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Cap. 3 La Russia diviene una potenza europea

     Nel secolo XVII la Russia compì una serie di riforme interne che la avviarono al rango di grande potenza. Il secolo iniziò male, con torbidi gravi, ma nel 1613 fu eletto zar Michele Romanov che, sotto la tutela del padre, il metropolita di Mosca Filarete,  ricostituì il potere assoluto (autocrazia). I nobili, i famigerati boiari, furono su­bordinati al volere dello zar che iniziò contro i tatari del sud e contro la Polonia una serie di spedizioni spesso vittoriose. Verso est, oltre gli Urali, furono inviati esploratori in Siberia, immensa e spopolata, fino a entrare in contatto con l'impero cinese.

     Verso la metà del secolo avvenne la riforma della Chiesa ortodossa che cominciò a colmare l'ignoranza prevalente nella società russa. Le guerre vittoriose contro la Polonia rivelarono la necessità di una di­plomazia capace di impadronirsi delle tecniche occidentali nei rapporti internazionali. Quando arrivò al po­tere Pietro il Grande (1682-1725), impose l'occidentalizzazione del suo sterminato paese, identificata con l'impiego della tecnologia europea. Emblematico fu il viaggio di Pietro in Germania, Francia, Olanda e Inghilterra, compiuto con disinteresse per l'arte, avendo occhi solo per cantieri, officine, at­trezzature minerarie, costruzioni navali. Pietro il Grande in­nestò la tecnologia avanzata sul vecchio corpo dell'autocrazia, approdando a un assolutismo cieco di fronte alle esigenze della cultura. Le spese della trasformazione dello Stato furono pagate esportando materie prime come grano, legname, cera, miele, pellicce, canapa, pece.

     Dopo la sconfitta della Polonia, occorreva assicurarsi l'ac­cesso al Mar Baltico, perché la Russia non aveva porti in acque sgombre da ghiacci. Questo progetto metteva la Russia in opposi­zione alla Svezia: la guerra che seguì ebbe momenti epici e risultò vittoriosa per la Russia.

3. 1 Le caratteristiche della Russia

     Verso il 1480 Ivan III ritenne d'avere sufficiente forza per non inviare il consueto tributo ad Astrakan, la capitale del Gran Khanato dell'Orda d'Oro, e per opporsi con successo a una possibi­le spedizione tatara condotta fin nella Moscovia.

Ivan III si proclama autocrate Egli assunse il titolo onorifico di Autocrate di tutte le Russie, sposò Zoe nipote dell'ultimo im­peratore di Costantinopoli, fece proclamare Mosca "Terza Roma" ed elevò il vescovo di Mosca alla carica di Patriarca degli ortodos­si russi, con dignità pari a quella delle prime sedi della cri­stianità. Furono chiamati architetti italiani dalla corte di Lo­dovico il Moro perché costruissero le basiliche del Cremlino.

Ivan IV il Terribile Nel 1533 morì il gran principe Basilio III, lasciando un figlio, Ivan IV di soli tre anni d'età. Per oltre un decennio ci furono torbidi, fin quando Ivan IV assunse direttamente il potere. Egli si autoproclamò zar (imperatore).

La lotta contro i boiari Ivan IV si guadagnò il soprannome di Terribile in seguito alla lotta contro i boiari, i grandi pro­prietari terrieri che alla fine furono obbligati a cedere al so­vrano i loro feudi ereditari, accettandone altri concessi dallo zar, ma con l'obbligo del servizio militare.

I primi organismi rappresentativi I boiari co­sì domati, furono ricompensati con l'accesso alla duma, l'assem­blea dei nobili. I più potenti ebbero accesso alla rada, una spe­cie di Consiglio della corona. Nel 1550 i personaggi più rappre­sentativi della società russa furono riuniti nel Zemsky sobor (assemblea del paese) che operò la revisione del codice penale e prese parte al concilio della Chiesa russa.

Viene rafforzato l'esercito Rendendosi conto dell'inferiorità degli eserciti russi, Ivan IV creò il corpo dei fucilieri (Strel­zy) e assunse al suo servizio artiglieri tedeschi. Fece compilare il catasto delle proprietà fondiarie per imporre una tassazione adeguata e ordinare la leva militare in modo meno caotico.

L'ordinamento finanziario La raccolta delle tasse fu centra­lizzata nel Gran tesoro tenuto separato dalle sue rendite perso­nali che confluivano nel Gran Palazzo (qualcosa del genere avve­niva anche nell'impero romano). I nobili in età di servizio mili­tare, a seconda della loro importanza, confluivano in due corpi distinti: la Guardia dello zar aveva compiti più delicati; i Fi­gli dei boiari dovevano ogni anno presidiare le fortezze di fron­tiera dalla tarda primavera all'autunno.

Importanza del regno di Ivan IV La vita di Ivan IV potrebbe es­sere oggetto di una tragedia. Orfano di padre a tre anni, e di madre a sette, crebbe senza affetti e senza amicizie in un am­biente ripugnante dove contava solo la forza. Intorno a sé ebbe gente che lo odiava quando era debole o schiavi senza dignità quando cominciò a rivelare la sua forza. Finì per disprezzare tutti, passando da momenti di mistico pentimento a momenti di collera cieca e sanguinaria, come avvenne nel 1580, quando, dopo aver conquistato la città di Novgorod che si era ribellata, ordi­nò la strage sistematica dei cittadini durata sei settimane. Uc­cise in un eccesso di collera il figlio Ivan che pure amava di passione bruciante, lasciando erede l'altro figlio Fëdor, da lui giudicato più adatto a tirare la fune della campana in un conven­to. In ogni caso Ivan IV dette alla Russia i principali istituti durati fino al tempo di Pietro il Grande.

Il regno dello zar Fëdor Lo zar Fëdor confermò la diagnosi del padre: era debole, ma accanto ebbe un cognato, Boris Godunov, che proseguì la politica di Ivan IV. Sotto costui la Chiesa ortodossa russa divenne autonoma dalla Chiesa greca. La classe dei boiari fu compressa a favore di una classe media  di proprietari terrieri, per i quali decretò che i contadini non potessero abbandonare i villaggi loro assegnati, neppure per passare alle dipendenze di altri proprietari (servitù della gleba).

Boris Godunov Nel 1598 lo zar Fëdor morì e il cognato Boris Go­dunov fu eletto zar dallo Zemsky so­bor. I boiari tentarono di rovesciare Godunov, giudicandolo un intruso. L'unico erede legittimo di Fëdor era il figlio Demetrio ucciso in esilio nel 1591. Tuttavia, i boiari, aiutati dai Polac­chi, trovarono un tale che assomigliava allo zarevic morto.

