di riconoscenza fu una cosa sola. Era stato perfettamente risanato.
La fama del miracolo si sparse il giorno dopo come il baleno nel convento e per tutta la città di Forlì. Dopo d\’allora ogni volta che Pellegrino usciva per visitare i malati o soccorrere i poveri, i genitori, al vederlo, lo additavano con ammirazione ai figli esclamando: "Ecco il santo! Ecco il santo!".
Dopo sessantadue anni di continua immolazione di sé, di preghiere, di opere buone, Pellegrino morì a Forlì il 1-5-1345. Da poco tempo in Francia era scoppiata la guerra dei Cent\’Anni. E tradizione dei Serviti che la SS. Vergine, fedele alla promessa che gli aveva fatto, in punto di morte gli sia apparsa in compagnia di S. Filippo Benizi (+1285), suo primo maestro nella vita spirituale, e del B. Francesco Patrizi (+1328), con il quale era vissuto diverso tempo a Siena. Ai suoi funerali alcuni malati ricuperarono la salute. Il corpo del santo è venerato mummificato nella chiesa dei Servi di Maria in Forlì.
Clemente XI ne confermò il culto l\’11-9-1702 e Benedetto XIII lo canonizzò il 27-12-1726.
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Sac. Guido Pettinati SSP,
I Santi canonizzati del giorno, vol. 5, Udine: ed. Segno, 1991, pp. 11-14.
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