L’Italia nell’età di Dante Alighieri

Storia della Chiesa


Prof. A. Torresani. 18. 1 Il tramonto del ghibellinismo; 18. 2 Carlo d’Angiò a Napoli; 18. 3 Venezia all’apogeo della sua potenza; 18. 4 L’evoluzione dei comuni lombardi; 18. 5 Firenze; 18. 6 Cronologia essenziale; 18. 7 Il documento storico; 18. 8 In biblioteca


Cap. 18 – L’Italia nell’età di Dante Alighieri



Dante nacque al tempo del tramonto del ghibellinismo in Italia, e per tutta la vita vagheggiò quella che gli sembrava l’epoca felice della concordia tra i due massimi sistemi, papato e impero, in cui l’Italia fungeva da “giardino dello imperio”, condannando invece le lotte continue presenti in ogni comune e le guerre tra comuni rivali nelle quali erano sperperate le ricchezze accumulate dal commercio. Dante apparteneva alla piccola nobiltà la cui funzione sociale declinava di giorno in giorno, travolta con la sua cultura e i suoi ideali cavallereschi, dalla più concreta società borghese, resa superba dai “sùbiti guadagni”. La sua esperienza politica fu breve e disastrosa, con vantaggio della sua poesia.


Carlo d’Angiò, campione del guelfismo, si impadronì del regno di Sicilia: la decisione di trasferire la capitale del regno da Palermo a Napoli gli costò la perdita della Sicilia che preferì passare sotto la dinastia aragonese imparentata con gli Hohenstaufen. Le repubbliche marinare di Venezia e Genova proseguirono la loro ascesa economica per tutto il secolo, poi anch’esse entrarono in conflitto diretto. Anche i comuni della pianura padana conobbero un’irresistibile ascesa economica, ma a prezzo di crescenti conflitti sociali e di disordini all’interno dei comuni che si avviarono alla condizione di signorie sotto alcune famiglie ricche in grado di mantenere l’ordine pubblico mediante milizie proprie: in luogo di una forte monarchia nazionale, in Italia e in Germania avvenne la creazione di piccoli Stati dominati da tenace spirito municipale in grado di impedire per secoli la riunione nazionale.



18. 1 Il tramonto del ghibellinismo



Quando nel 1250 Federico II morì, il suo potere non era ancora compromesso, ma le lotte per la successione tra i figli indebolirono il partito ghibellino. L’erede era Corrado IV, re dei Romani, poi veniva l’altro figlio Enrico e, infine, Manfredi, nominato reggente in Italia fino all’arrivo di Corrado che si trovava in Germania.


Resistenza del partito guelfo A Firenze i nobili ghibellini furono costretti a dividere il potere con i mercanti, tutti di parte guelfa.


Manfredi Manfredi cercò di scalzare il potere dei fratellastri, giudicati troppo legati agli interessi tedeschi. Il papa Innocenzo IV tornò in Italia lasciando Lione, ma il suo arrivo non produsse quel grande movimento di sollevazione contro i ghibellini che egli si era aspettato. Nel 1252 giunse in Italia anche Corrado IV che si affrettò a mettere da parte Manfredi. Nel sud, per recuperare il favore popolare, abolì l’odiata tassa chiamata collectae, e poi cominciò a trattare col papa.


Difficoltà del papato La situazione era poco propizia al papa: a Roma il comune si era dato un podestà che assunse atteggiamenti ostili nei confronti del papa; nell’Italia settentrionale si stavano diffondendo le sette ereticali. Costatata l’impossibilità di sradicare dall’Italia la dinastia degli Hohenstaufen, Innocenzo IV prese la decisione di aprire trattative con Riccardo di Cornovaglia, fratello di Enrico III d’Inghilterra. I negoziati con Corrado IV proseguirono fino al 1254 finché costui morì. I negoziati inglesi fallirono e perciò fu necessario rivolgersi nella direzione più pericolosa costituita da Carlo d’Angiò e dalla Francia.


Corradino di Svevia Eredi della casa di Svevia erano il giovanissimo Corradino in Germania, e Manfredi in Italia che si affrettò a prendere il potere. Ben presto scoppiò la guerra tra Manfredi e le truppe raccogliticce del papa Innocenzo IV. L’influenza di questo papa per la storia successiva fu grandissima: di fatto decretò la fine del Sacro Romano Impero, ma così facendo divise l’Italia in due parti: quella settentrionale debolmente subordinata all’impero germanico e quella meridionale debolmente subordinata al potere papale.


Alessandro IV Il successore di Innocenzo IV fu Alessandro IV (Rinaldo dei Conti di Segni), colto e pio, ma incerto sulla politica da seguire nei confronti di Manfredi, che perciò, riuscì a trionfare sui suoi nemici riconquistando la Sicilia. A partire dal 1257 Manfredi iniziò una politica mirante a riprendere il dominio completo in Italia.


Si rafforza il potere della classe media Il peso economico delle città della pianura padana aveva posto in posizione preminente la classe media rappresentata dalle corporazioni di arti e mestieri o popolo come si diceva allora. I popolani non riuscirono a esprimere governi saldi. Furono ovunque adottati i termini “ghibellini” e “guelfi” che ormai avevano perduto il loro significato originario: una città poteva essere guelfa o ghibellina in relazione alla scelta operata dalla città rivale. Spesso i popolani affidavano il potere al capofazione del partito più debole col titolo di podestà o capitano del popolo. Più tardi questa carica fu assunta a vita e infine divenne ereditaria, a patto che il signore riuscisse a sedare i tumulti cittadini. Il caso di Ezzelino da Romano è un po’ eccezionale: capofazione a Verona, divenne tiranno senza assumere alcuna carica legale, commettendo folli crudeltà nei confronti degli avversari.


Ezzelino da Romano Alessandro IV fu costretto a indire una crociata contro Ezzelino. Una lega comprendente Azzo VII d’Este, Milano e Bologna sconfisse Ezzelino nel 1259 a Cassano d’Adda. A Verona prese il potere Mastino della Scala, ghibellino, mentre a Milano il potere fu assunto da Martino Torriani, guelfo.


Firenze La formula politica che ebbe maggiore fortuna fu quella di Firenze, dove il popolo era organizzato in compagnie locali agli ordini di un capitano del popolo dotato di poteri simili a quelli di un podestà. Il capitano del popolo era affiancato da dodici anziani preposti alle finanze. Fin dal 1252 tale governo iniziò la regolare coniazione di una moneta d’oro, il fiorino, divenuta ben presto la più prestigiosa moneta europea. La potenza di Firenze si fondava sul fatto che i suoi banchieri finanziavano la corte papale e il regno di Francia ricavandone alti profitti. Naturalmente Siena militava dalla parte opposta di Firenze, appoggiandosi alle milizie imperiali dei ghibellini i quali riuscirono a infliggere ai guelfi fiorentini la paurosa rotta di Montaperti dove furono uccisi circa 10.000 soldati e la città stessa evitò la distruzione perché Farinata degli Uberti la difese “a viso aperto” opponendosi al terribile progetto degli esasperati ghibellini (1260).


Intervento della Francia Manfredi aveva così ripreso il controllo della Toscana e procedeva all’occupazione dei territori del papa. Nel 1261 morì il papa Alessandro IV: i cardinali scelsero un personaggio energico, il francese Urbano IV, che dette alla politica papale un deciso orientamento filofrancese. Il suo successore, un altro francese, Clemente IV, concluse le trattative con Carlo d’Angiò: le clausole più importanti prevedevano la separazione del regno di Sicilia dall’impero; l’esclusione del cumulo di cariche a Roma e nel regno di Sicilia; la separazione del regno di Sicilia dalla Toscana e dalla Lombardia.


