La cultura europea e la sua crisi

Storia della Chiesa


Prof. A. Torresani. 1. 1 Lo sviluppo della nuova scienza – 1. 2 La nuova concezione della morale – 1. 3 Il sorgere del deismo – 1. 4 Verso l’Illuminismo – 1. 5 Tolleranza e commercio degli schiavi – 1. 6 Cronologia essenziale – 1. 7 Il documento storico – 1. 8 In biblioteca


Cap. 1 La cultura europea e la sua crisi



La cultura europea alla fine del secolo XVII compì un balzo di straordinaria entità, soprattutto nella fisica-matematica, tale da indurre il ripensamento negli altri settori della cultura. Molto presto Francesco Bacone aveva intravisto le applicazioni tecniche della nuova scienza costatando che “sapere è potere”. Ma non tutti i settori della cultura europea ebbero un analogo sviluppo: il pensiero teologico e politico, la letteratura e le arti figurative rimasero ancorate alle realizzazioni del passato.


Questo aspetto è palese nella cultura italiana e ha dato luogo a un dibattito sulla cultura barocca che solo in parte coglie nel segno, rischiando di apparire parziale se si allarga il campo di studio dalla poesia e dal romanzo all’architettura, alla scultura e soprattutto alla musica. In ogni caso, lo sviluppo impetuoso delle scienze fisiche impose nuovi equilibri, rendendo egemone il metodo scientifico, esteso agli altri campi della cultura, come si può vedere in Cartesio. L’ideologia scientifica, estesa al campo delle scienze dello spirito, generò un’immensa fiducia nella ragione umana, ritenuta in grado di risolvere ogni problema: infatti nelle scienze fisiche non c’è posto per il mondo concepito come mistero, bensì solo per problemi.


Nel 1688 comparve il capolavoro di Isaac Newton, Philosophiae naturalis principia mathematica, e dopo di esso seguirono gli studi e i progetti di riforma di tutto lo scibile. In primo luogo la morale di cui furono scardinati i fondamenti metafisici per ancorarla al principio dell’utilità. Anche la religione fu discussa accettando solo ciò che apparisse razionale, approdando all’idea che Dio esiste perché esiste il mondo, dal momento che dal nulla si genera nulla, ma che i modi per onorare Dio sono infiniti e tutti vanno tollerati.


Le guerre scatenate da Luigi XIV fecero aborrire i principi dell’assolutismo a favore di sistemi politici in cui il potere esecutivo fosse temperato da organismi rappresentativi come il parlamento: poiché, come pensava Leibniz, solo chi sa è in grado di valutare correttamente le varie situazioni, occorreva che i sapienti d’Europa si collegassero mediante gli istituti in cui si elaborava la nuova cultura, le Accademie, creando una respublica sapientium per bloccare le iniziative irrazionali di poteri politici ancora in balia dei fantasmi del passato.



1. 1 Lo sviluppo della nuova scienza



Non è facile valutare le opere di Francesco Bacone (1566-1626), ma certamente si può dire che pochi pensatori hanno espresso una così lucida previsione del futuro. In lui si è operato in modo esplicito il passaggio da una cultura sapienziale a una cultura empirica, volta a modificare il mondo.


Una nuova logica della scoperta scientifica Per ottenere questo risultato, occorreva una nuova logica della scoperta scientifica che sostituisse quella che risaliva ad Aristotele (Novum Organon). In Nova Atlantis, una specie di utopia scientifica, Bacone individuò le tappe raggiunte dallo sviluppo tecnico-scientifico successivo.


Esemplarità del metodo matematico Renato Cartesio (1596-1650) fu conquistato dal metodo matematico che ritenne l’unico sempre progressivo. Mentre negli altri campi in cui si esercita l’intelligenza umana i problemi sono continuamente ridiscussi senza dar luogo a unità di vedute, in campo matematico ogni teorema che sia stato dimostrato diviene un gradino accettato dai matematici per accedere al gradino successivo: le discussioni perciò si limitano a chiarimenti. Cartesio pensò che se si fosse applicato il metodo della matematica alle altre scienze, anch’esse avrebbero conseguito conquiste inoppugnabili, dotate di tanta chiarezza e distinzione da imporsi agli spiriti forti.


La rivoluzione copernicana in astronomia L’astronomia di Giovanni Keplero (1583-1632) e di Galileo Galilei (1564-1642) apparve la puntuale conferma della fecondità del nuovo metodo matematico. Il Galilei, anzi, volle stravincere, dominato da un temperamento polemico e da una capacità letteraria non comune, presentando una netta antitesi tra il sapere sapienziale degli antichi, che avrebbero posto alla natura domande errate, per esempio “perché i gravi cadono”, mentre il metodo nuovo della fisica esigeva che si chiedesse solo “come i gravi cadono”. E poiché il grande libro della natura è scritto in caratteri come triangoli, cerchi, quadrati ecc. che solo i matematici sono in grado di decifrare, tutti coloro che fossero in possesso di sole parole dovevano astenersi da ogni interferenza.


