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Ho affermato che voi siete
l'unico ed il continuo pensiero della mia mente. Or dunque in una delle sere
scorse io mi ero ritirato in camera, e mentre mi disponeva per andare al
riposo, aveva incominciato a recitare le preghiere, che mi insegnò la mia buona
mamma.
In quel momento non so
bene se preso dal sonno o tratto fuor di me da una distrazione, mi parve che mi
si presentassero innanzi due degli antichi giovani dell’Oratorio.
Uno di questi due mi si
avvicinò e salutandomi affettuosamente, mi disse:
- Oh Don Bosco! Mi
conosce?
- Si che ti conosco -
risposi.
- E si ricorda ancora di
me? - soggiunse quell'uomo.
- Di te e di tutti gli
altri. Tu sei Valfré ed eri nell'Oratorio prima del
1870.
- Dica - continuò
quell'uomo - vuol vedere i giovani che erano nell'Oratorio ai miei tempi?
- Sì, fammeli vedere - io
risposi - ciò mi cagionerà molto piacere.
Allora Valfré mi mostrò i giovani tutti colle stesse sembianze e
colla statura e nell’età di quel tempo.
Mi pareva di essere nell'antico Oratorio nell'ora della
ricreazione. Era una scena tutta vita, tutta moto, tutta allegria.. Chi
correva, chi saltava, chi faceva giocare. Qui si gioca alla rana, là a barrarotta ed al
pallone. In un luogo era radunato un crocchio di giovani, che pendeva dal
labbro di un prete, il quale narrava una storiella. In un altro luogo un
chierico che in mezzo ad altri giovanetti giocava all'asino vola ed ai
mestieri. Si cantava, si rideva da tutte
le parti e dovunque chierici e preti,
e intorno ad essi i giovani che schiamazzavano allegramente. Si vedeva che fra
i giovani e i Superiori regnava la più grande
cordialità e confidenza. Io era incantato a questo spettacolo, e Valfré mi disse:
- Veda, la famigliarità porta affetto e l'affetto porta
confidenza. Ciò è che apre i cuori, e i giovani palesano tutto senza timore ai
maestri, agli assistenti ed ai Superiori. Diventano schietti in confessione e
fuori di confessione e si prestano docili a tutto ciò che vuol comandare colui
dal quale sono certi di essere amati.
In quell'istante si
avvicinò a me l'altro mio antico allievo, che aveva la barba tutta bianca e mi
disse: - Don Bosco, vuole adesso conoscere e vedere i giovani che attualmente
sono nell'Oratorio? - Costui era Buzzetti Giuseppe.
- Sì - risposi io! - perché è già un mese che più non li vedo!
E me li additò: vidi
l'Oratorio e tutti voi che facevate ricreazione. Ma non udiva più grida di gioia e cantici, non più vedeva quel moto,
quella vita, come nella prima scena.
Negli atti e nel viso di molti giovani si leggeva una
noia, una spossatezza, una musoneria, una diffidenza, che faceva pena al mio
cuore. [...].
- Ha visto i suoi
giovani? - mi disse quell'antico allievo.
- Li vedo - risposi sospirando.
- Quanto sono differenti
da quelli che eravamo noi una volta! - esclamò quell'antico allievo.
- Purtroppo! Quanta svogliatezza in questa ricreazione!
[...]
- Ma come si possono
rianimare questi miei cari giovani, acciocché riprendano l'antica vivacità,
allegrezza ed espansione?
- Colla carità!
- Colla carità? Ma i miei
giovani non sono amati abbastanza? Tu lo sai se io li amo. Tu sai quanto per
essi ho sofferto e tollerato pel corso di ben quarant'anni, e quanto tollero e
soffro ancora adesso. Quanti stenti, quante umiliazioni, quante opposizioni, quante
persecuzioni, per dare ad essi pane, casa, maestri e specialmente per procurare
la salute alle loro anime. Ho fatto quanto ho saputo e potuto per coloro che
formano l'affetto di tutta la mia vita.
- Non parlo di Lei!
- Di chi dunque? Di
coloro che fanno le mie veci? Dei direttori, prefetti, maestri, assistenti? Non
vedi come sono martiri dello studio e del lavoro? Come consumano i loro anni
giovanili per coloro che ad essi affidò la Divina Provvidenza?
- Vedo, conosco; ma ciò non basta: ci manca il meglio.
- Che cosa manca dunque?
- Che i giovani non solo siano amati, ma che essi stessi
conoscano di essere amati.
- Ma non hanno gli occhi
in fronte? Non hanno il lume dell'intelligenza? Non vedono che quanto si fa per
essi è tutto per loro amore?
- No, lo ripeto, ciò non
basta.
- Che cosa ci vuole
adunque?
- Che essendo amati in quelle cose che loro piacciono,
col partecipare alle loro inclinazioni infantili. imparino a vedere l'amore in
quelle cose che naturalmente loro piacciono poco; quali sono la
disciplina, lo studio, la mortificazione di se stessi; e queste cose imparino a
far con slancio ed amore
- Osservi i giovani in ricreazione.
- Osservai e quindi
replicai.
