S. MICHELE GARICOÌTS (1797-1863)

Vite di Santi, Beati, Venerabili...

Del P. Garicoìts ci sono rimaste tante lettere di direzione spirituale che rivelano il tenero, delicato e soprannaturale amore che nutriva per le anime. Molte ne scrisse alle Figlie della Croce per animarle all\’umiltà, all\’ubbidienza e alla riconoscenza gioiosa, per insegnare loro la maniera più facile per liberarsi dagli scrupoli e per raccomandare ad esse la sottomissione alla volontà di Dio come figlia, non come schiave.

Il fondatore dei Preti del Sacro Cuore di Gesù di Bétharram nacque il 15-4-1797 a Ibarre, nella diocesi dì Bayonne, nel dipartimento dei Bassi Pirenei (Francia), da poveri, ma pii contadini. Basti dire che, per non ricevere la benedizione nuziale dal parroco, che aveva giurato la costituzione civile del clero durante la Rivoluzione Francese, avevano preferito recarsi in Spagna a celebrare il loro matrimonio. Per la tristezza dei tempi, Michele non poté essere battezzato che sei mesi dopo la nascita.
La mamma fu la sua educatrice austera. Più tardi il santo confesserà: "Senza mia madre sento che sarei diventato uno scellerato… Fin dalla mia più tenera infanzia ella si applicò ad ispirarmi l\’orrore del peccato, e all\’età di quattro anni, tremavo tutto quando mi diceva, con voce grave, davanti alle fiamme che scintillavano nel focolare: "Figlio mio, in un fuoco molto più terribile Dio precipiterà i fanciulli che commettono il peccato mortale!"".
Michele crebbe innocente anche se più tardi asserì di sentire in sé la "stoffa di un brigante". A dieci anni il padre lo pose a servizio nella casa d\’Anghelu, proprietario a Oneix, nel cantone di St-Palais. Poté fare la prima comunione soltanto a quattordici anni sia perché anche di domenica doveva pascolare il gregge, e sia perché i parroci, imbevuti di giansenismo, non ammettevano i fanciulli alla mensa eucaristica prima di quell\’età. Il desiderio di farsi sacerdote gli sbocciò nell\’animo fin dall\’infanzia. Quando il padre lo richiamò a casa perché lo aiutasse nella coltivazione dei campi, egli gli confidò che desiderava studiare. "Siamo troppo poveri per questo", gli risposero i genitori. Solo la nonna fu con lui e vinse ogni ostacolo facendo ricorso al parroco di St-Palais che ella aveva tante volte soccorso nel suo nascondiglio di Ibarre durante la Rivoluzione Francese. Costui acconsentì a prendere con sé, come domestico, Michele, il quale, nei tempi liberi, poté seguire i corsi nel collegio del paese. Da St-Palais il giovane passò a Bayonne e si mantenne negli studi facendo da domestico in vescovado. L\’angelico giovane era così buono e savio che era impossibile non amarlo dopo averlo conosciuto. Il segretario del vescovo lo fece entrare nel seminario di Aire per lo studio della filosofia (1818), da dove passò a Dax (1819) per lo studio della teologia. Il rettore, appena lo vide all\’opera, esclamò: "O io mi sbaglio di molto, o questo giovane farà parlare di sé". Ai suoi condiscepoli diede sempre l\’esempio della più perfetta regolarità e della più ardente pietà. Violento per temperamento, seppe dominarsi così da meritare di essere chiamato da tutti: "Il nostro S. Luigi Gonzaga". Dopo due anni di studi teologici, Michele fu incaricato della sorveglianza dei seminaristi di Larressore, dai quali fu amato per il suo spirito di bontà e d\’imparzialità.
Il santo fu ordinato sacerdote nella cattedrale di Bayonne (1823) e fu nominato subito dopo vicario a Gambo. Fin dai primi giorni egli si mostrò all\’altezza del suo compito e di larghe vedute. Per far progredire i fedeli nella vita spirituale inculcò loro la devozione al Cuore adorabile di Gesù, istituendo una Confraternita in suo onore, e li esortò alla comunione frequente. Sovente alle tre del mattino era già in confessionale e, la vigilia delle grandi solennità, ascoltava le confessioni fino alle due pomeridiane tant\’erano numerose le persone, anche nei paesi vicini, che volevano aprire a lui il loro cuore. Aveva un\’arte speciale per rianimare le anime scoraggiate. Diceva loro: "Andiamo dunque, che temete? Dio è un Padre; si chinerà sulla culla del suo figlio e lo solleverà per coprirlo delle sue carezze". Nessuna colpa gl\’ispirava tanta repulsione quanto quella della diffidenza del perdono da parte del Signore.
