L’età delle crociate e la crisi di Bisanzio

Storia della Chiesa


Prof. A. Torresani. 12. 1 La riforma gregoriana; 12. 2 La Prima crociata; 12. 3 Il rinnovamento culturale del XII secolo; 12. 4 La Seconda crociata; 12. 5 L’Impero bizantino dai Macedoni ai Comneni; 12. 6 La Terza crociata e la crisi di Bisanzio; 12. 7 Cronologia essenziale; 12. 8 Il documento storico; 12. 9 In biblioteca


Cap. 12 L’età delle crociate e la crisi di Bisanzio



Enrico IV, persistendo nell’atteggiamento ostile al papato, non si rese conto che la politica imperiale stava imboccando un vicolo cieco. I papi accrebbero la loro influenza e guidarono l’opinione pubblica europea, realizzando imprese gloriose: ci si rese conto del significato della sconfitta di Romano Diogene a Manzikert quando i Selgiukidi massacrarono i pellegrini occidentali che si recavano a Gerusalemme: lo sdegno e la commozione furono indirizzati al compito di liberare la Terrasanta dagli infedeli. All’appello della crociata risposero soprattutto i medi e piccoli feudatari della Francia e dei Paesi Bassi che nel 1099 conquistarono Gerusalemme, fondando in Palestina un regno di tipo feudale. Furono sottovalutate le enormi difficoltà da superare per tenere in piedi una così fragile formazione politica, e dopo la prima crociata ne furono necessarie altre.


Nel XII secolo ci fu l’espansione di nuovi ordini monastici che adottarono alcune caratteristiche della riforma di Cluny: il protagonista del XII secolo fu senza dubbio san Bernardo di Chiaravalle, strenuo difensore dell’ortodossia contro le acrobazie intellettuali di Abelardo, il più sottile logico dell’epoca.


La decadenza di Bisanzio cominciò con la perdita dell’Asia Minore, poi fu affrettata dall’imperialismo economico delle repubbliche marinare italiane e rischiò la fine con la creazione dell’impero latino d’Oriente, il paradossale risultato della quarta crociata. Dopo circa mezzo secolo, l’impero d’Oriente risorse ma condusse un’esistenza precaria fino alla caduta di Costantinopoli avvenuta nel 1453.


Un vigoroso sviluppo caratterizzò le città europee, ritornate centri di elaborazione della cultura, dell’arte, dell’amministrazione: il conflitto tra papato e impero favorì la nascita dei comuni in possesso di ampie autonomie cui seguì un accumulo di capitale utilizzato per finanziare conflitti tra comuni diversi e per opporsi ai tentativi compiuti dal potere imperiale per sottomettere alla propria autorità i troppo indipendenti comuni.



12. 1 La riforma gregoriana



La morte di Enrico III, avvenuta nel 1056, era grave perché indeboliva la guida della politica imperiale nel momento più critico. I maggiori feudatari tedeschi ne approfittarono per aumentare la loro indipendenza. In Italia Goffredo della Bassa Lorena con la moglie Beatrice di Toscana teneva viva l’opposizione al potere centrale favorendo le mire di indipendenza del papato. Al sud, i Normanni rivelavano crescente vitalità politica, sfociata nella creazione di una potente monarchia accentrata.


Il consiglio di reggenza Nel 1062 Annone arcivescovo di Colonia con l’assenso di Ottone duca di Baviera tolse il giovane Enrico IV alla madre e lo condusse a Colonia. Nel 1066 Enrico IV iniziò il governo personale.


Disordini politici in Germania Per tutta la durata del regno di Enrico IV e del figlio Enrico V la Germania fu devastata da guerre civili. L’origine di tale situazione va cercata nella costituzione tedesca che aveva accettato la concezione dinastica della monarchia, ma attribuiva ai conti, ai marchesi, ai metropoliti, agli abati uno status politico semindipendente. Il re non era considerato superiore alla legge e quindi in grado di modificarla, bensì sottoposto alla legge considerata immutabile. I duchi ritenevano che il proprio potere si fondasse sul consenso della loro tribù e che il sovrano dovesse governare col loro accordo. In Germania perciò convivevano il principio potenzialmente assolutista rappresentato dalla successione dinastica, e il principio potenzialmente democratico che faceva derivare dal basso il potere dei duchi, e quello del re dal consenso dei duchi.


I vescovi-conti Anche in Germania si assistette alla vigorosa crescita delle città, affidate in genere a un vescovo-conte: il vescovo cercava di ottenere il diritto di tenere mercato e determinati privilegi come l’esenzione dal pagamento di certe tasse. Worms fu tra le prime a ricevere un diploma reale nel 1074 e fu anche il primo comune tedesco ad avere un governo indipendente dal vescovo. I duchi, un poco alla volta, divenuti magnati territoriali con diritto di successione per i figli, dotati di proprio esercito, costruirono castelli per fortificarsi e ben presto iniziarono guerre private che fecero riemergere la necessità di un forte potere centrale, l’unico in grado di garantire l’ordine pubblico. Non esistendo un regolare sistema di tassazione, i re e i duchi dovevano vivere dei loro proventi. Nel secolo XI si sviluppò la categoria dei ministeriales, dipendenti stipendiati dal re o dai duchi. Per il loro mantenimento occorreva un flusso costante di denaro che poteva venire solo dai tributi delle città quando si concedeva l’autogoverno.


Enrico IV Non è facile tracciare il ritratto di Enrico IV: certamente non era un soldato brutale, perché cercò di evitare per quanto poté i conflitti armati. Le umiliazioni del 1073 e del 1077 furono un calcolo politico. A partire dal 1069, Enrico IV si applicò ai problemi di governo. Il primo e il più grave era il recupero della Sassonia dove erano avvenuti gli abusi e le usurpazioni più gravi ai danni del potere sovrano. Enrico IV fece costruire in Sassonia e in Turingia una serie di castelli collegati tra loro per prevenire ribellioni dei nobili. Quando ritenne di avere in pugno la situazione della Sassonia, Enrico IV convocò l’esercito per attaccare i duchi di Polonia e di Boemia che si erano sottratti alla sua autorità, ma i feudatari, in luogo di attaccare i nemici esterni, assalirono ed espugnarono i castelli reali, obbligando il re a fuggire verso le città del Reno.


Worms e le città del Reno A Worms il re ricevette buona accoglienza e i cittadini espulsero l’arcivescovo che da tempo brigava contro il re: per riconoscenza fu concesso alla città il famoso statuto, il primo di una serie che proclamava libere dal controllo feudale le città renane, divenute perciò fedelissime al re. Le città comprendevano meglio dei feudatari la necessità di pace e ordine che favorivano lo sviluppo dell’artigianato, dei traffici, delle attività finanziarie. Con gli aiuti militari forniti dalle città renane Enrico IV fu in grado di lanciare contro la Sassonia il suo esercito.


La politica italiana di Enrico IV Proprio in quel momento giunse a Enrico IV la notizia della sconfitta della pataria milanese e dell’uccisione del suo capo Erlembaldo: volle nominare come arcivescovo Tedaldo, rompendo le relazioni diplomatiche con Gregorio VII. Ma anche questa volta Enrico IV si ingannò: aveva dalla sua parte i vescovi tedeschi, ma aveva sottovalutato la grandezza del suo avversario. Quando gli venne annunciata la minaccia di scomunica, Enrico IV convocò un concilio a Worms e inviò la lettera di deposizione nei confronti di Gregorio VII. Quando il papa rispose con la scomunica effettiva i Sassoni colsero l’occasione per far pagare cara al re la sua mancata clemenza. A Trebur fu convocata la dieta che doveva dare un successore al re scomunicato. Già conosciamo la decisione di Enrico IV di lasciare la Germania in pieno inverno per giungere quanto prima a Canossa dove ottenne il perdono papale.