Inizio dei torbidi dei boiari Nell'aprile 1605 Boris Godunov mo­rì e subito lo Pseudo-Demetrio fu condotto a Mosca per venir in­coronato da un gruppo di boiari, di polacchi e di cosacchi che provocarono la rivolta dei moscoviti. Lo Pseudo-Demetrio fu ucciso nel corso di disordini nel 1606. I boiari gettarono la maschera eleggendo zar uno di loro, Vasily Shuisky (1606-10) che avversò la politica di Ivan IV. Vasily Shuisky non poté frenare la fuga dei servi della gleba verso il sud del paese e la violenza dei cosacchi, divenuti pretoriani prepotenti e intrattabili. Nel 1610 Vasily Shuisky fu rovesciato da un altro gruppo di boiari e per tre anni il trono fu disputato da due pretendenti della famiglia Vasa.

Inizia la dinastia dei Romanov Nel 1613 prevalse in Russia il principio della continuità dinastica: c'era un nipote della prima moglie di Ivan IV, Fëdor Nichitic Romanov, metropolita di Mosca col nome di Filarete, ma in quel momento prigio­niero dei Polacchi. La scelta cadde sul figlio Michele Ro­manov che lo Zemsky sobor elesse zar all'unanimità.

3. 2 Michele e Alessio Romanov

     Dopo aver eletto il nuovo zar, i delegati dello Zemsky sobor si misero alla ricerca del neoeletto che, per prudenza, si era rifugiato in un convento insieme con la madre.

Michele Romanov Il primo zar della dinastia Romanov non aveva una grande personalità. Fino al 1617 tentò di sedare i tumulti e l'anarchia dominante nel paese, finché fu stipulata la pace con la Svezia e con la Polonia alle condizioni imposte da quei paesi.

Alessio Nel 1645, dopo la morte di Michele Romanov, gli successe il figlio sedicenne Alessio. Anche l'educazione dello zarevic lasciava molto a desiderare, perché non sapeva molto di più della lettura, della scrittura e del canto liturgico. Divenuto zar, Alessio affidò i compiti di governo al suo precettore Moruzov, divenuto suo cognato nel 1648. Il Moruzov fu criticato per aver au­mentato l'imposta sul sale, provocando l'insur­rezione di Mosca. Lo zar Alessio fu costretto a mandare in esilio il Moruzov e a convocare l'assemblea del paese (Zemsky sobor).

Ascesa di Nikon Il posto di Moruzov fu occupato dal patriarca Nikon, figlio di contadini, dotato di tale eloquenza da dominare l'impressiona­bile Alessio, che gli affidò la reggenza dello Stato tra il 1654 e il 1658.

Fine della guerra contro la Polonia La vittoriosa guerra contro la Polonia terminò nel 1667 col trattato di Andrusovo che assegnò Smolensk, Kiev e l’Ucraina a oriente del Dnepr alla Russia. Ma in quello stesso anno iniziò la rivolta dei cosacchi guidati dall'atamano Stenka Razin. Poiché nella letteratura russa i cosacchi hanno sempre goduto molta simpatia, ­è utile riassumere le notizie principali che li riguardano.

I cosacchi Il nome deriva dal termine turco "kazak" che signifi­ca "ribelle", "avventuriero", "uomo libero", e fu applicato ai nuclei di popolazione che a partire dal XIII secolo sceglievano la vita nomade della steppa a nord del Mar Nero piuttosto che la servitù negli Stati turchi e tatari dell'Asia centrale. Più tar­di, quando la Polonia estese il suo potere fino al territorio che ora forma l'Ucraina, si ripeté lo stesso fenomeno: la fuga di nu­merosi contadini oltre la zona delle cateratte del basso corso del Dnepr, formando l'embrione dello Stato ucraino. All'inizio del XVI secolo, i re polacchi, per difendere i confini del loro Stato, organizzarono militarmente le popolazioni cosacche che in cambio del servizio militare ricevettero autonomia ammi­nistrativa. A metà del XVII secolo, in seguito alle vittorie russe sulla Polonia, i cosacchi si trovarono divisi tra Russia e Polo­nia (il confine correva lungo il Dnepr: a oriente i russi, a oc­cidente i Polacchi a eccezione di Kiev che era russa). Il governo degli zar imitò l'esempio polacco organizzando i cosacchi in squadroni di cavalleria dotati di grande spirito di corpo.

I cosacchi soldati ed esploratori Al tempo dell'atamano Bogdan Chmielnicki, per breve tempo, sorse un vero e proprio Stato co­sacco autonomo, ma i Russi ripresero il sopravvento, utilizzando i cosacchi come truppe di frontiera e come esploratori oltre gli Urali e il Mar Caspio. Ermak Timofeevic, il conquistatore della Siberia, era un cosacco, come i conquistatori di Baku e delle rive meridionali del Mar Caspio ai danni della Persia. Tuttavia, proprio a causa del loro innato spirito di indipendenza, i cosacchi si rivelarono sudditi pericolosi perché, se ritenevano violati i loro diritti, potevano insorgere. Di fatto, la Russia sperimentò la ribellione di Stenka Ra­zin tra il 1667 e il 1671 e poi quella, ancor più famosa, di Eme­lyan Pugacëv al tempo di Caterina II.

La rivolta di Stenka Razin La carriera di Stenka Razin è esem­plare. Nel 1667 egli catturò un grande convoglio di navi che tra­sportavano merci dei mercanti di Mosca. Con le navi catturate Razin si mise a percorrere il corso del Volga, at­taccando i forti e saccheggiando la regione circostante, seguito dai cosacchi che amavano quel tipo di guerra. All'inizio del 1668 i cosacchi sconfissero il voivoda di Astrakan, e per i diciotto mesi suc­cessivi fecero una scorreria in Persia attra­versando il Mar Caspio. Una flotta persiana fu distrutta e da quel momento Stenka Razin agì come capo di uno Stato indipendente. Nel 1669, Razin tornò ad Astrakan, facendo atto di sottomissione allo zar Alessio che gli aveva notificato il perdono, ma l'anno dopo si ribellò di nuovo conquistando molte città: i suoi cosacchi non amavano la vita tranquilla dei soldati di frontiera.

Declino di Stenka Razin Razin inviò emissari con proclami infiammati, affermando di voler rovesciare il regime dei boiari e dei funzionari zaristi, di annullare le differenze sociali e di edi­ficare un regime cosacco di assoluta uguaglianza. L'esercito rus­so combattè otto battaglie contro Razin in ritirata. Le città non aprivano più le porte ai ribelli e alla fine, quando Razin fu scomunicato dalla Chiesa ortodossa, la sua forza declinò. Nel 1671 fu catturato e dopo torture spaven­tose fu squartato.