Tramonto degli Svevi I piani di Carlo d’Angiò si realizzarono nel 1266, dopo che a Milano Filippo Torriani e il fratello Napo, alleandosi con Obizzo d’Este, avevano formato una lega favorevole al papa, permettendo il passaggio per via di terra all’esercito di Carlo d’Angiò diretto al sud. Manfredi chiamò a raccolta le sue truppe. I due eserciti, di dimensioni simili, si scontrarono a Benevento dove Manfredi restò ucciso. Il tramonto del ghibellinismo divenne definitivo.



18. 2 Carlo d’Angiò a Napoli



Carlo d’Angiò, col regno di Sicilia, aveva ereditato anche le ambizioni degli Svevi su tutta l’Italia. Presto si diffuse la notizia che il giovane Corradino si stesse accingendo a invadere l’Italia per recuperare la sua eredità: era un ragazzo di quindici anni, coraggioso, ma anche immaturo. Carlo d’Angiò fu nominato paciere della Toscana: i ghibellini di Firenze fuggirono quando Carlo fu nominato podestà.


Corradino di Svevia Corradino giunse a Verona nell’ottobre 1267 accompagnato da 3000 cavalieri. A Lucera di Puglia i Saraceni si ribellarono a Carlo d’Angiò, costringendolo a recarsi al sud. Nell’agosto 1268 Corradino entrò in Abruzzo mentre i baroni del regno di Sicilia si ribellavano a Carlo. I due eserciti avversari si scontrarono non lontano da Tagliacozzo: pur avendo forze superiori Corradino fu sconfitto. Cercò scampo nella fuga, ma fu catturato e condannato a morte. Un poco alla volta i baroni ribelli si arresero, ma furono espropriati dei loro beni e sostituiti con baroni francesi. Uno dei primi atti di Carlo fu il trasferimento della capitale da Palermo a Napoli, per risiedere vicino alla fonte del suo potere, Roma. Subito furono aumentate le tasse per far fronte ai progetti del nuovo re.


Piani di Carlo d’Angiò Clemente IV morì nel 1268, liberando Carlo da uno scomodo consigliere che già aveva iniziato a premere per la crociata in Oriente, pienamente d’accordo con Luigi IX di Francia che solo a questo patto aveva permesso la fortunata avventura del fratello. Carlo, invece, pensava alla conquista di Costantinopoli, trovando opportuno tirare in lungo la situazione di sede vacante a Roma, per realizzare i suoi progetti. Nel 1270 Carlo costrinse Pisa alla pace e ottenne la capitolazione di Siena: la Toscana era controllata da Carlo.


L’ultima crociata Sempre nel 1270 gli inviati dell’emiro di Tunisi si recarono a Parigi per stringere l’accordo che avrebbe permesso l’Ottava crociata. Carlo prese parte all’impresa nella speranza di riuscire a deviarla verso Costantinopoli. Giunto a Tunisi ricevette la notizia della morte di Luigi IX: approfittò dell’occasione per estorcere notevoli somme di denaro all’emiro di Tunisi e poi tornò in Sicilia nel novembre 1270, ma la flotta fu distrutta da un uragano e con essa andarono a fondo i progetti orientali. A Viterbo, intanto, si teneva il conclave per nominare il nuovo papa: dopo quasi due anni di sede vacante, fu eletto Tebaldo Visconti di Piacenza, Gregorio X. Il neoeletto si trovava in Palestina e giunse a Roma solo nel 1272.


Gregorio X Gregorio X, per contrastare lo strapotere di Carlo d’Angiò, ritenne necessaria la presenza di un imperatore: convocò un concilio ecumenico a Lione, mentre gli elettori tedeschi eleggevano Rodolfo d’Absburgo, subito riconosciuto dal concilio nel 1274, quando fece sapere che accettava la separazione del regno di Sicilia dall’impero. Gregorio X approfittò delle pressioni di Carlo sull’impero bizantino per costringere Michele VIII Paleologo a sottomettersi alla Chiesa d’Occidente, in cambio di assicurazioni circa l’indipendenza dell’impero bizantino. A Gregorio X, morto nel 1276, successero tre papi durati in carica pochi mesi. Poi fu la volta del cardinale Orsini, Nicolò III, deciso oppositore di Carlo.


Nicolò III Questi era un eccellente uomo di governo: riuscì a bloccare le mire di Carlo promettendogli il regno di Arles in Francia per il nipote Carlo Martello; a Rodolfo d’Absburgo concesse che il titolo di imperatore di Germania divenisse ereditario nella sua famiglia, mentre la Lombardia diveniva libera dopo la cacciata da Milano dei Torriani per opera dell’arcivescovo Ottone Visconti e dei ghibellini milanesi in esilio.


Progetti politici di Nicolò III Il progetto vagheggiato da Nicolò III era di creare una grande signoria nell’Italia settentrionale e centrale comprendente la Romagna e la Toscana da affidare alla famiglia Orsini. In questi frangenti, nel 1278, Nicolò III conferì la carica di legato papale per la Toscana e la Romagna al cardinale Latino Malabranca, suo nipote, scortato da un altro nipote Bertoldo Orsini in qualità di conte di Romagna. Nel 1279 costoro riuscirono a far accogliere un programma di pacificazione generale, durato poco, perché già nel 1280 la guerra riesplose in Toscana e in quello stesso anno morì Nicolò III.


Nuova costituzione di Firenze La breve permanenza del cardinal Latino a Firenze produsse una nuova costituzione: i ghibellini poterono rientrare nella città; il popolo, ossia la borghesia riebbe la sua organizzazione e un capitano; la parte guelfa formò un partito come i ghibellini. Fu istituito un consiglio dei Quattordici preposti alle finanze, sostituiti nel 1282 dai priori delle arti (gli Ordinamenti di giustizia di Giano della Bella) ossia delle corporazioni che così assunsero il controllo politico della città: si era affermato un governo popolare in grado di funzionare.


Martino IV Carlo d’Angiò fece pressioni per ottenere l’elezione di un francese, già consigliere di Luigi IX, divenuto papa nel 1281 col nome di Martino IV. Il nuovo papa risultò un docile strumento nelle mani di Carlo d’Angiò. Le ambizioni di Carlo non ebbero limiti per realizzare i suoi piani per l’Oriente. Nel regno di Napoli molti erano scontenti a causa delle tasse che erano state raddoppiate dal tempo degli Svevi.


La guerra del Vespro La tempesta ebbe inizio in Aragona dove il re Pietro III aveva sposato Costanza, figlia di Manfredi, e perciò vantava titoli all’eredità siciliana. Pietro III si alleò con Michele VIII, imperatore di Costantinopoli, che gli fornì mezzi finanziari. Finse una crociata in Africa per avvicinarsi alla Sicilia, ma fu preceduto da un’insurrezione popolare scoppiata a Palermo il 30 marzo 1282, passata alla storia come guerra del Vespro. In quel giorno, lunedì di Pasqua, un pesante apprezzamento rivolto da un francese a una giovane donna che si recava in chiesa provocò la reazione di un cavalleresco siciliano. Subito seguì il massacro di tutti i francesi che si poterono scovare. Pietro III attendeva gli sviluppi della situazione in Africa, mentre i siciliani cercavano di darsi un governo provvisorio. Ad agosto Carlo sbarcò a Messina: disperando di resistere senza un aiuto militare esterno, i siciliani offrirono a Pietro III la corona di Sicilia. Il 30 agosto sbarcò a Trapani con 8000 almugaveri, una fanteria specializzata in guerriglia, che costrinse Carlo a ritirarsi in Calabria. Il governo di Pietro III fu spietato e impopolare, e già nel 1283 dovette tornare in Aragona per parare un’invasione francese, lasciando in Sicilia la moglie Costanza e il suo consigliere Ruggero di Lauria che si rivelò un grande ammiraglio. Nel 1283 Ruggero di Lauria distrusse una flotta francese a Malta, mentre Martino IV proclamava l’interdetto in Aragona e la deposizione di Pietro III, sostituito da Carlo di Valois, figlio minore di Filippo III l’Ardito re di Francia. Nel 1284 un esercito eterogeneo comandato da Carlo il Ciotto (Zoppo), come dice Dante, figlio di Carlo d’Angiò, fece vela dalla Provenza, ma Ruggero di Lauria intercettò la flotta catturando Carlo il Ciotto. Il padre si diresse verso Reggio Calabria ma fu respinto, e nel 1285 morì.


