S. PAOLA FRASSINETTI (1809-1882)

Vite di Santi, Beati, Venerabili...

Il 12 agosto 1834, nella chiesa di Santa Chiara in Albaro (Genova), nasce una comunità di future suore educatrici per la formazione cristiana della gioventù femminile. Saranno le Figlie della Santa Fede, poi Suore di Santa Dorotea. La fondatrice è Paola Frassinetti, 25 anni. La giovane, rimasta orfana di madre a 9 anni, ha dovuto badare al padre e a 4 fratelli. Nel 1841 va a Roma, dove fonda, nel 1842, la prima scuola a Santa Maria Maggiore. Diverrà sede dell\’istituto il "conservatorio" (riformatorio femminile) presso Sant\’Onofrio al Gianicolo, ove morrà nel 1882. Le case delle Figlie di Santa Dorotea nei vari Paesi diventeranno novanta nel XX secolo. Nel 1984, Paola Frassinetti è stata proclamata santa da Giovanni Paolo II.

La fondatrice delle Suore di S. Dorotea è nata a Genova il 3-3-1809, terzogenita dei 7 figli, 4 dei quali divennero sacerdoti, che Giovambattista, modesto commerciante di stoffe, ebbe da Angela Viale. Al fonte battesimale le fu imposto il nome di Paola. I primi rudimenti delle lettere la Santa non li apprese a scuola, che non frequentò, ma dai genitori e dal fratello maggiore, il venerabile Giuseppe (+1868), più tardi zelante parroco, fecondo scrittore e fondatore dei Figli di Santa Maria Immacolata. Poiché la piccina cresceva gracile di corpo e timida di animo, i genitori la condussero con sé al santuario della Madonnetta, sull\’altura di Carbonara, per affidarla alla protezione della Vergine SS. A 12 anni, rimasta orfana di madre, Paola dovette assumersi la cura della casa. Il disbrigo delle faccende domestiche non le impediva però di recarsi tutti i giorni in chiesa per ascoltare la Messa e fare la comunione, e di digiunare tutti i sabati e la vigilia dell\’Immacolata.
A vent\’anni la Santa si affievolì nel fisico. Allora il padre le permise di andare ad aiutare il fratello Giuseppe, che da poco era stato eletto parroco di Quinto a Mare (1830), affinchè si rimettesse in salute. Sotto la direzione di lui aprì in canonica una scuoletta per insegnare alle fanciulle il catechismo, un po\’ di lettura ed i lavori femminili. Senza accorgersene, su di esse esercitò subito, con la sua bontà, un fascino irresistibile. La domenica le radunava nell\’oratorio di San Pantaleo, e poi le conduceva su per i boschi per parlare loro di Dio, per cantare e leggere qualche libro di Sant\’Alfonso de\’ Liguori. Chi si affezionò di più alla Frassinetti fu Marianna Danero che condivise l\’idea e il desiderio di lei, approvato dal fratello, di istituire una congregazione religiosa per l\’educazione e l\’istruzione della gioventù, giacché non disponevano della dote necessaria per entrare in convento.
Le aspiranti furono sottoposte ad un anno di prova. Sei soltanto perseverarono ed iniziarono la vita in comune il 12-8-1834 in una casetta, presa in affitto da Don Giuseppe, dopo la Messa che ascoltarono e la comunione che fecero nella chiesa di Santa Chiara in San Martino di Albaro, durante la quale la santa e la Danero fecero il voto di verginità.
Il regolamento provvisorio, steso da Don Giuseppe, fu approvato dal P. Antonio Bresciani, superiore del collegio dei Gesuiti di Sant\’Ambrogio e sostenitore dell\’Opera.
Nella primavera del 1835 capitò a Genova Don Luca dei Conti Passi, fondatore dell\’Opera di Santa Dorotea, con lo scopo di formare e correggere le giovani sotto la guida di sorveglianti capaci e del proprio parroco.
Per assicurarne l\’esistenza, volle affidare l\’opera alla santa la quale, quasi per impegnarvi la sua Istituzione per sempre, volle chiamare le sue religiose con il nome di Suore di Santa Dorotea, anziché con il titolo originario di Figlie della Santa Fede. Con l\’aiuto delle prime compagne, nel 1835 le fu possibile assumere la direzione della scuola avviata nel sestriere di San Teodoro dal sacerdote Luigi Sfuria, grande benefattore della congregazione nascente. La casina di Quinto si dovette chiudere per l\’opposizione del padre che non riusciva a capacitarsi di vedere la figlia condurre una vita tanto stentata. Le fu così possibile eliminare quelle giovani che non erano adatte alla vita religiosa, e che costituivano oggetto di ammirazione da parte del popolo.
