L’Italia nel secolo XIV

Storia della Chiesa


Prof. A. Torresani. 2. 1 La Repubblica di Firenze. 2. 2 Venezia e Genova nel XIV secolo. 2. 3 I Visconti di Milano. 2. 4 Napoli e la Sicilia. 2. 5 Il Ducato di Savoia. 2. 6 Lo Stato della Chiesa. 2. 7 Cronologia essenziale. 2. 8 Il documento storico. 2. 9 In biblioteca


Cap. 2 L’Italia nel secolo XIV



La storia del secolo XIV in Italia, dopo la morte dell’imperatore Enrico VII, non presenta personalità di spicco né grandi conflitti ideali. Sulle ceneri dei governi comunali è edificato il nuovo regime delle signorie per opera di capifazione che impiegano un’astuzia sottile per tenersi al potere e, potendo, allargarlo.


La società è dominata da un intenso affarismo, dai grandi mercanti come Francesco di Marco Datini di Prato, il cui giro d’affari abbracciava tutta l’Europa, o come i Medici di Firenze che avevano elaborato nuove tecniche commerciali e bancarie di supporto a decisioni razionali, sostenute da una rete d’informazioni efficiente.


Per far fronte alla crescente complessità del mondo in cui operavano, gli uomini del XIV secolo avevano bisogno di maggiore cultura: si annuncia così la nuova coscienza umanistica volta alla riscoperta del mondo antico. La frammentazione dell’Italia in numerose signorie è il prezzo pagato per razionalizzare la sua amministrazione: solo il regno di Napoli aveva le dimensioni di un grande Stato, perché in quelle regioni non si era sviluppata la civiltà comunale né l’esasperato individualismo che pure ebbe il merito di dare a ogni città italiana la sua spiccata fisionomia.


La storia italiana del XIV secolo è perciò caratterizzata dal particolarismo dei piccoli Stati retti da una signoria, tra cui spicca Genova, ormai repubblica solo di nome dopo essersi arresa ai Visconti di Milano nel 1354; Venezia è divenuta un’oligarchia dopo la serrata del Maggior Consiglio che assicura il potere a un ristretto numero di famiglie ricche (1297) e dopo la creazione del Consiglio dei Dieci (1310) che vigila attentamente su ogni attività che crei turbamento. In Toscana, Firenze e Siena mantengono la forma di governo comunale, che scompare invece nella vicina Umbria.


La lontananza del papa da Roma esasperò la situazione di precarietà politica dell’Italia perché le famiglie romane (Colonna, Orsini, Caetani, Savelli ecc.) non cessarono mai di lottare tra loro alla ricerca di un’impossibile egemonia.



2. 1 La repubblica di Firenze



La morte dell’imperatore Enrico VII rallegrò non poco la città di Firenze, ma la politica ghibellina fu proseguita in Toscana da Uguccione della Faggiuola, signore di Pisa (1316-1317) e poi da Castruccio Castracani, signore di Lucca (1318-1328) i quali riuscirono a sconfiggere i guelfi di Toscana, a Montecatini nel 1315, e ad Altopascio nel 1325. A seguito della seconda sconfitta, Firenze si dette in signoria a Carlo duca di Calabria, figlio di Roberto re di Napoli.


La campagna di Bertrando del Poggetto Nel 1328 morirono sia Castruccio Castracani sia il duca di Calabria, permettendo al legato pontificio per l’Italia settentrionale, Bertrando del Poggetto, di passare all’offensiva contro l’imperatore scomunicato. Bertrando del Poggetto contrastò le mire espansionistiche di Matteo Visconti di Milano, conquistando Modena, Parma, Reggio e Bologna, mentre Mastino della Scala estendeva la sua signoria comprendente – oltre Verona – Belluno, Brescia, Vicenza e Lucca (1337). Ben presto sorse contro gli Scaligeri una coalizione che, nel 1341, disintegrò quello Stato: ai della Scala rimasero solo le città di Verona e Vicenza, mentre tornavano in una posizione di primo piano i Visconti che tentarono la conquista della Toscana.


Il duca d’Atene a Firenze Nel 1342 Firenze, travagliata dalla guerra di Lucca, si era data in signoria a Gualtieri di Brienne, duca d’Atene, marito di una figlia di Roberto re di Napoli. La libertà di Firenze era in pericolo quando i Visconti riuscirono a impadronirsi di Bologna nel 1351, e solo la resistenza della fortezza di Scarperia salvò la città. Seguì la pace di Sarzana nel 1353 tra Firenze e Milano, peraltro durata pochissimo perché l’anno seguente Giovanni Visconti, dopo l’occupazione di Genova, riprese l’attacco contro Firenze.


Lega delle città toscane Le città toscane formarono una lega che, oltre Firenze, comprendeva Siena, Perugia e perfino Venezia, allarmata dalla crescente vitalità di Milano: solo la morte improvvisa di Giovanni Visconti avvenuta nel 1354, allentò la tensione, ma senza riportare la pace, perché il papa Innocenzo VI stava preparando il ritorno a Roma e perciò aveva bisogno di ristabilire la sua autorità sui territori dello Stato della Chiesa.


