S. CATERINA THOMAS (1531-1574)

Vite di Santi, Beati, Venerabili...

Questa vergine è una gloria delle Canonichesse Regolari dell’Ordine di S. Agostino. Nacque il 1-5-1531 a Valldemuza, nell’isola di Maiorca (Baleari), penultima dei sette figli di Giacomo, modesto contadino. A tre anni Caterina aveva già imparato a recitare il rosario in qualche angolo remoto della casa. In mancanza della corona, contava le Ave Maria strappando ad una ad una le foglie da un ramoscello di ulivo. A quattro anni conosceva già tutto il catechismo, e si mostrava tanto assennata da meritare dai suoi compaesani l’epiteto di “vecchina”.

Fin dall’infanzia Caterina sentì una grande attrattiva per la penitenza. Per amore di Gesù portava un cilicio di crine, si flagellava sovente e, a piedi nudi, si aggirava tra le spine e i cardi dei campi. Iddio la ricompensò con frequenti visioni di Paradiso. E tradizione che S. Caterina, Vergine e Martire, le sia più volte apparsa per consolarla nelle pene della vita e per difenderla dalle insidie del demonio che, sotto orribili forme, la tentava al male e cercava d’ingenerarle nell’animo sentimenti di disperazione dell’eterna salute.


A sette anni Caterina rimase orfana di entrambi i genitori. Alcuni suoi zii ne ebbero compassione e l’accolsero per undici anni nella loro tenuta di “Son Gallard” affinché conducesse al pascolo il loro bestiame. Poiché la chiesa era distante dalla casa in cui si trovava, la santa dovette accontentarsi di frequentarla le feste. In compenso, nella solitudine dei campi trovava il modo di dare libero sfogo alla sua pietà trascorrendo lunghe ore in preghiera dinanzi ai rozzi altarini che costruiva ai piedi degli ulivi. In quel periodo della vita non le mancarono prove e tentazioni. Benché rifuggisse dai balli e dalle vanità femminili, ci fu chi di lei s’invaghì e tentò di trascinarla ad azioni disoneste. Resa ardita dalla volontà di conservare illibato il candore della veste battesimale, rispose un giorno ad uno di quegli sciagurati con un accento misto a sdegno e a pietà: “Sappi che io sono disposta a vedere il mio corpo fatto a pezzi piuttosto di cedere alle tue proposte”.


Per la santa fu provvidenziale l’incontro con il P. Antonio Castaneda (+1583), che si era stabilito nel vicino collegio di Miramar, dopo quarantadue anni di penitenza nel romitorio della SS. Trinità di Maiorca. Egli di quando in quando andava a mendicare il suo pane anche a “Son Gallard”, e nei colloqui che ebbe con la devota pastorella capì che ella non era fatta per restare a lungo nel mondo. I familiari, quando Caterina manifestò loro il desiderio di entrare in un monastero, le si opposero sia perché era analfabeta, e sia perché non era in grado di costituirsi una dote. Cercarono perciò di darle marito, ma ella rispose loro: “Appartengo a Dio al quale nulla è impossibile. A costo della vita manterrò la parola data”.


Il P. Castaneda s’incaricò di appianarle tutte le difficoltà. La collocò anzitutto a Palma di Maiorca, come domestica, presso la nobile famiglia di Matteo Zaforteza nella quale apprese a leggere, a scrivere e a ricamare. Continui furono i progressi di lei nella virtù e nella penitenza. Con le veglie, con l’uso della pelle di un porcospino come cilicio, e una intera quaresima trascorsa a pane e acqua, giunse a deteriorarsi gravemente la salute. Quando guarì il suo direttore spirituale le ottenne di entrare come corista (1533), benché priva di dote, nel monastero di Santa Maria Maddalena, eretto a Palma sotto la regola di S. Agostino al posto dell’ospizio costruito subito dopo la sottrazione di Maiorca al dominio dei mori (1229) da parte di Giacomo I d’Aragona.


