Maria Teresa Fasce, religiosa dell’Ordine di sant’Agostino.

Vite di Santi, Beati, Venerabili...

Una guida spirituale sul terreno della grazia.


GELTRUDE CECCARELLI

Abbadessa del Monastero di Cascia


Sono stata accolta nel Monastero di S. Rita in Cascia con una decisione Capitolare presieduta ed approvata dalla Madre Maria Teresa Fasce, che convocava per l’ultima volta il Capitolo comunitario.

Quando sono entrata come postulante, il 10 maggio 1947, la Madre non c’era più: morta il 18 gennaio, era però ancora presente nel cuore delle Consorelle, che avevano avuto la grazia di averla Madre.
Mentre all’esterno si continuava a parlare molto di Lei, per il compiersi delle opere da Lei iniziate, come la diffusione nel mondo del culto di santa Rita, l’Alveare, il Nuovo Tempio, il Bollettino «Dalle Api alle Rose», dentro il Monastero si viveva il dono più significativo di quella vita che, per il suo esempio e la sua guida spirituale, si era radicata sul terreno della grazia nell’esperienza vera della comunità claustrale agostiniana.

Decisamente contemplativa, destinata a Cascia come da richiamo misterioso per il nascondimento totale di sé, aveva iniziato il cammino nella gioia di essersi tutta donata a Gesù e di vivere unicamente per Lui. Dopo la Professione religiosa confidava alla sorella il reale significato della sua nuova vita: «Ora che, dopo averlo desiderato tanto, sono arrivata a consacrarmi … mi resta d’incominciare una vita veramente religiosa … onde non abbia da trovarmi, un giorno, burlata dagli Angeli e dagli uomini, per non aver adempiuto ciò che questo santo stato esige … ». Questa solidità e concretezza di vita della Madre riempirà il Monastero di preghiera, lavoro, silenzio, sofferenza, richiami così eloquenti da diffondere l’ideale religioso agostiniano della carità fraterna con scelte ora sofferte, ora serene, sempre piene di amore come unica alternativa ad una vita superficiale e vuota.

Il nostro Monastero ha ricevuto slancio e recupero sostanziale dalla sua presenza e testimonianza rifiorendo nel genuino spirito religioso claustrale e divenendo una numerosa famiglia con l’afflusso di vocazioni alla vita consacrata.

La Comunità, eleggendola Abbadessa fin dal 1920, e rinnovando l’incarico all’unanimità fino alla morte, ha attestato stima, affetto e fiducia verso Colei che è stata autentica «Madre», guida e custode fedele della vita religiosa. Ha costruito una famiglia assimilando la spiritualità dell’amore fraterno del santo Padre Agostino con l’amore a Gesù Crocifisso di santa Rita. E quando si è conclusa la sua giornata terrena, una grande speranza ha continuato a far vivere la Madre nel cuore di tutte le Consorelle di ieri e di oggi: con Lei il cielo avrebbe continuato l’opera della terra. Questa Monaca, conosciuta con l’appellativo «La Madre», era destinata ad avere un futuro: modello esemplare per noi religiose e per tutto il popolo di Dio. La santità della Madre, che la Chiesa si accinge a proclamare solennemente il 12 ottobre, è ora eredità inestimabile e bene prezioso che sentiamo di dover custodire diligentemente per renderlo segno sacramentale al cammino della Chiesa e dell’umanità verso il terzo millennio.


 

Da Genova a Cascia sulla via della perfezione


RINA BASSI

La sofferenza a volte inasprisce i cuori, può incattivire e piegare l’animo umano; essa però può anche temprare, rendere forti nelle avversità e capaci di comprendere meglio gli altri; diventare insomma un valore. Molto dipende dall’ambiente in cui vive chi soffre: se questo è improntato di fede, ricco di valori umani e spirituali, il sofferente riuscirà a superare il suo dolore, anche se non lo dimenticherà, e sopravvivendo alla sua pena la trasformerà in attenzione al prossimo, in carità autentica.

 

Destinata a diventare una madre singolare


Così probabilmente fu per la piccola Marietta che ad otto anni si vide privata del bene più prezioso per una bambina: le morì la mamma e ad allevare lei e i fratellini fu la sorella maggiore Luigia.