Dopo Canossa in Germania Gli avvenimenti di Canossa colsero di sorpresa i ribelli sassoni e i nobili tedeschi che giudicarono un tradimento della loro causa l’assoluzione del re, rimesso alla testa del regno. Ben presto si diffuse la diceria che l’assoluzione era stata concessa a certe condizioni che non erano state rispettate, e perciò la dieta dei prìncipi si riunì ugualmente eleggendo Rodolfo di Svevia: costui rinunciò al principio ereditario e al controllo dell’elezione dei vescovi, promettendo obbedienza al papa nelle questioni ecclesiastiche. Questo atto fu rivoluzionario da una parte e reazionario dall’altra perché cercava di imporre alla Germania una costituzione senza speranza di poter durare – essa avrebbe distrutto ogni potere politico – e perciò Rodolfo di Svevia non incontrò il favore delle città libere dal momento che il potere egoistico dei principi era più temuto del potere assoluto di un solo sovrano.


Le città libere salvano Enrico IV Magonza respinse un tentativo di insediamento di Rodolfo di Svevia il quale dovette ritirarsi in Sassonia: anche la Borgogna rimase unita a Enrico IV che nel 1079 nominò come duca di Svevia, al posto del ribelle Rodolfo, il conte Federico di Staufen: mediante il matrimonio di Federico con Agnese figlia di Enrico IV, iniziò la fortuna della famiglia di Hohenstaufen.


Morte di Rodolfo di Svevia Rodolfo di Svevia non riuscì a sconfiggere l’avversario che, nel 1080, portò la guerra in Sassonia: la Germania appariva stremata e tutti anelavano alla pace. Gregorio VII non comprese il particolare stato d’animo del paese e quando alla fine pronunciò la sentenza di deposizione ai danni di Enrico IV, non fu seguito. Enrico IV, al contrario, convocò un concilio a Bressanone per nominare il nuovo papa dopo aver deposto Gregorio VII. Da Bressanone tornò nel nord per concludere il conflitto con Rodolfo che pur risultando vittorioso, morì per le ferite ricevute in battaglia (1081).


Discesa di Enrico IV in Italia Dal 1081 al 1084 Enrico IV soggiornò in Italia, sconfisse il papa e si fece incoronare dall’antipapa Clemente III, ma poi fu sconfitto dai Normanni e dovette abbandonare Roma. Approfittando della sua lontananza, gli ostinati ribelli sassoni dettero un successore a Rodolfo di Svevia, il conte palatino Ermanno di Salm che non poté abbandonare la Sassonia e per di più non aveva capacità militari. Nel 1088 Ermanno di Salm dovette abbandonare la Sassonia ritirandosi in Lorena dove fu ucciso in battaglia.


Ritorno di Enrico IV in Germania Enrico IV tornò in Germania nel 1084 per affrontare il partito della riforma della Chiesa guidato da Ottone, cardinale-vescovo di Ostia, il futuro Urbano II, il quale riuscì a far approvare alcuni decreti che affermavano il primato di Roma e della liturgia romana. I nobili sassoni abbandonarono il cardinale legato quando si accorsero che gli effetti della riforma della Chiesa intaccavano il loro potere sui beni ecclesiastici che avrebbero dovuto restituire. Nel corso di una dieta tenuta a Magonza nel 1085, Enrico IV fece proclamare la “pace di Dio” in tutto il regno. Inoltre fece confiscare i beni di Matilde di Toscana presenti in Lorena e li consegnò a Goffredo di Buglione; infine avanzò in Sassonia fino a Magdeburgo. Solo nel 1088, per stanchezza generale, la rivolta sassone fu sedata. I vescovi tedeschi assunsero atteggiamenti di compromesso: riconobbero Enrico IV come imperatore, ma non riconobbero l’antipapa Clemente III. Nel 1089 la contessa Matilde di Toscana sposò il giovanissimo duca Guelfo di Baviera saldando così i due patrimoni in grado di far ombra a Enrico IV che ritenne necessaria una nuova discesa in Italia per l’anno 1090.


Nuova calata in Italia di Enrico IV Dopo il 1090 cominciarono i guai famigliari di Enrico IV: nel 1093 si ribellò il figlio primogenito Corrado alleato con Matilde. L’anno dopo la seconda moglie Prassede, figlia del principe di Kiev, fu accusata di adulterio e fuggì presso Matilde, spargendo accuse nei confronti di Enrico IV. Prassede in seguito tornò in Russia e si fece monaca. Anche Matilde si separò dal marito per l’impossibilità di aver figli, e perciò il tentativo del duca Guelfo contro l’impero fallì: il passaggio verso la Germania attraverso la Baviera fu riaperto. Nel 1095 in Europa venne diffuso il celebre appello di Urbano II che incitava alla crociata, ma la Germania era tanto spossata che solo Goffredo di Buglione partecipò al grande evento.


Enrico V riceve il titolo di re di Germania Nel 1098 Enrico V fu consacrato re di Germania ad Aquisgrana, giurando di non prendere iniziative in disaccordo con l’imperatore. Nel 1099 morì Urbano II: il successore Pasquale II fu ancora più inflessibile nei confronti dell’impero. Nel 1100 morì anche l’antipapa Clemente III. Nel 1103 l’imperatore si dichiarò disponibile per recarsi in Terrasanta, se il papa gli avesse tolto la scomunica, ma Pasquale II non accettò.


Ribellione dell’erede Enrico V Enrico V riteneva che quanto più a lungo durava la situazione di un imperatore scomunicato, tanto più sarebbe risultata compromessa la sua successione. Nel 1104 scoppiarono tumulti a Ratisbona che l’imperatore non seppe sedare. Enrico V fuggì dalla corte, raggiunse Ratisbona mettendosi a capo di una ribellione di nobili, si fece assolvere dal papa e infine convocò un sinodo promettendo di combattere contro il sistema dei vescovi imperiali e di governare con l’assenso dei nobili: subito Sassonia e Baviera si unirono al ribelle. Enrico V iniziò la lotta contro il padre, ma le città renane gli chiusero le porte. Enrico IV cercò aiuti in Austria e in Boemia, ma fu sconfitto. Il giovane Enrico V indusse il padre a sciogliere il suo esercito e a presentarsi a Magonza per ottenere il perdono papale, ma in realtà lo fece arrestare. In seguito il prigioniero fu condotto a Ingelheim, dove fu tenuta un dieta nel corso della quale Enrico IV fu costretto a cedere le insegne imperiali, rinunciando al trono. Nel 1106 Enrico IV riuscì a fuggire da Ingelheim trovando seguito in Lorena e nelle città renane: ancora una volta divampò la guerra civile ed Enrico V fu sconfitto, ma poco dopo il vecchio re morì a Liegi.


Bilancio di un regno Il regno di Enrico IV fu costellato da lotte senza tregua, contro forze irriducibili e da ultimo ebbe contro anche il figlio: il sistema dei vescovi-conti non poteva più durare. Quando il movimento di riforma della Chiesa divenne impetuoso, durante la minore età del re, il destino di Enrico IV era già segnato: eppure riuscì a sfidare e vincere il più grande dei papi di quell’epoca, ma non poté sconfiggere il papato che aveva assunto ben altra autorità.


Enrico V Il nuovo imperatore era privo di scrupoli e dopo la morte del padre ne continuò la politica, perché le concessioni fatte al papato e ai nobili erano del tutto strumentali. Sotto il papato di Pasquale II la lotta per le investiture continuò, assumendo un aspetto nuovo: ora infatti si voleva ottenere che i laici non potessero nominare all’ufficio di vescovo o di abate un candidato prescindendo dall’autorità del pontefice. Pasquale II aveva ottenuto questo risultato in Francia, dove il re e i nobili si limitavano ad assegnare ai vescovi, dopo la loro consacrazione canonica, i beni temporali: i beneficati giuravano fedeltà solo per quanto concerneva quei beni, astenendosi dall’omaggio feudale.


Le investiture in Inghilterra In Inghilterra la soluzione fu più difficile, ma l’arcivescovo di Canterbury Anselmo di Aosta riuscì a ottenere dal re che abbandonasse l’investitura mediante pastorale e anello, anche se continuò a far consacrare vescovi che già avevano reso omaggio alla corona: come spesso è accaduto nel corso della storia inglese, fu adottato un compromesso che faceva salvo il potere effettivo del re sui vescovi, e l’autorità nominale del papa di procedere nella scelta dei vescovi.