La gravitazione universale Cartesio e Galilei avevano posto i fondamenti della meccanica razionale, ossia di una teoria fisico-matematica in grado di descrivere i fenomeni naturali, ricondotti a urti di particelle di cui si conosce velocità, direzione, verso e di cui pertanto si possono calcolare le posizioni successivamente occupate in funzione del variare del tempo. Isaac Newton (1642-1727) portò a compimento le teorie astronomiche di Copernico, Keplero e Galilei con la legge della gravitazione universale, espressa in una formula di straordinaria bellezza e semplicità, che unificava, illuminandole, le teorie precedenti. Poiché occorreva un nuovo strumento di calcolo, Leibniz e Newton misero a punto una delle conquiste concettuali più significative della matematica, il calcolo infinitesimale che permette lo studio delle funzioni, la determinazione dei massimi e dei minimi ecc. L’ideale cartesiano di una completa matematizzazione dello scibile, sembrava sul punto di realizzarsi. Alcune intelligenze più lucide, come Blaise Pascal, scoprirono tuttavia i limiti del matematicismo. Uno dei Pensieri di Pascal recita: “Cartesio inutile e incerto”. Inutile perché ci sono regioni del sapere umano che non è possibile afferrare con un metodo quantitativo come è quello matematico; e incerto perché anche in campo meramente scientifico sono possibili profondi rivolgimenti delle interpretazioni del mondo operanti nelle scienze della natura.


Lo sviluppo delle Accademie Goffredo Guglielmo Leibniz (1646-1716) fu grande in ognuno dei campi ai quali si applicò. Dotato di particolare attitudine per le relazioni internazionali, soggiornò molti anni a Parigi con l’intento di stornare l’attenzione di Luigi XIV dalla Germania. Leibniz ebbe corrispondenti in Europa, comprendendo che lo sviluppo scientifico si sarebbe affermato solo mediante la collaborazione tra gli scienziati europei, ciascuno dei quali controllava i contributi dei colleghi, integrandoli in teorie sempre più universali. Poiché le università erano legate al curriculum di studi di origine medievale disprezzato dalla nuova scienza, furono creati in Europa nuovi centri culturali, le Accademie, dove si tenevano riunioni nel corso delle quali i soci leggevano i contributi frutto delle loro ricerche. Gli stranieri che non partecipavano alle riunioni ordinarie, erano nominati soci corrispondenti: in quel caso le loro memorie scientifiche erano pubblicate negli Acta eruditorum.


Accademia delle scienze prussiana Leibniz fu promotore e primo presidente dell’Accademia delle scienze prussiana di Berlino, una delle capitali della cultura nuova. Il genio peculiare di Leibniz era la mediazione: si accorse che l’atteggiamento di chiusura verso il sapere degli antichi, proprio di Cartesio, era ingiusto e infruttuoso. La filosofia leibniziana si propone perciò come mediazione tra la filosofia aristotelica e la nuova filosofia matematica. Il concetto di monade, ossia di punto metafisico di forza, in grado di rispecchiare il mondo da un determinato punto di vista, sul piano filosofico è il massimo tentativo di armonizzare metafisica e scienza. Celebre fu la polemica con Bossuet, uno degli ecclesiastici più ascoltati da Luigi XIV.


La polemica tra Leibniz e Bossuet Leibniz proponeva la riconciliazione tra cattolici e protestanti, avendo come base le dottrine comuni a tutti i cristiani, permettendo a ciascuno di praticare le dottrine che soggettivamente ritenesse più opportune. Bossuet rispose dicendo che Cristo, quando fondò la sua Chiesa, le dette un corpo di dottrine, il depositum fidei, da amministrare fedelmente, non da manipolare a piacere. Il principio protestante secondo cui la Chiesa ha una dimensione solo interiore, e la dottrina della libera interpretazione della Bibbia, un principio che per il protestantesimo è irrinunciabile, fanno sì che venga distrutta la possibilità di una interpretazione autentica della Sacra Scrittura. Di conseguenza, ogni interpretazione della Sacra Scrittura genera una nuova setta protestante, moltiplicando le Chiese riformate. Al contrario, la Chiesa cattolica viene paragonata da Bossuet a un albero frondoso, dove su un unico tronco ogni anno si generano fronde in alto, mentre in basso i rami possono anche seccare e cadere, quando hanno esaurito la loro funzione, ma le nuove fronde e i nuovi rami sono attaccati all’unico tronco, la Chiesa fondata da Cristo. Probabilmente questo fu lo sforzo più serio di reciproca comprensione tra protestantesimo e cattolicesimo che tuttavia mise in luce la radicale diversità di atteggiamenti tra le due confessioni che non può essere sanata da un compromesso.


Il divario tra sud e nord d’Europa si approfondisce Come è facile concludere, la situazione culturale dell’Europa alla fine del XVII secolo si rivela radicalmente divisa. La Riforma cattolica avviata nella parte meridionale del continente, iniziata col concilio di Trento, fu fatta propria dai due rami della famiglia d’Absburgo, che perseguirono un progetto di egemonia politica, fallito nel corso della guerra dei Trent’anni. Erede di quel progetto fu la Francia di Luigi XIV, che fino al 1685 sembrò sul punto di trionfare sul piano politico e sul piano culturale, ma l’egemonia francese sollecitò una reazione, ancora una volta sia politica sia culturale, tale da rinfocolare le polemiche del XVI secolo, l’età delle fratture. In particolare, la tutela sulla Chiesa di Francia esercitata da Luigi XIV, favorì la reazione contro la Chiesa cattolica, giudicata l’ostacolo principale per affermare la cultura nuova e il modello politico individuato nella monarchia parlamentare giunta al potere in Gran Bretagna con la “gloriosa rivoluzione” del 1688.



1. 2 La nuova concezione della morale



Nel corso del XVII secolo furono poste le premesse di una nuova concezione della morale e quindi della politica.


Tramonto della nobiltà In quel secolo va collocato il tramonto della nobiltà. Il ceto nobiliare traeva la propria giustificazione sociale dall’esercizio del mestiere di soldato che combatte le guerre giuste a difesa della cristianità dai nemici esterni. A questa funzione sociale erano collegati privilegi come il possesso della terra che forniva il necessario per vivere e mantenere il decoro sociale.