Egidio de Albornoz Fu nominato vicario del Papa il cardinale Egidio de Albornoz, uno spagnolo dotato di notevoli capacità diplomatiche. L’Albornoz si proponeva da una parte il recupero delle terre papali cadute in mano di tiranni locali, e dall’altra di staccare i Visconti dalla coalizione antipapale. L’imperatore venne in Italia, ma, come abbiamo visto, non seppe far altro che vendere a caro prezzo i privilegi imperiali alle città disposte ad acquistarli (1354-1355). A Fano nel 1357, l’Albornoz promulgò le Constitutiones Aegidianae, il codice di leggi rimasto in vigore nello Stato della Chiesa fino all’inizio del XIX secolo.


Tensioni sociali a Firenze Intanto Firenze aveva potuto continuare la sua espansione industriale ma a prezzo di accentuare le tensioni sociali esistenti al suo interno. Nel 1342 il popolo minuto aveva acclamato signore della città, d’accordo coi magnati, Gualtieri di Brienne. Questi non aveva reali capacità politiche e ben presto fu rovesciato da una rivolta guidata dai grandi industriali: nel 1343 Gualtieri di Brienne lasciava per sempre Firenze.


La parte guelfa A partire dal 1348 anche su Firenze si abbatté la peste nera portandosi via molti abitanti della città e del contado, ma dopo il 1350 riprese in Firenze una frenetica attività industriale. Si scontrarono due partiti, i popolari e la parte guelfa. Quest’ultima si era formata un secolo prima, nel 1249, quando i guelfi furono banditi per la prima volta dalla città. Col tramonto del partito ghibellino la parte guelfa aveva perduto molti degli antichi ideali, divenendo una potente associazione, tanto ricca da operare massicci prestiti al comune. La parte guelfa aveva fatto approvare alcune leggi ottenendo che fosse bandito da Firenze ogni avversario anche per semplice sospetto di ghibellinismo: si trattava di leggi chiaramente inique, che provocarono contromisure.


Il popolo minuto Il popolo minuto, ovvero gli artigiani, era stato favorito in qualche misura dalla peste perché la manodopera si era rarefatta, e perciò gli operai ricevettero un salario più elevato, anche se il cresciuto costo della vita aveva annullato i benefici dell’aumento di salario. Nel 1368 ci fu una carestia, un evento piuttosto frequente nel XIV secolo. La popolazione insorse, ma i datori di lavoro sostennero la tesi di non poter concedere aumenti salariali senza rovinare del tutto il commercio fiorentino: se questo è vero, significa che i drappi fiorentini incontravano una concorrenza sempre più agguerrita. Nel 1372 la parte guelfa si tutelò impedendo che potessero avvenire cambiamenti politici nel governo. Per alcuni anni i due partiti lottarono tra loro fino all’esplosione del 1378.


Tensioni in Romagna I fatti si possono così riassumere. Durante la carestia del 1374-1375 il cardinale legato Guglielmo di Noallet aveva vietato l’esportazione di grano dalla Romagna verso la Toscana, mettendo in crisi i rapporti tra lo Stato della Chiesa e Firenze. Nel 1375 le milizie mercenarie di Giovanni Acuto, fino a quel momento al servizio del legato pontificio, furono licenziate e si riversarono in Toscana esigendo il pagamento di una enorme taglia per andarsene: quei due provvedimenti indicano il tentativo di esportare la crisi dal proprio territorio in quello del vicino.


La guerra degli Otto santi Firenze cominciò a preparare la guerra, nominando una magistratura straordinaria, gli Otto della guerra. Nel 1376 Coluccio Salutati, segretario del comune di Firenze, ricevette l’incarico di redigere un appello ai Romani perché si ribellassero al papa Gregorio XI, il quale rispose con l’interdetto contro Firenze e con l’espulsione da Avignone di tutti i mercanti fiorentini, mentre il cardinale Roberto da Ginevra era inviato in Italia al comando di un esercito. Nel 1377 a Cesena avvenne un massacro per opera di truppe mercenarie al servizio del papa, un evento prontamente sfruttato dai Fiorentini che riuscirono a staccare Giovanni Acuto dal servizio allo Stato della Chiesa, ma a loro volta i Fiorentini furono traditi dal capitano di ventura Giovanni da Varano che passò al servizio del papa. Gli Otto della guerra ordinarono al clero fiorentino di riaprire le chiese al culto in spregio agli ordini del papa.


Pace di Tivoli Nel 1378 il papa Gregorio XI morì e il successore Urbano VI accettò di aprire negoziati terminati con la pace di Tivoli. Chiusa la guerra degli Otto santi, come furono chiamati gli Otto della guerra nel momento della massima opposizione al papa, divampò la rivoluzione interna a Firenze: la parte guelfa fu attaccata e molte case furono date alle fiamme dal popolo minuto.


Tumulto dei Ciompi Il tentato arresto di uno dei capi del popolo minuto fece divampare la rivolta dei Ciompi, i cardatori di lana guidati da Michele di Lando. I Ciompi occuparono il palazzo comunale e ottennero la formazione di tre nuove arti – tintori, farsettai e ciompi – ciascuna con propri consoli e gonfaloni da aggiungere alle sette arti maggiori e alle quattordici minori. Michele di Lando, appena ebbe qualche responsabilità di governo, cominciò a frenare i Ciompi, che ora esigevano il controllo del comune. I Ciompi si riunirono ad agosto in Santa Maria Novella dove elessero una magistratura rivoluzionaria, gli Otto di Santa Maria Novella col compito di amministrare il comune. Il mercato si svuotò di tutte le merci e fu lo stesso Michele di Lando a guidare la reazione.