- E che cosa c'è di
speciale da vedere?
- Sono tanti anni che va
educando giovani e non capisce? Guardi meglio. Dove sono i nostri Salesiani?
[...]
- Negli antichi tempi
dell'Oratorio Lei non stava sempre in mezzo ai giovani e specialmente in tempo
di ricreazione? Si ricorda quei belli anni? Fra un tripudio di paradiso,
un’epoca che ricordiamo sempre con amore, perché l'affetto era quello che ci
serviva di regola, e noi per Lei non avevamo segreti.
- Certamente! E allora
tutto era gioia per me e nei giovani uno slancio per avvicinarsi a me, per
volermi parlare, ed una viva ansia di udire i miei consigli e metterli in
pratica. Ora però vedi come le udienze continue e gli affari moltiplicati e la
mia sanità me lo impediscono.
- Va bene. Ma se Lei non
può, perché i suoi Salesiani non si fanno suoi imitatori? Perché non insiste,
non esige che trattino i giovani come li trattava Lei?
- Io parlo, mi spolmono,
ma purtroppo molti non si sentono più di far le fatiche di una volta.
- E quindi trascurando il meno perdono il più e questo
più sono le loro fatiche. Amino ciò che piace ai giovani e i giovani ameranno
ciò che piace ai Superiori. E a questo modo sarà facile la loro fatica. La causa del
presente cambiamento nell'Oratorio è che un numero di giovani non ha confidenza
nei Superiori. Anticamente i cuori erano tutti aperti ai Superiori, che i
giovani amavano ed obbedivano prontamente. Ma ora i Superiori sono considerati
come Superiori e non più come padri, fratelli e amici; quindi sono temuti e
poco amati. Perciò se si vuol fare un cuor solo ed un'anima sola, per amore di
Gesù bisogna che si rompa quella fatale barriera della diffidenza e sottentri a
questa la confidenza cordiale. Quindi l'obbedienza guidi l'allievo come la
madre guida il fanciullino; allora regnerà nell'Oratorio la pace e l'allegrezza
antica.
- Come dunque fare per
rompere questa barriera?
- Famigliarità coi giovani specialmente in ricreazione. Senza
famigliarità non si dimostra l'affetto e senza questa dimostrazione non vi può
essere confidenza. Chi vuole essere amato bisogna che faccia vedere che ama.
Gesù Cristo si fece piccolo coi piccoli e portò le nostre infermità. Ecco il
maestro della famigliarità! Il maestro visto solo in cattedra e maestro e non
più, ma se va in ricreazione coi giovani diventa come fratello.
Se uno è visto solo predicare dal pulpito si
dirà che fa né più né meno che il proprio dovere, ma se dice una parola in
ricreazione, è la parola di uno che ama. Quante conversioni non cagionarono
alcune sue parole fatte risuonare all'improvviso all'orecchio di un giovane nel
mentre che si divertiva!
[...]
Se ci sarà questo vero
amore, non si cercherà altro che la gloria di Dio e la salute delle anime.
Quando illanguidisce questo amore, allora è che le cose non vanno più bene.
Perché si vuol sostituire
alla carità la freddezza di un regolamento? Perché i Superiori si allontanano
dall'osservanza di quelle regole di educazione che Don Bosco ha loro dettate?
Perché al sistema di prevenire colla vigilanza e amorevolezza i disordini, si va
sostituendo a poco a poco il sistema, meno pesante e più spiccio per chi
comanda, di bandir leggi che se si sostengono coi castighi, accendono odii e fruttano dispiaceri; se si trascura di farle
osservare, fruttano disprezzo per i Superiori a causa di disordini gravissimi?
[...]
[Il dispiacere per quanto va considerando provoca in Don
Bosco tanta oppressione che si sveglia tutto spossato. Ma la sera seguente,
appena a letto, il sogno interrotto riprende].
Avevo dinanzi il cortile,
i giovani che ora sono all'Oratorio, e lo stesso antico allievo dell'Oratorio.
Io presi ad interrogarlo:
- Ciò che mi dicesti io
lo farò sapere ai miei Salesiani; ma ai giovani dell'Oratorio che cosa debbo
dire?
Mi rispose:
- Che essi riconoscano
quanto i Superiori, i rnaestri, gli assistenti fatichino e studino per loro
amore, poiché se non fosse per il loro bene non si assoggetterebbero a tanti
sacrifici; che si ricordino essere l'umiltà la fonte di ogni tranquillità; che
sappiano sopportare i difetti degli altri, poiché al mondo non si trova la
perfezione, ma questa è solo in paradiso; che cessino dalle mormorazioni,
poiché queste raffreddano i cuori; e sovrattutto che procurino di vivere nella
santa grazia di Dio. Chi non ha pace con Dio, non ha pace con sé, e non ha pace
con gli altri.
- E tu mi dici adunque
che vi sono fra i miei giovani di quelli che non hanno la pace con Dio?
Questo è la prima causa del malumore, [...] se il cuore non ha la pace con Dio, rimane angosciato, irrequieto, insofferente di obbedienza, si irrita per nulla, gli sembra che ogni cosa vada male, e perché esso non ha amore, giudica che i Superiori non lo amino.