Tramonto dell’etica cavalleresca Il nobile, tuttavia, era tenuto a seguire una rigorosa etica cavalleresca, doveva rispondere ai suoi antenati e ai suoi eredi, tenendo alto un nome e perciò doveva assumersi gli oneri del suo rango: essere munifico, ossia spendere il denaro in modo socialmente utile; astenersi dalle professioni giudicate disonorevoli, anche se potevano risultare lucrose; mantenersi in grado di indossare le armi per accorrere dove il re lo chiamasse per combattere e perciò praticare l’equitazione e la caccia per tenersi allenato. Il nobile era giudice di prima istanza dei suoi contadini e quindi doveva conoscere il diritto, vivendo in modo esemplare.


Crescente affermazione della borghesia Tuttavia, nel XVII secolo diviene evidente il mutamento politico e sociale iniziato nel secolo precedente, ossia l’affermazione di un ceto nuovo, formato da banchieri, armatori, mercanti, industriali che possiamo chiamare borghesia, Terzo Stato ecc. Costoro avevano il controllo dei capitali formati dai profitti del commercio internazionale, dalle forniture di viveri e armi per gli eserciti, dai prestiti bancari fatti ai governi e agli industriali, dai profitti del commercio degli schiavi ecc. Come si comprende, quel genere di attività era cresciuto a dismisura nel corso dei secoli XVI e XVII creando fortune colossali che presentavano un alto indice di rischio, esigendo la diversificazione delle attività economiche.


La trasformazione capitalistica delle campagne I grandi capitalisti italiani, già nel XVI secolo si erano rivolti all’acquisto di terre la cui coltivazione razionale forniva una rendita modesta a paragone dei profitti industriali, ma più sicura perché i campi potevano esser devastati da un esercito, ma non distrutti.


La proprietà della terra In Francia, Spagna e nell’Europa centrale, la maggior parte della terra era possesso di nobili e di enti ecclesiastici. In Inghilterra, nei Paesi Scandinavi e nella Germania settentrionale la proprietà ecclesiastica era stata abolita a beneficio dei nobili, che avevano aderito alla Riforma anche per questo motivo. La borghesia, perciò, quasi ovunque incontrava difficoltà nelle campagne.


Rifeudalizzazione delle campagne Per di più, in Francia, Spagna e in genere nell’Europa meridionale si era affermato l’istituto del fedecommesso e del maggiorascato per cui la proprietà terriera, per decreto reale, diveniva indivisibile e inalienabile, ossia sottratta al mercato. Nobiltà e clero, tuttavia, pur in possesso di grandi estensioni di terreno, erano in cronica difficoltà finanziaria, perché non avevano i capitali necessari per migliorare le coltivazioni, scavare canali di irrigazione, attuare la trasformazione dei prodotti agrari ecc.


Trasformazioni agrarie in Gran Bretagna In Gran Bretagna la grande nobiltà agraria tramontò con la caduta di Carlo I, e solo mediante matrimoni con ricche ereditiere borghesi, si passò a più lucrose attività mercantili e manifatturiere, mantenendo la terra più per il lustro tradizionale che come fonte di reddito. La nobiltà britannica, perciò, modificò la configurazione ideologica e la composizione sociale, senza entrare in conflitto con la borghesia. Sul continente, invece, soprattutto in Francia, la nobiltà, sconfitta sul piano politico dal re, fu compensata con una serie di privilegi economici e giuridici che alla fine provocarono l’insurrezione della borghesia nel corso della rivoluzione francese.


Trionfo dell’etica borghese Tramontata la morale cavalleresca, coi suoi pregi e i suoi difetti, l’Europa conobbe il progressivo sviluppo e il trionfo dell’etica borghese. Alcuni sociologi com Max Weber hanno esaminato i legami che si possono stabilire tra l’etica borghese e il calvinismo che è opportuno accennare.


Il cattolicesimo e la morale classica In seno al cattolicesimo, specie dopo il concilio di Trento, prevalse un insegnamento della morale saldamente ancorato alla metafisica aristotelica, alla Sacra Scrittura e alla tradizione che, a sua volta, di fatto faceva riferimento a una società concepita in modo statico, i cui ritmi immutabili erano scanditi dal ciclo agrario, l’attività che assorbiva almeno l’80% della popolazione. La morale era concepita come libera adesione dell’uomo alla legge naturale contenuta nella Sacra Scrittura e nella Tradizione e resa esplicita dal Magistero della Chiesa.


Crescente dinamismo della società Tuttavia, già da alcuni secoli la società europea aveva rivelato un crescente dinamismo, reso manifesto al tempo delle scoperte geografiche e dei viaggi successivi che collegarono i continenti, creando interdipendenze inestricabili: molti europei vestivano abiti di cotone coltivato in America, o consumavano zucchero prodotto nelle Indie occidentali e spezie dell’Estremo Oriente. Questi avvenimenti avevano richiesto la formazione di nuove categorie professionali che non rientravano in quelle tradizionali di nobile, chierico e contadino. La borghesia si caratterizzava per la visione del mondo dinamica, fondata sul rischio di intrapresa economica, su una nuova concezione del tempo: mentre il contadino, dopo aver seminato il grano attende il tempo che la natura impiega per maturare la spiga, l’industriale che incontra il favore del pubblico, può aumentare gli operai, prolungare i turni di lavoro e accumulare fortune favolose. È vero che, in modo altrettanto rapido, può perdere ciò che ha accumulato se le sue iniziative incontrano ostacoli non previsti. Una società dinamica è perciò caratterizzata da notevole instabilità che occorre razionalizzare.