Trionfo dell’oligarchia Nel 1382 la parte guelfa riebbe molti degli antichi privilegi trasformandosi in potere oligarchico controllato dalle principali famiglie fiorentine che sfociò nella signoria assunta dalla famiglia de’ Medici nella persona di Cosimo il Vecchio (1389-1464), colui che pose termine, di fatto, al comune di Firenze.



2. 2 Venezia e Genova nel XIV secolo



L’evoluzione interna delle due maggiori repubbliche marinare presenta alcune analogie. Genova, dopo le guerre del XIII secolo contro Venezia, era caduta in balia di lotte intestine costringendola a darsi in signoria a Roberto re di Napoli (1318-1334).


Sollevazione popolare a Genova Nel 1339 una sollevazione popolare era riuscita a infrangere il dominio dei nobili facendo eleggere doge della città Simon Boccanegra. Questa rivoluzione introdusse importanti mutamenti di governo nella repubblica, durati fino al 1528, ossia fino al tempo di Andrea Doria che orientò la repubblica verso l’alleanza con la Spagna. Sotto il dogato di Simon Boccanegra fu ripresa la politica di espansione in Oriente: furono conquistate le isole di Chio e di Samo, oltre la città di Pera sul Bosforo (1348).


Oligarchia nobiliare a Venezia Venezia, invece, dopo la riforma del 1297, la serrata del Maggior Consiglio, e del 1310, l’istituzione del Consiglio dei Dieci, non conobbe più rivolte interne e adottò un’attiva politica di occupazione della terraferma per erigere un baluardo alle spalle di Venezia, nel Veneto e nel Friuli, e assicurarsi regolari rifornimenti di viveri rendendo sicure le vie di comunicazione. Ma ciò significa che buona parte dei capitali veneziani furono ritirati dal commercio e investiti nell’acquisto di terre.


Guerra tra Genova e Venezia Tuttavia, quando Genova riprese l’espansione in Oriente, Venezia decise la guerra contro la tradizionale avversaria. Dal 1350 al 1355 i combattimenti ebbero alterna fortuna: Genova fu sconfitta nei pressi di Alghero in Sardegna nel 1353, ma la vittoria non fu sfruttata dai Veneziani perché il doge Marin Faliero aveva ordito una congiura ai danni dei nobili veneziani. Il Consiglio dei Dieci scoprì la congiura e il doge fu condannato a morte (1355). Nello stesso anno la guerra fu conclusa ricorrendo all’arbitrato dell’arcivescovo di Milano Giovanni Visconti, padrone di Genova dall’anno prima. Dopo la morte di Giovanni Visconti, Simon Boccanegra riuscì a cacciare i Milanesi da Genova, rimanendo al potere fino al 1363: in seguito Venezia si alleò con i Visconti ai danni di Genova perché era di interesse comune abbattere la potenza genovese.


Guerra in Oriente In Oriente, intanto, erano accaduti fatti nuovi. Andronico, figlio dell’imperatore Giovanni Paleologo, era stato escluso dalla successione e perciò aveva mosso guerra al padre alleandosi con Genova. Giovanni Paleologo si alleò con Venezia. A partire dal 1376 e per la durata di cinque anni le due città marinare combatterono la guerra più feroce di tutto il secolo.


La guerra di Chioggia I Genovesi in alleanza col re d’Ungheria e con i da Carrara, signori di Padova, riuscirono a spingersi fino a Chioggia e Grado, assediando Venezia nella sua laguna. I Veneziani posero nelle mani degli ammiragli Vittor Pisani e Carlo Zeno la difesa della città: costoro riuscirono a bloccare i movimenti dei Genovesi. Il capitano delle truppe genovesi Pietro Doria fu ucciso in combattimento nel febbraio 1380 e le sue truppe, stremate dalla fame e dalla mancanza di polvere da sparo, furono costrette ad arrendersi. La guerra continuò: Venezia fu costretta a cedere Treviso a Leopoldo duca d’Austria.


Pace di Torino Nel 1381, con la mediazione di Amedeo VI conte di Savoia, le due repubbliche marinare firmarono la pace di Torino: Venezia perdette Trieste e la Dalmazia, passate sotto il potere dei duchi d’Austria, senza che Genova avesse conseguito alcuno dei vantaggi che si era proposta con la guerra. Nei fatti, le due città marinare erano riuscite solo a indebolirsi a vicenda.


Ripresa veneziana Venezia si riprese più rapidamente di Genova perché le sue fonti di ricchezza non erano state intaccate, impegnandosi sempre più attivamente nella politica italiana.



2. 3 I Visconti di Milano



Alla morte di Enrico VII era signore di Milano Matteo Visconti che per tutta la vita combatté contro le scomuniche papali e contro le forze dei guelfi.


