S. ANGILBERTO di ST-RIQUIER (750-814)

Vite di Santi, Beati, Venerabili...

Il Santo abate volle avere attorno a sé 300 religiosi costituenti tre cori i quali, con il concorso di 100 fanciulli, cantassero perennemente l’ufficio divino nelle tre chiese per la salute di Carlo e la prosperità del suo regno. In occasione della consacrazione delle tre chiese e dei rispettivi altari, egli compose degli inni e delle iscrizioni in onore dei santi protettori. In essi, e più ancora nelle opere giunte sino a noi, vibra un soffio di pietà e di entusiasmo per le cose di Dio. Una prova dell’importanza che Angilberto rivestì al tempo di Carlo Magno è costituita dal fatto che egli, nell’811, fu uno dei quattro firmatari del testamento dell’imperatore i quali, dopo la morte di lui (28-1-814) avrebbero dovuto vigilare sull’esecuzione delle sue ultime volontà.

Questo santo penitente nacque verso il 750 da un ignoto signore della corte di Pipino il Breve (+768), figlio di Carlo Martello, duca di Neustria, di Borgogna e di Provenza, consacrato re dei Franchi a Soissons nel 751 da S. Bonifacio, l’apostolo della Germania. Angilberto fu educato alla corte, motivo per cui entrò presto in relazione con il figlio ereditario di lui, Carlo Magno, e ne divenne l’amico, il confidente, il consigliere, e a quanto pare anche il segretario.
          Quando Carlo fece incoronare re d’Italia a Roma (781) dal papa Adriano I, il suo secondo figlio, Pipino, di appena quattro anni, Angilberto vi comparve come membro del consiglio e dell’amministrazione. Da quel momento egli fu addetto al regale fanciullo, con il titolo di primicerio di palazzo, e cioè di superiore gerarchico dei chierici facenti parte della cappella del sovrano. Egli poteva pure esercitare delle funzioni più vaste in campo ecclesiastico e civile, quali quelle di cancelliere con il compito di spedire agli atti e trasmettere gli ordini. Angilberto dovette avere una parte importante nell’educazione del giovane principe, come pure nei rapporti tra lui ed i sudditi, tra lui ed il padre.
          L’intraprendente primicerio di palazzo appariva di frequente alla corte del re dei Franchi. Pare anzi che vi ci sia stabilito a partire dal 787. Incaricato di governare la regione inclusa tra la Schelda, la Senna ed il mare, egli fissò la sua dimora nel castello di Centula, nella Piccardia, poco lontano dall’abbazia fondata nel 625 da St-Riquier. Come d’ordinario, continuò a mantenersi in corrispondenza con l’Accademia Palatina, eretta per volere di Carlo Magno da Alcuino, benedettino di York (Inghilterra), della quale fece parte con il nome di Omero, e la illustrò con le sue poesie di sapore retorico. Egli si era legato d’amicizia con la maggior parte dei grandi personaggi della corte, parecchi dei quali erano stati suoi compagni alla scuola palatina, come S. Guglielmo d’Aquitania, fondatore del monastero di Gellone (804), presso Aniane (Hérault), dopo una brillante spedizione contro i saraceni della marca di Spagna; San Benedetto d’Aniane, riformatore dell’Ordine benedettino; S. Adalardo, abate di Corbia e nipote di Carlo Martello, che gli successe alla corte del re d’Italia, Bernardo, figlio di Pipino, come consigliere (812-14). Egli corrispose in prosa e in poesia anche con i sapienti del tempo, tra cui il suo professore di grammatica, Pietro da Pisa, e Teodulfo, vescovo di Orléans, teologo e poeta, uno dei rappresentanti della rinascita carolingia.
         Angilberto tra tante cariche e tanti onori si comportò come troppi cortigiani di tutti i tempi. Benché avesse ricevuto la tonsura, condusse una vita mondana, ricercò le rappresentazioni dei buffoni, dei ballerini, dei saltimbanchi i quali a quei tempi offrivano spettacoli grossolani e di dubbia moralità. Alcuino stesso ne rimase scandalizzato e non mancò di fargli le sue rimostranze. Temette persino che il suo amico andasse in collera per l’ordinanza del 789, che interdiceva ai grandi dignitari ecclesiastici di tenere coppie di cani. di falconi, di sparvieri e giocolieri.