Fallimento politico di Carlo d’Angiò Carlo d’Angiò aveva fallito tutti i suoi progetti: l’Italia non fu unificata sotto un solo governo. Carlo II fu condotto prigioniero in Aragona, mentre i reggenti tenevano il governo delle due parti in cui si era diviso il regno di Sicilia. Nel 1285 morirono anche il papa Martino IV a Perugia, e il re di Francia Filippo III a Perpignano, dove si era ritirato dopo il fallimento dell’invasione in Aragona; poi morì anche il suo avversario Pietro III, al quale successe il figlio maggiore Alfonso III, mentre il secondogenito Giacomo divenne re di Sicilia. Nell’isola la guerra continuava: nel 1287 Ruggero di Lauria sconfisse la flotta angioina a Castellamare. In seguito per due anni la guerra si placò. Carlo II fu rilasciato e nel 1289 fu incoronato dal papa, mentre i contendenti accettavano la tregua di due anni a seguito delle cattive notizie che giungevano da Acri in Palestina assediata dai mamelucchi egiziani.


Crisi del sud d’Italia Mentre il sud decadeva a causa della guerra, dello strapotere feudale e dell’amministrazione corrotta, la Toscana conosceva un periodo di sviluppo economico eccezionale.


Decadenza di Pisa In quegli anni maturò la rovina di Pisa: per abbattere la sua vivace autonomia, Firenze si alleò con Genova. Nel 1284 il capitano genovese Oberto Doria sorprese la flotta pisana nei pressi dell’isola della Meloria e la distrusse facendo 9000 prigionieri. Il conte Ugolino, capitano di Pisa, fu costretto ad accettare le durissime condizioni di pace imposte dai vincitori: i pisani, scontenti, lo condannarono alla morte per fame, insieme coi figli (1288). Il successivo capitano di Pisa, Guido da Montefeltro, brillante soldato, non poté impedire la perdita della Sardegna: l’interramento del porto di Pisa, a causa delle piene dell’Arno, completò la rovina di quella gloriosa repubblica marinara.


Decadenza del Monferrato Nel nord, il Monferrato era ancora lo Stato più potente, ma nel 1290, alla morte di Guglielmo VII, fu smembrato.


Situazione dell’Italia alla fine del XIII secolo Verso il 1290 l’Italia mostrava l’aspetto che poi conservò per secoli: un insieme di minuscoli Stati fieramente opposti gli uni agli altri, tra i quali primeggiavano le signorie della pianura padana come Milano, Verona, Ferrara; le due repubbliche marinare di Venezia e Genova; i ricchi comuni della Toscana; le monarchie feudali di Napoli e della Sicilia, mentre nello Stato della Chiesa sembrava invincibile l’instabilità politica dei comuni in lotta tra loro.



18. 3 Venezia all’apogeo della sua potenza



Le conseguenze politiche ed economiche della Quarta crociata furono per Venezia della massima importanza perché essa divenne la maggiore potenza navale d’Europa, in grado di controllare l’Adriatico e il Mediterraneo orientale.


La base della potenza veneziana Il commercio di Venezia aveva importanza capitale per la vita della città: non avendo un vasto retroterra che la rifornisse di grano, vino, olio, carne, essa doveva provvedersi di tutto ciò mediante lo scambio di quanto essa poteva procurarsi, ossia sale e pesce conservato. Essenziali per la sopravvivenza di Venezia erano perciò le navi con le quali risaliva i fiumi sboccanti vicino alla laguna: Adige, Po, Brenta. Il sale era prodotto a Chioggia, ma occorreva impedire ad altri concorrenti di mettere in produzione saline in proprio, oppure imporre la cessione del sale a Venezia che poi lo commerciava alle condizioni da essa stabilite. Il successo di Venezia dipendeva da un controllo dell’Adriatico tale da impedire ad altri porti di strapparle il monopolio del commercio.


Le navi veneziane C’erano due modelli principali di navi: quelle tonde, adatte al trasporto di merci, lunghe circa tre volte la larghezza massima (il baglio), a due o tre alberi, con due ponti e alti castelli di prua e di poppa. L’altro tipo, veloce e manovrabile, era la galea o nave lunga perché da prua a poppa misurava da sei a otto volte il baglio.


Le mude La stagione della navigazione andava dalla primavera all’autunno; i viaggi della muda per il levante erano due all’anno: da marzo ad agosto per la prima muda; da agosto alla primavera successiva per la seconda muda. Le navi partivano in convoglio per difendersi dai pirati: prima dell’invenzione dei cannoni ogni nave recava un certo numero di balestrieri, in genere giovani appartenenti a famiglie di mercanti che così si impratichivano dei viaggi per mare.


Il bottino della Quarta crociata Il bottino riportato al termine della Quarta crociata, oltre i famosi quattro cavalli di bronzo della facciata di San Marco, i leoni di marmo dell’Arsenale e innumerevoli altre opere d’arte, comprendeva l’arcipelago greco, l’isola di Negroponte e di Creta, oltre a un quartiere di Costantinopoli con i fondachi e il porto nel quale soggiornava in permanenza una squadra navale veneziana.


Crescente rivalità tra Genova e Venezia Le differenze tra Genova e Venezia erano grandi, perché la prima era una città-stato, mentre l’altra dominava un territorio, la Liguria, abbastanza esteso, ma anche eterogeneo per la presenza di una classe di agrari in conflitto con gli interessi degli armatori. A Genova perciò ci furono molti rivolgimenti politici, con una fazione al potere che mandava in esilio l’altra; la quale a sua volta si rafforzava appoggiandosi alla piccola nobiltà terriera per rientrare in città. Tuttavia, l’ottimo porto di Genova e la presenza di una grande flotta permisero agli armatori di proseguire una fortunata politica di espansione dei commerci con l’Oriente, soprattutto in direzione di Acri e di Tiro, punti terminali della grande strada carovaniera che dal Mar Rosso faceva giungere le spezie e la seta orientale nel Mediterraneo. Fino al 1250 la rivalità latente tra Genova e Venezia fu frenata dal timore della potenza di Pisa.


La prima guerra tra Genova e Venezia La guerra tra Venezia e Genova prese spunto da incidenti avvenuti ad Acri in Palestina. Nel 1257 la flotta veneziana partì accompagnata da una potente scorta al comando di Lorenzo Tiepolo. Costui, giunto ad Acri, incendiò le navi genovesi. L’anno seguente, Genova inviò una grande flotta in Oriente: quando essa giunse davanti al porto di Acri, i veneziani fecero uscire la loro flotta al completo, manovrarono accortamente per mettersi sopravvento e poi attaccarono. La vittoria veneziana fu clamorosa perché i genovesi perdettero metà delle loro navi con 1700 marinai.