Marietta era destinata a diventare mamma in modo singolare, madre di una moltitudine di orfane e forse proprio quella sofferenza vissuta in tenera età in prima persona e l’abnegazione della sorella, contribuirono a sviluppare in lei lo spirito materno e la tenacia e il coraggio che caratterizzarono tutta la sua vita.

 

Ma cominciamo dall’inizio: Marietta, Maria Teresa Fasce, nacque il 27 dicembre 1881 a Torriglia. Visse a Genova dove frequentò le elementari presso le suore Guanelliane. Giovinetta si impegnò nelle attività oratoriane nella parrocchia agostiniana di Nostra Signora della Consolazione che frequentava con assiduità.

Aveva 19 anni quando santa Rita fu canonizzata da Papa Leone XIII ed ovviamente Maria Teresa partecipò a tutte le funzioni liturgiche e alle manifestazioni celebrate in onore della nuova santa, ancora poco conosciuta fuori dall’ambiente agostiniano e dall’Umbria.

Fu un colpo di fulmine per Marietta che dopo lunghe preghiere e conversazioni col suo confessore, decise di farsi monaca agostiniana a Cascia.

Non fu semplice convincere la famiglia e neppure i Superiori che l’avrebbero sì accolta, ma in Liguria e non in Umbria; il diniego venne anche dall’Abbadessa di Cascia che non vedeva una signorina di città lassù in un paese dove c’erano solo «quattro ciottoli»!

La tenacia di Maria Teresa e il suo «sentire» che Cascia era il posto dove Gesù la voleva, alla lunga ebbero la meglio.

Arrivò nel convento tra i monti il 22 giugno 1906 e lì visse il postulantato e l’anno successivo emise i voti, venendole imposti i nomi di Teresa Eletta. Le cose in convento, per svariati motivi, non andavano molto bene: mancava quello spirito profondo di ricerca di santità a cui Teresa ambiva. Ritornò a casa per un anno, vivendo nella preghiera e nell’ascolto, finché riconfermata nei suoi propositi ritornò in monastero nel maggio 1911.

 

Un modello di vita claustrale


Emessa la Professione solenne l’anno successivo, Teresa incominciò l’opera di ricostruzione spirituale all’intemo del convento, con il beneplacito dei Superiori e di molte consorelle. L’esempio di preghiera e di sacrificio fu seguito dalle altre monache così che Cascia divenne un modello di vita claustrale.

Era diventata Abbadessa con votazione unanime nel 1920, e a tutte chiedeva l’impegno costante nella preghiera, nella meditazione o nei lavori pratici, oltre che la stretta osservanza della Regola agostiniana sostenendo che Gesù non amava «le bambole», ma voleva spose attive e laboriose.

Si potrebbe pensare che la vita di una monaca di clausura sia ristretta alle quattro mura del convento. Madre Teresa Fasce ci mostra esattamente l’opposto: a lei si deve se santa Rita è oggi conosciuta in tutto il mondo; sua infatti fu l’idea di fondare un organo di stampa che mantenesse i contatti con i devoti di santa Rita: il bollettino «Dalle api alle rose» che uscì il 22/5/1923, con la collaborazione di P. Possidio Marabottini che sarà collaboratore della Madre anche per la costruzione del nuovo Santuario di Cascia, inaugurato nel 1947 (la guerra aveva fatto sospendere i lavori) e delle strutture per i pellegrini che la Madre aveva con lungimiranza previsto sarebbero arrivati da tutto il mondo. Madre Fasce sapeva accogliere tutto ciò che il Signore poneva sul suo cammino, così nel 1938 non ebbe dubbi nel far entrare in clausura una piccola orfana, cui seguirono tante altre sfortunate creature per le quali costruì un orfanotrofio femminile accanto al monastero, ricco di giocosità, di amore ma anche di spiritualità.

Aveva per queste piccole un vero trasporto materno, lei che a otto anni aveva perso la mamma, sapeva bene cosa passasse in quei piccoli cuori! Giocava con loro, si preoccupava che avessero cibo, istruzione e tanto calore umano attorno.

La Madre era madre per chiunque bussasse alla porta del monastero e non eran pochi coloro che da tutta la valle le andavano a chiederle consiglio.

Emula di Santa Rita, la sua amata Santa, portò con coraggio la Croce della sofferenza fisica. Per quasi trent’anni soffrì di enormi dolori per un tumore maligno al seno oltre che per mal di cuore, asma, diabete e problemi circolatori che ad un certo punto le impedirono persino di camminare. Di tutto questo non si lamentava mai, non faceva pesare le sue sofferenze sugli altri ed anzi non voleva neppure che se ne parlasse, lieta di condividere la Passione dell’amato Sposo Gesù.