Dopo due anni di indefesso ministero, Don Michele fu nominato professore di filosofia nel seminario di Bétharram (1825). Approfittò dello straordinario ascendente che esercitava sugli allievi per ricondurli ad una più severa disciplina. Nel 1831 fu nominato loro rettore ed egli ne approfittò per dare maggiore impulso agli studi e alla pietà. Benché sovraccarico di lavoro, era sempre il primo a tutti gli esercizi e viveva senza pretese e senza ricercatezze. Verso sera, dopo aver dedicato le ore migliori del giorno agli aspiranti al sacerdozio, riprendeva i suoi libri fino a notte avanzata senz\’altro sollievo che quello della preghiera. Dovendo all\’occorrenza fare scuola di teologia, aveva paura di alterare la purezza della fede con soverchi ragionamenti. Diceva sovente: "Temo di avere una fede meno vergine che nella capanna di Ibarre, ai primi catechismi della mia buona mamma". Eppure nutriva una speciale devozione per il papa, ne difendeva l\’infallibilità benché non fosse ancora un dogma definito, e considerava il vescovo, al quale ricorreva fino all\’importunità ogni volta che progettava qualcosa, come sua regola di vita.
Quando, per volere delle autorità ecclesiastiche, i seminaristi di Bétharram furono trasferiti a Bayonne, Don Michele rimase soltanto con l\’incarico del servizio della cappella e della direzione delle Figlie della Croce d\’Igon, che il vescovo gli aveva affidato fin dal 1828. A contatto delle sante religiose egli, superiore soltanto delle quattro mura di un grande edificio, concepì l\’idea di radunare attorno a sé un gruppo di sacerdoti disposti a sovraspendersi per le anime, come facevano le Figlie della Croce. Per meglio conoscere la volontà di Dio al riguardo, nel 1832 si recò a Tolosa per fare uno speciale ritiro sotto la direzione del gesuita P. Lebianc. Il vescovo, Mons. d\’Arbou, pur non nutrendo molta fiducia nel successo di quella fondazione, permise che alcuni sacerdoti si unissero a Don Michele e osservassero il regolamento della casa dei missionari di Hasparren.
A ricordo dello spirito di umiltà, di abnegazione che li doveva contraddistinguere, i seguaci del P. Garicoits si chiamarono i Preti del Sacro Cuore di Gesù e ricevettero costituzioni proprie nel 1841 dal vescovo Mons. Lacroix. Oltre che alle missioni popolari e alla ricerca dei peccatori a domicilio, essi si diedero all\’educazione cristiana della gioventù nei collegi. Il santo era l\’anima di tutte le iniziative, il vigile custode della regola che considerava come " l\’ottavo sacramento" della sua famiglia religiosa, e il maestro di quanti aspiravano a diventare missionari. Per assistere i baschi e i bearnesi emigrati nell\’America Latina, non esitò ad inviare alcuni religiosi a la Plata (1856), a Buenos Ayres (1858) e a Montevideo (1861). Ovunque li segui con i suoi consigli e le sue raccomandazioni e volle essere ubbidito da tutti "senza ritardo, senza riserve e senza raggiri", per amore di Dio piuttosto che per umane considerazioni.
Non bastando, per tutte queste opere, i sacerdoti e gli studenti, P. Michele aprì la porta della vita religiosa anche ai laici. "Amici miei – diceva loro mentre li istruiva sulla maniera di pregare e di vincere i propri difetti – mettetevi bene in mente che siete non domestici, ma religiosi, non schiavi, ma fratelli. Qui non si adopererà con voi la violenza, ma l\’amore e la dolcezza". Aumentando il loro numero, per occuparli organizzò laboratori per sarti, calzolai, fornai, ecc. e comprò terreni da coltivare. Un giorno gli fu fatto osservare che parecchi di essi chiedevano di entrare a Bétharram soltanto per procacciarsi un ricovero durante l\’inverno. L\’uomo di Dio rispose: "Quand\’anche così fosse, calcolo per calcolo, non dobbiamo noi riguardare come un\’immensa fortuna di avere preservato dal male per parecchi mesi quella povera gente e di avere insegnato loro un poco ad amare il Signore?".
All\’inizio della fondazione, una delle prime preoccupazioni del Garicoìts era stata quella di restaurare la chiesa fatiscente e il vecchio seminario, di erigere di nuovo le stazioni della Via Crucis abbattute dai rivoluzionari nel 1794 e di provvedere la Congregazione di nuove abitazioni per gli alunni che continuavano ad affluire. Gli antichi suoi scolari, divenuti sacerdoti, gli vennero generosamente in aiuto. Poté così, benché assorbito da molteplici occupazioni, attendere fino al termine della vita al ministero delle confessioni e spingere quanti si mettevano sotto la sua direzione alla comunione frequente e persino quotidiana. Furono numerosi i giovani e le giovani che esortò ad abbracciare la vita sacerdotale e religiosa.