Il calvinismo e il rischio di intrapresa Tali mutamenti sociali furono più accentuati nell’Europa settentrionale anche se il fenomeno iniziò in Italia fin dal XIII secolo. Abbiamo visto che una delle conseguenze della riforma fu l’abolizione dei monasteri e la confisca della proprietà ecclesiastica, prontamente inserita nel mercato. Ma soprattutto furono tolti i vincoli di natura religiosa all’impiego del denaro, per esempio non si parlò più di liceità o meno del prestito a interesse. Poiché secondo l’insegnamento di Calvino e di Lutero, l’uomo per sé, dopo il peccato originale, è dannato e può esser salvato solo da un decreto di grazia, in forza del quale Cristo salva coloro che ha predestinato, tutte le azioni dell’uomo sono malvagie se è predestinato alla dannazione; e buone se predestinato alla salvezza. Tuttavia, aggiunge Calvino, il successo nelle intraprese umane può essere un segno dell’avvenuta predestinazione alla salvezza. Perciò ogni uomo deve lavorare indefessamente. La caduta del concetto e della realtà di una Chiesa visibile, sostituita dalla Chiesa invisibile dei salvati, rafforzò le tendenze individualiste già presenti nella società dell’Europa settentrionale. Le conseguenze pratiche furono che il denaro era investito nelle attività più redditizie, senza andare tanto per il sottile distinguendo un profitto giusto da un profitto usurario.


La morale del successo Nei paesi cattolici la dottrina circa l’usura continuò a venir insegnata, anche se molti banchieri cercavano di aggirarla in vario modo. Detto in altri termini, mentre per la Chiesa cattolica la bontà morale dell’azione è determinata dalla natura dell’atto e dall’intenzione di colui che lo compie, nella società protestante cominciò a prevalere la morale del successo, ossia l’azione era buona se l’accadimento esterno si poteva considerare positivo.


L’utilitarismo Proseguendo su questa linea, si arrivò a fondare la morale sull’utilità, non solo individuale, ma per il maggior numero di persone, denunciando come immorali le pratiche ascetiche, i digiuni, perfino le elemosine se inducevano il beneficato all’ozio. Il dramma della povertà, della disoccupazione, del vagabondaggio, comune a tutta l’Europa del tempo, fu affrontato in modo diverso: nei paesi cattolici la povertà era considerata un evento naturale come la malattia o la morte; nei paesi protestanti la povertà comportava una severa condanna che si cominciò ad affrontare come le malattie, per curare le quali si costruiscono gli ospedali.


Leggi sui poveri Dapprima in Olanda e poi in Gran Bretagna si cominciò a legiferare sulla situazione dei poveri, obbligando ogni parrocchia a erigere una Workhouse, asilo con laboratorio in cui si doveva produrre qualcosa la cui vendita doveva sostenere quegli stabilimenti. È comprensibile che pochi di quegli asili abbiano funzionato e che le leggi sui poveri si siano susseguite con frequenza. In questa sede interessa sottolineare il fatto che le nuove concezioni della morale appaiono distaccate dalla matrice religiosa, trovando il nuovo fondamento nell’utilità che ogni azione umana deve possedere per qualificarsi come buona.



1. 3 Il sorgere del deismo



Dopo il 1648 i conflitti europei perdettero ogni connotazione religiosa, essendo chiaro che erano guerre per l’egemonia politica.


Predominio culturale anglosassone Dopo il 1685 la brillante pubblicistica francese ebbe una battuta d’arresto. La cacciata degli ugonotti dalla Francia fece emigrare anche numerosi scrittori e, poco dopo, la caduta di Giacomo II Stuart fece acquistare alla cultura anglosassone un assoluto predominio anche in campo culturale, iniziando il periodo classico della filosofia britannica culminato in John Locke.


Amsterdam conquista il primato librario Da Amsterdam, che aveva tolto a Venezia il primato della stampa, Pierre Bayle orientava la cultura europea su nuove tematiche anche in campo religioso, affermando che ogni credenza religiosa andava tollerata.


Il deismo Si giunse così a concepire la religione naturale nei limiti stabiliti dalla ragione: esiste Dio che ha creato il mondo, ma ha lasciato libero ciascuno di onorarlo come sa e come può. Poiché in molte religioni ci sono aspetti assurdi o ripugnanti, essi vanno ascritti alla superstizione, all’ignoranza che saranno sconfitte dalla diffusione della cultura. Il primo corollario della concezione deistica è che devono cadere le discriminazioni nei confronti degli ebrei.


Emancipazione degli ebrei La comunità ebraica di Amsterdam aveva raggiunto uno straordinario sviluppo tanto che quella sinagoga era la più autorevole dell’Occidente. Anche a Londra la comunità ebraica era molto ricca e rispettata, specialmente quella parte che si dedicava all’attività bancaria. Poiché in ogni importante città d’Europa esisteva una comunità ebraica nella quale alcuni si dedicavano alle operazioni finanziarie, si può affermare che le prime “multinazionali” furono i servizi bancari ebraici che favorirono in Europa una cultura sovranazionale proiettata verso il futuro, critica verso l’eredità del passato e verso ogni tradizione che ostacolasse il trionfo di ciò che era dichiarato moderno, progressivo, razionale: abbiamo così le premesse dalle quali scaturirà il movimento dell’illuminismo.