Morì il 18 gennaio 1947 esattamente quattro mesi prima dell’inaugurazione del Santuario da lei voluto lasciando un esempio ed un ricordo indelebile in quanti la conobbero, che vollero averla vicina anche dopo la sua dipartita. Le sue spoglie infatti riposano nella cripta del Santuario di santa Rita a Cascia e sono meta di pellegrinaggio da parte di coloro che hanno bisogno di essere sostenuti nel non facile cammino della vita.

 

 

 

 

Un tralcio di vite feconda nella imitazione di santa Rita


OTTORINO PIETRO ALBERTI

Arcivescovo di Cagliari

 

Nel corso della storia, abitualmente segnato da contrasti e da lotte, da egoismi e da meschinità che amaramente rivelano la radicale povertà della condizione umana, s’incontrano anime «straordinarie» che sembrano vivere in una dimensione esistenziale superiore: creature umili e semplici, eppure grandi in virtù di quella «povertà in spirito» che, ancora sulla terra, assicura loro la «beatitudine del regno dei cieli»; anime che hanno già il cielo nel cuore; vite che s’immolano per la gloria di Dio e per il bene dei fratelli e che, proprio, donando se stesse danno la prova più chiara e completa della loro grandezza.

 

Un vincolo di amore fraterno


Sono i santi: persone, cioè, che hanno incarnato nella loro esistenza il Vangelo di Cristo e che proprio per questa ragione partecipano della «perennità» della Parola di Dio perché, con l’esempio della loro vita, questa Parola l’hanno attentamente «ascoltata» ed eroicamente «messa in pratica» fino a rendersi trasparenti testimoni della Verità che è sua sostanza.

La serva di Dio Maria Teresa Fasce è una di queste creature che il Signore ha voluto farci incontrare nel nostro sofferto pellegrinare terreno, e non possiamo non esultare per la sua beatificazione, primo autorevole sigillo che, per decisione del Romano Pontefice, vien posto dalla Chiesa sul riconoscimento dell’eroismo con cui la Madre Fasce ha esercitato tutte le virtù cristiane, vale a dire sulla sua santità.

Ma dobbiamo anche ringraziare Dio perché — come leggiamo in un prefazio della Messa dei santi — anche nella vita della Madre Fasce «…ci è offerto un esempio, nell’intercessione un aiuto, nella comunione di grazia un vincolo di amore fraterno».

Della Madre Fasce molto è già stato detto e scritto, ma c’è ancora tanto da scoprire, anche se è impresa ardua il poter arrivare a comprendere adeguatamente che cosa fu il suo cuore cristiano.

 

Si sa: non è facile conoscere una persona e anche quando ci è vicina resta un mistero. Non basta, infatti, riflettere sulle sue doti, sulle sue parole dette o scritte, e sugli avvenimenti che l’hanno avuta come protagonista, per giungerne a una sua piena comprensione. Molto spesso è una sorta di «intuizione», una certa «risonanza dell’anima» che ci rimanda l’eco del mistero, ed è allora che la ragione tace per lasciar parlare il cuore.

 

Fedele interprete del messaggio di s. Rita


Accostandosi alla Madre Fasce, forse, è proprio in questo modo che si potrà conoscere almeno… qualcosa della singolare ricchezza e bellezza della sua anima.

Resta vero che anche una «lettura dall’esterno» della sua vita non può non concludersi che con il riconoscimento di trovarci dinanzi a un’anima che dà luce! Un tralcio di quella vite feconda che è santa Rita!

Come ebbe a scrivere don Giuseppe De Luca: «S. Rita, per rigore estremo di penitenza, robustezza eroica di virtù e volo inarrivabile di contemplazione, fu tale donna che non sono necessarie molte architetture di ricerche e di congetture per spiegarci… la sua grandezza».

Niente mi trattiene dall’attribuire alla Madre Fasce questo giudizio, confortato anche dal rilievo che essa, nella sua ascesi e nel suo operare, si è sempre riferita alla Santa di Cascia, la quale, proprio in Lei, ha trovato una sapiente «interprete» del suo messaggio e, quindi, una «continuatrice» della sua missione nella Chiesa, per non dire nel mondo intero.