Disfatta veneziana a Costantinopoli Tre anni dopo questa clamorosa vittoria, Venezia subì una grave disfatta a Costantinopoli. Nel luglio 1261 Michele VIII Paleologo, muovendo da Nicea, riuscì a impadronirsi di Costantinopoli, mentre la flotta veneziana era in mare. Quando la flotta tornò in porto non poté far altro che raccogliere l’imperatore sconfitto e i mercanti veneziani scampati alla strage, trasferendoli a Negroponte. La perdita di Costantinopoli metteva in pericolo il dominio veneziano in Oriente, ma l’imperatore fuggiasco non disponeva di denaro, e Venezia si trovava in guerra con Genova, che ottenne da Michele VIII molti privilegi commerciali prima accordati a Venezia (trattato di Ninfeo): in base a tale trattato Genova assumeva l’onere di difendere con la propria flotta l’impero restaurato.


Ascesa di Genova Per i venticinque anni successivi i genovesi proseguirono la loro ascesa commerciale. Come detto, nel 1284 sconfissero Pisa alla Meloria, ottenendo l’egemonia sul Tirreno: i genovesi poterono commerciare seta e spezie con l’Inghilterra e con i Paesi Bassi, riportandone tele fini e lana. In Oriente i genovesi accrebbero i loro traffici col Mar Nero (Caffa) e con l’Asia Minore (Pera), mentre i veneziani accentuavano la loro supremazia su Creta e sull’arcipelago greco. Anche Venezia accentuava il carattere di città manifatturiera oltre che mercantile.


L’Asia si apre al commercio Lo sfruttamento del Mar Nero da parte di veneziani e genovesi mise in contatto gli occidentali con i Mongoli. L’espansione mongola fu arrestata solo nel 1260 con la sconfitta del Canato di Persia per opera dei Mamelucchi egiziani. Costoro rimasero padroni della Siria e della Palestina, e delle strade carovaniere tra il Golfo Persico e il Mediterraneo.


Il primo viaggio dei fratelli Polo I fratelli Nicolò e Matteo Polo decisero di esplorare nuove possibilità commerciali dopo l’interruzione della via di Costantinopoli (1261). Si aggregarono a una grande carovana diretta alla corte del Gran Khan in Cina, compiendo un viaggio di oltre 6500 chilometri. Cublai Khan li accolse con simpatia e li rispedì in Occidente con un’ambasceria al papa per chiedere missionari e istruire il suo popolo: sperava in una specie di alleanza politica in grado di schiacciare i musulmani che lo avevano sconfitto.


Il viaggio di Marco Polo Nel 1271 il fratelli Polo ripresero il cammino verso l’estremo Oriente portando con sé due missionari, un poco di olio della lampada che ardeva sul Santo Sepolcro e il figlio di Nicolò, il notissimo Marco Polo autore del Milione. Questo giovane dotato di straordinario spirito di osservazione fece grande impressione su Cublai Khan che lo impiegò in numerosi incarichi di responsabilità eseguiti in lungo e in largo per la Cina. Dopo oltre vent’anni di permanenza in Cina i Polo vollero ritornare in Occidente: fu loro affidata un’ultima missione, accompagnare una principessa in Persia percorrendo una rotta marittima che permise di visitare Sumatra, Ceylon, l’India occidentale, sbarcando infine all’ingresso del Golfo Persico. Da Ormuz, passando per Tabriz, i Polo arrivarono a Trebisonda donde proseguirono per Venezia. Il risultato più importante per Venezia fu la scoperta della strada commerciale che da Laiazzo in Siria raggiungeva Tabriz evitando sia i bizantini sia i musulmani mamelucchi, i quali, nel 1291, spazzarono via ciò che rimaneva delle conquiste dei crociati, ossia Acri, Tiro e Tripoli di Siria.


Seconda guerra tra Venezia e Genova La guerra tra Genova e Venezia era ripresa nel 1291: dopo vari scontri e alterne vicende nel 1299 le due città marinare concordarono una pace che riconosceva la supremazia di Genova nel suo Golfo e quella di Venezia nell’Adriatico. Venezia non risolse la questione di fondo ossia la spartizione del commercio bizantino che era stato il pomo della discordia tra le due repubbliche marinare. Il conflitto non era stato risolto bensì rimandato.



18. 4 L’evoluzione politica dei comuni lombardi



Nel 1289 Carlo II (il Ciotto) fu incoronato re di Sicilia (Napoli), subito dopo la sua liberazione da parte di Alfonso d’Aragona: aveva un anno di tempo per ottenere la rinuncia da parte del cugino Carlo di Valois al trono d’Aragona, e per far pace con la Francia e il papa.


Nicolò IV incorona Carlo II di Sicilia Nicolò IV sciolse Carlo II da ogni giuramento e lo incoronò re del regno di Sicilia (continente e isola). Riprese perciò la guerra tra Carlo II e Giacomo re di Sicilia. L’ammiraglio Ruggero di Lauria stava conquistando le città della costa calabra, mentre Giacomo assediava Gaeta. Carlo II riuscì a salvare Gaeta, ma fu il suo unico successo, poi stipulò la tregua con Giacomo di Sicilia, mentre Alfonso d’Aragona fece pace con la Francia (1291). In quell’anno Alfonso morì e il fratello Giacomo di Sicilia ereditò l’Aragona con Maiorca, ma con l’obbligo di lasciare la Sicilia al fratello minore Federico.


Crisi del papato Per contrastare la potenza degli Orsini, Nicolò IV favorì i Colonna, ma la Chiesa aveva bisogno di un rinnovamento che la rimettesse in contatto con i grandi problemi europei, in luogo di disperdersi in conflitti tra feudatari della Campagna romana.


Conflitto tra Colonna e Orsini Nel 1292 Nicolò IV morì, aprendo un lungo periodo di sede vacante, chiuso solo due anni dopo, nel luglio 1294. I cardinali erano divisi dallo scontro tra Colonna e Orsini; il cardinale Benedetto Caetani occupava una posizione intermedia. Su consiglio del cardinal Latino Malabranca fu proposta l’elezione di un uomo santo, estraneo al collegio cardinalizio, Pietro del Morrone, l’eremita abruzzese fondatore di un ordine religioso che più tardi sarà chiamato dei Celestini. Entrambe le fazioni accolsero la proposta che sbloccava la situazione.


Celestino V Lo sbigottito eremita fu condotto prima all’Aquila per l’incoronazione e poi a Napoli da Carlo II d’Angiò: assunse il nome di Celestino V. Dante fu severo e perfino ingiusto verso Celestino V, se si deve riferire a lui il verso famoso “colui/ che per viltade fece il gran rifiuto/”. Celestino V si affrettò a nominare otto cardinali francesi e quattro italiani: presto si rese conto di essere impari al compito di papa, decidendo le dimissioni. Anche Carlo II comprese che non bastava la santità personale per risolvere i problemi della Chiesa e si rassegnò al fatto nella speranza che risultasse eletto un papa francese. Fu eletto, invece, Benedetto Caetani (Bonifacio VIII) che aveva diretto gli affari ecclesiastici anche nei sei mesi del papato di Celestino V.


Bonifacio VIII Bonifacio VIII è una delle figure storiche più controverse: l’odio di Dante ancora una volta lo indusse a un giudizio eccessivo e ingiusto. Bonifacio VIII ribadì senza sfumature il primato spirituale e temporale del papato in un’epoca in cui tale idea aveva perduto credibilità. I suoi modi energici, sprezzanti, offensivi gli alienarono la simpatia di tutti.