Necessità di riforma della Chiesa ortodossa La rivolta si quietò subito, segno della forza acquistata dallo Stato russo che pur essendo amministrato con mezzi feroci, riusciva a imporre la sua volontà a un immenso territorio. La necessità di rinnovamento fu avvertita soprattutto all'interno della Chiesa ortodossa per fron­teggiare le minoranze protestanti e cattoliche entrate a far par­te dello Stato russo.

3. 3 La riforma della Chiesa ortodossa russa

     A metà del XVII secolo vi fu in Russia un interessante ten­tativo di limitare il potere autocratico dello zar, attuato dal patriarca Nikon.

Il patriarca Nikon Nikon conquistò il giovane Alessio, che lo elesse metropolita di Novgorod e poi patriarca di Mosca, la massima  autorità religiosa della Russia (1652). Il patriarca Nikon ricevette titoli e onori eccezionali e fu reggente quando Alessio si assentò da Mosca per la guerra in Polonia nel 1654. L'attivismo di Nikon fu avversato dai ti­tolari delle alte cariche dello Stato, al punto che nel 1658 Ni­kon dovette dimettersi e ritirarsi in convento.

Nikon perde i poteri politici Lo zar Alessio, che approvava il programma di riforma religiosa di Nikon, gli lasciò i poteri re­ligiosi che egli rivendicava in modo completo, ossia escludendo che il potere civile potesse interferire nelle que­stioni religiose, contrariamente a quanto era accaduto da sempre nella Chiesa ortodossa. Nikon perciò fu accusato di papismo e nel 1660 un concilio di prelati russi gli tolse il titolo di pa­triarca.

Fallisce il progetto di Nikon Nel 1666, nel corso di un concilio ecumenico ortodosso, al quale presero parte i pa­triarchi di Alessandria e Antiochia, con rappresentanti dei patriarchi di Costantinopoli e di Gerusalemme, Nikon fu privato della dignità patriarcale. Il concilio affermò che lo zar non aveva il diritto di modificare la Chiesa ortodossa, ma che essa si dichiarava subordinata allo zar in tutte le questioni secolari. La dichiarazione è importante perché configura una specie di asimmetria tra Chiesa e Stato: mentre la Chiesa non può interferire nelle decisioni dello Stato in campo secolare, quest'ultimo può inter­ferire nelle iniziative della Chiesa che abbiano qualche rilievo civile, ossia lo zar, garantendo solo l'intoccabilità della liturgia e della tradizione, esercita di fatto un con­trollo completo sulla Chiesa ortodossa.

Sostanziale accoglienza delle riforme di Nikon In una seconda sessione tenuta nei primi mesi del 1667, il Concilio confermò la validità delle riforme di Nikon per combattere l'eccessivo formalismo delle pratiche religiose, l'ignoranza del clero e la corruzio­ne morale diffusa tra i laici. Quelle riforme erano necessarie perché nell'impero russo c'erano minoranze di protestanti e di cattolici nelle province baltiche e in Ucraina. La Chiesa russa si trovava di fronte a un dilemma: o si riformava all'interno presentandosi in modo credibile davanti alle altre confessioni cristiane, o accettava la tradizione greca come la più antica e quindi la più vicina all'insegnamento di Cristo. Poiché il pa­triarcato russo non aveva nulla da temere da parte della Chiesa greca, ormai quasi tutta sotto il dominio turco, decise di adotta­re molte consuetudini greche in sostituzione di quelle russe che in qualche caso erano assurde.

Resistenze dei vecchi credenti Queste innovazioni furono ratifi­cate dal concilio del 1666-67 anche se erano state proposte dal deposto patriarca Nikon, ma sollevarono le fiere proteste di mol­ti che si proclamarono "vecchi credenti", provocando un vero e proprio scisma (Raskol), mai più rientrato, nonostante persecuzio­ni e condanne inflitte ai contumaci. La resistenza più fiera ven­ne dai monasteri posti nelle isole Soloveckij nel Mar Bianco che per parecchi anni resistettero anche ai soldati.

La Chiesa ortodossa contro gli influssi occidentali Da questi pochi cenni si può comprendere quante resistenze doveva affronta­re qualunque tentativo di riforma politica o religiosa che venis­se operata in Russia. La forza di quella società veniva dall'ade­sione alla tradizione del passato che si voleva mantene­re intatta. In al­tri termini, lo Stato russo aveva come unico fondamento culturale la Chiesa ortodossa che però si opponeva a qualunque cambiamento introdotto dall'Occidente (protestante o cattolico), ma gli zar ritenevano necessario il contatto con l'Occidente per averne la tecnologia e la scienza necessarie a  rendere la Rus­sia una grande potenza. Quel rapporto con l'Occidente, necessario ma nello stesso tempo fonte di tensioni esplosive, dura tuttora e ha finito per ridurre la Chiesa ortodossa in posizione mar­ginale, nonostante i tesori di fede, di arte e di dottrina che possiede.

3. 4 Pietro il Grande

     Nel 1672, quando nacque lo zarevic Pietro, la Russia era un paese povero, scarsamente popolato e arretrato. Le città erano poche e non esisteva alcun centro culturale con funzione propulsiva per la vita della nazione. Nelle campagne, i contadini erano ridotti alla condizione di servi della gle­ba, ossia lavoravano i campi e il prodotto andava ai proprietari della terra (la corona, i nobili, la Chiesa ortodossa), ricevendo solo il necessario per la famiglia.

Mancato accumulo capitalistico in agricoltura I contadini, per­ciò, non potevano mettere a capitale eventuali risparmi, anche perché gli scambi avvenivano in natura, ossia non venivano mediati dal denaro.

Il commercio in mano agli stranieri Nelle città esisteva una ri­stretta cerchia di grandi mercanti, ma con una funzione più simi­le a quella di grandi mediatori tra lo Stato russo e i mercanti stranieri. Poi venivano i mercanti medi che curavano la distribu­zione delle merci all'interno del paese, ma senza spirito imprenditoriale, senza pas­sione per le innovazioni tecnologiche. Gli artigiani delle città differivano dai servi della gleba solo per il fatto che pagavano le tasse allo Stato, in luogo di essere alle dipendenze dei nobi­li.

La nobiltà russa La nobiltà russa non si distingueva né per profonde relazioni culturali con l'Occi­dente, né per iniziative politiche atte a limitare il potere autocratico degli zar: i nobili, oltre a curare l'ammini­strazione dei loro beni patrimoniali, si distinguevano solo per il servizio militare in qualità di ufficiali, prima in lontane guarnigioni di confine, più tardi a Mosca.