Non credo affatto esagerato o enfatico questo accostamento di s. Rita alla Madre Fasce, perché a giustificarlo è sufficiente riflettere sulla chiara testimonianza di virtù da Lei esercitate: la semplicità della sua esistenza di abbandono e di puro amore a Dio; lo slancio della sua anima contemplativa; la sua incondizionata volontà di consacrarsi alla gloria di Dio e al servizio dei fratelli; la sua esperienza mistica che non la distrasse affatto da una sorprendente attività nel piano temporale dove ebbe modo, oltre tutto, di dar prova della sua singolare intelligenza speculativa e pratica. Al qual proposito basti pensare alle tante iniziative che la videro coraggiosa promotrice di numerose opere, tra le quali meritano particolare ricordo: la pubblicazione del Bollettino mensile del Santuario di Cascia: «Dalle Api alle Rose»; la celebrazione del XXV anniversario della canonizzazione di s. Rita; la fondazione dell’Orfanotrofio di s. Rita; la costruzione del nuovo Santuario in Cascia.

 

Quell’inconfondibile profumo di santità


Ma tante e tante pagine ancora dovrebbero scriversi per narrare quanto la Madre Fasce fece per sfamare i poveri che bussavano alla porta del suo monastero, o che le sue consorelle andavano a cercare e a visitare nei loro tuguri; per soccorrere i disoccupati e le loro famiglie; per assistere i militari in cerca di rifugio nei drammatici tempi dell’ultima guerra mondiale; per rendersi presente, con coraggiosi e perfin temerari interventi, a favore dei deportati nei campi di concentramento nazisti. E tutto ciò, senza contare gli altri innumerevoli atti di carità da Lei compiuti, dei quali non resta una documentazione, né orale e tanto meno scritta, ma che, a giudicare da quel che si può e si deve pensare, sono registrati nel Libro di Dio.

Quanto della Madre Fasce è dato sapere è bello, è meraviglioso, eppure è ancor più bello e meraviglioso ciò che è custodito nel profondo della sua anima.

Non lo si conosce, ma lo si intuisce: è la profondità della sua fede, espressa in un immenso incontenibile amore a Dio e ai fratelli, e la cui testimonianza ci induce ad affermare che la Madre Fasce è «profumo di Dio… odore di vita, per la vita» (2 Cor 2, 15). Una «definizione», questa, che non ho timore di attribuirle, ricordando che Papa Leone XIII definì «stultum» negare il fenomeno del profumo che sarebbe emanato dalle spoglie della Fasce, sia nella cella dopo la sua morte, sia nel cimitero di Cascia e sia nella tomba della cripta del santuario dove sono custoditi i suoi resti mortali.

Comunque sia, il suo «profumo» resta ed è l’esempio di santità che ci ha lasciato come preziosa eredità.

 

 

Vita contemplativa e servizio ecclesiale nella testimonianza del carisma agostiniano


VITTORINO GROSSI

 

Suor Maria Teresa Fasce divenne abbadessa del monastero delle monache agostiniane di santa Rita in Cascia il 12 agosto del 1920. Aveva raggiunto l’età di 39 anni, essendo nata il 27 dicembre del 1881, e venne riconfermata nella carica in tutte le successive elezioni, sino alla morte, avvenuta il 18 gennaio del 1947.

I suoi 27 anni di reggenza del monastero di Santa Rita incisero profondamente sia nella comunità monastica che nella comunità civile di Cascia.

La comunità delle monache agostiniane, pur essendo di vita contemplativa, venne da lei mentalizzata a strutturarsi in un servizio ecclesiale che andasse da una intensa vita di preghiera liturgico-comunitaria e personale ai colloqui con i pellegrini nei parlatori, alla risposta delle lettere di persone in cerca di speranza di salute fisica e spirituale per i loro cari, all’accoglienza delle bambine rimaste senza famiglia nel periodo della guerra. Questa mentalità, espressione genuina della spiritualità agostiniana dell’«amor socialis», una volta divenuta coscienza del monastero di santa Rita nel difficile momento storico che si viveva in Italia e nel mondo (il periodo tra la prima e la seconda guerra mondiale), consentì alla madre Fasce di iniziare ad esplicitarla in diverse realizzazioni spirituali ed umanitarie di notevole rilievo.