Il razionalismo Il deismo si presentava come l’essenza del fatto religioso depurato da ogni incrostazione irrazionale o superstiziosa, in modo da saldarsi col modello del mondo fisico offerto dalle teorie di Newton e Galilei, ossia di un mirabile congegno in grado di funzionare con la precisione di un orologio. Ma poiché ripugnava alla ragione l’idea di un orologio che si fosse costruito da sé, bensì la ragione esigeva l’esistenza di un orologiaio dotato della necessaria perizia, allo stesso modo Dio era necessario per mettere in moto la grande macchina dell’universo. Newton dedicò molto tempo per cercare di determinare, ricorrendo alla Bibbia, l’anno il giorno e l’ora in cui Dio creò il mondo: a noi questa pretesa può sembrare assurda, ma non lo era nella prospettiva degli uomini del XVII secolo. Voltaire affermò che “se Dio non esistesse, bisognerebbe inventarlo”, ponendosi nella scia del meccanicismo di Newton. Tuttavia, lo scientismo ben presto arrivò alla naturale conclusione: è reale solo ciò che è verificabile e dunque materiale, dal momento che i sensi umani percepiscono solo ciò che ha un’entità fisica.


Il materialismo Perciò, per costruire una scienza degna di questo nome, occorre evitare qualunque problema mal posto, che esorbiti dalle possibilità di indagine degli strumenti di verifica. Questo passo fu compiuto verso la metà del XVIII secolo da uomini come Helvetius, d’Holbach, La Mettrie ecc. che collaborarono alla redazione dell’Enciclopedia.



1. 4 Verso l’Illuminismo



Negli anni cruciali tra il 1680 e il 1715 avvenne il distacco dal mondo classico ritenuto fin allora paradigma di ogni cultura.


Anticlassicismo Già Cartesio si era chiesto perché mai occorreva conoscere il greco e il latino a preferenza del bretone o dello svizzero. Ora si mette in discussione la storia antica, riducendola a favole o miti finché non compaiono documenti sicuri. La critica della storia più antica di Roma e della Grecia comporta un reale guadagno metodologico effettuato dai grandi maestri dell’erudizione secentesca come Du Cange e Mabillon, ma l’abbandono della storiografia antica in parte rispondeva al desiderio di liberarsi dalla tutela degli antichi per rivolgersi a temi attuali.


L’Illuminismo Da questo atteggiamento prese l’avvio la principale caratteristica dell’Illuminismo che non fu antistorico nel senso del rifiuto del passato, bensì antitradizionalista nel senso di critica degli aspetti del passato di cui non si comprendeva la funzione o l’utilità e di ostacolo all’introduzione del nuovo.


La rivoluzione Fu breve il passo dall’antitradizionalismo alla rivoluzione intesa come crisi per rimettere un mondo attardato dall’ossequio a princìpi obsoleti in accordo con le idee avanzate, moderne, efficienti che i riformatori producevano a getto continuo: la relazione tra la rivoluzione delle idee e la rivoluzione politica è stata studiata dagli storici dell’epoca moderna.


Polemica tra gli antichi e i moderni All’inizio del Settecento divampò la Querelle des anciens et des modernes che offrì il destro a una serie di interventi di letterati. Il principale sostenitore dei moderni fu il Fontenelle, segretario perpetuo dell’Academie Française. Costui affermava che in ogni campo i moderni avevano superato gli antichi e che la letteratura doveva guardare innanzi invece di imitare gli antichi: solo da questa costante ribellione ai modelli ricevuti dal passato poteva scaturire il nuovo. E il nuovo ci fu, soprattutto in seno alla letteratura inglese che nel XVIII secolo fu più vitale di quella del continente.


Le dottrine politiche anglosassoni Specie nel settore delle dottrine politiche la Gran Bretagna ricavava il frutto della rivoluzione puritana. Essa aveva prodotto la crisi della dinastia Stuart, col trionfo del Parlamento in ordine alla formulazione delle leggi, col trasferimento del potere esecutivo dal re al Premier, ossia al capo del partito che aveva vinto le elezioni e che aveva il diritto, in forza della maggioranza, di formulare la politica di sua maestà. La inamovibilità dei giudici per il tempo del loro mandato aveva risolto il problema della tripartizione dei poteri dello Stato e del controllo reciproco.


Sviluppo del giornalismo A partire dal 1688 in Gran Bretagna divennero di capitale importanza le tecniche di controllo dell’opinione pubblica che si fondano sulla possibilità di raccogliere in slogan di facile comprensione i temi della filosofia politica e della morale. Appare naturale che in quell’epoca sia sorto il giornalismo moderno a partire dall’esempio fornito dallo Spectator di Steele e Addison. Il risultato fu un rinnovamento delle tecniche di comunicazione, in primo luogo i libri che divennero facili, chiari, spesso superficiali, privi delle complicazioni che ancora dominavano nella letteratura del continente.


Locke Il saggio sull’intelletto umano di John Locke fornì l’esempio di un’argomentazione filosofica relativamente semplice, con la tesi che le idee sono il residuo mentale della sensazione, per cui a impressioni chiare e distinte seguono idee con le stesse caratteristiche. Nella Lettera sulla tolleranza Locke proponeva il principio che Dio esiste perché ex nihilo nihil fit, e quindi occorre un creatore del mondo, anche se poi ogni uomo deve onorarlo come può, senza disturbare gli altri. Dalla tolleranza dovevano essere esclusi gli atei e i cattolici, i primi in quanto potenziali fuorilegge senza regola; e i cattolici in quanto sudditi di una potenza straniera, il papa, da discriminare come sudditi pericolosi. La debolezza di queste osservazioni, che peraltro trovarono accoglienza entusiastica, fa risaltare quanto sia esile la struttura razionale della cultura settecentesca che fu amabile, salottiera, tollerante, scettica, ragionevole, moderna, ma anche inconsapevole del rivolgimento che più tardi maturò nel corso della rivoluzione francese che nella ghigliottina troverà lo strumento idoneo per pareggiare le teste troppo ostinate nel difendere le loro differenze.



