Il progressismo cristiano (II parte)

Apologetica

P. J. Meinvielle; Le falsi basi del progressismo cristiano. A fondamento di certi errori e deviazioni del progressismo cristiano, vi è soprattutto la convinzione che sia indispensabile provocare una alleanza fra il cristianesimo e la civiltà moderna. Questo atteggiamento ha ieri indotto il progressismo ad allearsi con il liberalismo e oggi con il comunismo

Padre Julio MEINVIELLE


Il progressismo cristiano


errori e deviazioni


(il testo che segue è il II di tre, sono apparsi per la prima volta in una serie di articoli pubblicati dalla rivista Relazioni,
venendo poi dalla stessa pubblicati in un volumetto per i tipi delle edizioni Mediterranee,
alla vigilia dell’ultima sessione del Concilio Vaticano II, senza indicazione di data ne’ luogo.
La traduzione in italiano è stata rivista a fondo da Totus tuus network nel 2002 e 2003)


 


PARTE II
LE FALSE BASI DEL PROGRESSISMO CRISTIANO


A fondamento di certi errori e deviazioni del progressismo cristiano, vi è soprattutto la convinzione che sia indispensabile provocare una alleanza fra il cristianesimo e la civiltà moderna. Questo atteggiamento ha ieri indotto il progressismo ad allearsi con il liberalismo e oggi con il comunismo. Alla base di tutto ciò vi è un errore fondamentale, che consiste nell’attribuire una direzione necessariamente progressiva al corso della storia e soprattutto alla storia moderna, che si è articolata dal Rinascimento ai giorni nostri.


La verità è che sono false le filosofie che attribuiscono alla storia un progresso necessario; così, per esempio, Turgot e Condorcet nel secolo XVIII, Hegel nella sua famosa “Dialettica”, Marx che adotta la suddetta dialettica e la applica alla società per annunciare l’avvento inesorabile della società senza classi. Anche Comte attribuisce un progresso necessario alla storia, che si svolgerebbe da una tappa religiosa a una metafisica, per poi giungere a quella del positivismo.


Quanto detto non vuole sollevare la questione se la civiltà moderna sia un progresso o un regresso, un perfezionamento o una degradazione dell’uomo. E’ chiaro che nella storia moderna, dal Rinascimento fino ai nostri giorni, vi è un progresso reale in certi aspetti dell’uomo. Soprattutto, vi è un progresso innegabile nel campo delle scienze positive e nell’applicazione di queste scienze alle tecniche industriali di produzione di beni e servizi. Vi è, senza dubbio, un progresso immenso, straordinario, della tecnologia. Si può anche rintracciare un progresso nella coscienza della libertà che l’uomo ha di fronte a certi timori e ingiustizie. Dico progresso nella coscienza, non progresso effettivo, come specificheremo più avanti. Tuttavia il problema che si pone è se sussista veramente un progresso nell’aspetto fondamentale dell’uomo, vale a dire in quello che rende l’uomo più umano, più buono, migliore, oppure nella sua vita morale per la quale l’uomo si avvicina a Dio. Questo avvicinamento a Dio, principio e fine dell’uomo, rappresenta il vero progresso, in quanto, essendo l’uomo di ciò partecipe, non può progredire nella sua sostanza se non nella misura in cui partecipa più fortemente dell’essere di Dio. Ciò premesso, affermiamo che non vi è progresso nell’uomo della civiltà moderna ma che, al contrario, vi è una degradazione dei valori che raggiunge il livello più bassi di tutta la storia umana.


 


I quattro valori di una civiltà normale


Per esaminare tale questione, bisogna partire dal concetto che tutta la civiltà è manifestazione della realtà umana nell’azione della Provvidenza attuale, in quanto l’uomo è stato redento da Cristo. Ciò premesso, in un uomo normale, si possono individuare quattro aspetti fondamentali: l’uomo è una cosa, è un essere sensibile, è un essere intelligente, è un essere soprannaturale. Queste quattro dimensioni dell’uomo sono collegate fra di loro da una gerarchia, nella quale l’inferiore è al servizio del superiore e a sua volta il superiore serve l’inferiore. Così, l’uomo è un essere fisico‑chimico per sentire, sente per pensare, pensa per ragionare.