Cresce la potenza dei Visconti Sotto Luchino Visconti, morto nel 1349, e sotto il fratello l’arcivescovo Giovanni, le fortune di Milano ripresero a salire. Quest’ultimo si affrettò a richiamare dall’esilio i nipoti Matteo, Galeazzo e Bernabò. La signoria dei Visconti si estendeva su Lombardia e su parte del Piemonte con qualche città dell’Emilia. Giovanni Visconti decise di penetrare in Romagna per poi estendere il suo dominio sulla Toscana, forte dell’alleanza stipulata da Luchino con Taddeo Pepoli signore di Bologna. I figli del Pepoli vendettero la loro città a Giovanni Visconti nel 1350, subito occupata da Galeazzo Visconti con un reggimento di mercenari.


Conflitto tra Visconti e papato Il papa protestò per quell’occupazione e minacciò di scomunica l’arcivescovo di Milano. Nel 1352 Bologna tornò allo Stato della Chiesa, ma Giovanni ottenne di essere nominato vicario della città per dodici anni. Come già accennato, Firenze venne a patti con l’imperatore Carlo IV, mentre la resistenza del forte di Scarperia la salvò dai Visconti che, nel 1353 con la pace di Sarzana, sembrarono rinunciare all’attacco di Firenze. La pace durò poco, ma Firenze fu ugualmente salvata dall’improvvisa morte di Giovanni Visconti avvenuta nel 1354. A seguito di quella morte così opportuna, fu possibile al cardinal Egidio de Albornoz condurre la sua campagna militare terminata con la ricostituzione dello Stato della Chiesa in Romagna.


Gian Galeazzo Visconti Gli eredi di Giovanni Visconti rafforzarono la loro posizione in attesa che qualcuno di loro dimostrasse doti di governo. Nel 1378 morì Galeazzo II Visconti: erede della sua parte di dominio fu il figlio Gian Galeazzo. I suoi primi anni di potere furono spesi a tessere intorno allo zio Bernabò e ai cugini una rete per privarli del loro potere. Nel 1385 Gian Galeazzo catturò Bernabò con i figli. A dicembre Bernabò morì nel castello di Trezzo sull’Adda, forse avvelenato. Gian Galeazzo celebrò l’avvenimento ponendo la prima pietra, nel 1386, del duomo di Milano che dimostra tra l’altro il livello di ricchezza conseguito dalla città di Milano.


I Visconti si espandono nel Veneto Gian Galeazzo intervenne nella guerra tra Scaligeri e Carraresi, impadronendosi di Verona, Vicenza e Padova (1386-1388). Dopo aver assicurato il suo dominio sul Veneto, Gian Galeazzo riprese il progetto del prozio Giovanni, di occupare la Romagna e la Toscana. Siena, infatti, dopo che Firenze ebbe occupato Arezzo nel 1384, viveva nell’incubo dell’attacco fiorentino. La guerra scoppiò davvero in Toscana, anche se Firenze aveva ancora tanto oro da assoldare Giovanni Acuto che portò la guerra in Lombardia, nel Veneto e in Piemonte, con grande danno per le risorse finanziarie di Gian Galeazzo. Questi, nel 1392, fu costretto alla pace consolandosi con la signoria di Pisa e col titolo di duca di Milano, acquistato dall’imperatore Venceslao.


Morte di Gian Galeazzo Visconti Per placare le crescenti preoccupazioni della Francia, Gian Galeazzo le consegnò Genova dove la guerra civile continuava a infuriare. Trovando chiusa la strada di Genova, Gian Galeazzo tornò a dirigere la sua attenzione su Firenze e sulla Stato della Chiesa, in preda all’anarchia e allo scisma. Nel 1399 Pisa e Siena si consegnarono al duca di Milano piuttosto che cadere nelle mani dei fiorentini. Nel 1400 anche Perugia, Assisi e Spoleto presero la stessa decisione finendo nell’orbita della politica milanese. A opporsi a Gian Galeazzo in Toscana rimaneva solo Firenze. La città era agli estremi: Giovanni Acuto era morto, il suo esercito disperso, le finanze della città esaurite, ma Firenze fu ancora una volta salvata da una morte improvvisa, quella di Gian Galeazzo Visconti, spirato a Melegnano il 3 settembre 1402, mentre in Milano si diffondeva la peste.



 


 


2. 4 Napoli e la Sicilia



A Napoli la dinastia d’Angiò, dopo aver perduto la Sicilia, tentò una politica di vasto respiro forte della parentela con i re di Francia, d’Aragona e d’Ungheria: l’anarchia che serpeggiava in ogni città d’Italia sembrava favorire gli Angioini, ma in realtà il regno di Napoli aveva fallito nel tentativo di ammodernarsi, grande solo per estensione, non per vitalità economica e politica.


Roberto d’Angiò Dopo la morte di Carlo II (1309), salì al trono Roberto (1309-1343) che ricevette in signoria alcuni comuni come Brescia, Genova e Firenze: anche il Petrarca pensava possibile l’unificazione d’Italia sotto lo scettro di Roberto, ma erano sogni da letterato.