Era costante regola del santo di niente chiedere e niente rifiutare perché la divina Provvidenza stabilisce ognuno nella posizione più vantaggiosa per la sua gloria. Benché dovesse sostenere spese enormi per il mantenimento della comunità sprovvista di tutto, egli diede a piene mani ai bisognosi che ricorrevano al suo aiuto e Dio gli fornì i mezzi necessari, a volte in modo misterioso. Percorrendo la strada che separa Bétharram da Igon, più di una volta, trovandosi senza denaro, si spogliò del mantello e delle calze per darli ai poveri. A chi lo esortava ad essere meno prodigo e a realizzare qualche economia, rispondeva: "Non voglio tesoreggiare; il denaro è sempre arrivato; conservandolo temerei di offendere la bontà di Dio e disseccare le sorgenti della sua Provvidenza". Dalle Figlie della Croce, che per oltre trent\’anni beneficiarono dei suoi consigli e dei suoi aiuti, non accettava retribuzioni. Quando lo costringevano ad accettare qualcosa, rispondeva; "Volete dunque cacciarmi di casa?".
Da ogni parte persone di tutti i ceti sociali accorrevano a Bétharram per consultare il P. Garicoits e numerosi erano coloro che domandavano di fare gli esercizi spirituali sotto la sua direzione. Tuttavia la maggior parte delle sollecitudini le riservava ai propri religiosi. Pur non essendo un predicatore nel vero senso della parola, faceva una conferenza tutte le settimane alla comunità riunita per raccomandare la devozione al Sacro Cuore, alla Madonna, in onore della quale tutti i giorni recitava il rosario intero, e lo zelo per la salvezza delle anime. In ascetica si ispirava a S. Ignazio e non temeva di proporre ai suoi religiosi una osservanza dei voti molto più perfetta di quanto il vescovo avrebbe voluto. Nonostante le molteplici avversità non gli venne mai meno il coraggio e non sentì neppure il bisogno di uno sfogo con i più intimi collaboratori. Soleva dire: "Dio è tutto! Io sono niente e putredine!". Aveva in orrore la superbia. "Siamo dei nulla pieni di vergogna – sospirava – pieni di pretese… degli arruffoni occupati senza tregua a sconvolgere i disegni di Dio".
L\’umiltà induceva il santo a conformarsi sempre con prontezza alla volontà di Dio, che considerava "la tomba di tutte le nostre miserie, perché le sopprime o le trasforma" e a sopportare con pazienza ora le aridità di spirito, ora i dolori della vita. Amava lavorare molto nel nascondimento, dalle tre del mattino alle nove di sera. Più volte fu veduto rivestito di un grembiule e insegnare ai fratelli coadiutori la maniera di ben disimpegnare gli uffici più gravosi alla natura quali lo scopare, l\’attingere acqua e il lavare i piatti. "Fra noi – diceva loro – le occupazioni più umili dovrebbero essere prese come d\’assalto". Oltre che al lavoro, il santo sottopose il suo corpo ad una continua e inesorabile penitenza. Un giorno dichiarò ai suoi religiosi: "Ho praticato delle mortificazioni che non potrei permettervi senza peccare gravemente; ma non crediate che io le abbia fatte senza osservare le regole della prudenza: avevo l\’autorizzazione del mio confessore e anche del medico". Abituato al tabacco fin dalla giovinezza, a cinquant\’anni rinunciò all\’inveterata abitudine.
Dio lo ricompensò di tanta generosità nel divino servizio con straordinari doni mistici. Durante la celebrazione della Messa apparve talora col viso splendente, e sollevato da terra. Nell\’abbracciarlo, qualche suo figlio spirituale percepì uno straordinario calore uscire dal petto di lui come da una fornace. Il Signore, al suo servo buono e fedele, concesse pure il dono di leggere nel segreto dei cuori e di predire il futuro a tante persone che a lui si confidavano.
Del P. Garicoìts ci sono rimaste tante lettere di direzione spirituale che rivelano il tenero, delicato e soprannaturale amore che nutriva per le anime. Molte ne scrisse alle Figlio della Croce per animarle all\’umiltà, all\’ubbidienza e alla riconoscenza gioiosa, per insegnare loro la maniera più facile per liberarsi dagli scrupoli e per raccomandare ad esse la sottomissione alla volontà di Dio come figlia, non come schiave.
Il P. Garicoìts nel 1853 fu colpito da paralisi da cui più non guarì. A chi si rammaricava con lui perché lo vedeva deperire rispondeva sorridendo: "Che la volontà di Dio sia fatta! Andremo al cielo". Morì mormorando, mentre gli amministravano la santa unzione: \’\’Miserere mei Deus secondum magnam misericordiam suam". Era il 14-5-1863, festa dell\’Ascensione.
Pio XI lo beatificò il 10-5-1923 e Pio XII lo canonizzò il 6-7-1947. Le sue reliquie sono venerate a Bétharram.
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Sac. Guido Pettinati SSP,
I Santi canonizzati del giorno, vol. 5, Udine: ed. Segno, 1991, pp. 192-198.
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