- Eppure mio caro, non
vedi quanta frequenza di Confessioni e di Comunioni vi è nell'Oratorio?
- E’ vero che grande è la frequenza delle Confessioni, ma ciò che manca radicalmente in tanti giovanetti che si confessano è la stabilità nei proponimenti. Si confessano, ma sempre le stesse mancanze, le stesse occasioni prossime, le stesse abitudini cattive, le stesse disobbedienze, le stesse trascuranze nei doveri. Così si va avanti per mesi e mesi, e anche per anni [...].
Sono confessioni che
valgono poco o nulla; quindi non recano pace, e se un giovinetto fosse chiamato
in quello stato al tribunale di Dio sarebbe un affare serio.
[...]
[Qui Don Bosco si
propone, appena rientrato da Roma, di
avvisare alcuni giovani dell’Oratorio, e intanto esorta tutti alla santità].
Qui vi dirò che è tempo
di pregare e prendere ferme risoluzioni; proporre non colle parole, ma coi
fatti, e far vedere che i Comollo, i Savio Domenico,
i Besucco e i Siccardi
vivono ancora tra noi.
In ultimo domandai a quel
mio amico:
- Hai null'altro da
dirmi?
- Predichi a tutti,
grandi e piccoli, che si ricordino sempre di Maria SS. Ausiliatrice.
- Che essa li ha qui
radunati per condurli via dai pericoli del mondo, perché si amassero come
fratelli, e perché dessero gloria a Dio e a Lei colla loro buona condotta; che
è la Madonna quella che loro provvede pane e mezzi per studiare con infinite
grazie e portenti. Si ricordino che sono alla vigilia della festa della loro
SS. Madre e che coll'aiuto suo deve cadere quella barriera di diffidenza che il
demonio ha saputo innalzare tra i giovani e Superiori e della quale sa giovarsi per la rovina di certe anime.
- E ci riusciremo a
togliere questa barriera?
- Sì certamente, purché
grandi e piccoli siano pronti a soffrire qualche mortificazione per amore di Maria
e mettano in pratica ciò' che io ho detto.
Intanto io continuava a
guardare i miei giovanetti, e allo spettacolo di coloro che vedeva avviati
verso l'eterna perdizione sentii tale stretta al cuore che mi svegliai. Molte
cose importantissime che io vidi desidererei ancora narrarvi, ma il tempo e le
convenienze non me lo permettono.
Concludo: sapete che cosa
desidera da voi questo povero vecchio che per i suoi cari giovani ha consumata
tutta la vita? Niente altro fuorché, fatte le debite proporzioni, ritornino i
giorni felici dell'Oratorio primitivo. I giorni dell'affetto e della confidenza
cristiana tra i giovani e i Superiori; i giorni dello spirito di
accondiscendenza e di sopportazione, per amore di Gesù Cristo, degli uni verso
gli altri; i giorni dei cuori aperti con tutta semplicità e candore, i giorni
della carità e della vera allegrezza per tutti. Ho bisogno che mi consoliate
dandomi la speranza e la promessa che voi farete tutto ciò che desidero per il
bene delle anime vostre.
Voi non conoscete
abbastanza quale fortuna sia la vostra di essere stati ricoverati
nell'Oratorio. Innanzi a Dio vi protesto: Basta che un giovane entri in una
casa Salesiana, perché la Vergine SS. lo prenda subito sotto la sua protezione
speciale. Mettiamoci adunque tutti d'accordo. La carità di quelli che
comandano, la carità di quelli che debbono ubbidire faccia regnare fra di noi
lo spirito di san Francesco di Sales.
O miei cari figliuoli, si avvicina il tempo nel quale
dovrò staccarmi da voi e partire per la mia eternità (Nota del segretario: A questo punto Don Bosco sospese di dettare;
gli occhi suoi si empirono di lagrime, non per rincrescimento ma per ineffabile
tenerezza che trapelava dal suo sguardo e dal suono della sua voce: dopo
qualche istante continuò). Quindi io bramo di lasciar voi, o preti, o chierici,
o giovani carissimi, per quella via del Signore nella quale Esso stesso vi
desidera.
A questo fine il Santo
Padre, che io ho visto venerdì 9 maggio, vi manda di tutto cuore la sua
Benedizione. Il giorno della festa di Maria Ausiliatrice mi troverò con voi
innanzi all’effige della nostra amorosissima Madre.
Voglio che questa gran
festa si celebri con ogni solennità; e Don Lazzero e Don Marchisio pensino a
far sì che stiano allegri anche in refettorio. La festa di Maria Ausiliatrice
deve essere il preludio della festa eterna che dobbiamo celebrare tutti insieme
uniti un giorno in Paradiso ».
Vostro aff.mo in G. C.
(Epistolario 4, 261-269) (Memorie Biografiche XVII, pagg. 107-114)
* Il testo della lettera da Roma dell'84 che qui
alleghiamo, non in edizione integrale, è tratto dal vol. XVII delle Memorie
Biografiche di San Giovanni Bosco del
Sac. Eugenio CERIA, Torino, SEI,
1936.
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