Giovanna I di Napoli A Roberto, morto nel 1343, successe la nipote Giovanna I che per motivi dinastici aveva sposato il cugino Andrea d’Ungheria, discendente dal ramo primogenito degli Angiò. Nel 1345 Andrea fu assassinato a seguito di una congiura ordita da Giovanna I. Il fratello dell’ucciso, Luigi d’Ungheria, scatenò una spietata faida terminata solo nel 1350. Giovanna I dovette rifugiarsi presso la corte di Avignone, dove implorò il perdono di Clemente VI ottenendo di potersi risposare con Luigi principe di Taranto.


Lotta contro il baronato Dopo aver firmato la pace con Luigi d’Ungheria, Giovanna I tornò a Napoli e cominciò a governare da padrona assoluta del regno, consigliata da Nicolò Acciaiuoli, un abile mercante fiorentino. L’Acciaiuoli avversò fieramente il baronato napoletano e per un decennio riuscì a mantenere la pace e a dirigere con efficienza il regno. Nel 1362 morì, ancor giovane, Luigi di Taranto ponendo il delicato problema della successione. Giovanna I si risposò con Giacomo IV d’Aragona, erede di Maiorca, ma anche da questo terzo matrimonio non nacquero figli, e perciò il re d’Ungheria poteva riaffermare i suoi diritti di successione. Nel 1366 morì l’Acciaiuoli e il re Giacomo abbandonò il regno per recuperare il trono del padre.


Distacco della Sicilia Poco dopo Giovanna I prese l’importante decisione di sancire, mediante un trattato con Federico III, la definitiva indipendenza della Sicilia, divenuta un regno separato (Trinacria), con l’obbligo di un tributo annuo.


Morte di Giovanna I Il grande scisma, iniziato nel 1378 con la morte di Gregorio XI, interessò anche il regno di Napoli. Giovanna I aveva riconosciuto il papa avignonese Clemente VII, nella speranza che egli riuscisse vittorioso nella contesa per il papato, conservando così l’amicizia con la Francia. Ma Urbano VI, il papa di Roma, scomunicò Giovanna I e assegnò al cugino di lei, Carlo duca di Durazzo, i diritti al trono di Napoli. Giovanna I si affrettò a proclamare proprio erede il duca Luigi I d’Angiò, fratello del re di Francia Carlo V. La guerra tra i due contendenti divenne inevitabile. Nel giugno 1381 Carlo III di Durazzo sconfisse ad Anagni le truppe napoletane ed entrò da vincitore in Napoli. La regina si rinchiuse nella fortezza di Castelnuovo, ma dovette capitolare. Esiliata in Basilicata, poco dopo fu strangolata (1382).


Fallisce il tentativo di Luigi d’Angiò Il pretendente Luigi d’Angiò, divenuto duca di Provenza, si preparò alla spedizione in Italia, ma non riuscì a realizzare i suoi piani e nel 1384 morì a Bari. Carlo III di Durazzo rimase saldamente sul trono di Napoli: nel 1385 ereditò il trono d’Ungheria dove si recò, lasciando a Napoli la moglie Margherita e due figli ancora piccoli: Giovanna nata nel 1371 e Ladislao nato nel 1376. Nel 1386 Carlo III di Durazzo fu assassinato. La vedova Margherita si affrettò a far proclamare re il figlio Ladislao, ma a Napoli era ancora forte il partito degli Angioini. Margherita dovette lasciare Napoli, ma dopo la morte di Urbano VI e la nomina del successore Bonifacio IX, il giovane Ladislao fu riconosciuto re di Napoli (1390). Ladislao dovette combattere nove anni per riconquistare Napoli, ma alla fine riuscì a far sloggiare i francesi.


Ladislao re di Napoli Quando morì Gian Galeazzo Visconti, Ladislao di Napoli sembrò in grado di realizzare l’ambizioso progetto di unificare l’Italia. Ladislao si intromise nelle faccende di Roma proponendosi come arbitro tra il papa e i Romani. Fallito il tentativo di accordo col papa di Avignone Benedetto XIII, Ladislao attuò il piano di occupare il Lazio e l’Umbria. Ma proprio in quei mesi il concilio di Pisa aveva decretato di deporre i due papi eleggendone un terzo, Alessandro V, il quale si affrettò a chiamare in Italia Luigi II d’Angiò. Divampata la guerra, nel 1411 Luigi II d’Angiò sconfisse Ladislao a Roccasecca. Quando anche Luigi II d’Angiò, rimasto senza aiuti, fu costretto a ritornare in Francia, Ladislao ritenne giunto il momento della spallata finale, mentre il duca di Milano Filippo Maria Visconti era intento a raccogliere l’eredità del fratello maggiore assassinato, e Firenze era in preda ai dissensi interni: ma nel 1414, dopo rapida malattia, Ladislao di Napoli morì. Firenze su salvata ancora una volta da una morte improvvisa. Napoli, sotto il governo di Giovanna II, sorella di Ladislao, ricadde nell’anarchia dei baroni.



2. 5 Il ducato di Savoia



Nel corso del XIV secolo si affacciò sulla scena italiana la contea di Savoia, fino a quel momento rimasta una propaggine lontana del regno di Borgogna, mezza francese e mezza italiana, importante a causa del possesso dei valichi di montagna che permettono il transito delle Alpi.