La situazione in Germania In Germania per tutta la durata dello scisma dei vescovi imperiali si era proceduto secondo l’antico costume: infatti non c’era un sant’Anselmo di Aosta che garantisse l’obbedienza dei vescovi al papa. Ma quando con Enrico V la Chiesa tedesca tornò in comunione con Roma, apparve insostenibile il conflitto tra l’obbedienza al papa e la volontà di proseguire secondo l’antico costume delle nomine imperiali.


Il concilio di Guastalla Pasquale II convocò un concilio a Guastalla nel 1106 al quale i vescovi tedeschi non parteciparono, perché avevano seguito l’ordine di Enrico V di rispettare i suoi diritti e di convocare il concilio in Germania. Pasquale II rispose ribadendo il divieto di investitura laica e promise di recarsi a Magonza per Natale: in seguito non se la sentì di affrontare la lotta in casa dell’avversario, e preferì recarsi in Francia, dove fu accolto con rispetto e dove ricevette la delegazione tedesca. A Troyes Pasquale II rinnovò il divieto di investitura laica. Tornato in Italia, nel 1108, Pasquale celebrò un nuovo sinodo a Benevento confermando la scomunica a chi dava o riceveva investiture da laici. Poiché Enrico V desiderava l’incoronazione imperiale, le trattative furono continuate anche se non si scorgeva via d’uscita.


Calata di Enrico V in Italia Nel 1110 Enrico V calò in Italia e si avviò alla volta di Roma. Per qualche tempo Pasquale II ritenne possibile risolvere il dilemma in radice, separando gli interessi secolari da quelli ecclesiastici: la Chiesa avrebbe restituito all’impero le proprietà avute in amministrazione, mentre lo Stato avrebbe rinunciato all’elezione dei vescovi. Teoricamente la soluzione era ottima, perché nessun potere di questo mondo si sarebbe occupato di una Chiesa povera, mantenuta dalle offerte dei fedeli. Ma nella pratica la Chiesa aveva bisogno di una certa quantità di beni materiali, per esempio gli edifici di culto, i monasteri, le scuole, gli ospizi, gli orfanotrofi che a quei tempi si potevano mantenere solo se dotati di terre le cui rendite ne assicurassero l’esistenza materiale.


Tentativo di accordo a Sutri Nel 1111 a Sutri Pasquale II ed Enrico V siglarono l’accordo: il papa per sé e per la Chiesa rinunciò al possesso di ogni bene materiale concesso dall’impero. La notizia, appena si diffuse, provocò tali opposizioni da mandare all’aria l’accordo troppo radicale. Il papa fu imprigionato dai suoi oppositori per due mesi, in capo ai quali concesse a Enrico V tutto ciò che volle, ossia l’investitura regia dei vescovi come premessa indispensabile per la loro consacrazione. Il 13 aprile 1111 il papa dovette incoronare Enrico V che si affrettò a tornare in Germania. Pasquale II aveva tentato di percorrere una via ardua, ma non ebbe la forza di imporre le sue idee e perciò dovette affrontare la reazione degli ecclesiastici più zelanti. Nel 1112 ritrattò la concessione dell’investitura laica perché estorta con la violenza: da quel momento egli fu papa solo di nome.


L’eredità di Matilde Nel 1115 morì Matilde di Toscana, e immediatamente divampò la questione dell’eredità. Essa aveva donato i suoi beni alla Chiesa, ricevendoli come feudo dal papa. Al tempo della precedente discesa di Enrico V, essa aveva dimostrato all’imperatore molta amicizia, nominandolo erede. Nel 1116 Enrico V tornò in Italia per sistemare l’eredità, subito impiegata in importanti concessioni alle città italiane per averle dalla sua parte. Nel 1117 giunse a Roma esercitando l’autorità imperiale nel corso di un conflitto per la nomina del prefetto: Pasquale II si rifugiò presso i Normanni, scomunicando l’imperatore. Nel 1118 il papa rientrò in Roma e poco dopo morì.


Il trattato di Worms Il successore, Gelasio II, si recò in Francia dove sapeva di trovare protezione, ma morì a Cluny. I cardinali al seguito elessero il vescovo di Vienne, che assunse il nome di Callisto II. Ricominciarono le trattative per comporre lo scisma della Chiesa tedesca. Callisto II tornò a Roma nel 1120 e i negoziati procedettero finché a Worms, nel 1122, si arrivò al noto trattato che riportava la pace tra impero e papato: l’imperatore, oltre ad assicurare libertà di elezione dei papi, abbandonava l’investitura con anello e pastorale. Il papa accettò di fare una distinzione tra vescovati e abbazie che si trovassero in Germania e quelle d’Italia e di Borgogna. In Germania le elezioni episcopali dovevano avvenire alla presenza del re: il vescovo riceveva dal sovrano i beni feudali mediante lo scettro, e rendeva omaggio e giuramento di fedeltà prima della consacrazione episcopale. In Italia e Borgogna, la consacrazione episcopale doveva avere la precedenza e solo in seguito il re poteva concedere feudi con scettro e ricevere l’omaggio feudale.


Il Concilio Lateranense I Nel 1123, nel corso del concilio Lateranense I, nono concilio ecumenico, il primo celebrato in Occidente, la Chiesa confermò l’importante accordo che chiudeva la seconda fase della lotta per le investiture. Nel corso della lunga disputa erano accaduti molti fatti nuovi: la spiritualità dell’alto clero divenne più pura e profonda; l’autorità del papa si era estesa a tutto l’Occidente come mai in precedenza; in particolare, il potere del sovrano risultò limitato dal potere esercitato dal papa, perché i sudditi, posti tra due obbedienze, seppero elaborare una teoria della libertà che non sarebbe stata possibile se tutta l’autorità provenisse dall’imperatore.



12. 2 La Prima crociata



Mentre ferveva la lotta per le investiture maturò anche quel complesso fenomeno politico-religioso che va sotto il nome di crociata.


L’idea di crociata La rovinosa sconfitta subita dall’esercito bizantino a Manzikert nel 1071 per opera dei Selgiukidi è la premessa: i cristiani dell’Oriente furono sottoposti a un dominio più intollerante di quello esercitato dagli Arabi, che col passare del tempo erano divenuti sensibili ai vantaggi derivanti dal flusso dei pellegrini. Nel corso di due sinodi tenuti a Piacenza e a Clermont Ferrand, presieduti da Urbano II, l’entusiasmo raggiunse il parossismo. Nel suo discorso a Clermont, Urbano II affermò che la cristianità era disonorata dai trionfi musulmani in Oriente; che la Terrasanta era possesso legittimo della cristianità: “Dio lo vuole” fu la conclusione e la parola d’ordine.


Eccessiva estensione del dominio musulmano Il dominio musulmano sulle rive del Mediterraneo era superiore alle forze possedute e perciò, quando l’Occidente si rese conto della sua superiorità, cominciò il riflusso. La riscossa fu condotta in primo luogo dalle repubbliche marinare che costruirono flotte in grado di difendere le loro coste: Pisa Genova Amalfi. In particolare Venezia, dati i rapporti con Costantinopoli, assunse il controllo dell’Adriatico. Tra il 1015 e il 1017 l’alleanza di Pisa e Genova condusse al recupero della Sardegna.


I Normanni nell’Italia meridionale Nell’Italia meridionale i Normanni avevano cominciato a insediarsi come mercenari fin dal 1017, risultando più tenaci dei bizantini nella difesa del territorio. Dopo il 1060 l’anarchia tra i musulmani di Sicilia permise la conquista dell’isola. Una spedizione delle flotte congiunte di Pisa e Genova, compiuta ai danni di Tunisi nel 1087, si concluse col saccheggio della città, ponendo fine al dominio navale musulmano nel Mediterraneo occidentale, un evento ancora più importante della fine della resistenza araba in Sicilia, avvenuta nel 1091.