Vinta in seguito la resistenza del padre, la Frassinetti riunì le giovani migliori a San Teodoro dove aprì, con l\’aiuto di Don Sturla, un convitto per fanciulle povere, raccolte dalla strada dalle "Signore della Misericordia". La famiglia crebbe ancora.
Nel 1836 fu necessario il trasferimento alla Montagnola dei Servi dove, nel 1837, fu eretto il noviziato e, nella quaresima del 1838, con la licenza dell\’arcivescovo di Genova, il cardinale Placido Tadini, le prime aspiranti ricevettero l\’abito dalle mani del conte Don Luca Passi (+1866). Paola emise qui, nel 1839, con le prime compagne, i voti religiosi ai quali aggiunse anche quello di propagare l\’opera di Santa Dorotea. Il P. Firmino Costa, gesuita, che la Provvidenza sembrava avere chiamato apposta dalla Spagna, le diresse, le capì e le aiutò a darsi una forma di vita religiosa. Benedetto da Dio, l\’istituto continuò a svilupparsi. Nel 1840 la santa dovette traslocare la congregazione nel palazzo Morando. Nel 1841 le fu possibile stabilirla a Roma in un povero appartamento messole a disposizione dalla generosità di Mons. Giovanni Teloni, nei pressi della basilica dei dodici Apostoli.
Con la benedizione di Gregorio XVI (11846), la santa si diede subito a propagare l\’opera di Santa Dorotea nelle parrocchie romane, e a fare scuola a qualche fanciulla, tra mille privazioni e sofferenze. Da Genova, ogni tanto, le giungeva qualche suora con cui le fu possibile aprire nei pressi di Santa Maria Maggiore il noviziato, un convitto per le giovani di civile condizione e una scuola gratuita per quelle povere. Le fu pure possibile recarsi a Macerata per assumere la direzione delle scuole municipali che il vescovo, zio di Mons. Teloni, le aveva messo a disposizione.
Il grande talento organizzativo della Frassinetti fu apprezzato molto da Gregorio XVI. Difatti, nel 1844, volle affidarle la direzione del Conservatorio di Santa Maria del Rifugio, presso Sant\’Onofrio, dove regnava un indescrivibile disordine disciplinare e morale. La santa accettò l\’ingrato compito, trasformò l\’ambiente in un collegio per giovanotte di civile condizione e, nel 1845, vi trasferì il noviziato. Incoraggiato dai buoni successi, il cardinale Vicario Costantino Patrizi, nel 1861, le affidò anche la riforma del Conservatorio della Divina Provvidenza in Via Pipetta e nel 1870 quello dell\’Addolorata.
Quando fu eletto papa Pio IX, Madre Paola si adoperò molto, insieme ai Gesuiti, perché fossero approvate le costituzioni della sua famiglia religiosa. Per i gravi rivolgimenti politici e per un certo attaccamento a vedute sue troppo personali – tra l\’altro avrebbe desiderato che la superiora generale rimanesse in carica a vita – le fu possibile ottenere, soltanto nel 1860, una prima approvazione per le case aperte nello Stato Pontificio. Ciononostante la congregazione non cessò di espandersi e consolidarsi a Bologna nel 1852; a Recife (Brasile) nel 1866, in seguito alla richiesta del vescovo di Olinda, Emanuele de Madeiros e, 5 mesi dopo, a Lisbona (Portogallo), per interessamento del P. Fulconis, gesuita. Donna prudente ed equilibrata, la Frassinetti diede anche prova di grande sangue freddo durante la proclamazione della repubblica romana e la fuga di Pio IX a Gaeta (1849).