Politica dei Savoia I conti – poi duchi – di Savoia seguirono per secoli una prudente politica, attenta a non compiere passi falsi. Fino al tempo dell’imperatore Enrico VII la dinastia era considerata francese, e il centro d’attività era situato sull’altro versante delle Alpi. La casata era divisa in tre rami – Savoia, Vaud, Piemonte -. Il ramo piemontese dei principi di Acaia, così chiamati dopo il matrimonio di Filippo di Savoia con Isabella di Villehardouin pretendente di quel principato greco, fu in aperto contrasto col ramo dei conti di Savoia, ma finché vissero Filippo e il conte Amedeo V i contrasti furono superati senza ricorrere alle armi. Invece, i figli di Amedeo V aprirono le ostilità contro i principi di Acaia che avevano assunto un deciso orientamento italiano,


Amedeo VI di Savoia Amedeo VI, detto il conte Verde (1343-1383) fu il vero fondatore della potenza dei Savoia. La sorella Bianca sposò Galeazzo II nipote di Giovanni Visconti nel 1350, un segno esterno del prestigio assunto dai conti di Savoia. In seguito Amedeo VI riuscì a risolvere i problemi di frontiera con la Francia e, da ultimo, aggiunse ai suoi territori anche il Vallese, Ginevra e Losanna, piegando anche i cugini del ramo di Acaia (1359-1360).


Amedeo VI vicario imperiale Per rendere stabili i suoi guadagni Amedeo VI convinse l’imperatore Carlo IV a nominarlo suo vicario per i territori alpini posti sotto la giurisdizione dei Savoia: il prestigio così conseguito gli permise di fare da mediatore tra Genova e Venezia al termine della quarta guerra tra le due città marinare. Di Amedeo VI si può ricordare che fu il primo sovrano a istituire il sistema del patrocinio gratuito in tribunale a favore dei poveri. Amedeo VI morì di peste nel 1383 lasciando il trono al figlio Amedeo VII, il conte Rosso, morto nel 1391 dopo aver aggiunto Nizza ai possessi della dinastia.


Amedeo VIII duca di Savoia Il figlio Amedeo VIII (1391-1451) estese ancor più i territori della dinastia sia in Savoia sia in Piemonte: nel 1416 Amedeo VIII pubblicò un notevole corpo di leggi valido per tutto il ducato, nonostante l’opposizione dei nobili e delle città che si videro tolti molti privilegi, ma furono proprio quelle leggi che instaurarono tra i duchi di Savoia e i sudditi durevoli legami di fedeltà. Nel 1434 Amedeo VIII, rimasto vedovo, si ritirò nell’eremitaggio di Ripaille sul lago di Ginevra, pur continuando a dirigere la politica estera del ducato, mentre gli affari di minore importanza furono lasciati alle cure del figlio Luigi. Cinque anni più tardi il concilio di Basilea elesse Amedeo VIII, col nome di Felice V, al posto del papa Eugenio IV dichiarato decaduto. Nel 1449, anche Felice V, ultimo antipapa, abdicò tornando nel monastero di Ripaille dove morì due anni dopo.



2. 6 Lo Stato della Chiesa



Tra le realtà politiche italiane lo Stato della Chiesa fu certamente la più problematica. Esso si fondava su titoli giuridici sempre più lontani nel tempo e sempre meno operanti in un’epoca di acceso nazionalismo. Dopo il trasferimento della sede papale ad Avignone si acuì il problema di amministrare un gruppo di territori poco omogenei.


Recupero della Romagna Abbiamo visto che le campagne militare condotte dal legato pontificio per l’Italia settentrionale Bertrando del Poggetto e, in seguito, quella ancor più vigorosa condotta da Egidio de Albornoz, riuscirono ad arrestare il processo di disgregazione dello Stato. Col recupero di gran parte della Romagna, l’unica che forniva un buon reddito alle finanze papali, si ritenne possibile il ritorno dei papi a Roma.


L’età dei concili L’apertura del gran scisma d’Occidente, durato quasi quarant’anni e seguito da un periodo altrettanto torbido, quello dei concili di Costanza e di Basilea, impedì la ricostituzione organica dello Stato della Chiesa.


Conclusioni Il XIV secolo è stato un’epoca difficile dal punto di vista politico, ma non si può parlare di decadenza o di crisi, perché fu l’epoca d’oro dei mercanti, degli artigiani, dei banchieri il cui slancio produttivo permise di superare la difficile congiuntura economica.


Le corporazioni Le corporazioni di arti e mestieri raggiunsero l’apice della loro forza fino a tentare la rivoluzione politica, come avvenne al tempo del tumulto dei ciompi a Firenze.


Aumenta la produzione di beni La produzione industriale che nell’epoca comunale era limitata alle mura cittadine, nel corso del secolo raggiunse le campagne, compiendo in campo tecnico e organizzativo progressi che furono superati solo tre secoli dopo con l’introduzione delle macchine.


Predominio del commercio italiano I Visconti di Milano fecero costruire una serie di canali navigabili, i navigli, che derivando l’acqua del Ticino e dell’Adda, permisero l’irrigazione della pianura lombarda fino al Po. Fu possibile perciò la coltivazione del riso per nutrire una crescente popolazione che poté dedicarsi all’attività industriale la quale, a sua volta, forniva i prodotti per l’esportazione. I navigli permisero il trasporto economico di materiali da costruzione, impiegati per rinnovare il volto delle città lombarde.