Le repubbliche marinare arrivano in Oriente L’alleanza tra Normanni, repubbliche marinare e francesi proseguì anche nel Mediterraneo orientale, dove già da tempo Amalfi trafficava con Siria, Egitto e Africa del nord: il passaggio in mani cristiane dei porti orientali apriva prospettive favolose. Venezia trafficava soprattutto con l’impero bizantino, ma anch’essa aveva tutto da guadagnare da un indebolimento degli Arabi.


La crociata Il nuovo prestigio assunto dal papato ne fece la guida più ascoltata per condurre la guerra contro gli infedeli. La crociata è un evento complesso che non si può ridurre a una sola delle sue componenti. Essa non è frutto solo di calcoli politici di papi, di feudatari, di imperatori; non è solo espressione della crescente potenza politica ed economica delle repubbliche marinare; non è mero fanatismo nella peggiore delle sue manifestazioni; non è frutto di un progetto sociale volto a dare sfogo alla turbolenta categoria dei cadetti, che così fu allontanata dall’Europa con la speranza di far fortuna in Oriente.


La crociata come pellegrinaggio In primo luogo la crociata è espressione della religiosità popolare di quei secoli che nel pellegrinaggio ravvisava uno dei più completi atti di culto. Per tutto il medioevo in testa a tutte le altre mete di pellegrinaggio figuravano San Giacomo di Compostella nel nord della Spagna; Roma con le tombe degli apostoli Pietro e Paolo; il santuario rupestre di San Michele al Gargano, e il Santo Sepolcro di Gerusalemme. Spesso il pellegrinaggio era una penitenza ecclesiastica, o un voto che si voleva mantenere a ogni costo. Chi aveva denaro forniva il vitto ai più poveri; molti chiedevano l’elemosina per umiliarsi; i malati erano alloggiati in ospizi e uno dei doveri della cavalleria era la difesa dei pellegrini dagli attacchi dei predoni. Un attivo predicatore, Pietro l’Eremita, diffuse il messaggio di Urbano II in tutta la Francia, in particolare in Lorena.


Crisi dell’impero bizantino In Oriente l’imperatore Alessio (1081-1118) era riuscito a salvare solo una piccola parte del territorio asiatico e doveva affrontare una dura opposizione al suo governo nella parte europea dell’impero. Alessio chiese aiuto a Urbano II (1088-1099), che patrocinò l’impresa.


La Prima crociata Il primo esercito crociato, partendo da Costantinopoli attraversò l’Asia Minore per giungere fino a Damasco e Gerusalemme. Il suo obiettivo primario non era di conservare all’impero d’Oriente il possesso dell’Asia Minore, bensì di liberare Gerusalemme dal dominio dei Turchi senza consegnarla all’imperatore d’Oriente: si voleva porre i cristiani della Palestina direttamente sotto l’autorità del papa.


Difficoltà organizzative della crociata Come accennato, il progetto di crociata scaturì nel corso del concilio di Piacenza celebrato nel 1095: subito alcune migliaia di entusiasti, sprovvisti di tutto, partirono alla volta di Costantinopoli. Nel successivo concilio di Clermont Ferrand aderirono alla crociata Raimondo conte di Tolosa e Ademaro vescovo di Le Puy, nominato legato papale. Nei mesi successivi l’appello del papa fu ripetuto in ogni angolo della Francia, ma né Filippo I re di Francia, né l’imperatore Enrico IV, né alcuno dei grandi feudatari accolse l’invito del papa.


I capi più prestigiosi Tra i capi più importanti ci furono Ugo di Vermandois, fratello del re di Francia, al comando di forze esigue. Il più ricco ed esperto tra i crociati era Raimondo di Tolosa, al comando del nucleo più numeroso. Importante per le relazioni famigliari era Roberto di Normandia, figlio di Guglielmo il Conquistatore, privo tuttavia di doti militari e diplomatiche. Goffredo di Buglione, duca della Bassa Lorena, aveva notevoli capacità militari ma scarse risorse economiche. Lo accompagnava il fratello Baldovino. Il normanno Boemondo di Taranto guidava un buon nucleo di cavalieri provenienti dall’Italia meridionale.


Itinerario della crociata Per raggiungere Costantinopoli furono seguiti tre itinerari: il primo andava da Norimberga a Ratisbona e poi seguiva il Danubio fino al Mar Nero; il secondo passava per la Dalmazia, raggiungeva Belgrado e poi proseguiva lungo il Danubio: fu seguito dai crociati italiani, francesi e borgognoni; il terzo percorreva la via Appia fino a Bari o Brindisi, raggiungeva Durazzo per mare e poi proseguiva lungo la via Egnazia. I vari gruppi partirono quando poterono, quasi tutti dopo il 15 agosto 1096, dandosi appuntamento a Costantinopoli. Il gruppo partito in precedenza condotto da Pietro l’Eremita giunse fino a Belgrado dove gli furono negati i viveri: per sopravvivere i crociati si dettero al saccheggio e molti furono uccisi.


Problemi politici della crociata L’imperatore d’Oriente Alessio dovette fornire i viveri e far vigilare i crociati perché non si dessero al saccheggio: pretese il giuramento di fedeltà secondo l’uso occidentale, lasciando ai crociati il controllo della Palestina, ma ribadendo i diritti dell’impero d’Oriente sull’Asia Minore e sulla Siria. Anche se non tutto andò per il verso giusto, verso la primavera del 1097 i gruppi crociati erano giunti a Costantinopoli e avevano prestato ad Alessio il giuramento. Fu concordato l’itinerario da seguire in Asia Minore: in primo luogo si doveva prendere Nicea, espugnata dopo un assedio di sei settimane. Dopo Nicea si doveva catturare Antiochia, passando per Dorileo. Qui i musulmani attaccarono i crociati, ma furono sconfitti.


Difficoltà dei crociati Dopo Dorileo i crociati soffrirono la fame e il caldo, perdendo molti animali. Giunti nell’Armenia Minore, la situazione dei crociati migliorò, ma cominciarono a disperdersi per fondare alcuni Stati crociati: Baldovino si mise a capo della contea di Edessa, Tancredi ricevette la Cilicia.


La conquista di Antiochia Il grosso dell’esercito crociato arrivò davanti ad Antiochia nell’ottobre 1097 e apparve chiaro che con le forze disponibili non si poteva conquistare la città. Non avendo cibo furono macellati i cavalli, ma senza cavalli non si poteva combattere. Si attendevano rifornimenti dall’Europa: quando giunsero, iniziò l’assedio e nel 1098 Antiochia fu presa. I crociati entrarono in città appena in tempo per mettersi al riparo dagli eserciti arabi di soccorso, che a loro volta assediarono la città. Il combattimento decisivo terminò con la vittoria dei crociati.


Discordia nel campo crociato La partenza per Gerusalemme fu rinviata a causa delle discordie insorte tra i crociati. Certamente i bizantini furono molto cauti e divennero ostili quando Boemondo avanzò pretese sul principato di Antiochia che si trova in Siria e quindi sarebbe spettato ad Alessio. La peste infuriava nel campo crociato falciando il legato Ademaro di Le Puy. La contesa tra Boemondo di Taranto e Raimondo di Tolosa per assicurarsi Antiochia assunse aspetti omerici: vinse il primo e perciò l’altro si mise in marcia sdegnato alla volta di Gerusalemme.


La conquista di Gerusalemme I crociati proseguirono la marcia verso Gerusalemme dove giunsero il 7 giugno 1099 iniziando subito l’assedio. Giunti al momento supremo della loro missione, i crociati si rianimarono. La difesa di Gerusalemme fu ben condotta sul piano militare, ma la popolazione non cooperò, atterrita dal numero e dalla fama acquistata dai cavalieri dell’Occidente: il 13 luglio, i crociati superarono le mura ed entrarono in città operando una inutile strage di popolazione civile.


Lo Stato crociato di Gerusalemme Una settimana dopo, il 22 luglio fu decisa la formazione del nuovo governo di Gerusalemme comprendente la Palestina meridionale: fu eletto Goffredo di Buglione che assunse il titolo di “Difensore del Santo Sepolcro”. Nel mese di agosto un esercito egiziano fu sconfitto ad Ascalona e con quella battaglia si può considerare conclusa la prima crociata.