Ripresa della guerra tra Angioini e Aragonesi Bonifacio VIII non esitò a intromettersi tra Angioini e Aragonesi, riaffermando i diritti dei primi sulla Sicilia per ricondurla alla condizione di feudo papale come il continente. Gli Aragonesi non tenevano al legame con la Sicilia che li esponeva a una lotta mortale contro Francia, Castiglia e papa. I siciliani, a loro volta, non ambivano rimanere sottomessi a una potenza straniera: miravano alla completa indipendenza sotto una dinastia locale. Federico perciò, fu proclamato re e incoronato a Palermo, concedendo al parlamento, raramente convocato dal tempo dei re normanni, il potere di votare le leggi principali e alcune responsabilità di governo. La guerra contro gli Angioini di Napoli riprese in Calabria. Nel 1297 Giovanni da Procida e Ruggero di Lauria (nessuno dei due era siciliano) furono convocati a Roma da Bonifacio VIII e convinti a passare dalla parte di Carlo II. Ruggero di Lauria divenne ammiraglio della flotta napoletana, incaricata di conquistare la Sicilia. Nel 1299 le flotte riunite di Napoli e di Aragona attaccarono la flotta siciliana: Federico riuscì a fuggire in Sicilia dopo aver perduto le sue navi. La Sicilia fu attaccata da Oriente e da Occidente. Roberto d’Angiò, figlio di Carlo II, conquistò Catania e pose l’assedio a Messina, ma nel 1300 Federico colse una memorabile vittoria a Falconara presso Trapani. Bonifacio VIII fece appello ai Templari e agli Ospitalieri, come se si trattasse di una crociata, inducendo in guerra anche i genovesi contro Federico, ma, perduta a causa di una tempesta una flotta napoletana, fu necessario invocare l’aiuto di Carlo di Valois che nel 1302 era ancora a Firenze impegnato in un’opera di pacificazione. Raramente tante attese furono così mal riposte: Carlo di Valois si recò in Sicilia che fu saccheggiata e spopolata, ma poi l’esercito del Valois fu decimato dalla malaria e nel settembre 1302 le forze contendenti furono costrette a sottoscrivere la pace di Caltabellotta. La guerra del Vespro sancì la divisione tra Sicilia e Napoli, anche se in teoria la divisione doveva durare solo per la vita di Federico: l’erede avrebbe ricevuto il regno di Cipro e la Sardegna, permettendo così il ritorno della Sicilia in seno al regno di Sicilia con capitale Napoli.


Guerra contro i Colonna Bonifacio VIII si fece coinvolgere in un’altra guerra. I Colonna, ghibellini, sostenevano che la rinuncia al papato di Celestino V era nulla, e perciò Bonifacio VIII doveva esser considerato un usurpatore. Nel 1298 Guido da Montefeltro consegnò Palestrina alle truppe papali e i Colonna dovettero rifugiarsi all’estero.


Il Giubileo del 1300 Nel 1300 il papa istituì il Giubileo che, oltre agli aspetti religiosi, doveva assumere una funzione politica volta a celebrare la restaurazione del potere papale nella sua pienezza. I pellegrini giunti a Roma per l’occasione furono numerosi e forse Bonifacio VIII ricavò l’errata convinzione che i cristiani si sarebbero piegati alla sua volontà. Poco dopo inizierà l’aspro conflitto con la Francia di Filippo IV il Bello.


Potenza economica dell’Italia del nord Nell’Italia settentrionale, dopo la sconfitta e la morte di Ezzelino da Romano, avvenuta nel 1259, i comuni lombardi avevano conosciuto un rapido aumento di ricchezza ma con essa si erano moltiplicati i conflitti tra le fazioni interne a ogni comune e le rivalità tra comuni diversi. La guerra nel sud tra Angioini e Aragonesi aveva tolto a quella parte d’Italia il primato economico: ora l’area della ricchezza si estendeva entro il quadrilatero formato da Milano, Genova, Firenze e Venezia.


I Visconti di Milano La morte di Guglielmo del Monferrato favorì l’ascesa dei Visconti di Milano. Matteo Visconti per cinque anni fu capitano del popolo; nel 1292 fu confermato per altri cinque anni, nel corso dei quali anni egli estese il potere di Milano in direzione di Casale Monferrato; ottenne in signoria Novara e Vercelli; Alessandria lo nominò capitano del popolo. Queste aggregazioni si proponevano di sedare i conflitti presenti all’interno di ogni comune per non pregiudicare le attività economiche. Tuttavia la carriera di Matteo Visconti era stata troppo folgorante: Giovanni del Monferrato recuperò Casale, e in seguito cacciò i ghibellini da Vercelli e da Novara, mentre Pavia sotto il conte Langosco formò una lega con Crema, Cremona, Bergamo e Ferrara allora sotto il dominio di Azzo VIII d’Este. Matteo Visconti riuscì a staccare quest’ultimo dalla lega guelfa; poi nell’anno 1300, per celebrare quel successo politico, sposò la figlia di Alboino della Scala signore di Verona, e combinò il matrimonio del figlio Galeazzo con Beatrice d’Este, vedova di Nino Visconti giudice di Gallura in Sardegna. Eppure, come ricorda Dante, il dominio dei Visconti era tutt’altro che stabile. Approfittando del malcontento milanese, si formò una lega capitanata da Filippone Langosco di Pavia e da Alberto Scotto di Piacenza. I congiurati pretesero il ritorno in Milano dei Torriani, sia pure come privati cittadini. La rivolta di Milano fu terribile: le case dei ghibellini furono incendiate e i Visconti dovettero lasciare la città. Una breve ripresa del governo comunale risultò infelice, tornando poco dopo al governo di signoria. Nel 1307 Guido Torriani fu eletto capitano del popolo a vita: subito Milano fu circondata da una cintura di città governate dai guelfi, ma a questo punto la famiglia Torriani si divise al suo interno. Un cugino di Guido fu eletto arcivescovo di Milano e subito cercò di ricostituire l’antico patrimonio ecclesiastico in competizione col cugino. Quando l’imperatore Enrico VII giunse a Milano nel 1311, Guido Torriani fu travolto dagli avvenimenti ed Enrico VII riuscì a reinsediare i Visconti al potere in città.


I della Scala a Verona A Verona il potere dei della Scala fu loro concesso dal partito popolare e fu rafforzato dal fatto di essere la famiglia più ricca della città. Il governo dei della Scala non ebbe di mira la pacificazione delle fazioni. A Verona si viveva in clima di fiera opposizione nei confronti di Padova, di cui si cercava di impedire lo sviluppo manifatturiero e mercantile. Fin dal 1277 Alberto della Scala aveva ottenuto di presidiare con truppe di sua fiducia sette castelli: con questo atto era stato fondato un principato territoriale ereditario. Alberto della Scala curò l’immagine della dinastia: strinse alleanza con Obizzo II duca di Ferrara. Nel 1291 il figlio di Alberto, Bartolomeo della Scala, sposò una nipote di Federico II, la cui sorella sposò Cangrande della Scala, il più famoso degli Scaligeri, il protettore di Dante. Il potere dei della Scala si stendeva su Trento, Vicenza, Padova.


Firenze centro politico d’Italia È difficile seguire in dettaglio le turbolente vicende delle città padane, divenute ormai signorie ereditarie sotto alcune famiglie potenti: il quadro riferito da Dante appare sconsolato, ma egli compì l’errore di ritenere possibile la restaurazione imperiale di Enrico VII, venuto in Italia senza soldati e senza denaro, compiendo un tentativo fallito in partenza.



18. 5 Firenze



Nel XIII secolo Firenze e la Toscana avevano conosciuto uno sviluppo economico impetuoso, reso evidente dall’inizio della regolare coniazione del fiorino.


Sviluppo bancario A Firenze e Siena si concentravano le principali banche italiane che praticavano anticipi di denari alla corte papale, alla Francia, all’Inghilterra. La decisione di concedere un prestito era subordinata a condizioni di natura politica, per esempio dare garanzia di stabilità al potere, perché in caso di cambiamenti politici radicali era possibile la perdita dei prestiti concessi. Dopo il 1266 molti banchieri fiorentini aprirono filiali a Napoli, per primi i Bardi e i Peruzzi, e perciò Firenze, quando la turbolenza interna diveniva eccessiva, si affidava a pacieri o francesi o papali.