La Russia presenta un aspetto asiatico La Russia appariva ai ra­ri viaggiatori stranieri un paese in cui dominava servilismo, or­goglio, disprezzo degli stranieri, ignoranza, fanatismo e uso ec­cessivo di alcolici che spesso dava luogo a vere e proprie mani­festazioni di follia, come avvenne a quel mercante di Kazan che invitò un folto gruppo di ospiti all'inaugurazione della sua nuo­va casa, costruita in legno. Il banchetto fu annaffiato da grande quantità di vodka e culminò con la decisione del padrone di casa di far portare numerose accette, subito impiegate dai presenti con energia, al punto di demolire la casa appena termi­nata.

Ribellione degli strelizzi Lo zar Alessio morì nel 1676 quando Pietro aveva solo quattro anni. La reggenza per conto di Pietro fu rovesciata da una rivoluzione degli strelizzi, la guardia del palazzo di Mosca, avvenuta nel 1682. I ribelli nominarono reggen­te Sofia, sorellastra di Pietro. Fino al 1689 Pietro fu messo da parte e nessuno si prese cura della sua educa­zione cosicché Pietro fece quello che più gli piaceva.

Infanzia di Pietro il Grande Si occupò di ogni genere di lavori manuali, si interessò di macchine e strumenti scientifici che metteva a punto lui stesso. Letteratura, arte, musica furono considerate perdite di tempo e messe da parte. Per tutta la  vita, Pietro dimostrò la capacità di saper trattare le cose, i problemi tecnici, non le persone che disprez­zava o temeva. In quegli anni prese a fre­quentare il quartiere moscovita degli stranieri dove conobbe un avventuriero svizzero con cui faceva memora­bili bevute, ma che riuscì a fargli comprendere il dovere di ri­prendere il potere e ammodernare la società russa: solo me­diante la tecnologia straniera si poteva innalzare la Russia al rango di grande potenza.

Pietro assume il potere Nel 1689, l'energico e robusto Pietro ritenne di essere in grado di toglie­re il potere a Sofia, sostenuta dal primo ministro Golicyn e dagli strelizzi. Nell'agosto 1689 fu diffusa la falsa notizia che gli strelizzi si accingevano a cat­turarlo. Pietro si rifugiò in un monastero presso Mosca: la noti­zia era falsa, ma a partire da quel momento il conflitto fu inevitabile. Numerosi ufficiali stranieri si schierarono dalla parte di Pietro: Golicyn fu esiliato e Sofia fu imprigionata in un convento.

Paradossi della situazione di Pietro L'aspetto paradossale della vicenda era che il principe Golicyn appariva l'unico russo in grado di guidare il processo di rinnova­mento dello Stato, mentre i partigiani di Pietro appartenevano a un gruppo tradizionalista. Per suggerimento della madre, Pietro aveva sposato Eudos­sia Lopuchina, una donna bella ma assolutamente stupida che gli dette un figlio, Alessio, ma anch'essa fu relegata in convento.

Iniziano le campagne militari di Pietro A partire dal 1695, Pie­tro cominciò a governare direttamente la Russia guidando la sua prima campagna militare verso il sud, la con­quista della fortezza turca di Azov alla foce del Don. Nel 1696 la fortezza cadde in mani russe, ma non si riuscì a conquistare lo stretto di Kerch che avrebbe permesso a una flotta russa di en­trare nel Mar Nero. Poco dopo, le potenze europee (Ve­nezia, Polonia, Austria) iniziarono trattative di pace coi Turchi, concluse a Carlowitz, costringendo anche Pietro a desistere dalla guerra.

Il viaggio di Pietro in Occidente L'avvenimento capitale della vita di Pietro il Grande fu il famoso viaggio in Europa, il primo compiuto da uno zar russo. Lo compì in incognito, una finzione che esentava i governi dei paesi attraversati da ricevimenti ufficiali. Partito nel marzo 1697, attraversando la Livonia e la Curlandia, Pietro arrivò in Prussia. In agosto giunse in Olanda dove lavorò come carpentiere nei cantieri di Am­sterdam. Nel 1698 Pietro giunse in Inghilterra dove rima­se quattro mesi, poi tornò sul continente e raggiunse Vienna. Pietro non si oc­cupò né di monumenti né di arte: gli interessavano i cantieri, le fabbriche, la navigazione, l'artiglieria, l'edi­lizia. Dovunque stese contratti con tecnici stranieri che doveva­no seguirlo in Russia coi libri e gli strumenti di lavoro. I colloqui politici che, nonostante l'incognito, Pie­tro aprì nelle varie capitali per organizzare una nuova lega contro i Turchi, non ebbero successo perché le cancellerie erano prese dalla crisi per la successione spagnola.

Ammutinamento degli strelizzi A Vienna Pietro fu raggiunto dalla notizia di un nuovo ammutinamento degli strelizzi (giugno 1698). Ritornò in Russia in tutta fretta: a Mosca fece imprigio­nare a centinaia quei turbolenti soldati, insensibile a ogni in­vito alla moderazione.

Le riforme di Pietro Alla fine del 1699 Pietro si trovò signore assoluto della Russia e perciò poté dare inizio alle riforme. In primo luogo la riorganizzazione dell'esercito secondo il mo­dello occidentale; poi la creazione della flotta da guerra. All'inizio del 1700 furono istituiti 29 nuovi reggimenti di fan­teria e due di dragoni (fanteria a cavallo) composti di volontari e di coscritti, insieme con i servizi occorrenti al loro funzionamento. Sempre nel 1700 fu creato il primo reggimento di artiglieria: per avere i cannoni fu costruito negli Urali uno stabilimento siderurgico, il primo della Russia. Gli uffi­ciali russi in possesso di reali competenze erano pochi e perciò furono reclutati all'estero molti istruttori, soprat­tutto in Germania, in attesa che  gli ufficiali russi fossero abili al comando.

La flotta russa del Baltico La flotta da guerra fu la creazione personale di Pietro il Grande. Nessuno dei consiglieri cre­deva possibile che un popolo ignaro di mare e navigazione potesse fornire buoni risultati. Dopo la costruzione della piccola flotta del Mar d'Azov, Pietro fece costruire alcune grandi navi in un cantiere sul lago Ladoga, trasferite in seguito nell'arsenale di Kronstadt, nelle vicinanze della capitale in costruzione, San Pietroburgo. L'imperizia dei sol­dati, trasformati in marinai, fece affondare alcune di quelle na­vi: dopo la morte di Pietro (1725) la flotta del Baltico decadde.