12. 3 Il rinnovamento culturale del XII secolo



Con la crociata l’Europa riscoprì la necessità di rapporti politici regolari tra continenti – Europa, Asia, Africa – che da allora non sono più venuti meno. Questo respiro internazionale fu accompagnato da un vigoroso sviluppo culturale.


Diritto civile e canonico Le vecchie forze che si erano poste al servizio della Chiesa, in particolare i monaci cluniacensi, apparivano inadeguate di fronte ai nuovi compiti: occorrevano studiosi la cui conoscenza delle decretali (le leggi dei papi) fosse più scaltrita e rafforzata dalla capacità di argomentazione che solo lo studio della logica aristotelica sembrava fornire. Anche l’impero aveva bisogno di funzionari più preparati per contrapporre al diritto canonico una solida tecnica giuridica che solo la conoscenza del diritto romano offriva.


La nascita delle università A Bologna, a Parigi, a Reims si cominciò a leggere pubblicamente il diritto romano (da qui il termine di “lezione”) e a commentare il testo mediante glosse, sempre necessarie quando un testo è antico. A Bologna i glossatori divennero famosi, dando vita intorno al 1088 a uno studio generale in cui gli studenti si univano in corporazione per stipendiare maestri dai quali speravano di ottenere un sapere per fare carriera al servizio della Chiesa o dei sovrani.


La medicina Accanto alla facoltà di diritto civile e canonico si sviluppò la facoltà di medicina utilizzando le conoscenze della medicina greca sistemate dagli studiosi arabi che ancora per molto tempo fornirono i medici più famosi: la lunga permanenza dei crociati in Oriente rese abituale la presenza di un medico arabo o ebreo presso i grandi personaggi del tempo.


La teologia La teologia fece passi notevoli per merito di Lanfranco di Bec e dell’allievo Anselmo di Aosta. Anche la filosofia conobbe un periodo di intenso sviluppo. Ad Antiochia, a Gerusalemme, a Toledo sorsero attive corporazioni di traduttori che preparavano codici per un crescente numero di lettori.


Nuovi ordini religiosi Il grande movimento di Cluny appariva esaurito e perciò ci furono nuove fondazioni monastiche che proponevano lo studio accanto alla preghiera come ideale del monaco per mettere al servizio della Chiesa i nuovi strumenti culturali. Se confrontiamo la cultura di Gregorio VII con quella di Bernardo di Chiaravalle possiamo costatare lo straordinario progresso qualitativo avvenuto nel corso di mezzo secolo, reso evidente dal confronto tra un monastero cluniacense e uno cistercense, o tra lo stile romanico e il nuovo stile gotico delle chiese di recente costruzione, non più concepite solo come luoghi di preghiera, bensì come luogo in cui avvenivano i più importanti atti della vita civile e perciò ambienti spaziosi e pieni di luce.


San Bernardo Bernardo di Chiaravalle (1090-1153) è la figura più caratteristica del XII secolo, lo scrittore più efficace, l’oratore più travolgnte. Nel 1112 decise di entrare nel monastero di Citeaux. Si presentò accompagnato da una trentina di persone. L’esempio di Bernardo fu trascinante tanto che in breve il monastero risultò piccolo: furono fondati altri monasteri tra cui quello di Clairvaux. I monasteri cistercensi si moltiplicarono in molte nazioni europee.


Dimensione europea dell’azione di Bernardo L’influsso esercitato da Bernardo di Chiaravalle fu immenso. Quando un suo discepolo fu eletto papa con il nome di Eugenio III, compose per lui cinque mirabili lettere che formano il trattato Della considerazione. Fu un fermo difensore dell’ortodossia e un abile diplomatico. Seppe far rientrare il conflitto tra le famiglie Pierleone e Frangipane in competizione per il papato: riuscì a ricomporre il dissidio a favore del papa legittimo e a ricondurlo a Roma. Ma soprattutto fu il predicatore della seconda crociata, quella partita sotto i migliori auspici anche se fu la più infruttuosa. Compose gli statuti del nuovo ordine religioso-cavalleresco dei Templari che aveva il compito di difendere la Terra Santa dai ritorni offensivi degli Arabi: nell’Elogio della cavalleria nuova troviamo l’ideale dell’epoca, la cavalleria messa al servizio di Cristo.



12. 4 La Seconda crociata



Rifiutando il titolo di re di Gerusalemme Goffredo di Buglione si guadagnò l’aura di campione della fede come prima di lui ebbero solo re Artù e Carlo Magno, entrando nell’epopea. Tuttavia è bene ricordare che l’elezione di Goffredo di Buglione fu il risultato di un compromesso tra francesi e tedeschi, perché il duca della Bassa Lorena era di lingua francese ma vassallo dell’imperatore.


Il regno di Gerusalemme Il territorio occupato dai crociati in Palestina era limitato alla città di Gerusalemme e a pochi villaggi posti sulla strada di accesso: la vittoria riportata ad Ascalona sugli Egiziani rafforzò le difese meridionali del piccolo Stato, mentre la conquista delle città costiere e di Acri rafforzò la possibilità di ricevere rifornimenti: solo la conquista del porto di Giaffa permise commerci in grande stile ponendo le premesse economiche per la sopravvivenza delle conquiste crociate (1100). Goffredo di Buglione morì poco dopo l’occupazione di Giaffa.


Il principato di Antiochia Boemondo di Taranto nel 1100 fu fatto prigioniero dai Turchi e fu rilasciato solo nel 1103. L’anno dopo subì una sconfitta che lo costrinse a tornare in Occidente per cercare aiuti. Il nipote Tancredi governò ad Antiochia durante l’assenza dello zio fino al 1112, poi gli successe il nipote Ruggero, ucciso in battaglia nel 1119. La reggenza di Antiochia fu assunta dal re di Gerusalemme Baldovino II, fin quando arrivò dall’Italia Boemondo II per rivendicare il principato del padre.


La contea di Tripoli La contea di Tripoli, assegnata a Raimondo di Saint-Gilles si trovò in mezzo a continui conflitti e solo Bertrando, figlio di Raimondo, riuscì a conquistare la capitale della sua contea nel 1109. Gli Stati di Edessa, di Tripoli e di Antiochia furono assegnati come vassalli al regno di Gerusalemme, ma come avveniva in Occidente, anche in Oriente i conflitti tra cristiani furono innumerevoli e i tre vassalli si considerarono sempre indipendenti di fatto da Gerusalemme, alleandosi anche con i musulmani, pur di trionfare sui rivali cristiani.


Assetto feudale del regno di Gerusalemme Anche il regno di Gerusalemme fu diviso in quattro baronie che spesso avevano interessi contrastanti. Il primo successore di Goffredo di Buglione fu il fratello Baldovino I (1100-1118), una specie di cavaliere errante sempre in cerca di avventure che tuttavia seppe rafforzare il suo piccolo regno. Baldovino II (1118-1131), nipote del precedente, dovette impiegare la sua forza per la difesa di Antiochia e di Edessa finché fu catturato dai Turchi. Pagato il riscatto, nel 1125 sconfisse l’emiro di Mossul con l’aiuto della flotta veneziana. La figlia, la famosa Melisenda, sposò Folco V di Angiò che nel 1135, alla morte del suocero, subentrò al trono regnando fino al 1144, in costante guerra contro i Turchi, contro i Bizantini, contro i suoi stessi baroni. I crociati della Terrasanta non avrebbero potuto resistere senza l’aiuto delle flotte veneziana e genovese che fornivano il supporto logistico anche se, a causa dei contrasti reciproci, provocarono danni pari all’aiuto fornito.