Non conosciamo il motivo per cui Caterina fu trattenuta in noviziato due anni e sette mesi. Non è improbabile che le monache diffidassero dei fenomeni straordinari che si verificavano in lei, ovvero che fossero preoccupate dei frequenti digiuni a pane e acqua, dell’uso dei cilici e delle discipline per cui aveva assunto un aspetto cadaverico. E vero che ogni tanto, per dare un po’ di colorito al suo volto, masticava lentamente alcuni grani molto piccanti di pepe, ma dovette imporsi alla loro considerazione con la sua straordinaria ubbidienza. La maestra delle novizie, nel vederla continuamente concentrata in se stessa, la mandava ora alla ruota, ora alla cucina, ora all’infermeria per distrarla. Caterina le ubbidì sempre prontamente perché nella voce della superiora e nelle regole vedeva riflessa la volontà di Dio. Il demonio naturalmente ne fremeva e continuava a tormentarla suscitandole nella fantasia immaginazioni impure, facendole apparire sulle pareti della cella figure oscene, assumendo l’aspetto di giovani attraenti, di animali, bastonandola, percuotendola rabbiosamente con catene di ferro, trascinandola per terra e gettandole addosso le stoviglie e i piatti che maneggiava in cucina. Per farla cadere nell’impazienza un giorno le trafugò la chiave del forno e la buttò nel pozzo del monastero. Di tutte le insidie la santa trionfò ricorrendo prontamente all’intercessione di Maria Vergine. Alle religiose spaventate diceva: “Non temete, sorelline mie, Cristo è con noi”.


Suor Caterina professò i tre voti religiosi il 24-8-1555. Potè quindi esclamare con la sposa del Cantico dei Cantici: “Ho trovato l’amore dell’anima mia; l’ho abbracciato e non lo lascerò”. (IlI, 4). Da quel giorno crebbe in lei la sollecitudine per la propria santificazione. Scelse per sé la colletta più miserabile di tutte e le vesti già dimesse dalle consorelle. Da nessuno accettò regali perché, come S. Teresa d’Avila, era convinta che “a chi possiede Dio, non manca nulla”. Non si esentò dagli atti di comunità, anche se per recarsi al coro o al refettorio dove la campana la chiamava, doveva sovente appoggiarsi per le infermità a un bastone o alla parete dei corridoi. La sua ubbidienza era pronta anche quando si trovava rapita in estasi. Il vescovo di Maiorca, Mons. Giovanbattista Campegio, correva a chiederle consiglio quando la sapeva in quello stato. Talora le ordinò di scendere con lui al parlatorio pur restando in estasi, ed ella sempre gli ubbidì.


Suor Caterina per la grata provava una grande ripugnanza perché temeva di perdere il fervore religioso frequentandola. Tuttavia vi si recava di buon animo ogni volta che lo richiedeva l’ubbidienza, lo esigeva l’urbanità o lo consigliava la carità. Le sue parole erano dardi infuocati di amor di Dio che si conficcavano nel cuore dei tiepidi e dei peccatori, per la conversione dei quali, continuamente pregava e si mortificava. Durante i suoi rapimenti Dio le diede sovente a conoscere le necessità spirituali di persone lontane dal monastero affinché intercedesse per loro. Il suo confessore, P. Salvatore Abrines, aveva ragione di dire dal pulpito: “Voi, o peccatori, dimentichi di Dio, ne calpestate con disprezzo la santa legge; ma vi è una persona che, quantunque innocente, piange amaramente le vostre colpe e soffre con indicibili dolori le pene che dovreste soffrire voi in sconto dei vostri peccati”.


Alla considerazione della Passione del Signore, dovuta alle iniquità degli uomini, Suor Caterina non sapeva trattenere il pianto. Un giorno le apparve Gesù crocifisso grondante sangue e le disse: “Guarda, figlia mia, quanto mi costi. Questo l’ho fatto per amore tuo”. D’allora in poi la santa versò lacrime in tanta quantità in cella, in coro, in refettorio che le consorelle temettero che diventasse cieca. Grande devozione ella nutrì pure per Gesù Sacramento. Lo andava a trovare di frequente e tanto a lungo quanto glielo permetteva l’osservanza scrupolosa delle regole. Quando faceva la comunione andava per tutto il giorno in estasi e pregava per tutte le necessità degli uomini, per il trionfo della Chiesa sui Turchi e sugli errori dei protestanti, ma specialmente per il suffragio delle anime del purgatorio. Iddio permise che tante anime le apparissero per sollecitare orazioni o celebrazioni di Messe da parte dei loro parenti.