Problemi finanziari Per una politica così dispendiosa occorreva­no grandi quantità di denaro. La richiesta di uniformi, armi, vettovaglie, attrezzature portuali e cantieristiche contribuì a creare una sostenuta domanda interna. Pietro perciò ricorse alla confisca delle terre dei monasteri, all'imposizione di tasse in­dirette, di dazi. Numerosi monopoli rafforzarono la situazione finanziaria dello Stato. Tuttavia, mancando una solida borghesia, dotata di spirito imprenditoriale, la prima industrializzazione avvenne mediante fabbriche di Stato. Non essendoci borghesia, non esisteva neppure proletariato industriale: si ricorse al sistema adottato per la flotta, ossia trasformare alcune migliaia di contadini in operai delle industrie senza modificare il loro status sociale di servi della gleba. Finché durò la guerra del Nord, quelle fabbriche ebbero una ragion d'essere; dopo la fine del conflitto, molte si dimo­strarono poco produttive, incapaci di reggere la concorrenza straniera e perciò andarono in declino.

Limiti delle riforme di Pietro Pietro il Grande ebbe per tutta la vita un potere assoluto, creò esercito e flotta, potenziò le funzioni dello Stato, ma non aveva la possibilità di far saltare al suo immenso paese le tappe dello sviluppo organico. Occorre perciò esaminare la portata delle riforme di Pietro e i loro li­miti.

3. 5 I limiti della riforma dello Stato russo

     Quando Pietro assunse il potere, si trovò costretto a metter mano a una serie di riforme amministrative attuate all'interno dello Stato russo in cui poche cose sembravano razionali, essendo gli antichi ordinamenti frutto di organismi stratificati, sorti in tempi diversi con problemi di compatibilità reciproca.

Riforme amministrative La duma dei boiari, che risaliva ai primi tempi di Ivan IV era un consiglio consultivo di rappresentanti della nobiltà. Esso fu sostituito da due organismi più ridotti e meno formali, la Cancelleria privata e il Consiglio dei ministri, che fungevano da organi centrali di controllo. Gli oltre quaranta dipartimenti che si suddividevano le competenze politiche del paese furono sostituiti da nove collegi amministrativi, tre dei quali si occupavano di questioni finanziarie, gli altri si occu­pavano del commercio, delle miniere e manifatture, degli affari esteri, dell'esercito, della marina e della giustizia. Ognuno di questi collegi estendeva la sua giurisdizione su tutta la Russia.

Accentramento delle decisioni Per l'amministrazione delle pro­vince fu scelto un sistema fortemente accentrato. Tutta la Russia fu divisa in otto province, ciascuna delle quali fu posta agli ordini di un governatore con pieni poteri anche militari. In ogni provincia esisteva un Consiglio col compito di riscuotere le tasse e assistere il governatore nel di­sbrigo degli affari. Ogni provincia fu divisa in distretti. Nel 1719 questa organizzazione fu riformata: tutta la Russia fu divi­sa in 50 province, governate ciascuna da un voivoda nominato dal senato. Anche questo sistema fu abbandonato poco dopo la morte di Pietro perché troppo costoso.

La giustizia La giustizia fu tenuta separata dall'amministrazio­ne civile: la Russia fu divisa in dieci distretti giudiziari cia­scuno dei quali aveva una corte d'assise. La giustizia fu sempre molto lenta in Russia e il sistema penale molto severo. La pena di morte era prevista per almeno cento reati.

Il senato Nel 1711 fu creato il Senato, immaginato come un orga­no centrale di controllo che un poco alla volta divenne il centro di governo più importante perché decideva la nomina alla carica di governatore locale e altre cariche per delega dello zar.

Tentativi di istruzione pubblica Pietro aveva com­preso l'importanza dell'istruzione pubblica nel corso del viaggio all'estero. La guerra contro la Svezia impedì tuttavia di realizzare un completo piano di istruzione pubblica. La scuola elementare fu affidata alla Chiesa ortodossa che non fece granché soprattutto per mancanza di maestri e di tradizione pedagogica. Pietro fondò le scuole di immediata utilità: quelle militari e navali, la scuola di interpreti per le comunicazioni con l'estero, la scuola mineraria. Furono istituite in tutte le province "scuole di calcolo", ma gli stu­denti e i loro genitori ritenevano tempo perso quello impiegato a frequentarle e presto decaddero. Libri e gior­nali in lingua russa furono stampati in piccola quantità e la qualità appariva scadente. I nobili inviavano i loro figli nelle università estere, soprattutto in Germania e in Francia: se impa­ravano qualcosa, per il resto della vita leggevano nella lingua originale i libri giudicati interessanti.

L'Accademia delle scienze Pietro progettò l'istituzione di una Accademia delle scienze, realizzata qualche anno dopo la sua mor­te, diretta da scienziati stranieri. Qualche cosa fu tentata an­che per le arti: Pietro affidò la costruzione di Pietroburgo ad architetti tedeschi, mostrando di aver attenuato, col passare degli anni, il suo at­teggiamento di indifferenza verso le arti, comprendendone la fun­zione educativa.

Riforme del costume Di non secondaria importanza alcune riforme di costume: con un famoso Ukaz (ordinanza), Pietro ordinò ai no­bili russi di tagliarsi  baffi e barba: lui stesso eseguì quell'operazione sul volto dei nobili del suo seguito. Più tardi fu introdotta una tassa per coloro che a tutti i costi volevano tenersi la barba. Con un'altra ordinanza ingiunse ai nobili di abbandonare l'abito nazionale, il caffettano di origine tatara, a favore dei pantaloni e della giacca: a corte non era ricevuto chi persisteva nell'uso di abbigliamento antiquato.

Interruzione dello sforzo riformatore Occorre ripetere che lo sforzo riformatore di Pietro avvenne nel corso della lotta mortale sostenuta con la Svezia. La posta in gioco non era solo l'accesso alle coste del Baltico,  bensì l'ingresso stabile della Russia tra le grandi potenze europee. La Russia vinse la sfida militare e divenne una grande potenza, ma dopo la morte di Pietro, le riforme im­poste dall'alto a un paese ancora arretrato si rivelarono precarie.

Resistenza della Chiesa ortodossa L'azione riformatrice di Pie­tro il Grande fu frenata dalla Chiesa ortodossa. Con­trariamente alla Chiesa cattolica che non può identificarsi con una cultura nazionale, la Chiesa russa aveva ereditato molte caratteristiche dalla Chiesa bizantina, so­prattutto l'attaccamento ai riti e alla liturgia da mantenere inalterati anche quando le circostanze di vita di un intero popolo erano mutate.