Queste quattro dimensioni umane hanno una manifestazione anche nei gruppi sociali di una civiltà. Per esempio, ad una determinata dimensione corrispondono uomini naturalmente più attenti alla produzione di beni economici. Vi sono poi gruppi più portati a livelli più alti della vita economica. Ancora, altri sono più sensibili ad attività culturali, filosofiche, militari, politiche, che hanno per compito di assicurare la difesa, sopravvivenza e la convivenza nella vita civile. Infine, v’è il sacerdozio, che ha per missione di assicurare la vita soprannaturale alla quale è destinato l’uomo nell’attuale Provvidenza.


Ebbene, una civiltà normale deve far convivere questi quattro valori con corrispondenti tipi umani, in una gerarchia di valori che è anche una gerarchia di servizi. Tutti devono servire gli altri, ognuno nel modo proprio. Per questo, il Sommo Pontefice, che è collocato al vertice di tutti i valori, è detto Servo dei servi, appunto perché sta lì per servire tutti gli uomini.


Nella storia esiste un secolo ‑ il XIII ‑ durante il quale questa civiltà “normale” si è realizzata, pur nell’imperfezione delle cose umane. Per questo la civiltà di tale secolo produsse una filosofia altissima in San Tommaso d’Aquino, una politica ammirevole nei Re Santi, e nello stesso tempo un’arte meravigliosa, quella degli artisti Santi.


Oltre a ciò, vi furono in quel secolo opere – le cattedrali, i castelli, la filosofia, la poesia -, che ci aiutano a comprendere la grande civiltà di quel tempo. Non si tratta qui di fare l’apologia del Medioevo, né tanto meno di cercare di tornare a quelle epoche, già passate. Si tratta soltanto di contemplare come si svolgeva la vita di tutti i gruppi di uomini in quella società. In essa, le eventuali difficoltà erano principalmente dovute non a ingiustizie – dato che nello stesso periodo si andava delineando un miglioramento nelle relazioni umane, che consentiva il passaggio dalla schiavitù alla servitù e da questa alla piena libertà -, ma soprattutto alle deficienze della tecnologia. L’uomo non aveva ancora inventato i mezzi per assicurare l’energia – come il vapore, il gas, l’elettricità, l’atomica – che muove quasi tutto l’apparato produttivo, senza esigere la sottomissione dell’individuo all’energia stessa.


Per questo motivo la vita di tutti – non solo quella dei gruppi economici e produttivi – era dura, anche se molto meno di quanto si crede, perché bisogna riconoscere che nella loro esistenza v’era un progresso reale e soprattutto una preoccupazione dei teologi di assicurare il giusto rapporto e misura in tutte le transazioni umane.


Quel che importa, comunque, è sottolineare che in quel secolo fu realizzata una civiltà normale, poiché ciascuno occupava il posto giusto per lui, nel riconoscimento comune e legislativo di quei valori umani che non debbono mancare in una civiltà.


 


Le tre grandi rivoluzioni


Con il Rinascimento hanno inizio una serie di rivoluzioni nella vita civile, durante le quali una dimensione inferiore si ribella a quella superiore. Sia nel Rinascimento che nella Riforma Protestante, il puramente umano, il puramente razionale, il puramente naturale si sollevano contro l’ambito supremo, rappresentato dal sacerdozio. Vediamo allora che Filippo il Bello, nel secolo XIII, si ribella contro Bonifacio VIII, preparando in qualche modo il disconoscimento del protestantesimo verso la supremazia della Cattedra Romana. Ha inizio così una civiltà posta non già sotto il segno dei valori cristiani, ma sotto quello dei valori puramente naturali. Si tratta di una civiltà umanista, naturalista, razionalista, nella quale il valore supremo è assunto da gruppi che rappresentano ambiti puramente culturali, come gli umanisti ed i politici. E’ l’assolutismo dei monarchi e l’imperio del razionalismo filosofico.