Gli ordini religioso-cavallereschi L’afflusso di pellegrini e avventurieri produsse quel singolare fenomeno che va sotto il nome di ordini religioso-cavallereschi, ossia monaci guerrieri impegnati nella difesa del Santo Sepolcro. Ugo di Payns ebbe l’idea di formare un corpo di cavalieri per proteggere i pellegrini in transito per Gerusalemme. Costoro si impegnarono al triplice voto monastico di povertà castità e obbedienza, prendendo alloggio presso i resti del tempio di Salomone, per cui furono ben presto conosciuti come cavalieri templari. L’idea fu trovata feconda anche dai monaci che prestavano servizio presso l’ospedale di San Giovanni che furono riconosciuti come cavalieri di San Giovanni o ospedalieri.


I nuovi ordini, già molto sviluppati al tempo di Folco V d’Angiò, rappresentavano una forza consistente al servizio del regno. I due ordini religioso-cavallereschi conseguirono grande potenza, creando un embrione di sistema bancario perché avevano case in Oriente e in Occidente, queste ultime per operare il reclutamento di nuovi cavalieri, e perciò i mercanti trovarono conveniente per i loro trasferimenti di denaro utilizzare le case degli Ospitalieri o dei Templari, che offrivano garanzie di sicurezza. I successi crociati erano dovuti in gran parte alla disunione esistente tra gli emirati arabi che si erano indeboliti con guerre intestine, ma quando gli Arabi raggiunsero un minimo di unità, le sorti degli Stati crociati cominciarono a declinare perché dall’Occidente, diviso, non giunsero rifornimenti e rincalzi di uomini.


La riscossa musulmana L’eroe della riscossa musulmana fu l’emiro di Mossul Zinghi. Costui stabilì il suo dominio sulla Siria musulmana, attaccò Edessa che cadde nel 1144. Quella vittoria poteva essere essere fatale per i crociati, ma Zinghi fu ucciso dai suoi soldati nel 1146. Il figlio Nur ad-Din proseguì l’opera di Zinghi e nel 1154 conquistò Damasco.


Allarme in Europa La caduta di Edessa ebbe il potere di presentare in tutta la sua gravità la situazione. Bernardo di Chiaravalle fu incaricato dal papa Eugenio III di predicare la Seconda crociata. Al suo appello risposero i due maggiori sovrani del tempo, l’imperatore di Germania Corrado III e il re di Francia Luigi VII. Partiti separatamente per via di terra, incontrarono difficoltà impreviste. Luigi VII arrivò ad Antiochia, mentre Corrado III approdò ad Acri: quando le loro truppe si furono congiunte, posero l’assedio intorno a Damasco, ma i contrasti sorti tra crociati residenti e crociati appena giunti circa le modalità della guerra, permisero all’emiro di Damasco di corrompere una parte dei crociati. Sdegnato, Corrado III decise il ritorno in patria, mentre Luigi VII rimase ancora per qualche mese senza conseguire risultati apprezzabili (1147). La fine ingloriosa della Seconda crociata causò profondo disagio in Occidente e nessun vantaggio al regno di Gerusalemme. Le crescenti difficoltà dell’impero bizantino furono l’altra causa del ritorno offensivo dei musulmani.



12. 5 L’impero bizantino dai Macedoni ai Comneni



Il mezzo secolo che va dal 1025, anno della morte di Basilio II, al 1081, anno dell’avvento al trono bizantino di Alessio Comneno fu un periodo di grandi realizzazioni culturali, ma drammatico a causa della vistosa decadenza del potere imperiale nei confronti dei nemici esterni, Peceneghi e Turchi, e dei nemici interni, la grande nobiltà feudale.


Costantino VIII Il fratello di Basilio II, Costantino VIII, regnò per tre anni, ma non dimostrò capacità di governo: vissuto tutta la vita all’ombra del più capace fratello, non seppe elaborare una propria concezione di governo. Prossimo a morte, Costantino VIII fece sposare la seconda figlia, Zoe, con Romano Argiro.


Romano III Romano III (1028-1034) fu un mediocre imperatore: cambiò la politica dei predecessori nei confronti dei grandi proprietari terrieri, diminuendo le tasse. Volle guidare un attacco contro i musulmani e rimase sconfitto. Trascurò la moglie che non gli aveva dato figli col risultato che Zoe lo face assassinare e sposò Michele, un personaggio di rango modesto, assicurandogli il trono.


Michele IV Michele IV guidò l’impero con una certa abilità, riuscendo a ridurre la pressione degli aristocratici, ma non quella dei barbari alle frontiere. Sul fronte del Danubio i Peceneghi sfondarono due volte saccheggiando le città dei Balcani. Inviò nell’Italia meridionale Giorgio Maniace che prese al suo servizio i Normanni, conquistando Messina e Siracusa, ma in seguito il generale fu richiamato in Oriente e le sue conquiste andarono perdute. I Normanni iniziarono conquiste in proprio e nel 1041 si impadronirono di Melfi. Nel 1041 Michele IV morì.


Michele V Zoe aveva adottato un nipote del defunto marito, Michele V, facendolo incoronare nel giorno stesso della morte del predecessore, ma si trattò di una scelta infelice perché già quattro mesi dopo la folla di Costantinopoli acclamò imperatrice la sorella maggiore di Zoe, Teodora.


Costantino IX Zoe scelse come terzo marito Costantino IX Monomaco e anche questa scelta non fu felice, anche se il nuovo imperatore seppe circondarsi di personaggi abili e colti: nel 1045 l’università di Costantinopoli fu rifondata e dotata di buoni ordinamenti: tuttavia la cultura da sola non è segno di vitalità politica.


Ribellione di Giorgio Maniace Nel 1043 Giorgio Maniace tentò una sollevazione contro l’imperatore, vinse una battaglia ma rimase ucciso: Costantino IX celebrò il trionfo, ma lo Stato perse l’unico soldato capace. In conseguenza i Bizantini dell’Italia meridionale rimasero in balia dei Normanni, stanziati ad Aversa e Melfi.


I Normanni in Italia Nel 1046 giunse in Italia Roberto il Guiscardo, riconosciuto dall’imperatore d’Occidente Enrico III come conte di Aversa. Il comandante bizantino Argiro riuscì a riconquistare Bari nel 1051 e si alleò con il papa Leone IX contro i Normanni sempre più incalzanti. Argiro fu sconfitto nel 1052 e dovette ritirarsi a Bari, mentre nel 1053 Leone IX fu sconfitto dai Normanni: il progetto di alleanza politica tra il papato e Costantinopoli venne meno e nel 1054 accadde il noto episodio che incrinò i rapporti religiosi tra Oriente e Occidente.


Michele VI e Isacco Comneno I confini orientali erano minacciati dai Selgiukidi le cui incursioni, dopo il 1048, divennero sempre più preoccupanti. Costantino IX morì nel 1055: l’imperatrice Teodora tornò a corte e prese la direzione dello Stato con l’aiuto di funzionari fedeli alla dinastia Macedone, tra cui Michele VI il Vecchio che regnò un solo anno, abdicando a favore di Isacco Comneno, capo della fazione militare asiatica. Isacco aveva urgente bisogno di denaro e perciò utilizzò le entrate della chiesa di Santa Sofia per finanziare le necessità dello Stato: la decisione lo mise in contrasto col patriarca Michele Cerulario che fu inviato in esilio. Isacco restò in carica solo due anni ma seppe imprimere un vigoroso indirizzo alla politica estera bizantina. Nel 1059 Isacco Comneno abdicò ritirandosi in convento. Non sono chiari i motivi della rinuncia, ma è evidente che la sua politica sollevò vivaci opposizioni.


Costantino X Gli successe Costantino X Ducas, la cui moglie Eudocia era nipote di Michele Cerulario. L’ascesa di Costantino X fu disastrosa per l’impero d’Oriente. Egli dovette cedere spazio politico alla burocrazia civile, aumentando le spese dell’amministrazione statale a danno delle spese militari e della sicurezza delle frontiere, proprio nel momento in cui i Turchi preparavano l’assalto finale in Asia Minore e i Peceneghi dilagavano nei Balcani fino a minacciare la capitale dell’impero. Una pace precaria venne acquistata con grandi tributi, ma questo fatto indusse alcuni cittadini a passare al servizio dei musulmani che esigevano tributi più modesti. In Italia la presenza bizantina volgeva al termine: nel 1059 il papa Nicolò II riconobbe le pretese normanne sui ducati di Puglia, Calabria e Sicilia.


