S. DEODATO di NEVERS (1679)

Vite di Santi, Beati, Venerabili...

Nato da famiglia nobile, Deodato divenne vescovo di Nevers verso la metà del settimo secolo. Perseguitato, si stabilì con qualche compagno in un’isola presso Strasburgo. Desideroso di vita solitaria, fondò un monastero chiamato Jointures, con l’osservanza della regola di S. Colombano. Alla sua morte, avvenuta verso il 679, sia il monastero di Jointures, sia il borgo che vi sorse accanto presero il suo nome. Fu molto onorato prima della Rivoluzione francese. 

Deodato nacque sotto il regno dei Merovingi, da una nobile famiglia della Francia occidentale nel tempo in cui Maometto (+632) cercava di riformare religiosamente e socialmente le tribù degli arabi. Prevenuto dalla grazia divina, fin dalla più tenera età imparò ad amare Iddio e il prossimo, a preferire la virtù alle ricchezze e a coltivarla assiduamente e con perseveranza tutti i giorni della vita nello stato ecclesiastico.
Verso il 655 fu eletto vescovo di Nevers (Nièvre) e compì le sue funzioni come un pastore che cerca soltanto la gloria di Dio e la salute delle anime.
Prese parte al concilio di Sens (Yonne) nel 657 con trenta altri vescovi tra cui S. Farone di Meaux, S. Eligio di Noyon, S. Amando di Maastricht, apostolo del Belgio, S. Palladio di Auxerre. I Merovingi, che regnavano sui Franchi, e la nobiltà senza freni si macchiavano di delitti e misfatti di ogni specie: perfidia, spergiuro, assassinio e impudicizia. I vescovi, sostenitori e consiglieri della corona, avevano una posizione di primo piano nella compagine dello stato, e se ne servivano per emanare saggi decreti contro la superstizione e le usanze pagane ancora diffuse tra il popolo rozzo e analfabeta.
Deodato restò soltanto tre anni sulla cattedra di Nevers, poi, per il grande amore che portava alla solitudine e forse anche per lo sdegno che provava nel costatare l\’eccessiva ingerenza dei re nelle questioni ecclesiastiche, con altri compagni si ritirò in solitudine sulle montagne dei Vosgi. AdArgentelle progettò la costruzione di un monastero, e già i muri erano stati innalzati ad una discreta altezza allorché gli abitanti del paese gli suscitarono contro, per gelosia, ogni specie di persecuzione. Il Signore, prima di concedergli una dimora permanente, lo destinava ad edificare con le sue virtù altre contrade.
Il santo si recò in Alsazia dove scelse un luogo solitario nella foresta di Haguenau per attendere alla preghiera e alla penitenza, e strinse amicizia con l\’eremita S. Arbogasto, in seguito vescovo e patrono di Strasburgo. Forzato a lasciare anche quella località a motivo delle contrarietà sorte da parte degli abitanti circonvicini, si ritirò nell\’isola di Ebersheim, dove verso il 661 si erano rifugiati alcuni eremiti per vivervi in comunità. Deodato abbracciò la loro disciplina, contento di avere trovato contemporaneamente la santità di vita, l\’estremo rigore della penitenza e il nascondimento. Fece in breve tali progressi nella virtù che quegli eremiti lo supplicarono a volersi mettere alla loro testa. La fama della sua santità si sparse per ogni dove e gli attirò ben presto un grande numero di discepoli. Con l\’aiuto di Childerico II, re di Austrasia e di Neustria (+673), egli fece costruire una chiesa in onore dei SS. Pietro e Paolo, e l\’arricchì delle reliquie di S. Maurizio, capo della legione tebea. Deodato stesso la dedicò alla presenza di una grande folla accorsa dai paesi vicini. Sorse così nella diocesi di Strasburgo l\’abbazia di Ebersmunster che prosperò in seguito alla donazione di diverse terre fatta dal duca di Alsazia, Adalrico, padre di S. Ottilia (+717), abbadessa di Hohenburg e patrona della regione.
Siccome il governo del monastero non permetteva al nostro santo di darsi agli esercizi della contemplazione, ancora un volta egli andò in cerca di un luogo più solitario nei dintorni di Angiville, nella diocesi di Basilea. Vi costruì un eremitaggio, ma fu ben presto obbligato a lasciarlo dagli abitanti del paese i quali, poiché vivevano di brigantaggio, temevano che il nuovo venuto cercasse di cambiare i loro costumi.