          Scrisse difatti a S. Adalardo: “Temo che Angilberto sia rimasto offeso della lettera che proibisce gli spettacoli… Ti ho scritto altre volte al riguardo con il più vivo desiderio della salute del mio caro figlio, sperando di guadagnare per tramite tuo quello che non potevo ottenere da me stesso”.
          Angilberto, anziché rinsavire, nel vedersi contrariato nei gusti e nelle inescusabili debolezze, trovò la maniera di ripagarsi innamorandosi di Berta, figlia di Carlo Magno, che gli regalò due figli, Armida e Nitardo, storico e abate di St-Riquier. Quanto a moralità anche il re dei Franchi non dava buon esempio. Un suo cronista non esita a dirlo “troppo donnaiolo”. Si sposò infatti più volte ed ebbe figli illegittimi. Carlo Magno non permise ai due amanti di regolarizzare la loro unione. Invece in premio dei servizi che gli aveva reso nel campo amministrativo, il re concesse ad Angilberto l’abbazia di St-Riquier in commenda. La nuova carica gli moltiplicò gl’introiti senza impedirgli di attendere alle solite mansioni secolari. Tuttavia a poco a poco rinsavì, e prese a nutrire una grande devozione verso S. Richiero per i miracoli che faceva ai devoti che accorrevano a venerarlo. Colpito da una grave malattia, fece voto, se fosse guarito, di farsi religioso in quella abbazia. La preghiera fu esaudita, ma appena si ristabilì in forze dovette difendere le sue terre dalle invasioni dei Danesi. La grande vittoria che riportò su di loro, e che egli attribuì all’intercessione del Santo, lo mise in condizione di soddisfare il suo voto.
          A St-Riquier-sur-Somme, Angilberto, divenuto sacerdote, edificò tutti i religiosi con la pratica dell’umiltà e della penitenza. Alla morte dell’abate Sinforiano, i monaci, di comune accordo lo dessero abate con la piena approvazione di Carlo. Costui non permise tuttavia che Angilberto seppellisse i suoi talenti nell’oscurità e nella solitudine. Per il bene della Chiesa e dello Stato, lo nominò suo arcicappellano, e lo mandò tre volte a Roma, presso il papa, come suo ambasciatore. Nel 792 Angilberto condusse ad Adriano I, Felice, vescovo di Urgel (Spagna), che era stato condannato dal Concilio di Ratisbona perché, muovendo dalla considerazione che l’umanità assunta dal Verbo rende Gesù Cristo simile in tutto a noi, e quindi anche nell’essere figlio adottivo di Dio per la grazia, riduceva ad un legame meramente legale di adozione la paternità di Dio Padre nei confronti del Figlio.
         Nel 794 il re si servì di Angilberto per sottomettere al giudizio dello stesso pontefice i Libri Carolingi in cui, interpretando male le prescrizioni del concilio ecumenico Niceno II (787), il culto delle immagini e delle reliquie veniva presentato come inutile e pericoloso, specialmente per gl’ignoranti che non sempre sanno vedervi un culto soltanto relativo. Adriano I rispose confutando le critiche dei teologi palatini, e confermando la dottrina del concilio niceno. Alla morte gli successe S. Leone III, il quale, subito dopo l’elezione, incaricò dei legati di portare a Carlo Magno le chiavi della confessione di San Pietro e lo stendardo della città di Roma, per significargli che continuava a considerarlo protettore della Chiesa e patrizio dei romani. Nello stesso tempo pregò il re d’inviargli qualche signore della corte perché ricevesse, in nome di lui, il giuramento di fedeltà e di sottomissione del popolo romano. Carlo inviò nel 796 per la delicata missione ancora una volta Angilberto. In quell’occasione fece consegnare da lui al papa una buona parte dei tesori conquistati da poco dall’esercito franco di Errico, duca del Friuli, nell’espugnazione del campo trincerato della Pannonia in cui gli avari avevano ammassato le loro ricchezze e il loro bottino. La parte di esso che Carlo destinò al papa, servì a restaurare e abbellire le basiliche di Roma e il palazzo del Laterano.