Controllo statale sulla Chiesa Nel 1666, il tentativo del pa­triarca Nikon di affermare la supremazia della Chiesa russa sullo Stato era fallito. Pietro volle ottenere una completa supremazia sulla Chiesa russa e cercò di far eleggere dal Santo Sinodo un candidato di suo gradimento alla carica di patriarca di Mosca. Invece fu nominato patriarca Adriano, dando a Pietro la sensa­zione di essere stato sconfitto. Quando nel 1700 Adriano morì, Pietro vietò la nomina del successore: a partire da quel momento la Chiesa russa sarebbe stata guidata da un organismo collegiale. Nel 1701 i monasteri che nella Chiesa russa avevano goduto prestigio e poteri amplissimi, furono sottoposti a un ministero statale che si affrettò a confiscare gran parte delle ren­dite ecclesiastiche, sempre a causa della guerra con la Svezia. Molti monasteri minori furono aboliti, si vietò di costruirne di nuovi, i monaci furono ridotti di numero. Nella società russa il peso della Chiesa diminuì, senza che essa sapesse trasformarsi, mantenendo la sua presa solo sulle classi più modeste della socie­tà.

3. 6 La guerra del Nord

     La Russia è giunta all'attuale situazione di grande potenza militare attraverso tre guerre che presentano notevoli analogie. In primo luogo l'aggressione di una grande potenza: tra il 1700 e il 1718, Carlo XII di Svezia tentò di stroncare l'espansionismo russo; nel 1812 fu la volta di Napoleo­ne, a capo di una grande armata di oltre mezzo milione di solda­ti; nel 1941, Hitler a capo della massima potenza militare di quell'epoca, comandò un'invasione che si mutò in tragedia. Nei tre casi, il vincitore fu il "generale in­verno", sempre terribile nonostante i miglioramenti tecnologici degli eserciti.

Gli obiettivi politici di Pietro All'inizio del Settecento, Pie­tro assegnò alla politica estera tre obiettivi: raggiungere la foce del Don e costruire una flotta sul Mar Nero ai danni dell'impero turco; raggiungere le coste orientali del Mar Baltico, costruire una flotta e ottenere il passaggio attraverso il Sund ai danni della Svezia; schiacciare ciò che rimaneva della Polonia per ottenere la completa egemonia sui popoli slavi.

Parziale successo sul Mar Nero Il primo obiettivo fu solo parzialmente raggiunto, perché nel 1699 Venezia, Polonia e Austria vollero la pace con l'impero turco, firmata a Carlowitz per avere la possibilità di intervenire nella guerra di succes­sione spagnola.

La guerra del Nord La guerra del Nord iniziò nel 1700 con l'attacco di Augusto re di Sassonia-Polonia contro la Livonia. Augusto era alleato con la Prussia di Federico I e con la Dani­marca di Federico IV. Carlo XII di Svezia si era preparato alla possibilità di un conflitto su due fronti, contro la Danimarca e contro la Russia. Pietro il Grande, per attuare la sua politica baltica doveva sconfiggere la Svezia e perciò si alleò con la Da­nimarca.

Sconfitta della Danimarca Carlo XII decise di attaccare per pri­mo il nemico più pericoloso, la Danimarca, mediante uno sbarco sull'isola di Sjaelland che avrebbe permesso di distruggere la flotta danese posta a difesa di Copenaghen. Federico IV di Dani­marca riuscì sul piano diplomatico a evitare la disfatta della sua flotta accettando che la Danimarca abbandonasse la lega antisvedese.

Sconfitta dei russi a Narva Un attacco diretto della Svezia con­tro la Sassonia avrebbe avuto successo, ma quell'operazione non era gradita alle potenze marittime di Gran Bretagna e Province Unite che vi scorgevano vantaggi solo per la Francia. Carlo XII decise perciò, nel 1700, di condurre una cam­pagna militare in Livonia per liberarla dalle truppe di Augusto di Sassonia. Quell'esercito non s'aspettava una conclusione così ra­pida della guerra nell'isola di Sjaelland e perciò si ritirò oltre la Dvina. Ma anche un esercito russo era entrato nell'Ingria e aveva posto l'assedio intorno a Narva. L'esercito di Carlo XII, pur soffrendo per la stagione e per la mancanza di rifornimenti, si volse contro i Russi cogliendo una netta vittoria contro un esercito ancor privo di esperienza.

Carlo XII non sfrutta la vittoria contro i Russi A Narva Carlo XII colse un successo che lo accreditò come grande generale. Sarebbe stato necessario mettere fuori com­battimento Pietro in modo definitivo: le difficoltà logi­stiche per preparare una campagna contro Mosca costrinsero gli Sve­desi a ritirarsi negli accampamenti invernali. Nella primavera del 1701 prevalse alla corte di Carlo XII la decisione di lascia­re in sospeso l'attacco contro la Russia e di volgersi, invece, contro l'esercito di Augusto di Sassonia ancora presente nelle province baltiche. Le truppe sassoni si sottrassero alla sconfit­ta rifugiandosi in Polonia.

La questione polacca In Svezia si fece strada la possibilità di staccare la Polonia dall'unione con la Sassonia, tentando di far eleggere al trono polacco Giacomo Sobieski che avrebbe potuto guidare una politica nazionale ostile ai Russi. Essendo ini­ziata la guerra di successione spagnola, le potenze marittime in­sistettero perché tra Svezia e Sassonia si venisse alla pace, per utilizzare il vittorioso esercito svedese contro la Francia. Nel 1704 Carlo XII riuscì a far eleggere dalla dieta polacca un re nazionale, Stanislao Leszczynski, stringendo con la Polonia un'alleanza mi­litare ed economica.

Conseguenze della politica polacca di Carlo XII La politica po­lacca di Carlo XII si può variamente valutare, perché da una par­te fallì nel tentativo di far intervenire la Prussia, alla quale non interessava il ripristino di una grande Polonia; e dall'altra costrinse a rimandare il grande attacco contro la Russia di Pie­tro il Grande che così ebbe alcuni anni preziosi per rafforzare il suo esercito. Carlo XII incoraggiò l'espansione polacca in Ucraina e intrattenne rapporti con Tatari e Turchi per creare ai Russi difficoltà, costringendo Pietro a suddividere il suo eser­cito su numerosi fronti. Nel 1706 Carlo XII riuscì a far sloggia­re i Russi dalla Polonia e a sconfiggere i sassoni cui seguì la rinuncia di Augusto al trono di Polonia. Si erano creati i presupposti per la campagna contro la Russia, proprio nel momento in cui Pietro faceva il massimo sforzo per la fondazione di Pietroburgo.