Questa civiltà investe i secoli XV, XVI, XVII e XVIII, ma nel contempo cammina verso la sua rovina e ciò per una ragione assai importante. Negando il valore soprannaturale che nella Provvidenza attuale assicura l’integrità dell’uomo naturale, tale integrità diviene impossibile: ed infatti il razionalismo non è altro che la via per sostituire la ragione, l’assolutismo va a sostituire i monarchi, il naturalismo prende il posto della natura e, ancora il naturalismo, è via per la sostituzione dell’umano. Così, inevitabilmente, il razionalismo termina con il suicidio della ragione in Kant e Nietzsche, l’assolutismo nel patibolo di Luigi XVI, il naturalismo nel materialismo del secolo XIX, l’umanesimo con l’homo economicus della borghesia e con la vita animale del positivismo e di Darwin.


La prima rivoluzione, quella della Riforma contro il sacerdozio, porta alla seconda, quella contro la vita politica, filosofica e umana costituita dalla Rivoluzione francese. La Rivoluzione francese è, in sostanza, la sostituzione dell’assolutismo con la democrazia senza valori dei massoni, l’abbandono dei corpi intermedi a favore dell’onnipotenza (per ora solo teorica) dello Stato, della nobiltà con la borghesia, dell’umano con l’infraumano, del razionale con il razionalistico, del classico con il romantico. Con la rivoluzione francese comincia un mondo borghese, animale, stupido e positivista. L’homo naturalis è abbandonato mentre l’homo animalis prende il suo posto e responsabilità. Da qui verrà il materialismo del secolo XIX.


La Rivoluzione francese fa strada al secolo XIX, che è il secolo del primato dell’economia, del capitalismo senza regole e della colossale espansione industriale, commerciale e finanziaria. Tuttavia, il fatto che esso sia il secolo dell’economia non implica che gli uomini raggiungano il benessere economico. Infatti, l’economia del capitalismo sfrenato è inevitabilmente invertita; in essa si consuma per pro­durre di più, si produce di più per accrescere le vendere, si vende di più per aumentare i guadagni, mentre l’ordine naturale esige che le finanze e il commercio siano al servizio della produzione e questa al servizio del consumo, ed entrambi dell’economia, la quale, a sua volta, deve essere al servizio della politica, questa dell’uomo e l’uomo al servizio di Dio.


Questa economia così capovolta è implacabilmente funesta e ha fine nella tremenda catastrofe contemporanea alla quale assistiamo: un immenso apparato produttivo che sfrutta le ricchezze del mondo e dell’umanità, i due terzi della quale continua a patire per la mancanza di tetto, di riparo e di fame. Così come nell’era dell’assolutismo politico i popoli soffrivano gli abusi dei monarchi assoluti, oggi, nell’era dell’economia senza morale, sono sottoposti al gioco dei magnati della ricchezza.


La rivoluzione francese, che diede il primato alla borghesia, mosse poi inesorabilmente verso la terza rivoluzione, la rivoluzione socialista, nella quale il proletariato – marxisticamente inteso come il motore del cambiamento della materia -, impegna la totalità della vita civile. Nella terza rivoluzione, che è quella socialista, il proletario dovrà sostituire il proprietario, il politico, e il sacerdote: il proprietario con il ripudio della proprietà privata e riducendo tutti alla miseria; il politico con il respingere i governi stabili al servizio del bene comune; il sacerdote per erigere a sistema l’ateismo militante.


Il comunismo, specializzazione di una forma di socialismo, esteso oggi su gran parte del globo, indica l’ultima delle rivoluzioni sociali possibili in questo secolo. Dopo di esso non è possibile altro che il caos dei valori umani. Il comunista è un uomo privo del suo aspetto soprannaturale di figlio di Dio, della sua figura naturale di uomo, della sua forma di animale sensibile. Il comunista si trasforma in una cosa: una vite, un ingranaggio della enorme macchina che è il partito dei proletari.


Che cosa si può pensare di un uomo che è stato privato di queste tre dimensioni? Si può pensare una sola cosa e cioè che vive senza scopo. Così il comunismo è, in definitiva, la deificazione della realtà che tende al nulla. Qual’è la realtà che tende al nulla e che è nulla per la sua pura potenzialità? E’ la materia prima di Aristotele, quella materia che di per se stessa non è né essenza, né qualità, né quantità, né alcuna altra cosa per cui l’essere viene determinato. Perciò il comunismo è necessariamente materialista e tende al nulla, al puramente informale, ad essere null’altro che la potente mano del cambiamento, della rivoluzione permanente, della dittatura del proletariato. Questa potenza colossale afferra l’uomo e lo converte in ingranaggio di una macchina altrettanto colossale.