1. 5 Tolleranza e commercio degli schiavi



La cultura europea aveva imboccato la strada della filantropia, della razionalità scientifica e della tolleranza. Tuttavia, secondo il Locke, bene aveva fatto il Parlamento britannico a votare il Bill of Test che discriminava i non anglicani dalle cariche più importanti dello Stato.


Dal razionale al ragionevole L’aver messo a fondamento della morale un motivo utilitaristico rappresentava un pericolo per la ragione, la cui funzione rigorosa era sostituita da argomenti ragionevoli, ossia volti a giustificare una scelta pratica, sostenuta da argomenti di opportunità. Abbiamo qui, in germe, la nascita delle ideologie, intese come sistemi chiusi di idee da accettare in blocco anche se i fatti resistevano alle ideologie, che non possono essere fondate su principi veri (in questo caso avremmo a che fare con una scienza), né su principi falsi (perché in questo caso non ci sarebbero seguaci), bensì su aspirazioni largamente diffuse che col passare del tempo si sarebbero realizzate.


L’ideologia come proiezione nel futuro A partire dalla fine del XVII secolo le concezioni del mondo divengono dinamiche, ossia si proiettano nel futuro: le ideologie si sforzano di individuare le linee di tendenza che verranno seguite dalla storia e dalla società. Coloro che si proponevano la realizzazione del nuovo, che elaboravano le conquiste future dell’umanità, che asserivano di possedere la chiave del futuro, chiamavano se stessi progressisti, illuminati, moderni, riformatori ecc., mentre gli obiettori erano bollati col nome di oscurantisti.


Crescita del commercio mondiale Verso la fine del XVII secolo il commercio mondiale aveva raggiunto un livello imponente. La quantità di zucchero, tabacco, spezie, cotone, metalli preziosi, caffè, pellicce e altri prodotti coloniali era crescente ed esigeva molto impiego di manodopera. Gli indigeni americani apparvero inidonei a sostenere i ritmi di lavoro imposti dagli europei. Nel XVIII sorse un’interessante letteratura mirante a spiegare l’inferiorità delle piante, degli animali e anche degli uomini del nuovo mondo rispetto a uomini, animali e piante del vecchio mondo.


Gli schiavi negri Inoltre, il clima delle zone equatoriali e tropicali si rivelava insalubre per gli europei. Poiché era stato compiuto con successo il trasferimento in America di negri africani, già adattati al clima di analoghe fasce climatiche, apparve come un’occasione unica il commercio di schiavi.


Monopolio britannico del commercio degli schiavi Il tramonto della flotta spagnola aprì un mercato colossale, dapprima sfruttato dai francesi e poi, a partire dal 1713, dai mercanti britannici con diritto di esclusiva. Come fu possibile che proprio il paese in possesso della cultura più avanzata, che aveva istituti politici considerati esemplari, potesse tollerare un commercio infamante che negava agli africani i più elementari diritti difesi in Europa? La risposta va cercata nei mutamenti della morale, nello sviluppo raggiunto dall’attività industriale, nell’unificazione dei continenti ottenuta mediante una rete commerciale che esigeva investimenti ingenti.


Lo sviluppo delle società per azioni Già all’inizio del XVII secolo si erano formate le Compagnie delle Indie orientali e occidentali promosse da Olandesi, ben presto seguite da analoghe Compagnie francesi e britanniche. Tali Compagnie godevano la protezione e ampi privilegi dello Stato: il capitale raccolto con la vendita delle azioni permetteva di armare e caricare un certo numero di navi con merci europee appetite dalla società africana.


Un circuito economico integrato Le navi partivano dirette alle coste della Guinea dove scaricavano le merci europee: in maggioranza armi, chincaglierie, tessuti di cotone stampato. I mediatori arabi aveva già raccolto, nel corso di razzie compiute nei villaggi dell’interno, numerosi schiavi. Appena possibile, gli schiavi erano caricati sulle navi. Si fecero studi ed esperimenti per stabilire il sistema più fruttuoso di stivaggio della “merce”: alcuni sostenevano la tesi del carico “sciolto” perché c’erano minori perdite durante il viaggio; altri sostenevano che era più fruttuoso il carico “compatto” ottenuto mediante un ponte intermedio tra il ponte di coperta e quello sottostante. C’era perciò scarsissimo spazio e poca ventilazione: gli schiavi erano legati distesi e così compivano tutto il viaggio, sciolti solo una o due volte al giorno per il cibo e le funzioni naturali. Schiavi che non avevano mai visto il mare, che soffrivano per il rollio della nave, che vivano in situazioni igieniche paurose, quando eludevano la vigilanza, spesso si uccidevano gettandosi in mare.


Il problema delle perdite Erano considerate normali le perdite di vite umane che non superassero il 10% degli schiavi imbarcati. Se i venti non erano favorevoli o le navi incappavano in qualche tempesta, le perdite potevano divenire altissime. Dopo un mese o due di navigazione, finalmente il viaggio terminava in un porto delle Antille, dove gli schiavi venivano messi a riposo per presentarli ai mercanti nelle migliori condizioni. Dopo lo sbarco, le navi si rifornivano di balle di cotone, di rotoli di tabacco, di sacchi di caffè e di altre materie prime che venivano sbarcate in Gran Bretagna per alimentare le industrie locali. Le navi che percorrevano questo triangolo formante un circuito economico intregrato, realizzavano guadagni da capogiro se le cose andavano mediamente bene.