Preparativi svedesi per la campagna di Russia La spedizione fu preparata meticolosamente: furono radunati circa 40.000 solda­ti ben equipaggiati e addestrati; furono stabiliti accordi con l'atamano dei cosacchi ucraini Mazeppa e col sultano turco. Ciò che si proponeva Carlo XII era la rettifica dei confini russi con l'abbandono delle province baltiche e della Finlandia.

Carlo XII penetra in Russia La campagna di Russia cominciò con grandi successi nella zona dei laghi Masuri da parte dell'eserci­to svedese, che cercò di lasciare i Russi nell'incertezza circa la strada che avrebbe seguito per raggiungere Mosca. Da parte russa, le truppe non erano più masse di contadini mal addestrati: ora esisteva un vero e proprio esercito e un piano di guerra non meno preciso di quello svedese, ossia tenere unite le forze russe per una battaglia decisiva da combattere ben dentro il proprio territorio. Nel luglio 1708, a Holowczyn, i Russi furono sconfitti, ma poterono ritirarsi su posizioni ancora più forti.

Sconfitta dell'esercito svedese di soccorso Sul finire dell'e­state Carlo XII dovette attendere i rinforzi condot­ti dal generale Löwenhaupt comprendenti soldati e un convoglio di rifornimenti. Il ritardo determinato da quel convoglio, fermato da piogge di inusitata intensità, co­strinse Carlo XII a prendere la decisione, di dirigersi verso sud in direzione di Kiev, sperando di trovare l’aiuto dei cosacchi di Mazeppa in Ucraina. Gli esploratori russi si accorsero che Löwenhaupt era in crisi e perciò decisero di attaccarlo lungo il Dnepr. La battaglia risultò incerta, ma i trasporti svedesi andarono perduti. I Russi riuscirono a entrare in Ucraina, occu­pando le fortezze della regione prima degli svedesi. Mazeppa non era pronto ad aiutare gli Svedesi, e i Russi occuparono la capitale cosacca Baturin eliminando i fautori della Svezia. Poi, a completare la tragedia, sopraggiunse l'inverno tra il 1708 e il 1709, provocando più morti per congelamento che una battaglia perduta.

Carlo XII sconfitto a Poltava Nella primavera 1709, l'esercito svedese tentò la conquista della città fortificata di Poltava, cercando inutilmente l'appoggio di Cosacchi e Tur­chi. I consiglieri di Carlo XII gli suggerirono la riti­rata in Polonia, anche per sloggiare i Russi che vi erano entrati e che stavano per far cedere il debole governo di Stanislao Les­zczynski. Un incidente imprevisto risolse il problema circa la decisione da prendere: Carlo XII fu ferito a un piede e dovette abbandonare il comando delle truppe. I Russi occuparono una forte posizione accanto a Poltava e riuscirono ad attirare l'esercito svedese in una trappola (8 luglio 1709). Tre giorni dopo avvenne la resa di ciò che restava dell'esercito svedese. Con pochi uomi­ni, Carlo XII riuscì a raggiungere la provincia turca di Bendery.

Carlo XII impossibilitato a tornare in Svezia Quella di Bendery doveva essere una sosta di pochi mesi per curare la ferita e per radunare soccorsi dalla Svezia, ma in realtà durò quattro anni. I Russi inva­sero di nuovo le province baltiche e la Polonia, trattenendo tut­ti gli ufficiali svedesi prigionieri. Anche Augusto di Sassonia rientrò in Polonia, costringendo Stanislao Leszczysnki a ritirar­si nella Pomerania svedese. Il problema del ritorno in Svezia del re Carlo XII fu complicato dell'entrata in guerra della Danimarca, che impedì all'esercito svedese di sbarcare in Polonia per aiutare il re.

Difficoltà della Svezia nel Baltico Nel 1710 i Danesi furono ri­cacciati dalla Scania e nel 1712 un esercito svedese poté sbarca­re in Pomerania, ma le navi da carico svedesi furono distrutte dalla flotta danese: l’esercito svedese deviò verso lo Jutland nel tentativo di far uscire la Danimarca dal conflitto, ma nel gennaio 1713 gli Svedesi furono sconfitti.

Ritorno di Carlo XII in patria A questo punto la situazione di Carlo XII in Turchia divenne insostenibile. I Russi spadroneggia­vano in Polonia: sia Augusto di Sassonia sia Federico Guglielmo I di Prussia temevano i Russi, ma non temevano meno gli Svedesi, rifiutandosi di passare dalla loro parte. Alla fine, Carlo XII si accordò con l'imperatore Carlo VI d'Absburgo per rientrare in pa­tria attraverso il territorio dell'impero.

Carlo XII riprende la guerra Tornato in patria, Carlo XII volle risollevare le sorti svedesi. L'avversario più deciso rimaneva la Russia. Appena Carlo XII poté disporre di un nuovo eserci­to, nell'inverno tra il 1715 e il 1716 riprese la guerra contro la Norvegia, utile per tenere sotto costante minaccia sia la Da­nimarca sia la Gran Bretagna dove era salito sul trono il duca di Hannover Giorgio I (1714). Il governo svedese iniziò trattative di pace coi nemici per dividere  Russi, Danesi e Inglesi i quali avevano concertato uno sbarco congiunto in Scania. Quelle tratta­tive fallirono perché Pietro il Grande rifiutò di restituire i porti del Baltico, e Giorgio I le città di Brema e di Verden. Carlo XII minacciava i troni russo e inglese intrattenendo rap­porti con lo zarevic Alessio, e con Giacomo III Stuart pretenden­te al trono inglese. Lo zarevic Alessio fu convinto a tornare in patria, ma quando cominciò a guidare la resistenza interna alle riforme di Pietro, fu imprigionato e torturato a morte.

Morte di Carlo XII Nell'autunno 1718 un grande esercito svedese mosse alla volta della Norvegia per strapparla alla Danimarca e in seguito invadere Germania e Polonia. Nel dicembre di quell'anno Carlo XII fu ucciso da una pallottola vagante: la successiva lotta per il potere (Carlo non aveva figli) mandò all'aria i piani svedesi. La pace con la Russia fu firmata a Nystad nel settembre 1721: la Sve­zia riebbe la Finlandia, ma cedette l'Ingria, l'Estonia e la Livonia. Pietro il Grande aveva vinto la grande guerra: con dieci milioni di abi­tanti e con una incipiente industrializzazione, la Russia era di­venuta un'insuperabile avversaria per la Svezia che, anche se ben organizzata, non poteva reggere un impero disperso lungo le coste del Baltico.