 

La città di Cascia si adagia su di una collina ricca di storia soprattutto dal 1300 al 1600. Essa, a guisa di un mazzo di fiori dipinti per uno stemma, nella parte alta è dominata dalla Rocca (ormai ridotta a simbolo nell’arco della porta della città che tuttavia si conserva ancora intatto) e dal convento di sant’Agostino, reso tanto famoso da Simone Fidati (il beato Simone da Cascia); nella parte mediana è ornata dal monastero delle monache con l’annessa antica Chiesa di santa Rita; nella parte bassa è abbellita dalla Collegiata Santa Maria dove venne battezzata la piccola Rita, dalla Chiesa di san Francesco che dà sulla piazza e che conserva un affresco della più antica icona di Rita da Cascia, inserita in un altro dipinto, e dalla Chiesa di sant’Antonio che dà verso la valle dove scorre il fiume Corno (un affluente della Nera). Entro tali punti nodali dell’antica Repubblica la madre Fasce, abbadessa del monastero santa Rita, ideò altri edifici di natura spirituale ed umanitaria che le danno l’attuale volto moderno dai colori nitidi e sfumati insieme, propri di un paese raccolto in preghiera.

Lo sguardo del pellegrino cerca d’istinto la Basilica e il monastero di santa Rita, il centro e il cuore di Cascia, incastonati in quegli edifici moderni che delineano la figura d’insieme della città e presentano le idealità della madre Teresa Fasce: la Basilica di santa Rita, l’alveare delle apette; (l’orfanotrofio), il seminario agostiniano (l’attuale Casa degli esercizi spirituali «Santa Rita»), la Casa del pellegrino (l’attuale Hotel delle Rose), l’ospedale Santa Rita. Queste opere, in particolare la Basilica e l’orfanotrofio madre Fasce le ideò, le iniziò e di alcune vide anche la realizzazione, affiancandovi nel 1923 la pubblicazione del Bollettino Santa Rita «Dalle api alle rose» (attualmente ha una tiratura di 150 mila copie e viene pubblicato in italiano, francese, spagnolo, inglese e tedesco).

La continuità dell’opera della madre Fasce venne portata a compimento dall’abbadessa che le succedette, madre Giuseppa Rosato.

 

Tra le opere volute dalla madre Fasce quella più travagliata fu la costruzione del nuovo tempio in onore di santa Rita.

Se ne aveva bisogno dato il forte incremento dei pellegrini registratosi dal 1925 in poi, quando cioè si festeggiarono i primi venticinque anni della canonizzazione di santa Rita (era stata canonizzata il 24 maggio del 1900 dal papa Leone XIII). Nel 1925 ebbero inizio i lavori di progettazione. Venne chiamato a idearlo l’architetto Armando Brasini. Egli era accademico d’Italia e in Roma l’architetto ufficiale del governo presieduto da Mussolini. Il suo stile mirava al grandioso, da architetto imperiale, come ad esempio ideò e progettò l’attuale maestosa via romana dei Fori Imperiali. Per il tempio di santa Rita egli progettò l’intero paese di Cascia come tempio, quasi un tempio come nei tempi antichi era stato costruito a Palestrina in onore della dèa Fortuna. Naturalmente il progetto superava di molto le disponibilità locali e materiali del monastero. Egli ne fece un secondo ed anche un terzo, finché prevalse l’idea di affidare il tutto all’architetto del Papa, mons. Spirito Maria Chiappetta e la messa in opera alla ditta «Impresa Provera-Carassi». Per facilitare l’espropriazione di alcune case diede la sua opera anche Enrico Ciani, ex potestà (sindaco) di Cascia. La prima pietra poté essere benedetta e posta il 20 giugno del 1937 dal padre Carlo Pasquini, priore generale dell’Ordine Agostiniano.

Le vicende della guerra portarono alla sospensione dei lavori nella primavera del 1943. Nel marzo del 1946 ripresero i lavori che la madre Fasce poté vedere ultimati, anche se in barella, prima della sua morte avvenuta il 18 gennaio del 1947.

L’opera sociale più vicina alla spiritualità agostiniana della madre Fasce fu l’orfanotrofio, costruito tra il monastero e l’antica Chiesa di santa Rita. Essa lo iniziò nel 1938, per accogliervi bambine e ragazze bisognose dai sei ai diciotto anni. Con squisita sensibilità non le chiamò orfanelle, bensì «apette» di santa Rita e nella loro cura impegnò le migliori energie del monastero.