Distribuzione degli utili Gli azionisti ricevevano i dividenti secondo l’entità delle azioni possedute, acquistavano confortevoli case di campagna, reinvestivano parte dei profitti in nuove attività industriali, pagavano le tasse allo Stato, esigendo il controllo politico delle decisioni del governo mediante il Parlamento. Senza i profitti del commercio degli schiavi non si può spiegare come sia stato possibile pagare i costi altissimi della trasformazione industriale della Gran Bretagna che in altri Stati costava sacrifici altissimi all’agricoltura.


Mancata reazione dell’opinione pubblica Non sembra siano stati numerosi i conflitti di coscienza o le discussioni sui diritti umani degli africani o il controllo statale sui modi del trasferimento degli schiavi dall’Africa. Certamente non si levò la voce di un nuovo Bartolomé de Las Casas che sollevasse l’opinione pubblica contro una vera e propria distruzione dell’Africa, che proprio a causa di quel terribile depauperamento di popolazione non poté seguire alcun normale processo di sviluppo sociale e politico.


Abolizione della schiavitù Il vigoroso movimento antischiavista sorse solo dopo la perdita delle Tredici colonie d’America (1776) e dopo l’inizio della rivoluzione francese quando le idee di Rousseau sull’uguaglianza degli uomini trascinavano il vecchio continente sulla scia dei rivoluzionari francesi. Nel 1807 la Gran Bretagna abolì sui propri territori la schiavitù e a partire dal 1833 proclamò il diritto di visita sulle navi sospettate di contrabbandare schiavi.



1. 6 Cronologia essenziale



1566-1626 Francesco Bacone


1596-1650 Renato Cartesio


1583-1632 Giovanni Keplero


1646-1716 Giorgio Guglielmo Leibniz


1688 Isaac Newton (1642-1727) pubblica Philosophiae naturalis principia mathematica, il capolavoro della fisica classica.


1807 La schiavitù è abolita su tutti i territori britannici.


1833 Il governo britannico proclama il diritto di ispezione sulle navi sospettate di trafficare schiavi.



1. 7 Il documento storico



L’illuminismo ha conseguito i risultati più importanti nella storia delle dottrine politiche, e tra i filosofi della politica John Locke ha avuto il maggiore successo negli ultimi due secoli e mezzo. Nei fatti, Locke ha descritto il regime politico uscito dalla “gloriosa rivoluzione” del 1688 con impareggiabile chiarezza e semplicità. Nelle opere del Locke si assiste al passaggio dal razionale al ragionevole, ossia la politica non può discendere da principi evidenti per tutti, perché in quel caso il dissidente potrebbe venir assimilato a un malvagio o a un imbecille, bensì la politica è frutto di un compromesso ragionevole. La teoria politica assume la funzione di giustificare un gruppo sociale, un partito in lotta per ottenere la maggioranza che, finché dura il suo mandato, rappresenta tutti i cittadini. Alle successive elezioni i cittadini dimostreranno col voto il loro dissenso o il loro consenso. Nel documento che segue, ricavato dai Due trattati sul governo civile, Locke tratta dei fini del governo.



“123. Se l’uomo allo stato di natura è libero come abbiamo detto, se è padrone assoluto della propria persona e dei propri averi, pari al più potente e soggetto a nessuno, perché desidera separarsi da questa libertà, e da questo impero, e sottoporsi al dominio e al controllo di qualsiasi altro potere? La risposta a questa domanda è ovvia: sebbene allo stato di natura, egli goda di tale diritto, tuttavia questo godimento è molto incerto e costantemente esposto alla violazione altrui. Infatti, essendo tutti re quanto lui, ed ogni uomo suo uguale, e non essendo la maggioranza degli uomini strettamente ligia all’equità e alla giustizia il godimento della proprietà che questo stato gli offre è molto incerto e precario. Ciò, appunto, lo induce ad abbandonare una condizione che, per quanto libera, è piena di timori e di pericoli continui; ed è quindi logico che egli desideri partecipare ad una società in cui altri siano già riuniti o abbiano intenzione di unirsi, per la sicurezza reciproca delle loro vite, libertà e averi, che io definisco genericamente proprietà.


124. Quindi lo scopo ultimo e principale dell’associazione di uomini in società politiche e della loro sottomissione ad un governo, è il mantenimento della proprietà, che nello stato di natura è molto deficiente e precario. In primo luogo infatti manca una legge stabilita, fissa, conosciuta, ammessa, per comune consenso, come norma del diritto e del torto, e misura comune per decidere ogni contrasto sorto tra loro. In realtà, benché la legge di natura risulti evidente e intelligibile a ogni creatura razionale, gli uomini, tuttavia, influenzati dai propri interessi, e nello stesso tempo ignoranti, perché non l’hanno studiata, non sono disposti a riconoscerla come legge la cui applicazione è obbligatoria anche nei loro casi particolari.


125. In secondo luogo, nello stato di natura manca un giudice noto e imparziale, munito dell’autorità di decidere ogni diverbio in base alla legge stabilita. Infatti, essendo ognuno in quello stato sia giudice sia esecutore della legge di natura, ed essendo gli uomini parziali riguardo a se stessi, si lasciano trascinare dalla passione e dalla vendetta giudicando con eccessivo calore i fatti propri, e con negligenza e trascuratezza i problemi degli altri.


126. In terzo luogo, nello stato di natura spesso manca un potere che appoggi e sostenga la sentenza quando è giusta, e le dia la debita esecuzione. Coloro che offendono ingiustamente, raramente si astengono, quando si presenti l’occasione di usare la forza, dal menar per buona la loro ingiustizia: tale resistenza mette frequentemente in pericolo coloro che tentino di applicare la punizione.