3. 7 Cronologia essenziale

1533 Morte di Basilio III. Il figlio Ivan IV il Terribile  dieci anni dopo si proclama zar.

1598 Il successore dello zar Ivan IV, lo zar Fëdor, muore. Gli succede il cognato Boris Godunov che prosegue la politica di Ivan IV ostile ai boiari.

1613 Viene eletto zar Michele Romanov lontano parente di Ivan IV.

1654 Il patriarca Nikon è reggente della Russia durante l'assenza dello zar Alessio impegnato dalla guerra in Polonia.

1660 Un concilio di prelati russi priva Nikon della dignità di patriarca.

1667 Il trattato di Andrusovo assegna alla Russia le terre già polacche a est del Dnepr.

1689 Pietro il Grande toglie la reggenza alla sorellastra Sofia.

1700 Pietro ricostituisce l'esercito e fonda la flotta, reclutan­do molti soldati stranieri. A Narva Carlo XII sconfigge i Russi.

1704 Carlo XII riesce a far nominare re di Polonia Stanislao Les­zczynski.

1706 Carlo XII respinge i Russi dalla Polonia e sconfigge i Sas­soni.

1709 Grande vittoria russa sugli svedesi a Poltava.

1721 Pace di Nystad. La Svezia perde l'Ingria, l'Estonia e la Li­vonia, ma riacquista in gran parte la Finlandia.

3. 8 Il documento storico

     Le riforme del patriarca Nikon apparvero del tutto necessarie perché la Russia potesse re­sistere con successo all'impatto con la cultura occidentale senza perdere la propria identità. I tradizionalisti rifiutarono le ri­forme di Nikon e dettero vita al Raskol, lo scisma dei vecchi credenti che hanno mantenuto fino ai nostri giorni le antiche consuetudini liturgiche. Il documento che segue è stato ricavato dal capolavoro letterario del seicento russo, la Vita dell'arci­diacono Avvakum scritta da lui stesso, che spiega in modo dramma­tico e popolaresco i motivi della resistenza alle novità intro­dotte da Nikon.

     “Babilonia in casa.  Quindi il Pilato ci lasciò e dopo aver finito il suo incarico sul Mezen, tornò a Mosca. A Mosca hanno arrostito e cotto altri due dei nostri: hanno bruciato Isaija, poi bruciarono anche Avraamij e fu soppressa una grande moltitu­dine di altri difensori della Chiesa: Dio conterà il loro numero. Meraviglia come non vogliano tornare alla ragione: col fuoco, la frusta e la forca vogliono raffermare la fede! Quali sono gli apostoli che hanno insegnato così? Io non lo so. Il mio Cristo non ha comandato ai nostri apostoli di insegnare così, cioè di condurre alla fede col fuoco, la frusta, la forca. Invece il Si­gnore ha detto questo agli apostoli: "Andando per il mondo predi­cate il Vangelo ad ogni creatura. Chi avrà la fede e sarà battez­zato sarà salvato e chi non ha la fede sarà condannato". Vedi, ascoltatore, è alla nostra volontà che Cristo si rivolge, e non ha comandato agli apostoli di bruciare sul rogo, né di impiccare sulla forca i ritrosi. Il Dio tataro, Maometto, ha scritto così nei suoi libri: "Ordino di piegare il capo con la spada a coloro che non si sottomettono alla nostra tradizione e alla nostra leg­ge". Il nostro Cristo, invece, non ha mai ordinato ai suoi disce­poli di fare così. Quei dottori che per condurre alla fede ammaz­zano e consegnano alla morte si dimostrano sostenitori dell'Anti­cristo; i loro atti sono come la loro fede. Nel Vangelo è scrit­to: "L'albero buono non può dare frutti cattivi né l'albero cat­tivo frutti buoni"; dal frutto si riconosce ogni albero. Ma perché parlarne tanto? Se non ci fossero combattenti non ci sa­rebbero palme. Chi desidera essere coronato, non ha bisogno di andare in Persia. Babilonia è in casa.

     Allora, vero credente, invoca il nome di Cristo, mettiti al centro di Mosca e fatti il segno della Croce del nostro Salvatore Cristo, con cinque dita, come lo abbiamo ricevuto dai Santi Pa­dri: eccoti il segno dei cieli venuto in casa! Dio ti benedirà: soffri per la consunzione delle dita, senza ragionare troppo! E per questo sono pronto a morire con te in Cristo. Sebbene non sia molto intelligente, un uomo incolto, tuttavia so che tutte le tradizioni dei Santi Padri nella Chiesa sono sante, sacrosante e immacolate. Le manterrò fino alla morte come le ho ricevute; non sposterò gli eterni confini posti prima di noi, che rimangano co­me sono nei secoli dei secoli!

     Non errare, eretico, non solo con il sacrificio di Cristo e la croce, ma non spostare neppure le tovaglie. Invece con il dia­volo si sono riproposti di ristampare libri, di cambiare tutto, di cambiare la croce sulla chiesa e sulle oblazioni; di elimina­re dal santuario le preghiere sacerdotali; hanno cambiato le li­tanie, durante il battesimo hanno ordinato di pregare palesemente lo spirito maligno - io sputerei a loro e a lui negli occhi - e nel battesimo il maligno li porta contro il sole; lo stesso fanno consacrando la chiesa e celebrando il matrimonio; portano contro il sole, fanno manifestamente alla rovescia, e nel battesimo non abiurano nemmeno Satana. Che fare? Sono suoi figli; possono abiu­rare il loro padre? Ma perché parlare tanto? Oh, anima della vera fede, tutto è stato capovolto! Come ha detto, così ha fatto, Ni­kon, il cane  infernale: "Stampa i libri, Arsen, in qualsiasi mo­do, solo non nel modo vecchio!" Così fece. Di più non poteva es­ser cambiato. Conviene  a tutti morire per questo. Siano maledet­ti i dannati con tutti i loro propositi, e alle loro vittime me­moria eterna tre volte”.

Fonte: Vita dell'arciprete Avvakum scritta da lui stesso, Bompia­ni, Milano 1972, pp. 80-82.

3. 9 In biblioteca

     Per la storia generale della Russia si consulti di V. GITERMANN, Storia della Russia, 2 voll., la Nuova Italia, Firenze 1973.

H. TROYAT, Pietro il Grande, Rusconi, Milano 1981.

Si consulti anche di L. KOCHAN, Storia della Russia moderna dal 1500 a oggi, Einaudi, Torino 1960.

Di semplice lettura il libro di W. GIUSTI, Storia della Russia, Ed. Abete, Roma 1975.


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