D’ordinario Suor Caterina si metteva in comunicazione con le anime dei trapassati durante le estasi. Nei primi tempi di vita religiosa esse duravano fino a tre giorni, ma col passare degli anni divennero sempre più lunghe e più frequenti. L’estasi di cui era favorita tutti gli anni in occasione della festa della sua patrona, S. Caterina, si protraeva fino a 15 giorni. In certi rapimenti Dio le faceva vedere la triste sorte dei peccatori e dei dannati e allora ella gemeva; altre volte le faceva prendere parte ai gaudi eterni e allora usciva in sospiri amorosi. Appena rientrava in sé abbracciava le consorelle con tenerezza e le invitava ad amare sempre di più il Signore delle misericordie. Avrebbe voluto nascondere i suoi stati mistici, ma non sempre riusciva a fuggire in tempo nella cella. Le estasi non le impedivano di attendere ai doveri impostile dalla superiora come ricamare o cucire. Durante le estasi Dio le mostrava quello che avveniva nel monastero, le svelava i segreti dei cuori, le faceva prendere parte alle prediche che il confessore teneva in cattedrale e alle Messe che celebrava.


La notizia delle estasi di Suor Caterina non restò per molto tempo chiusa tra le mura del monastero. Molti vi accorsero perciò per vederla, per raccomandarsi alle sue preghiere e per chiederle consiglio. La santa se ne allarmò, e per scongiurare il pericolo che minacciava la sua umiltà, risolse di mostrarsi a tutti un po’ scimunita. Alle rimostranze delle consorelle, ella diceva:” Faccio così perché tutti mi tengano per quello che sono; una sciocca, una pazza”. Non soffriva neppure di ricevere segni di distinzione da loro. Ogni tanto sospirava: “Oh, se poteste comprendere quanto spregevole, quanto stupida, quanto rozza è questa vile creatura che volete onorare tanto!”. Credeva infatti di avere tutti i difetti, e li metteva in risalto nel tentativo di far credere che le sue estasi erano immaginarie.


In premio di tanta virtù Dio le concesse il dono della profezia e dei miracoli. Due volte fu trovata da chi l’assisteva con le vesti grondanti acqua. Interrogata del motivo, disse che una volta era accorsa a salvare il chierichetto del monastero che stava per affogare nel mare, e un’altra volta a salvare dal naufragio dei marinai che l’avevano invocata. A diverse persone restituì la salute corporale improvvisamente.


Suor Caterina considerò sempre la sua vita terrena come un carcere che impediva all’anima sua di volare al cielo. Sovente esclamava, piangendo: “Ah, vita triste e sconsolata, quando finirai? Ah, dolorosa prigionia, quanto durerai ancora? Quando giungerà per me il momento beato e desiderato così ansiosamente in cui, spezzate le catene della carne, l’anima mia volerà agli eterni amplessi del mio sposo divino?”. Il dono delle lacrime in lei durò fino alla morte di cui ebbe preavviso molti anni prima. Ne versò tante che sulle gote le si formarono due canaletti. Morì il 5-4-1574 dopo aver raccomandato alle consorelle la vicendevole carità. A quarant’anni dalla morte il suo corpo fu trovato incorrotto. Pio VI la beatificò il 3-8-1792 e Pio XI la canonizzò il 22-6-1930.1 suoi resti sono venerati nel monastero delle Canonichesse Regolari di S. Agostino a Palma di Maiorca (Baleari).



Sac. Guido Pettinati SSP,


I Santi canonizzati del giorno, vol. 4, Udine: ed. Segno, 1991, pp. 78-83.


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