L’uomo, l’uomo individuale, perde la sua condizione di figlio di Dio, fatto a immagine di Dio e per contemplare Dio; perde la sua condizione naturale di signore e dominatore della natura; perde anche la sua condizione animale, fatta per godere dei piaceri sensibili; l’uomo è una pura cosa utile, che si usa o si manovra a seconda delle esigenze del colossale ingranaggio dialettico: l’uomo ha perduto il suo destino.


Si consideri poi che l’era del socialismo raggiunge il suo punto più acuto come logica conclusione di quel processo che cominciò nella riforma protestante, contro la funzione di ponte tra Dio e l’uomo svolta dalla Chiesa. Da principio ci si sollevò contro la Chiesa con il protestantesimo; quindi si rivolse contro Gesù Cristo con il deismo prima e il razionalismo poi; oggi la lotta è rivolta direttamente contro Dio, con l’ateismo militante. Perciò il socialismo deve essere necessariamente ateo. Così lo spiega Marx, individuando nella religione una frustrazione dell’uomo.


Per il comunismo la religione non è soltanto inutile ma è proprio negativa, in quanto distoglie l’uomo dall’attività di cambiamento rivoluzionario. La dialettica della opposizione tra Dio e l’uomo ha alimentato tutto il pensiero di Marx con il seguente sofisma: se Dio esiste ed è creatore dell’uomo, non può esistere l’uomo creatore di se stesso. Così, siccome l’uomo esiste ed è creatore della sua storia, Dio non esiste né è creatore dell’uomo. Il processo dialettico conduce il comunismo non solo a negare Dio di fronte all’uomo, ma anche ad affermare che l’uomo è Dio.


Il comunismo spoglia anche l’uomo del suo carattere politico, vale a dire del rapporto che vi è tra un uomo e un altro. Nello Stato comunista la vita politica, nel significato più alto del termine – cioè quello di relazioni tra gli uomini per il loro effettivo miglioramento -, non esiste. L’uomo non è altro che un puro lavoratore, il cui valore è proporzionato alla sua capacità di produrre il cambiamento nella storia. La politicità, che consiste in una relazione tra gli uomini, non può esistere in una società che non ha altra ragion d’essere se non quella di usare l’uomo per l’azione. Ma soprattutto, al comunismo non interessa il benessere materiale dell’uomo, il possesso delle ricchezze che fornisce un godimento puramente animale. Questo godimento lo cercava il borghese nella società liberale. Il comunismo non mira a questo, non è questa la sua specificità, ma essa è piuttosto il lavoro, che è lo strumento per modificare la realtà, l’ordine naturale. Non tende al vivere dell’uomo, quanto piuttosto al lavorare, all’agire dell’uomo. Questo insegna chiaramente Marx, nel suo libro Ideologia tedesca. Per il comunismo, il supremo e unico valore è il lavoro, produttore di beni materiali e modificatore del reale. L’uomo stesso e ogni suo benessere materiale lo lasciano indifferente. Gli interessa solo che agisca e modifichi, anche se non gode.


In definitiva, l’uomo comunista si vede privato del godimento divino della contemplazione di Dio, del godimento umano che produce la convivenza politica, del godimento animale che produce lo sfruttamento dei beni economici. E’ un puro lavoratore, soggiogato al lavoro finalizzato al movimento dialettico della storia, verso la società collettivistica senza classi.


 


Lo stato frenetico dell’uomo moderno


Qual è il risultato prodotto dalla civiltà moderna, nella quale l’uomo è andato degradando la sua sostanza umana?


La situazione di oggi riflette il prodotto di questa civiltà. Negli ultimi 50 anni si vede come l’uomo è vissuto angustiato da avvenimenti orrendi: la Prima Guerra Mondiale, i movimenti totalitari – come il fascismo, il nazionalsocialismo, la grande crisi del 1929, la guerra civile spagnola provocata dal socialismo -, la seconda Guerra Mondiale con il bombardamento atomico di Hiroshima e Nagasaki, la guerra fredda, la minaccia di guerra nucleare.