Romano IV Dopo la morte di Costantino X, la vedova Eudocia sposò Romano IV Diogene, membro dell’aristocrazia militare della Cappadocia. Costui rovesciò la politica disfattista del predecessore e iniziò una serie di campagne per contenere i turchi. Romano IV fu sconfitto nella decisiva battaglia di Manzikert (1071), nel corso della quale egli fu fatto prigioniero, anche per la defezione di Andronico Ducas, l’oppositore politico di Romano IV. La famiglia Ducas colse l’occasione per far eleggere Michele VII.


Michele VII La sconfitta di Romano IV e la successiva guerra civile permise ai Turchi la creazione del sultanato di Rum con Iconio per capitale. Michele VII non dimostrò alcuna qualità politica atta a far fronte alla difficile situazione. Si contesero il potere due pretendenti, uno dei quali rappresentava gli interessi europei dell’impero; l’altro era portavoce degli interessi dell’Asia Minore. Nel 1078 Michele VII abdicò e la guerra civile si concluse con l’entrata in Costantinopoli di Alessio Comneno nel 1081.


Alessio Comneno La situazione del nuovo imperatore era difficilissima perché era circondato da nemici. Il più pericoloso appariva Roberto il Guiscardo che nel 1081, dopo aver occupato l’isola di Corfù, sbarcò in Grecia. Per poterlo affrontare, Alessio Comneno venne a patti coi Selgiukidi dell’Asia Minore e poi aprì negoziati col papa Gregorio VII, con Venezia e con l’imperatore Enrico IV. Nel 1082 Roberto il Guiscardo tornò in Italia. Nel 1085 Roberto il Guiscardo morì e la pressione sull’impero bizantino diminuì. Non sono chiari gli avvenimenti che portarono alla Prima crociata che, come si è visto, ebbe due fini contrastanti: fu raggiunto solo il fine degli occidentali, ossia la creazione di un regno di Gerusalemme dalla vita precaria perché contrastato da Arabi, Turchi e Bizantini.


Alessio Comneno e la Prima crociata Alessio fino alla presa di Antiochia collaborò con i crociati, ma quando Boemondo volle creare per sé il principato di Antiochia sottraendo la città alla sovranità bizantina, la collaborazione cessò, forse a motivo del sospetto di un possibile attacco normanno in partenza da Antiochia e dall’Italia meridionale ai danni dell’impero bizantino. Nonostante la sua abilità Alessio Comneno non riuscì a ripristinare l’antica grandezza dell’impero d’Oriente.


Giovanni II Comneno Alla sua morte, avvenuta nel 1118, gli successe il figlio Giovanni II Comneno che cercò di proseguire la politica paterna. In quegli anni la presenza delle flotte delle repubbliche marinare italiane era divenuta incontenibile. In particolare i veneziani approfittarono delle difficoltà di Alessio per strappare condizioni di privilegio per il loro commercio, sottraendo all’erario bizantino una notevole parte dei proventi. Giovanni II cercò di sviluppare una grande azione diplomatica per creare difficoltà ai veneziani mediante alleanza col regno d’Ungheria e col principato di Rascia (Serbia).


Il regno di Sicilia Nel 1127 la Sicilia fu unita all’Italia meridionale e nel 1130 Ruggero II assunse il titolo di re di Sicilia. Poiché i Normanni rappresentavano il maggior pericolo dell’impero bizantino, Giovanni II strinse accordo con l’imperatore d’Occidente Lotario e, dopo la sua morte, con Corrado III. Buoni rapporti furono tentati anche col papato nella speranza di comporre il dissidio religioso che dal punto di vista politico rappresentava l’unica possibilità di ricevere aiuti dall’Occidente, ma suscitando l’avversione della Chiesa ortodossa.



12. 6 La Terza crociata e la crisi di Bisanzio



Nel 1143 Giovanni II morì. Aveva designato alla successione il figlio minore Manuele, scavalcando i diritti del maggiore Isacco. Nel 1144 avvenne la ricordata conquista di Edessa da parte di Zenghi: la caduta di Edessa rendeva precaria la situazione della regione.


Manuele Comneno Manuele comprese l’importanza dell’alleanza politica con l’Occidente per condurre un’azione comune ai danni del regno normanno di Sicilia: fece la proposta prima a Corrado III e poi a Federico I Barbarossa. Quando nel 1154 morì Ruggero II, il trono di Sicilia passò a Guglielmo I il Malo che incontrò difficoltà suscitategli contro dalla rivolta dei baroni. Manuele Comneno inviò un esercito in Puglia, ma nel 1156 Guglielmo I riuscì a sconfiggere i Bizantini.


Tentativi bizantini di intervento in Italia Nel 1159 Federico Barbarossa fece eleggere l’antipapa Vittore IV per contrapporlo ad Alessandro III che appariva favorevole ai comuni lombardi. Manuele Comneno cercò di negoziare la sua adesione alla causa del pontefice legittimo, proponendo alla Francia e al regno di Sicilia un attacco congiunto contro Federico Barbarossa, ma i negoziati non andarono in porto. Nel 1166 morì Guglielmo I di Sicilia lasciando un figlio minorenne, Guglielmo II: subito Manuele Comneno propose il matrimonio della propria figlia Maria, in quel momento unica erede dell’impero d’Oriente, con Guglielmo II. A Palermo lasciarono cadere la proposta e anche i negoziati con Alessandro III non ebbero successo perché la posizione del papa si era rafforzata mediante la formazione della Lega lombarda che sembrava più efficace per contrapporsi all’imperatore Federico I. Manuele Comneno ripropose il matrimonio della figlia Maria con Guglielmo II e questa volta la proposta fu presa in considerazione, ma in quel momento il matrimonio bizantino interessava anche al Barbarossa per il primogenito Enrico VI, anche se forse si trattò solo di una mossa diplomatica per impedire il matrimonio siciliano. Infatti, Maria Comneno sposò nel 1179 Ranieri di Monferrato, mentre Enrico VI sposò Costanza d’Altavilla, erede del regno di Sicilia alla morte del nipote Guglielmo II: il controllo della Sicilia e dell’Italia meridionale sfuggì del tutto all’impero d’Oriente.


Manuele Comneno e le repubbliche marinare La politica occidentale di Manuele Comneno comprese anche le città marinare di Pisa e Genova con le quali furono stipulati trattati commerciali in funzione antiveneziana, una circostanza che influì non poco a far dirottare a Costantinopoli la Quarta crociata: Venezia infatti cercava di ottenere il monopolio del commercio bizantino.


La politica orientale di Manuele Comneno Una sfortunata campagna militare contro il sultanato di Iconio si concluse con un disastro, anche se il sultano preferì non infierire sull’impero bizantino per non modificare i rapporti di forza nella regione. Nel 1180 Manuele Comneno morì dopo aver nominato la moglie Maria di Antiochia, normanna, reggente per il figlio undicenne Alessio II. A Costantinopoli esplose un’ondata di odio nei confronti degli occidentali che spadroneggiavano sulla popolazione bizantina. Nel 1182 gli odiati stranieri presenti nella capitale furono attaccati mentre si avvicinava il pretendente Andronico Comneno. Entrato in città, egli fece strangolare il giovane Alessio II e l’imperatrice madre Maria (1183). Il re d’Ungheria Bela III chiese soddisfazione per l’uccisione di Maria, sua cognata, e si alleò col principe di Rascia (Serbia) per attaccare le province di Dalmazia e Croazia. Nel 1185 essi conquistarono Tessalonica e la saccheggiarono: quando la notizia giunse nella capitale, la folla aggredì Andronico Comneno nominando imperatore Isacco Angelo.