         Anche Angilberto ricevette parte di quel tesoro ed egli se ne servì per ampliare ed arricchire la sua abbazia, e dotare i monaci di una biblioteca. Dopo l’ultima missione egli si distaccò seriamente dalla corte e dal mondo per darsi alla vita inferiore, ristabilire soprattutto con l’esempio, l’osservanza della regola nel suo primitivo rigore, e curare la solenne celebrazione dei sacri riti. Egli è giustamente considerato il secondo fondatore di St-Riquier, perché, sotto il governo di lui l’abbazia aumentò e si consolidò nella costituzione monastica. Ad onore della SS. Trinità egli fece costruire e ammobiliare con arte tre chiese che dedicò al Salvatore, a S. Benedetto, e ai Santi del suo ordine, nelle quali radunò preziose reliquie che fece pervenire da Roma, da Costantinopoli, da Gerusalemme e da altri santuari d’Europa.
          Nell’800 Carlo Magno andò con Alcuino a celebrare la Pasqua a St-Riquier. Lo stesso anno Angilberto seguì l’imperatore a Roma dove si recò per esaminare la posizione di Leone III, osteggiato dai familiari del predecessore defunto. Alla presenza di vescovi, abati, nobili, borghesi romani e franchi, in autunno presiedette in San Pietro a una specie di corte di giustizia. I nemici del papa non riuscirono a provare le loro accuse, i vescovi protestarono di non poter giudicare il capo della Chiesa, ed allora Leone salì sull’ambone, e, levando in alto la croce e l’evangeliario, si purgò con giuramento delle accuse dei suoi avversari. Nel giorno di Natale, mentre Carlo pregava sul disco porfìreo posto davanti al sepolcro dell’apostolo Pietro, circondato dai vescovi e dai grandi signori, il pontefice scese dall’altare reggendo una corona d’oro e la posò sulla testa del monarca franco, mentre le scholae e il popolo ripetevano l’acclamazione: “A Carlo piissimo, Augusto, coronato da Dio, grande e pacifico, imperatore dei romani, vita e vittoria! Nasceva così il Sacro Romano Impero d’Occidente. In quell’occasione Angilberto ottenne dal papa il rinnovamento dei privilegi dell’abbazia e l’esenzione dalla giurisdizione episcopale di Amiens per tutti i suoi domini, che erano popolati da 2.500 famiglie.
          Il Santo abate volle avere attorno a sé 300 religiosi costituenti tre cori i quali, con il concorso di 100 fanciulli, cantassero perennemente l’ufficio divino nelle tre chiese per la salute di Carlo e la prosperità del suo regno. In occasione della consacrazione delle tre chiese e dei rispettivi altari, egli compose degli inni e delle iscrizioni in onore dei santi protettori. In essi, e più ancora nelle opere giunte sino a noi, vibra un soffio di pietà e di entusiasmo per le cose di Dio.
          Una prova dell’importanza che Angilberto rivestì al tempo di Carlo Magno è costituita dal fatto che egli, nell’811, fu uno dei quattro firmatari del testamento dell’imperatore i quali, dopo la morte di lui (28-1-814) avrebbero dovuto vigilare sull’esecuzione delle sue ultime volontà. Egli stesso però non sopravvisse più di 22 giorni all’augusto sovrano. Consumato dai digiuni e dalle penitenze, morì infatti a St-Riquier il 18-2-814. Egli volle essere sepolto davanti alla porta principale della basilica conventuale, per essere calpestato da quanti si sarebbero recati nel tempio a pregare. La vigilia della morte aveva fatto dono di 20 fattorie all’abbazia di S. Remigio di Reims.
           La reputazione di santità che aveva lasciato, e i servizi che aveva reso alla Chiesa e alla società, ispirarono presto ai monaci il desiderio di fare canonizzare il loro restauratore. Uno dei suoi successori, l’abate Ribodone, procedette all’esame e alla traslazione dei suoi resti che, al dire del cronista Nitardo presente alla cerimonia, furono trovati intatti. I Normanni distrussero a più riprese il monastero e le tre chiese di St-Riquier. Nel secolo XI i resti mortali di Angilberto furono ritrovati sotto le macerie. Per i grandi miracoli che avvennero sul suo sepolcro, Pasquale II lo canonizzò nel 1100, permettendo che il corpo di lui fosse elevato. Le reliquie di S. Angilberto sono venerate nella parrocchia di St-Riquier, che nel Ponthieu ha sostituito l’antica Centula.
 
 Sac. Guido Pettinati SSP,
I Santi canonizzati del giorno, vol. 2, Udine: ed. Segno, 1991, pp. 202-206.
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