L’uomo vive atterrito e da ciò trova origine la filosofia e la letteratura dell’angustia e della paura. I due terzi dell’umanità vivono in stato cronico di indigenza e molte fami­glie sono private del tetto.


Dopo quattro secoli siamo testimoni del carattere anti­cristiano e antiumano dell’orgogliosa civiltà moderna. Anticri­stiano, perché immense popolazioni dei paesi comunisti vivono ai limiti di un ateismo, se non militante, pratico, con la totale negazione di Dio creatore. Antiumano perché immense popolazioni del globo non conoscono se non la fame, la mancanza del tetto, l’angustia, l’orrore della guerra e delle lotte fratricide, come la guerra fra proletari e borghesi.


Per tutte queste ragioni notiamo come sia falso il fondamento sul quale il progressismo cristiano basa la sua tesi di accettazione della civiltà moderna. Tale ideologia non potrebbe essere accettata neanche se offrisse valori umani in grado di concorrere al reale perfezio­namento dell’uomo. Ma non la si può accettare anche perché offre un’azione che distrugge e degrada l’uomo.


E’ vero che la civiltà moderna garantisce qualche progresso parziale nelle tecniche della produzione delle ricchezze mate­riali. Tuttavia, il non concorrere all’effettivo perfezionamento dell’uomo in ambito morale e religioso, lo sviluppo tecno­logico senza corrispondente progresso morale e religioso, si trasformano  in una terribile arma di distruzione e di degradazione del­l’uomo. Così, si verifica il fenomeno per il quale, proprio mentre gli innegabili progressi della tecnologia permettono di offrire un benessere alla popolazione del globo, immense moltitudini di esseri umani soffrono per le necessità più elementari. E, quel che è peggio, si vedono minacciate dalle armi nucleari nella propria integrità fisica.


Perciò, è importante che l’uomo, senza allentare il suo sfor­zo per la diffusione dei beni materiali, compia uno sforzo maggiore per ordinare la sua vita morale e religiosa. Di qui la necessità prima ‑ assolutamente prima ‑ del riconoscimento, nella vita pubblica, dei diritti della Chiesa, diritti che concretizzano quelli più alti della Redenzione di Cristo e della Sovranità di Dio. Questo riconoscimento pubblico delle nazioni e dell’ordine mondiale dei diritti della Chiesa, è condizione fondamentale per la vita morale dei popoli ed anche per il loro benessere materiale. Qui è opportuno rammentare le profonde parole di Cristo: “Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, che il di più verrà da sé”.


Il progressismo cristiano, abbandonando questo compito fondamentale e primario della edificazione del Regno di Dio per quello della vita temporale, rinunciando alla creazione della città cattolica, della civiltà cristiana, lavora per la costruzione della città comunista. Perciò il progressismo cristiano finisce con il collaborare col comunismo.


Non vi sono mezzi termini. Rifiutarsi di lavorare per la civiltà cristiana, significa operare per la civiltà anticristiana e antiumana.


 


Perché la tentazione filo comunista dei progressismo cristiano?


Il progressismo cristiano, per sfuggire il capitalismo e il liberalismo e accettare il carattere progressista della civiltà moderna – che si svolge dal liberalismo fino al comunismo -, abbraccia forme socialiste di civiltà. In questo c’è un errore gravissimo. Queste forme non sono un progresso rispetto al capitalismo e al liberalismo, perché, se questi sono negativi, molto peggiori sono i suoi derivati, cioè le forme comuniste e socialiste di civiltà.
E’ per questa ragione che oggi è necessario rimontare la corrente capitalista e liberale e risalire il declino socialista e comunista, nel quale sfocia il liberalismo.


Allora, dirà qualcuno, non resta che tornare all’ancien règime o alla città medievale?
Certamente no. Ciò non è né desiderabile né possibile.