Campaldino L’anno 1289 fu cruciale per la Toscana. A Pisa era stato condannato a morte per fame il conte Ugolino della Gherardesca: il governo della città fu assunto da Guido da Montefeltro, capo dei ghibellini. Arezzo era divenuta l’epicentro del ghibellinismo toscano, in grado di controllare la strada di comunicazione tra nord e sud. Il comando militare della lega ghibellina era tenuto da Guido Novello e da Buonconte figlio di Guido da Montefeltro. I guelfi decisero di esiliare i ghibellini ancora numerosi in Firenze, allestendo a questo scopo un grande esercito. L’obiettivo era di conquistare Arezzo, roccaforte del ghibellinismo. L’esercito guelfo raggiunse Pontassieve, superò il passo della Consuma, attaccò il territorio dei conti Guidi in Casentino entrando nella valle dell’alto Arno da nord, e finalmente a Campaldino si accese il combattimento dove compirono prodigi di valore Vieri de’ Cerchi e Corso Donati che sostennero vittoriosamente l’attacco della cavalleria aretina. Guido Novello si dette alla fuga, mentre Buonconte e il vescovo di Arezzo rimasero uccisi: alla battaglia prese parte anche Dante. Il Casentino fu saccheggiato, ma Arezzo non fu conquistata; a Pisa Guido da Montefeltro sventò un attacco di galee genovesi. La battaglia di Campaldino perciò non ebbe risultati politici definitivi, ma per il momento assicurò l’egemonia di Firenze sulle altre città toscane.


Giano della Bella Al tempo della battaglia di Campaldino Dante aveva ventiquattro anni: le poesie che scrisse in quel tempo rivelano un giovane che sa godere la vita, anche se più tardi affermò di rimpiangere i tempi del trisavolo Cacciaguida quando le donne fiorentine erano modeste, i libri contabili non venivano falsificati e le misure erano quelle giuste. La vittoria dell’alta borghesia si tradusse in oppressione dei ceti più poveri. Nel 1293 il nobile Giano della Bella, passato nelle file dei popolari, fece votare gli Ordinamenti di giustizia, ma poco dopo fu costretto a lasciare Firenze per evitare la guerra civile. Nel 1295 furono apportate agli Ordinamenti di giustizia alcune modifiche che restituivano parte del potere ai nobili: ossia anche costoro potevano iscriversi alle arti che avevano il monopolio del governo della città, anche senza esercitare l’arte cui appartenevano. Dante si iscrisse all’arte degli speziali e quindi poté aspirare alla carriera politica.


Contrasti tra Cerchi e Donati Nessuna tecnica di governo, tuttavia, pareva in grado di sanare la violenza delle fazioni capeggiate dai Cerchi e dai Donati. I Cerchi si erano inurbati di recente, mentre i Donati erano un’antica famiglia cittadina. Vieri de’ Cerchi aveva acquistato il palazzo dei conti Guidi e dirigeva una fiorente banca: i suoi sostenitori erano numerosi tra le classi medie e tra i ghibellini. Corso Donati, invece, capeggiava le famiglie guelfe più estremiste, trovando accesi sostenitori tra il popolo minuto. Il suo vero nemico era Guido Cavalcanti, poeta e filosofo scettico. Corso Donati fu accusato di omicidio: nel 1299 fu mandato in esilio. Vieri de’ Cerchi rimase al potere in Firenze fino all’arrivo di Carlo di Valois. Le due fazioni fiorentine avevano assunto il nome di Bianchi e Neri prendendo a prestito tale divisione dai partiti che si contendevano il potere a Pistoia.


Bianchi e Neri Il 1° maggio 1300 una zuffa tra cavalieri delle opposte fazioni provocò il ferimento di un giovane dei Cerchi. Il litigio venne preso a pretesto per l’intervento di Bonifacio VIII in Firenze. Infatti, divenuto vacante il trono imperiale per la morte di Adolfo di Nassau fin dal 1298, Bonifacio VIII aveva negato la successione all’erede Alberto di Absburgo. Tuttavia, a seguito di una minaccia di alleanza tra Filippo IV re di Francia e Alberto di Absburgo, il papa aveva cambiato parere a patto che il nuovo imperatore rinunciasse alla sovranità su Lombardia e Toscana, con l’intenzione di realizzare in quelle regioni due principati da affidare a congiunti della sua famiglia. Per attuare questo disegno, Bonifacio VIII ricorse all’aiuto di Corso Donati. Costui, dall’esilio, brigava ai danni dei Bianchi che, nel 1300, avevano condannato tre banchieri residenti a Roma, fiduciari di Bonifacio VIII. Il papa pretese la revoca della sentenza, ma il governo dei priori bianchi, geloso della propria autonomia, respinse l’ingiunzione. Quando arrivò a Roma la notizia dei tumulti di calendimaggio, al papa sembrò giunto il momento di agire: inviò a Firenze il cardinale di Acquasparta per pacificare le fazioni. Se l’operazione fosse riuscita, il papa diveniva il garante della pace e perciò l’arbitro della città; se l’operazione non fosse riuscita, il papa si sarebbe schierato dalla parte dei Neri che, data la loro condizione di esiliati, erano pronti a qualunque concessione.


Tentativi di pacificazione L’Acquasparta giunse a Firenze nel giugno 1300: chiese l’assoluzione dei tre banchieri, ma i priori, tra cui Dante, risposero negativamente. Bonifacio VIII accolse allora l’invito dei Neri di inviare a Firenze un paciere francese, accompagnato da un esercito che avrebbe ricondotto Firenze alla docilità nei confronti del papa: con denari fiorentini il paciere doveva proseguire in direzione della Sicilia da riunire sotto gli Angioini di Napoli. La minaccia di interdetto pesava sulla città con pericolo per i suoi commerci: il governo dei Bianchi dovette cercare il modo di evitare la rottura col papa. Nel 1301 giunse da Roma la richiesta di inviare altre truppe da contrapporre ai Colonna in lotta contro il papa: la risposta di Firenze fu negativa.


Carlo di Valois Il 2 settembre 1301 Carlo di Valois giunse ad Anagni, allora residenza del papa: allarmato, il governo dei Bianchi decise di inviare alcuni ambasciatori tra cui Dante. La missione di Carlo di Valois proseguì: a Siena ottenne 800 cavalieri che lo accompagnarono a Firenze dove i priori, tra cui c’era il cronista Dino Compagni, non ardirono chiudergli le porte in faccia. Il 1° novembre Carlo di Valois fece il suo ingresso in una Firenze impaurita, mentre in cielo compariva la cometa di Halley, giudicata di cattivo auspicio. Il 5 novembre Carlo di Valois ottenne i pieni poteri per agire da paciere, ma già aveva preso accordi coi Neri per suscitare la rivolta.


Corso Donati, penetrato in Firenze in spregio alla legge, occupò il convento di San Pier Maggiore. Le case dei priori furono saccheggiate, mentre i Neri si abbandonarono alla vendetta. Carlo di Valois minacciò di morte Corso Donati, ma non fece nulla per arrestarlo e far cessare la strage. Perciò Corso Donati poté cacciare podestà e priori da Firenze e far eleggere il nuovo podestà, Cante de’ Gabrielli da Gubbio, che in seguito emise la sentenza di esilio nei confronti di Dante.


Vittoria dei Neri Nel gennaio 1302 iniziarono i processi contro tutti gli ex-governanti di parte bianca. La rivoluzione di Firenze fu seguita da fallimenti di ditte commerciali. Carlo di Valois ricevette un compenso di 24.000 fiorini. In seguito, a Roma fu nominato capitano generale delle truppe papali e napoletane; finanziato dai Bardi e dai Peruzzi, proseguì per la Sicilia dove non poté far altro che stipulare la pace di Caltabellotta.