Dopo traversie di ogni genere, mediante le quali Dio mise a prova la sua pazienza, un ricco signore, di nome Hunnone, con cui aveva fatto conoscenza, gli offerse una delle sue terre. Deodato ricusò l\’offerta dicendo di non avere lasciato il suo vescovado per cercare altrove domini e ricchezze, ma per ritirarsi in un deserto. Ritornò tra le montagne dei Vosgi e si fermò in una località che chiamò Valle di Galilea, oggi Valle S. Deodato. In quest\’ultima stazione della sua vita, egli costruì una cella e una cappella in onore di S. Martino. In principio ebbe molto da soffrire non avendo trovato per cibo che erbe, radici e frutti selvatici. Anziché lamentarsene, egli se ne rallegrò nel Signore perché, con i suoi compagni, era stato trovato degno di sopportare qualche cosa per amore di Lui, e credeva di essere ben ricompensato della sua astinenza e degli altri rigori della solitudine perché poteva vivere nell\’oblio di tutte le cose della terra e nella continua contemplazione del regno dei cieli. Ma la divina Provvidenza, che veglia sempre più di una mamma sopra i propri figli, ispirò ad Hunnone e alla sua pia consorte di mandare a Deodato gli alimenti di cui aveva bisogno. Il santo aveva battezzato il loro figlio prima di recarsi nella valle di Galilea, e aveva stretto con loro una sincera amicizia.
Altre persone, attratte dalla santità di vita di Deodato e dei suoi compagni, vennero in soccorso dei penitenti e molti giovani, soggiogati dal loro buon esempio, chiesero di poter vivere sotto la disciplina del santo abate. Nel 669, aumentando sempre di più il numero dei discepoli, Deodato fu costretto a fare costruire un vasto monastero e una chiesa dedicata alla Madre di Dio, ove adottò la regola di S. Colombano (+615), che rispecchiava la sua forte e austerissima personalità: ubbidienza assoluta, rinuncia perfetta al mondo e a sé, severe penitenze e digiuni, lunghe salmodie.
Nello stesso tempo Childerico II gli concesse la proprietà di tutta la vallata. Il monastero, chiamato dapprima Jointures, a causa dell\’unione di due ruscelli, presso i quali sorse, prese in seguito , con la regola benedettina, il nome del suo fondatore. In quel secolo altri religiosi popolarono le vaste solitudini dei Vosgi. Per iniziativa dell\’arcivescovo di Sens, S. Gaudeberto, sorse pure il monastero di Senones dopo che vi si era ritirato a fare vita penitente. Il vescovo di Treviri, S. Idolfo, ex- eremita, costruì il monastero di Moyenmoutier di cui fu abate fino alla morte.
I monaci, sotto la sapiente, paterna e forte guida di Deodato, si nutrivano più del pane delle penitenze e dell\’alimento della parola di Dio che del cibo materiale. Le loro veglie erano frequenti, la loro orazione assidua, la loro devozione nel canto dei salmi e nella celebrazione dei divini misteri, generosa e costante. Furono così numerosi i giovani che da tutte le parti accorsero ad essi per condividere la loro regola che il monastero non potè più contenere tutti i religiosi. I più ferventi chiesero allora all\’abate il permesso d\’inoltrarsi nella foresta alla scopo di condurvi vita eremitica e contemplativa. Deodato, anziché contrariarli, fece costruire per loro parecchie celle in diversi luoghi della Valle di Galilea. A poco a poco famiglie di contadini si stabilirono nei pressi di dette celle per lavorare le terre e diedero origine così a diciotto villaggi che si trasformarono in altrettante parrocchie. Ogni anno Deodato e Idolfo si scambiavano la visita e s\’intrattenevano in sante conversazioni.
Il nostro santo, quando si sentì mancare le forze per le fatiche sostenute e le penitenze fatte, temendo di nuocere alla vita regolare della comunità con i suoi acciacchi, si ritirò nella sua antica cella, presso la cappella di San Martino, e di là governò i monaci con uguale zelo e vigilanza come se si fosse trovato in mezzo a loro. Quando s\’ammalò a morte, Idolfo andò ad assisterlo e ad amministrargli il viatico. Deodato ne fu grandemente consolato. Egli approfittò di quell\’incontro per raccomandare all\’amico la guida dei suoi discepoli che avrebbe presto lasciato orfani. Morì novantenne il 19-6-679. Fu portato alla chiesa della Madre di Dio e colà seppellito dopo le esequie presiedute da Idolfo.
L\’abate di Moyenmoutier, ogni volta che si recava in visita alla valle di Galilea riceveva dai religiosi immancabilmente la tunica di Deodato da venerare. Quando per l\’età avanzata non fu più in condizione di lasciare la sua abbazia, essi portarono questa tunica a Idolfo, ed egli la baciò inginocchiato per terra, e l\’applicò alle sue membra persuaso di ottenere mediante quella reliquia le celesti benedizioni. Riteneva infatti che il diletto amico fosse già giunto al regno dei cieli.
All\’inizio del 1049, dopo la lettura della vita di Deodato nel consueto sinodo lateranense, S. Leone IX ne permise l\’elevazione del corpo. Le reliquie del santo sono venerate nella chiesa di St-Dié (Vosges), cittadina formatasi attorno al monastero da lui fondato.
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Sac. Guido Pettinati SSP,
I Santi canonizzati del giorno, vol. 6, Udine: ed. Segno, 1991, pp.209-212
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