Quello che bisogna fare è teoricamente molto facile. Riconoscendo che invece di avere un progresso umano e morale, l’uomo della civiltà che si sviluppa dal Rinascimento ad oggi non ha prodotto altro che degrado e decadenza – perché sono stati abbandonati i principi dell’ordine umano naturale e dell’ordine soprannaturale -, non c’è che da rivolgersi a quei principi. E quei principi si concretizzano precisamente nell’ordine sociale pubblico cristiano ‑ la civiltà cristiana, la città cattolica ‑ che da quasi un secolo la Cattedra Romana propone all’uomo contemporaneo, nel suo magistero ordinario.
Questo insegnamento del Magistero dei Pontefici si può riassumere dicendo che l’uomo, senza abbandonare i progressi legittimi che ha realizzato negli ultimi quattro secoli, deve rivolgersi ai principi della sana filosofia e teologia ‑ ordine naturale e rivelato ‑ il cui espositore insuperato è San Tommaso d’Aquino, che Paolo VI, il 12 maggio 1964, nella sua visita alla Pontificia Università Gregoriana, chiamò il Primo fra i Dottori della Chiesa.


Perciò, l’unico rimedio alla degradazione dell’uomo di oggi, che dal capitalismo liberale marcia verso il comunismo, sta nella considerazione che mantenendo il progresso tecnologico moderno (e preservando il progresso del legittimo sviluppo dei gruppi sociali di livello inferiore ad altri, superiori per cultura e benessere, svoltosi in questi ultimi secoli), si accetti, soprattutto nella sociologia, nell’economia, nella politica e nella vita pubblica, il Magistero della Chiesa.


Questo Magistero comprende non soltanto l’ordinamento sociale ed economico, dalla Rerum Novarum alla Mater et Magistra, ma anche l’ordinamento politico enunciato nella Libertas e nella Diuturnum illud di Leone XIII, fino alla Pacem in terris di Giovanni XXIII. Esso comprende soprattutto il riconoscimento leale e pubblico della presenza della Chiesa nel mondo, come lo prescrivono la Immortale Dei e la Tametsi futura di Leone XIII e la Quas Primas, sulla Regalità di Cristo di Pio XI. Insomma, il Magistero integrale della Chiesa, luminosamente esposto in innumerevoli Encicliche.


E’ precisamente questo Magistero ordinario di natura sociale della Cattedra Romana, che il progressismo cristiano non accetta, almeno nella sua integrità. Accettare il complesso degli insegnamenti sopra l’ordine pubblico sociale cristiano del Magistero Pontificio, equivale ad essere maliziosamente qualificato “integralista” e “reazionario”, dal progressismo cristiano.


I popoli vivono miseramente perché non hanno tetto e pane. Però, questo disastro è dovuto soprattutto al fatto che essi non hanno pane spirituale. Dopo che il laicismo lo ha privato di questo pane spirituale, l’uomo è cresciuto egoista e si nutre di odio. Così, non cerca che di accumulare ricchezze, con un disprezzo totale per la miseria di suo fratello. Poco conta che oggi l’uomo disponga di una scienza e di una tecnica ammirevoli, capace di dare benessere a tutta la popolazione del globo. Non curando la vita morale – assicurata solo da quella religiosa -, egli agirà male e solo per se stesso, disprezzando i bisogni di suo fratello.


Perciò la Mater et Magistra di Giovanni XXIII, che si occupa del benessere economico dei popoli, nelle sue parole finali avverte che senza Dio non vi è ordine morale e senza ordine morale non vi può essere nei popoli un regime economico di giusta distribuzione della ricchezza. “Si è sostenuto ‑ dice Giovanni XXIII ‑ che nell’epoca dei trionfi della scienza e della tecnica, gli uomini potrebbero edificare la loro civiltà senza bisogno di Dio. La verità è, al contrario, che i progressi stessi della scienza e della tecnica pongono problemi umani di dimensioni mondiali, che non possono trovare soluzione se non alla luce di una fede in Dio viva e sincera, principio e fine dell’uomo e del mondo”.


Perciò, è indispensabile lavorare per l’elevazione ed il benessere materiale degli operai e degli umili; tuttavia ‑ per ciò stesso ‑ poiché  è necessario operare per questo benessere che giustamente si deve agli umili, bisogna infondere lo spirito del Vangelo in tutti i gruppi sociali, anche nei più elevati, nella società e nel potere pubblico, perché così regni in modo effettivo ed a favore dei più abbandonati, l’autentica fraternità cristiana.