127. Quindi gli uomini, nonostante tutti i privilegi dello stato di natura, tutto sommato si trovano, permanendovi, in una condizione precaria, e desiderano presto entrare in società. Perciò, capita raramente di trovare un gruppo di uomini che viva a lungo insieme in questo stato. Gli inconvenienti a cui sono esposti per l’esercizio irregolare e incerto delle facoltà che ognuno ha di punire le trasgressioni degli altri, li inducono a chiedere protezione alle leggi stabilite dal governo, e a cercare in esse il modo di mantenere la proprietà. È questo che li fa rinunciare tanto volentieri al diritto di punire, affinché sia esercitato solo da colui a cui abbiano dato l’incarico, in base alle norme convenute dalla comunità, o da un suo rappresentante. Da tutto ciò ha origine il diritto e il potere sia legislativo che esecutivo, come pure i governi e le società stesse.


128. Infatti nello stato di natura, a parte la libertà di godere dei piaceri innocenti, l’uomo ha due poteri. Il primo è di fare tutto ciò che ritenga opportuno per la sopravvivenza sua ed altrui, entro i limiti della legge di natura, comune a tutti, in base alla quale egli e tutto il resto dell’umanità partecipano ad una comunità, e costituiscono una società, distinta da tutte le altre creature. E se non intervenissero la corruzione e la viziosità di uomini degenerati, non si avvertirebbe alcun bisogno di altra società, né sarebbe necessario che gli uomini si allontanassero da questa grande comunità naturale e si unissero, in virtù di accordi concreti, in associazioni più ristrette e frammentarie. L’altro potere di cui l’uomo dispone allo stato di natura è quello di punire i crimini commessi contro la legge naturale. Egli rinuncia ad entrambi questi poteri quando si unisce a una società politica privata, o, per così dire, particolare, divenendo membro di un organismo politico separato dal resto dell’umanità.


129. Egli rinuncia al primo potere, di fare cioè tutto quello che ritiene opportuno per la sopravvivenza sua ed altrui, per entrare sotto il controllo di leggi fatte dalla società, secondo le esigenze della sopravvivenza sua e degli altri componenti di essa; e queste leggi della società in molte cose limitano la libertà che egli possedeva in base alle leggi di natura.


130. Egli rinuncia del tutto al secondo potere di punire, e impegna la forza naturale di cui è dotato, che prima applicava all’esecuzione della legge di natura di sua esclusiva autorità, come meglio gli piaceva, per aiutare il potere esecutivo della società, secondo i requisiti della legge. Trovandosi, infatti, ora, in una nuova condizione, di cui si appresta a godere i numerosi vantaggi offerti dal lavoro, dall’aiuto e dall’amicizia di altri membri della stessa comunità, come pure della protezione dovuta al fatto di essere in molti, egli deve anche abbandonare la libertà naturale con cui provvedeva a se stesso, secondo le esigenze del bene, della prosperità e della sicurezza della società; e questo è giusto oltre che necessario, dato che gli altri membri della società fanno lo stesso.


131. Ma, benché gli uomini affidino, entrando in società, l’uguaglianza, la libertà e il potere esecutivo, di cui godevano allo stato di natura, nelle mani della società, affinché il potere esecutivo disponga per provvedere al benessere di essa, tuttavia, poiché tutto viene incontro all’intenzione di ciascuno di difendere meglio se stesso, la propria libertà e proprietà (dato che non si può pensare che una creatura razionale muti la sua condizione con l’intenzione di peggiorarla), non si può nemmeno pensare che il potere della società, o il legislativo da essa costituito, si occupi di altro che del bene comune; ché, anzi, è obbligato a proteggere la proprietà privata, adottando dei provvedimenti per ovviare i tre difetti di cui abbiamo parlato e che rendono così precario e scomodo lo stato di natura. In tal modo chiunque abbia il potere legislativo o supremo di una società politica, è costretto a governare in base a leggi fisse e stabilite, promulgate e note al popolo, e non in base a decreti occasionali, valendosi di giudici onesti e imparziali, che decidano le controversie secondo quelle leggi, impiegando all’interno la forza della comunità solo per applicare tali leggi, e, all’esterno, per prevenire o riparare torti esterni, garantendo la comunità da incursioni e invasioni. Tutto ciò deve mirare solo al fine di garantire la pace, la sicurezza e il benessere pubblico”.



Fonte: F. BATTAGLIA (a cura di), Antologia degli scritti politici di John Locke, il Mulino, Bologna 1962.



1. 8 In biblioteca



Di fondamentale importanza il saggio di P. HAZARD, La crisi della coscienza europea, il Saggiatore, Milano 1983. Notevoli di P. CHAUNU, La civiltà dell’Europa classica, Sansoni, Firenze 1982; J.A. MARAVALL, La cultura del Barocco, il Mulino, Bologna 1983. Sulle origini della nuova scienza si consulti di H. BUTTERFIELD, Le origini della scienza moderna, il Mulino, Bologna 1962; e di C. WEBSTER, La Grande Instaurazione, Laterza, Bari 1979. Per la storia dei pregiudizi si può consultare di R. MANDROU, Magistrati e Streghe nella Francia del Seicento, Laterza, Bari 1971. Per il commercio degli schiavi si consulti il classico libro di B. DAVISON, Madre Nera. L’Africa nera e il commercio degli schiavi, Einaudi, Torino 1966. D. MANNIX, Carico nero, Longanesi, Milano 1962. E.J. HOBSBAWM, La rivoluzione industriale e l’impero, Einaudi, Torino 1972. Importante di R.F. JONES, Antichi e moderni. La nascita del movimento scientifico nell’Inghilterra del XVIII secolo, il Mulino, Bologna 1980.