Rimasta sola e senza appoggio nella difesa della sua comunità, l\’animò sospirando: "Coraggio e fiducia in Dio, è tanto buono il Signore!". Le congregazioni religiose corsero serio pericolo di essere disperse. Tre delegati dei triumviri Giuseppe Mazzini, Carlo Armellini e Aurelio Saffi, si presentarono un giorno a Sant\’Onofrio per dichiarare alle suore che erano sciolte dai voti. Nessuna di esse si scompose. I delegati se ne andarono bofonchiando: "È inutile, queste donne hanno bevuto il sangue dei gesuiti". Durante la lotta tra garibaldini e francesi, per il possesso di Roma, le Suore di Santa Dorotea per un mese vissero al rombo del cannone. La fondatrice si limitò a esporre, in parlatorio e ad affiggere, alla porta d\’ingresso dell\’Istituto, l\’immagine di San Giuseppe pregandolo che proteggesse le sue suore. Ad eccezione di molta paura non subirono alcun danno, pur trovandosi al centro dei combattimenti.
Caratteristiche della vita della santa furono una purezza illibata, l\’orrore del peccato e la custodia del cuore. Agiva sempre con retta intenzione. Diceva alle sue religiose: "Cerchiamo il regno di Dio, la sua giustizia e la sua gloria; tutto il resto non vale niente". Consapevole di quanto complesso fosse l\’animo femminile, raccomandava alle sue figlie: "Non abbiate altra mira che Dio e sarete semplici". Ci teneva assai che osservassero le costituzioni. Asseriva: "Mi dispiace più una mancanza di Regola avvertita, che tutti i mali del mondo". Per chi confessava spontaneamente le proprie colpe, si mostrava piena di compassione. "Ebbene, che c\’è?… Una nuova mancanza?… E un frutto del nostro orto. E ve ne meravigliate?". E soggiungeva: "Coraggio e incominciamo da capo. Ci vuole tanto bene il Signore".
Dalla bocca di Madre Paola non uscì mai una parola di recriminazione verso il prossimo. Per questo poche fondatrici furono amate quanto lei dalle proprie suddite. Le stava molto a cuore che le sue religiose formassero una cosa sola. In occasione degli auguri natalizi scrisse alle suore di una casa: "Prego Gesù Bambino che vi riceva tutte nel suo santissimo cuore, e che, di tanti cuori quante siete costì, ne formi uno solo, solo, solo. Se il Signore mi farà questa grazia, io mi reputerò la persona più felice della terra". Un\’altra volta scrisse: "Dio vi conservi nel suo santo amore e ve l\’aumenti di giorno in giorno, di momento in momento, tanto che possiate mettere fuoco ovunque andiate. Accendete tutti del santo amore, accendete tutti quanti vi avvicinano. Oh! mie care, quanto è poco amato Gesù! Dio vi benedica tutte con la destra e con la sinistra, e vi tenga sempre strette al suo seno".
Alle sue figlie insegnava che "la perfezione di una Suora Dorotea dev\’essere soprattutto interna. Di cento gradi di virtù, cinque devono apparire al di fuori per edificare il prossimo, novantacinque devono conoscersi da Dio solo". Il suo motto era: "Volontà di Dio, tu sei il Paradiso mio". Sue frasi abituali erano: "Dall\’andamento delle cose conosceremo la volontà di Dio, unica gemma che andiamo cercando". "Dio vuole la nostra volontà, e della nostra sensibilità non sa che farne. La nostra santificazione dipende dal fare la santissima volontà di Dio". "A chi ha Dio nulla manca… Con Dio non saremo mai né povere, né sole, né abbandonate, perché Dio è tutto! Avvezziamoci a vivere alla giornata pensando solo a compiere di giorno in giorno i nostri doveri, e lasciamo di tutto il resto il pensiero a Dio".
La Frassinetti voleva che le Dorotee avessero la massima cura delle alunne. "Dovete essere degli angeli visibili delle vostre allievo, ma angeli con gli occhi ben aperti, a cui nulla sfugge di ciò che fanno e dicono le bambine; angeli che le custodiscono con vigilanza, non meno che con prudente e amorevole disinvoltura". Perché l\’educazione loro impartita non risultasse vana, raccomandava di "rammentare sovente alle alunne che l\’abnegazione di sé e della propria volontà sono la base della vita cristiana".