Nel 1303 la lotta ingaggiata da Bonifacio VIII e Filippo IV re di Francia ebbe un drammatico epilogo: poco dopo morì anche il papa. Il nuovo papa Benedetto XI dovette affrontare il problema della crescente turbolenza di Firenze dove la fazione dei Neri ben presto si divise tra i partigiani di Corso Donati e quelli di Rosso della Tosa, il principale artefice della rivolta che aveva portato al potere i Neri. Le nuove fazioni presero le armi sotto il nome di “parte del popolo” e “parte del vescovo”. Benedetto XI inviò a Firenze il cardinale Nicolò da Prato: costui ebbe nel marzo 1304 pieni poteri per ristabilire la pace.


Pacificazione di Nicolò da Prato Nicolò da Prato raggiunse in seguito Prato e Pistoia per pacificare anche quelle città, ma Corso Donati fece spargere la voce che in realtà il cardinale cercava di far ritornare al potere i ghibellini. Nicolò dovette fuggire da Prato e quando ordinò ai fiorentini di riportarvi l’ordine col loro esercito, la spedizione si risolse in una beffa. Il cardinale Nicolò decise di far rientrare Bianchi e ghibellini in Firenze, alcuni dei quali, come gli Uberti, ricevettero entusiastica accoglienza: i Cavalcanti erano favorevoli all’azione di Nicolò da Prato; Corso Donati e Rosso della Tosa furono contrari. Scoppiarono nuovi disordini. Il 9 giugno 1304 Nicolò da Prato e i ghibellini dovettero fuggire da Firenze dove venne perpetrato il più orribile misfatto di questa guerra civile: i Donati, i Tosinghi e i Medici appiccarono il fuoco agli immobili degli avversari, distruggendo 1400 case. I Cavalcanti abbandonarono la città e così venne meno il principale sostegno di un regime moderato. Benedetto XI ordinò ai magnati fiorentini di comparire davanti al suo tribunale, ma il 6 luglio anche il papa morì.


Fallimento dei Bianchi I Bianchi esiliati compirono un estremo tentativo: raccolsero alcuni soldati ghibellini e si concentrarono a Lastra, un paese a tre chilometri da Firenze. Il 20 luglio il comandante di quelle truppe, Baschiero della Tosa, penetrò in Firenze con parte delle truppe giungendo fino in piazza del duomo, ma un incendio diffuse il panico tra le sue truppe che si dettero alla fuga. Il panico si comunicò anche alle truppe che attendevano a Lastra, facendo fallire l’impresa: da quel momento Dante lasciò la compagnia “malvagia e scempia” dei Bianchi e fece “parte per se stesso”, con beneficio per la sua attività poetica.


Caduta del governo bianco a Pistoia Finché i Bianchi tenevano Pistoia, Firenze non si riteneva al sicuro. Nel 1305 il capitano di parte guelfa di Toscana Roberto d’Angiò, con un esercito di cavalieri catalani e aragonesi assediò Pistoia, mentre a Perugia i cardinali eleggevano il nuovo papa Bertrand de Got, arcivescovo di Bordeaux, certamente gradito a Filippo IV. Il nuovo papa assunse il nome di Clemente V. Non sembra che egli fosse già deciso a trasferire la sede del papato in Francia, ma di fatto non venne in Italia, pur rimanendo informato di quanto avveniva in Toscana. Egli, infatti, riprese la politica del predecessore volta a far rientrare i Bianchi e i ghibellini in Firenze: perciò, la sua prima decisione fu di ingiungere a Roberto d’Angiò di togliere l’assedio a Pistoia. Roberto obbedì ma le sue truppe rimasero sul posto. I Neri fomentarono a Bologna il malcontento contro il governo dei Bianchi per impedire ogni aiuto efficace a favore di Pistoia: nel 1306 Pistoia dovette capitolare. Il suo territorio fu diviso tra Firenze e Lucca, le sue mura furono abbattute.


Dominio assoluto dei Neri a Firenze Per ironia della sorte, il papa Clemente V appariva un ghibellino in opposizione alle due repubbliche guelfe di Toscana, Firenze e Lucca, che si opponevano al tentativo del legato papale in Romagna, Napoleone Orsini, di riportare l’ordine in quella regione. Firenze, sotto il governo dei Neri durato fino al 1309, conobbe il trionfo dell’oligarchia estremista: le nove arti minori furono subordinate alle dodici maggiori; i priori divennero strumento della parte guelfa dominata dai magnati. Nel 1307 sopraggiunse la depressione economica e fu necessario proclamare una moratoria dei debiti per evitare fallimenti a catena.


Fine del potere di Corso Donati Queste riforme affrettarono la rovina di Corso Donati, il quale si trovò isolato dall’ostilità degli altri capi di parte guelfa, uniti nell’impedire che i partigiani di Corso assumessero cariche pubbliche. Corso Donati non faceva mistero del suo disprezzo verso gli Ordinamenti di giustizia e con probabilità mirava al potere personale. Prese accordi con alcune famiglie potenti – Buondelmonti, Bardi, Frescobaldi, Bordoni e Medici -; poi cercò aiuti ad Arezzo, Lucca e Pistoia: la crisi precipitò quando fu citato in giudizio per un debito nei confronti di Pazzino Pazzi. Comprendendo che cercavano la sua caduta, si fortificò nel suo quartiere, ma gli avversari furono più rapidi e lo circondarono. Tentò la fuga, ma i cavalieri catalani lo raggiunsero; cadde da cavallo, rimanendo impigliato alla staffa. Mentre il cavallo imbizzarrito lo trascinava, gli inseguitori lo trafissero (1308): Dante fa profetizzare la tragica fine di Corso al fratello Forese in una pagina drammatica della Commedia.


Il ritorno al potere dei moderati A seguito di questi eccidi, durante la missione di Enrico VII in Italia, emersero alcune famiglie più moderate che nei due secoli successivi avranno grandi responsabilità: gli Acciaiuoli, i Peruzzi, i Soderini, gli Strozzi, i Medici, quasi tutti banchieri. Costoro seppero impiegare nel controllo della vita pubblica le qualità acquistate nell’esercizio del loro mestiere, ossia una lungimirante prudenza unita a molto opportunismo.


Dante e la cultura del XIII secolo Le prime prove di Dante poeta furono nello stile del Guinizzelli e del Cavalcanti. La morte di Beatrice produsse in Dante una sorta di conversione a un impegno più elevato, il cui frutto fu la Vita nova, un libretto in prosa e in versi di bellezza insuperata; e il Convivio, immaginato come un’enciclopedia in prosa e in versi, per volgarizzare la filosofia. Il trattato fu interrotto quando Dante rimase folgorato dalla visione che si concretò nella Commedia.


Rinascita del classicismo Il XIII secolo aveva conosciuto una poderosa rinascita del classicismo, testimoniata dalla scultura di Nicola Pisano. Si trattava di un classicismo non filologico bensì legato alla consapevolezza di aver raggiunto una sorta di parità col mondo antico, ritenuto componente necessaria di una superiore cultura. Dante ricava con libertà immagini e similitudini sia dal mondo classico che dal mondo cristiano; parla del “sommo Giove” riferendosi al Dio cristiano con la certezza di non esser frainteso, senza alcuna sudditanza nei confronti della cultura pagana, come avverrà agli umanisti dell’epoca successiva. Quando Dante morì nel 1321, alla più giovane generazione l’opera del grande fiorentino appariva già poco comprensibile.



18. 6 Cronologia essenziale



1250 Muore in Puglia Federico II di Svevia.


1254 Muore l’imperatore Corrado IV di Svevia e per vent’anni si ha un interregno.


1257-1270 Prima guerra tra Venezia e Genova per il controllo di Costantinopoli e dei suoi commerci.