Isacco Angelo Isacco Angelo non aveva qualità politiche e non fu in grado di arrestare la disgregazione dell’impero bizantino. Sposò Margherita figlia di Bela III d’Ungheria, riuscì a scacciare i Normanni dalla Macedonia e dall’Epiro, ma perse le province di Bulgaria e Valacchia. Infine Isacco Angelo si tirò addosso la Terza crociata, proclamata in seguito alla caduta di Gerusalemme, avvenuta nel 1187 per opera di Salah ad-Din (Saladino).


La Terza crociata Federico Barbarossa negoziò col sultano di Iconio il passaggio attraverso l’Asia Minore, dandogli a sua volta via libera per un attacco contro l’impero bizantino. Isacco Angelo non poté far altro che stringere alleanza con Saladino contro Turchi e occidentali. Nel 1189, all’avvicinarsi dei crociati, Isacco Angelo compì l’errore di far arrestare gli ambasciatori tedeschi: in ritorsione il Barbarossa ordinò al figlio Enrico VI di inviare a Costantinopoli la flotta siciliana, considerando la conquista della capitale bizantina il passo preliminare per la conquista di Gerusalemme. Nel 1190 Isacco Angelo fu costretto alla tregua con Federico Barbarossa, consegnandogli ostaggi finché non avesse traghettato in Asia Minore le truppe. Nel giugno 1190 Federico Barbarossa morì tragicamente e Bisanzio ebbe un attimo di tregua, anche se Cipro cadde in mano al re d’Inghilterra Riccardo Cuor di Leone: l’isola fu consegnata ai Templari che nel 1192 l’affidarono a Guido di Lusignano, il re spodestato di Gerusalemme.


Oltre al Barbarossa e a Riccardo Cuor di Leone alla crociata aveva aderito anche il re di Francia Filippo II Augusto. In teoria la crociata partiva sotto i migliori auspici, ma i tre sovrani più potenti dell’Occidente non concertarono un piano comune. Dopo la morte del Barbarossa gli altri due sovrani compirono una serie di operazioni senza coordinazione: Filippo Augusto pose l’assedio intorno a San Giovanni d’Acri; Riccardo conquistò Cipro. Dopo l’espugnazione di san Giovanni d’Acri la crociata si sciolse perché Filippo Augusto ritenne d’aver adempiuto al suo voto. Riccardo rimase ancora qualche mese in Palestina finché anch’egli decise di tornare in patria. Durante il viaggio di ritorno fu fatto prigioniero dal duca Leopoldo d’Austria e ceduto all’imperatore Enrico VI che lo tenne in ostaggio per trenta mesi, quanti ne occorsero al fratello Giovanni Senzaterra per raccogliere il riscatto. Nel 1192 morì anche il Saladino, il più cavalleresco degli avversari incontrati dai crociati, ma essi non avevano né i piani né i mezzi per trarre profitto dall’avvenimento.



12. 7 Cronologia essenziale



1053 Le truppe del papa Leone IX sono sconfitte dai Normanni.


1054 Scomunica reciproca tra le Chiese di Roma e Costantinopoli.


1060 Roberto il Guiscardo inizia la conquista della Sicilia.


1077 Enrico IV si reca a Canossa per ottenere il perdono papale.


1081-1084 Calata di Enrico IV in Italia: sconfitta di Gregorio VII.


1085 Morte di Roberto il Guiscardo


1095 Urbano II lancia il celebre appello alla crociata nel corso del concilio di Clermont Ferrand.


1099 I crociati conquistano Gerusalemme: Goffredo di Buglione è nominato re di Gerusalemme.


1122 Concordato di Worms che conclude la lotta per le investiture.


1130 Ruggero II d’Altavilla assume il titolo di re di Sicilia.


1144 Caduta di Edessa in mano ai musulmani.


1190 Federico Barbarossa muore nel corso della Terza crociata.



12. 8 Il documento storico



Le pagine che seguono contengono il racconto della presa di Gerusalemme nel corso della Prima crociata, scritto da Ibn al-Athir, considerato il più grande e attendibile tra gli storici arabi delle crociate, anche se c’è la notizia di un massacro di 70.000 persone che appare incredibile e non è confermato da altre fonti indipendenti da questa.



“Gerusalemme apparteneva a Tag ad-dawla Tutùsh, che l’aveva concessa in feudo all’emiro Suqmàn ibn Artùq il Turcomanno. Ma, quando i Franchi vinsero i Turchi sotto Antiochia e ne fecero strage, questi si indebolirono e dispersero e allora gli Egiziani, vista la debolezza dei Turchi, marciarono su Gerusalemme sotto il comando di al-Afdal ibn Badr al-Giamali, e la assediarono. Erano nella città Suqmàn e Ilghazi figli di Artùq, il loro cugino Sunig e il loro nipote Yaquti. L’Egiziano montò contro Gerusalemme più di quaranta macchine d’assedio, che demolirono vari punti delle mura; gli abitanti si difesero, e la lotta e l’assedio durarono più di quaranta giorni. Alla fine, gli egiziani si insignorirono della città per capitolazione nello sha’bàn del 489 (agosto 1096: in realtà, agosto 1098). Al-Afdal trattò generosamente Suqmàn, Ilghazi e i loro compagni, fece loro larghi donativi, e li lasciò andare; ed essi si recarono a Damasco, e poi passarono l’Eufrate, e Suqmàn si fermò a Edessa, mentre Ilghazi se ne andò nell’Iràq. Gli egiziani misero come luogotenente in Gerusalemme un certo Iftikhàr ad-dawla, che vi restò fino al momento di cui parliamo.


Contro Gerusalemme mossero dunque i Franchi dopo il loro vano assedio di Acri, e giunti che furono la cinsero d’assedio per oltre quaranta giorni. Montarono contro di essa due torri, l’una delle quali dalla parte di Sion, e i Musulmani la abbruciarono uccidendo tutti quelli che c’eran dentro; ma l’avevano appena finita di bruciare che arrivò un messo in cerca d’aiuto, con la notizia che la città era stata presa dall’altra parte: la presero infatti dalla parte di settentrione, il mattino del venerdì ventidue sha’bàn 492 (15 luglio 1099). La popolazione fu passata a fil di spada, e i Franchi stettero per una settimana nella terra menando strage di Musulmani. Uno stuolo di questi si chiuse a difesa dell’Oratorio di Davide, dove si asserragliarono e combatterono per più giorni; i Franchi concessero loro la vita salva, ed essi si arresero, e, avendo i Franchi tenuto fede ai patti, uscirono di notte verso Ascalona, e lì si sistemarono. Nel Masgid al-Aqsa invece i Franchi ammazzarono più di settantamila persone, tra cui una gran folla di Imàm e dottori musulmani, devoti e asceti, di quelli che avevano lasciato il loro paese per venire a vivere in pio ritiro in quel Luogo Santo. Dalla Roccia predarono più di quaranta candelabri, ognuno del peso di tremilaseicento dramme, e un gran lampadario d’argento del peso di quaranta libbre siriane; e dei candelabri più piccoli centocinquanta d’argento e più di venti d’oro, con altre innumerevoli prede.”



Fonte: Storici arabi delle crociate, a cura di F. GABRIELI, Einaudi, Torino 1969, pp. 12-13.



 


 


12. 9 In biblioteca



L’opera classica sulle crociate è di S. RUNCIMAN, Storia delle crociate, Einaudi, Torino 1966.; oppure di A. BRIDGE, Dio lo vuole. Storia delle crociate in Terrasanta, Rizzoli, Milano 1978. Per la storia dell’idea di crociata notevole di P. ALPHANDERY-A. DUPONT, La cristianità e l’idea di crociata, il Mulino, Bologna 1974. Interessante di F. CARDINI, Le crociate tra mito e storia, Ed. Nova Civitas, Roma 1971. Molto importante per la storia dei Templari di A. DEMURGER, Vita e morte dell’ordine dei Templari, Garzanti, Milano 1987. Notissimo il libro di F. GABRIELI, Storici arabi delle crociate, Einaudi, Torino 1973. Dello stesso autore, Il movimento crociato, Sansoni, Firenze 1972. Importante il libro di R. MANSELLI, Italia e italiani alla Prima crociata, Jouvence, Roma 1983.