È incredibile la sete che, nella sua vita, S. Paola sperimentò per la sofferenza. Ebbe a dire di sé stessa che "si era piantata la croce in mezzo al cuore e che l\’avrebbe custodita come fece colui che vi morì sopra per suo amore". La croce non le venne meno mai. Anziché affliggersene, ne gioiva. "Oh la bella pace che gode il cuore che è vuoto di sé e solo posseduto dall\’amore di Dio! Per esso non vi sono più croci e, se prova pena, è solo per non vedersi più umiliato, disprezzato, tribolato, come vorrebbe, per più rassomigliarsi al suo Gesù crocifisso". Per questo scriverà al fratello Don Giuseppe: "Prega il Signore che mi perdoni e mi dia qualunque castigo, ma non mai quello di alleggerirmi la croce". Con l\’età crebbe in lei l\’ardore del patire. Fu udita esclamare con le grandi mistiche: "Patire, patire e in cambio del patire nuovo patire".
Lo stesso amore alla croce comunicò alle sue religiose. "Avanti, avanti allegre, dietro a Gesù per la via del Calvario… Voi amate tanto Gesù, e siccome non si può amare Gesù se non si ama insieme la sua croce, amate il patire e tenetevi care, come preziosi tesori, tutte le occasioni che Dio vi manda di potere patire qualche cosa e sacrificate volentieri voi stesse per Lui, in vantaggio del prossimo, per amore suo". "Fra le croci, che consolazione poter dire: ho salvato un\’anima". "Se il Signore vi fa tanto patire, vi da il segno più sicuro che vi ama tanto, tanto". Per rendere le sofferenze più efficaci consigliava loro di "soffrire qualcosa in silenzio, senza che nessuno lo sappia". E soggiungeva: "Beate noi se avremo la bella grazia di morire oppresse da ogni sorta di tribolazioni, per amore del nostro caro Gesù. Coraggio e, finito il pochette di vita che ancora ci resta… ah! non lo posso dire che non vi saranno più sacrifici… Vorrei poterne fare per tutta l\’eternità".
Il segreto di appassionato amore che la Frassinetti ebbe per la croce, va cercato nella sua tenera devozione al Sacro Cuore di Gesù al quale consacrò l\’Istituto nel 1872, e davanti al quale tutte le Dorotee e le alunne a turno si prostravano in adorazione i primi venerdì del mese, e in onore del quale digiunavano la vigilia della sua festa. Non paga di questo, la santa pregava in continuazione anche durante i viaggi che faceva, per le visite alle case da lei fondate.
Alle suore che si erano recate in Brasile scrisse: "Vi prego di assicurarvi che passano ben pochi momenti del giorno in cui non dica qualche cosa a Gesù ed a Maria per voi". Negli ultimi mesi di vita, ormai colpita da paralisi, trascorreva lunghe ore davanti a Gesù sacramentato. A chi le chiedeva se non si stancasse, rispondeva: "Lo stare con Gesù non stanca mai. In quelle ore voi siete tutte occupate nei vostri uffici; perciò vado io a tenere il vostro posto innanzi Gesù. Non posso più recitare lunghe preghiere vocali, ma guardo Gesù e gli tengo compagnia nella sua solitudine".
Minorata fisicamente, la santa avrebbe voluto rinunciare alla carica, ma ne fu dissuasa dal suo confessore, il P. Fantoni S.J. Don Bosco, di passaggio a Roma, andò a visitarla e disse alle Dorotee che la corona dei meriti della loro madre era compiuta. Pienamente conformata a "quello che Dio vuole", morì l\’11-6-1882 nella casa di Sant\’Onofrio in cui era vissuta trentotto anni, dopo aver esclamato, baciando il piede di una statuetta della Vergine: "Madonna mia, ricordati che sono tua figlia".
Alle sue religiose, tra gli altri insegnamenti, lasciò anche quello dell\’umiltà. "Stiamocene sempre basse. Quando Dio vorrà farci conoscere, lo farà. Dalle valli non è mai caduto nessuno". L\’8-6-1930 Pio XI, nel beatificare Paola Frassinetti, ebbe a dire che era passata "in mezzo agli uomini umilmente, sommessamente, quasi in punta di piedi, quasi per non dar segno di sé".
Giovanni Paolo II la canonizzò l\’11-3-1984. Dio ha voluto glorificare l\’umiltà della sua serva. Il corpo di lei è conservato incorrotto nella cappella del suo Istituto, ai piedi della statua della Madonna che ella fece porre sull\’altare a ricordo della definizione dogmatica avvenuta l\’8-12-1854 per opera di Pio IX del suo Immacolato Concepimento.
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Sac. Guido Pettinati SSP,
I Santi canonizzati del giorno, vol. 6, Udine: ed. Segno, 1991, pp. 135-141
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