Il commercio di Genova e Venezia Le corporazioni, controllando quantità e qualità dei prodotti finiti, costi di produzione e prezzi di vendita, riuscirono a trasformare le povere città dell’epoca feudale rendendole organismi pulsanti di vita culturale ed economica. Il raggio d’azione dei mercanti italiani comprendeva le fiere della Champagne, i mercati dei Paesi Bassi, l’Inghilterra e la Germania, raggiungeva Costantinopoli e i porti del Mediterraneo orientale, l’Africa e la Spagna.


Egemonia di Firenze in Toscana Nonostante i conflitti che le dissanguavano, Venezia e Genova mantennero un assoluto primato commerciale; Firenze volle distruggere l’indipendenza di Siena e di Pisa per avere un accesso al mare e per assicurarsi le comunicazioni di terra con Roma preferendo la guerra a un accordo politico-economico che sarebbe stato più proficuo ma che contrastava con l’acceso municipalismo imperante allora in Italia.


Gli ambasciatori residenti Il sistema degli ambasciatori residenti presso un governo estero nacque come naturale sviluppo del sistema utilizzato dai grandi mercanti di tenere un corrispondente fidato presso un governo con cui commerciavano, col compito di fornire le indicazioni utili per prendere la decisione più assennata. Nel Quattrocento il sistema divenne comune a tutti i governi italiani e poi si estese al resto d’Europa contribuendo così a dare all’azione di governo un aspetto di operazione razionale, frutto di valutazioni fondate sul bilancio tra utili e perdite in senso mercantile, in luogo d’essere frutto di un impulso emotivo o di ideali cavallereschi ormai tramontati.


Cresce il giro d’affari dei mercanti Il commercio internazionale ebbe la funzione di accumulo di quei capitali che, col passare del tempo, divennero l’indispensabile strumento di lavoro per imprese industriali ancora più estese. La stessa contabilità dei mercanti divenne esemplare per i governi che cominciarono a tenere bilanci ordinari sempre meglio articolati. La nuova nobiltà esce dalle file dei grandi mercanti e finché essi non si vergognarono della loro attività, le cose andarono bene, iniziando a tracollare solo quando si ritenne di poter vivere con la rendita dei beni accumulati dal lavoro degli avi operosi.


È mirabile la capacità dei mercanti di associarsi in corporazioni sempre più estese per suddividere i rischi delle operazioni commerciali e diversificare la produzione. Quelle potenti associazioni mercantili erano vere e proprie società per azioni che, al termine dell’esercizio finanziario, distribuivano dividendi ad azionisti desiderosi di arricchirsi. Se c’era una carestia subito i mercanti cercavano di individuare luoghi in cui il grano fosse abbondante per farne incetta; se scoppiava una guerra c’erano le forniture di viveri e armi che potevano fruttare buoni guadagni; se un principe decideva di costruire mura e fortezze c’era da speculare su calce e mattoni; quando avveniva la tosatura delle pecore era opportuno, a mercato basso, fare ingenti acquisti di lana, da depositare in un magazzino in attesa del momento in cui i filatori fossero a corto di materia prima: allora si potevano aprire i magazzini sfruttando la lievitazione dei prezzi prodotta dalla domanda di lana; se c’erano monete buone se ne faceva incetta per speculare sul cambio con monete meno buone che in certi luoghi erano accettate con facilità… Il campo d’azione dei mercanti non aveva alcun limite.


Le banche Per rendere possibili i trasferimenti di merci occorrevano istituti di credito, le banche. Esse sorsero numerose nel Trecento e ben presto fu messa a punto una buona tecnica bancaria. Il Banco di San Giorgio di Genova e il Banco di San Marco di Venezia divennero organismi complessi sui quali vegliava il governo per non esporli a rischi mortali, perché il credito tende a espandersi, ma il recupero dei crediti non è altrettanto facile, specie quando il debitore è un grande Stato estero. Nel 1339, nel 1343 e infine nel 1346 maturò la crisi e il collasso delle banche dei Bardi e dei Peruzzi fiorentini, troppo esposte con Edoardo III d’Inghilterra e col comune di Firenze, entrambi insolventi: ne seguì un rovinoso fallimento che interessò anche il Boccaccio, un loro impiegato che lavorava presso la succursale di Napoli, costretto a tornare a Firenze senza lavoro. Poté dedicarsi alla più congeniale attività letteraria, culminata in un capolavoro assoluto, il Decameron, che a certi critici è apparso come l’epopea del mercante.



2. 7 Cronologia essenziale



1315 I ghibellini di Pisa e Lucca sconfiggono i guelfi toscani a Montecatini.


1325 I ghibellini sconfiggono ancora i guelfi toscani ad Altopascio.


1328 Il legato papale Bertrando del Poggetto riconquista Bologna e altre città dello Stato della Chiesa.


1341 Una coalizione distrugge l’effimera signoria degli Scaligeri di Verona ai quali rimane solo il controllo di Vicenza.