1261 Michele VIII Paleologo riprende il potere in Costantinopoli.


1266 A Benevento, Carlo d’Angiò sconfigge Manfredi e si impadronisce del regno di Sicilia.


1268 Fallisce il tentativo compiuto da Corradino di Svevia di recuperare il regno di Sicilia.


1270 Ottava crociata condotta da Luigi IX che muore a Tunisi.


1271 Inizia il grande viaggio di Marco Polo fino in Cina durato oltre un ventennio.


1274 Il papa Gregorio X sollecita l’elezione di Rodolfo d’Absburgo a re dei romani.


1282 Inizia la guerra del Vespro a Palermo: la Sicilia insorge e si dà in signoria a Pietro III d’Aragona.


1289 La battaglia di Campaldino segna la sconfitta definitiva dei ghibellini di Toscana.


1291-1298 Seconda guerra tra Venezia e Genova terminata con una divisione delle sfere d’influenza commerciale.


1294 Dopo due anni di sede vacante viene eletto papa Celestino V, che a dicembre abdica permettendo l’elezione di Bonifacio VIII.


1301 Carlo di Valois, fratello di Filippo IV il Bello, assicura il potere ai Neri fiorentini capeggiati da Corso Donati. Inizia l’esilio di Dante.


1302 Termina la guerra del vespro con la pace di Caltabellotta, un compromesso tra Angioini e Aragonesi.



18. 7 Il documento storico



Il documento che segue è ricavato dalla Cronica delle cose occorrenti ne’ tempi suoi di Dino Compagni (1255-1324), un guelfo bianco come Dante, priore nel 1301 quando i neri, appoggiati da Carlo di Valois, ripresero il potere in Firenze, esiliando gli avversari. Il Compagni riuscì a stento a evitare la condanna, e da allora si dedicò a redigere la sua Cronica ricca di umanità e di passione politica.



“Il giorno seguente i baroni di messer Carlo, e messer Cante d’Agobbio (Gubbio), e più altri, furono a’ priori, per occupare il giorno e il loro proponimento con lunghe parole. Giuravan che il loro Signore si tenea tradito e ch’elli facea armare i suoi cavalieri, e che piacesse loro la vendetta fusse grande, dicendo: “Tenete per fermo, che se il nostro Signore non à cuore di vendicare il misfatto a vostro modo, fateci levare la testa”. E questo medesimo dicea il podestà, che venia da casa messer Carlo, che gliel’avea giurato di sua bocca che farebbe impiccare messer Corso Donati. Il quale (essendo sbandito) era entrato in Firenze la mattina con XII compagni, venendo da Ognano: e passò Arno, e andò lungo le mura fino a San Piero Maggiore, il quale luogo non era guardato da’ suoi adversari, e entrò nella città come ardito e franco cavaliere. Non giurò messer Carlo (di Valois) il vero, perché di sua saputa venne. Entrato messer Corso in Firenze, furono i Bianchi avisati della sua venuta e con lo sforzo poterono gli andarono incontro. Ma quelli che erano bene a cavallo, non ardirono a contrastarli; gli altri, veggendosi abbandonati, si tirorono adietro: per modo che messer Corso francamente prese le case de’ Corbizi da San Piero, e posevi su le sue bandiere; e ruppe le prigioni per modo che gl’inarcerati n’uscirono; e molta gente li seguì con grande sforzo. I Cerchi si rifuggirono nelle loro case, stando con le porti chiuse.


I procuratori di tanto male falsamente si mossono, e convertirono messer Schiatta Cancellieri e messer Lapo Saltarelli; i quali vennero a’ priori e dissono: “Signori, voi vedete messer Carlo molto crucciato e vuole che la vendetta sia grande e che ‘l Comune rimanga signore. E pertanto a noi pare che si eleggano d’amendue le parti i più potenti uomini e mandinsi in sua custodia; e poi si faccia la esecuzione della vendetta, grandissima”.


Le parole erano di lunge dalla verità. Messer Lapo scrisse i nomi: messer Schiatta comandò a tutti quelli che erano scritti che andassono a messer Carlo, per più riposo della città. I Neri v’andarono con fidanza, e i Bianchi con temenza: messer Carlo li fece guardare: i Neri lasciò partire, ma i Bianchi ritenne presi quella notte, sanza paglia e sanza materasse, come uomini micidiali. O buono re Luigi (IX), che tanto temesti Iddio, ove è la fede della real casa di Francia, caduta per mal consiglio, non temendo vergogna? O malvagi consiglieri, che avete il sangue di così alta corona fatto non soldato ma assassino, imprigionandosi cittadini a torto, e mancando della sua fede, e falsando il nome della real casa di Francia! Il maestro Ruggieri, giurato della detta casa, essendo ito al suo convento, gli disse: “Sotto di te perisce una nobile città”. Al quale rispose che niente ne sapea.


Ritenuti così i capi della parte Bianca, la gente sbigottita si cominciò a dolere. I priori comandorono che la campana grossa fusse sonata, la quale era su il loro palazo: benché niente giovò perché la gente sbigottita non trasse. Di casa Cerchi non uscì uomo a cavallo né a piè, armato. Solo messer Goccia e messer Bindo Adimari, e loro fratelli e figliuoli, vennono al palagio; e non venendo altra gente, ritornorono alle loro case, rimanendo la piaza abandonata. La sera apparì in cielo un segno maraviglioso; il quale fu una croce vermiglia; e l’una linea era di lunghezza braccia XX in apparenza, quella attraverso un poco minore; la qual cosa durò per tanto spazio quanto penasse un cavallo a correre due aringhi. Onde la gente che la vide, e io che chiaramente la vidi, potemo comprendere che Iddio era fortemente contro alla nostra città crucciato.


Gli uomini che temeano i loro adversari, si nascondeano per le case de’ loro amici: l’uno nimico offendea l’altro: le case si cominciavano ad ardere: le ruberie si facevano; e fuggivansi gli arnesi alle case degli impotenti. I Neri potenti domandavano denari a’ Bianchi, maritavansi fanciulle a forza; uccidevansi uomini. E quando una casa ardea forte, messer Carlo domandava: “Che fuoco è quello?”. Eragli risposto che era una capanna, quando era un ricco palazzo. E questo malfare durò giorni sei; che così era ordinato. Il contado ardea da ogni parte.


I priori per piatà della città, vedendo multiplicare il malfare, chiamorono merzé a molti popolani potenti, pregandoli per Dio avessono piatà della loro città; i quali niente ne vollono fare. E però lasciorono il priorato. Introrono i nuovi priori e furono pessimi popolani, e potenti nella loro parte. Compiuti i sei dì utili stabiliti a rubare, elessono per podestà messer Cante Gabrielli d’Agobbio; il quale riparò a molti mali e a molte accuse fatte, e molte ne consentì.”



Fonte: D. COMPAGNI, Cronica delle cose occorrenti ne’ tempi suoi, Rizzoli, Milano 1976.



18. 8 In biblioteca



Per il quadro culturale dell’Italia al tempo di Dante si legga di C.T. DAVIS, L’età di Dante, il Mulino, Bologna 1988. Inoltre, di O. CAPITANI, Storia dell’Italia medievale, Laterza, Bari 1986. Molto informato di C. COSTANTINI, La repubblica di Genova nell’età moderna, UTET, Torino 1986 per riscontrare le costanti politiche dopo l’età medievale. Per le scoperte geografiche si consulti il bel libro di L. Olschki, L’Asia di Marco Polo, Sansoni, Firenze 1957. Fondamentale rimane il libro di B. NARDI, Dante e la cultura medievale, Laterza, Bari 1983. Per il problema delle corporazioni si esamini di A.I. PINI, Città, comuni e corporazioni nel Medioevo italiano, CLUEB, Bologna 1986.