1350 I Pepoli cedono Bologna ai Visconti.


1354 Genova si arrende a Giovanni Visconti.


1357 Il cardinale Egidio de Albornoz ricostituisce lo Stato della Chiesa e promulga le Constitutiones Aegidianae.


1376 Inizia la guerra di Chioggia tra Venezia e Genova.


1381 Venezia e Genova sottoscrivono la pace di Torino con la mediazione del conte di Savoia Amedeo VI.


1390 Ladislao è nominato re di Napoli.


1402 Muore Gian Galeazzo Visconti duca di Milano.


1414 Muore Ladislao re di Napoli. Gli succede la sorella Giovanna II.



2. 8 Il documento storico



C’è la Cronica di un autore romano rimasto anonimo, ritenuta da Gianfranco Contini estremamente significativa e che dovrebbe divenire patrimonio di ogni italiano colto. È scritta in un dialetto romano antico che rivela notevoli somiglianze col dialetto napoletano. Si è scelta la presentazione di Cola di Rienzo perché mette in luce l’ammirazione suscitata dalla notevole competenza posseduta dal tribuno romano circa gli autori classici e le antichità di Roma che solo verso la metà del XIV secolo cominciarono a divenire oggetto di rispetto.



“Cola de Rienzi fu de vasso lenaio: lo patre fu tavernaro, abbe nome Rienzi; la matre abbe nome Matalena, la quale visse de lavare panni e acqua portare. Fu nato nello rione della Regola: sio avitazio fu canto de fiume (la sua abitazione era accanto al fiume), fra li mulinari, nella strada che vao alla Regola, dereto a Santo Tomao, sotto lo tempio delli Iudiei. Fu da soa iuventitutine nutricato (fu dalla sua giovinezza nutrito) de latte de eloquenzia, buono gramatico, megliore retorico, autorista (letterato) buono. Deh, como e quanto era veloce leitore (lettore)! Moito (molto) usava (frequentava) Tito Livio, Seneca e Tulio e Valerio Massimo, moito li delettava le magnificenzie de Iulio Cesari raccontare. Tutta die se speculava nelli intagli de marmo, li quali iaccio intorno a Roma: non era aitri che esso che sapessi leiere li antiqui pitaffii; tutte scritture antiche volgarizzava; queste figure de marmo iustamente interpretava. Deh, como spesso diceva: “Dove soco questi buoni romani? Dove ène loro somma iustizia? Pòterame (avessi potuto) trovare in tiempo che questi fussino!”. Era bello omo, e in soa vocca sempre riso appareva in qualche muodo fantastico. Questo fu notaro. Accadde che uno sio frate fu occiso e non fu fatta vendetta de soa morte: non lo potéo aiutare. Penzao longamano vennicare lo sangue de sio frate, penzao longamano derizzare la citate de Roma male guidata. Per sio procaccio (per merito personale) ìo (andò) in Avignone per ammasciatore a papa Chimento (Clemente), de parte delli tredici Buoni Uomini de Roma. La soa diceria fu sì avanzarana (il suo discorso fu tanto elevato) e bella che subito abbe namorato papa Chimento: moito mira papa Chimento lo bello stile della lengua de Cola; ciasche die vedere lo vole. Allora se destenne (parlò chiaramente) Cola e dice che lli baroni de Roma so’ derobatori de strade: essi consiento li omicidii, le robbarie, li adulterii, onne male; essi vuoco che lla loro citate iaccia desolata. Moito concipéo lo papa contra li potienti. Puoi, a petizione de missore Ianni della Colonna cardinale, venne in tanta desgrazia, in tanta povertate, in tanta infermitate che poca differenzia era de ire allo spidale: con sio iuppariello (giubba) aduosso stava allo sole como biscia. Chi lo puse in vasso, quello lo inaizao: missore Ianni della Colonna lo remise denanti allo papa. Tornao in grazia, fu fatto notaro della cammora de Roma, abbe grazia e beneficia assai. A Roma tornao moito alegro; fra li dienti menacciava”.



Fonte: G. CONTINI, Letteratura italiana delle origini, Sansoni, Firenze 1970, pp. 506-507.



2. 9 In biblioteca



Per gli aspetti economici del XIV secolo si consulti di I. RENOUARD, Gli uomini d’affari italiani del Medioevo, Rizzoli, Milano 1973. Interessante di I. ORIGO, Il mercante di Prato: Francesco di Marco Datini, Bompiani, Milano 1958. Per l’evoluzione dello Stato della Chiesa si consulti di E. DUPRÉ-THESEIDER, Roma dal comune di popolo alla Signoria pontificia, Cappelli, Bologna 1952. Per le vicende della Sicilia: I. PERI, La Sicilia dopo il Vespro. Uomini, città e campagna 1282-1376, Laterza, Bari 1972. Per il tumulto dei ciompi si consulti di AA.VV., Il Tumulto dei Ciompi. Un momento di storia fiorentina ed europea, Olschki, Firenze 1981. Per le questioni monetarie si legga il brillante saggio di C.M. CIPOLLA, Il fiorino e il quattrino. La politica monetaria a Firenze nel ‘300, il Mulino, Bologna 1972. Per le vicende di Genova si consulti di J. HEERS, Genova nel Quattrocento, Jaca Book, Milano 1984. Per l’Italia meridionale si consulti di P. SABATINI, Napoli angioina. Cultura e società, Esi, Napoli 1975.